Quel bisogno di consolazione – di Nadia Agustoni

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Un film, la boxe e la poesia.

Il Palio del 16 agosto del 1957 vide tra i fantini la presenza di una donna, Rosanna Bonelli, giovane senese di padre illustre. Figlia di uno stimato scrittore di Siena (1), la Bonelli non era immune, come è da sempre per i suoi concittadini, dalla passione contradaiola e aveva in sovrappiù quella di cavallerizza. Nel 1957 nella città toscana arrivò il cinema con una produzione di Dino De Laurentiis. Erano lì per girare La ragazza del Palio (2)con Vittorio Gassman e con l’attrice inglese Diana Dors, biondissima e in sintonia con i canoni di bellezza muliebri che l’epoca richiedeva, ma inesperta di corse a cavallo. Le cercarono quindi una controfigura per le scene della corsa nella piazza. Caso o destino, non si sa, ma la Bonelli, detta la Diavola e anche Rompicollo per via del personaggio femminile dell’operetta omonima scritta dal padre Luigi, era lì quando la controfigura ingaggiata, un uomo, rinunciò e dovettero procedere alla sostituzione. Le cronache postume non ci dicono molto a riguardo, se non che, forse, ci fu lo zampino della produzione. La Bonelli girò le scene notturne delle prove della corsa e solo più tardi venne scoperto l’inghippo. Si era negli anni 50 e non tutti approvavano lo spirito vivace in una ragazza. Il film fu un buon successo al botteghino. La Dors e Gassman ripresero le loro strade e carriere e i cultori del cinema ricordano l’apparizione di una splendida Teresa Pellati, attrice intensa ma di pochi film, interprete del personaggio di Laura. Poco dopo Rosanna Bonelli partecipa come fantino al Palio. Corre per i colori della contrada dell’Aquila. A lungo ho cercato notizie più precise, ma solo scarni bollettini riportano i fatti. Non vinse e non finì la corsa per uno dei tanti incidenti di pista che all’ultimo giro la vide coinvolta. Si portò bene però nella gara anche se, per l’episodio della caduta che mise fuori anche un altro fantino, rischiò le botte di bellicosi contradaioli. Dopo, riprese la sua vita e diventò una fantina nelle gare regolari di salto ad ostacoli.Nessun altra donna da allora ha ripetuto l’impresa di correre il Palio.(3)

Le contestazioni e le polemiche sul Palio di Siena sono aumentate con il tempo e ho vissuto nell’ambiente dei cavalli abbastanza a lungo, in un periodo di vita errante, per poter riconoscere le passioni che questo evento muove. Nell’Appennino toscano, dove con un gruppo di ragazze/i lavoravo in un allevamento di cavalli come groom, la discussione più accesa era sul Palio. Curando i cavalli si impara ad amarne l’indole. Questi animali, paurosi e nervosi, sono capaci comunque di grande affetto. Sull’Appennino si passano settimane e a volte mesi senza grandi presenze umane e il tempo è fatto di gesti in economia per risparmiare forze e del guardare il cielo in un trascorrere di vita che ha in sé durezza e complicità, lavoro dorsale e un senso calmo del vuoto, come se nulla mancasse. Sentire il Palio come una crudeltà non è difficile con queste premesse, ma questo non toglie uno strano fascino all’evento. Ammetto quindi di seguire, contro ogni ragionevolezza, il Palio di Siena anche se sempre da lontano. Quei pochi minuti di pazzia, quei tre giri furiosi tra due ali di folla, mi fanno accendere il detestato televisore come poche volte faccio e a volte, in passato, mi han portato a cercarne uno quando non ero in casa. L’ambivalenza è nel dolore di fronte al dolore dei cavalli e in quell’assistere a uno sforzo tremendo che sollecita ogni loro fibra intuendone nervosismo e paura. Non trovo mai parole per questo se non spostando lo sguardo dal nostro essere feriti alle ferite che diamo.

Molti anni fa la scrittrice americana Joyce Carol Oates, scrisse Sulla boxe (4) , un bel libro sui pugili e sulla passione per questo difficile sport. La Oates cercava di spiegarsi, scrivendone, cosa fosse ad attirarla agli incontri di pugilato e perché il suo senso di colpa, davanti ai volti sanguinanti, non bastasse a tenerla lontana dalle sale gremite di uomini e di poche donne, dentro cui una scena umana che ci interroga sempre con violenza non smetteva di affascinarla. Crudeltà e/o amore? Bellezza e/o morte? O impulso che cerca di passare un confine, di figurarsi l’umano nel suo buio e nel nostro non volerci riconoscere un limite o al contrario dal lasciarci schiacciare da quel limite? Forse è qui che cadiamo. Il buio è anche quell’essere occupati dal proprio male senza consolazione. Un altro scrittore, Stig Dagerman, in un esile libretto di pochissime pagine intitolato appunto Il nostro bisogno di consolazione scriveva: “ L’uomo non ha però bisogno di una consolazione che sia un gioco di parole, ma di una consolazione che illumini. E chi desidera essere malvagio, vale a dire un uomo che agisce come se tutte le azioni fossero difendibili, dovrebbe almeno avere la bontà di accorgersi quando è riuscito nel suo scopo”. (5) La consolazione può essere una necessità e ho letto anche così quelle vite sperdute, sia reali, perché incontrate, sia letterarie, dove queste ultime sono un dito che indica una realtà che ci duole e ci chiama a sé perché da molto tempo ci riguarda. C’è comunque un tanto di indecidibile che può sorprenderci e può farci uscire dal bisogno di consolazione ma è meno facile coglierlo.

A cosa dobbiamo la nostra attuale incapacità di comprensione? Dagerman continuava dicendo: ”Verrà il tempo in cui dovrò volgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori della mia oppressione. Sarò allora costretto a riconoscere che l’uomo dà alla propria vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui”.(6) Queste forme ci costringono e nello stesso tempo ci conducono a soglie in cui possiamo leggere quello che noi siamo. Ci sorregga o meno la speranza di una via d’uscita verso qualcosa che non sia un altro perderci dentro i giochi della vita, non possiamo non esigere da noi stessi una nuova consapevolezza, perché non sappiamo cosa ci manchi o cosa sia l’oscura ambiguità che ci apre al buio. Leggere o rileggere London, Kipling, Salgari, Conrad, Flannery O’Connor e non ultima la giovane, furente Emily Bronte di Cime Tempestose non è detto ci porti più vicino al “cuore di tenebra”. Ci rimane la dura lingua degli affetti e ci confrontiamo con una confusione di vita che può o meno farsi parola: “Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente”. (7) Il silenzio è sempre vivente e più vicino a noi di ogni nostra certezza. Può raggiungerci perché è presente. E’ la giusta attenzione quando la paura non ci condiziona.

Nell’agosto del 1998 in un ostello di San Francisco feci la conoscenza di una ragazza francese di origine italiana. In un bar, un tardo pomeriggio, verso la fine del mio soggiorno, fu lei ad indicarmi un gruppetto di ragazze che facevano pugilato. Non so se fossero a livello amatoriale o frequentassero palestre private. Non feci domande. Ero curiosa ma la mia interlocutrice le conosceva solo di vista e non era interessata a loro. Non avevano nulla di straordinario. Erano a posto. Non facevano probabilmente una gran vita. Il tipo di ragazze povere in canna o quasi e perse tra palestra e locali senza pretese, come quello in cui eravamo. Più che spavalderia nei loro modi c’era compostezza. Nel suo italiano arrangiato, la mia conoscente, manifestò solo disinteresse quando le dissi che capivo la solitudine che porta alcuni/e nelle palestre di boxe e sui ring. Non è solo la sfida, è che rendi la tua rabbia un artiglio che ti toglie il guscio. A parte che la boxe è soldi a sentire chi se ne intende e che, per il momento, le ragazze di soldi non ne fanno, non è certo solo il denaro che trascina un certo elemento umano in quel mondo. Non è neanche il riscatto sociale. I pugili di Jack London boxavano magari per una causa, ma quello che risalta di loro, come in tutto quello che ho letto sui pugili scritto da chi li ha ammirati e conosciuti, è quel carico di solitudine, quell’ essere stati sconfitti prima di aver potuto chiarirsi le idee. Magari è per questo che spesso hanno quella precarietà incollata addosso. E la precarietà t’inocula una solitudine senza scampo. Fu la somma delle mie precarietà a farmi desistere con l’idea dell’America. Laggiù, in fuga dalla stanchezza, passavo il tempo per lo più a camminare e le strade, le spiagge e i parchi finii per conoscerli a memoria. Erano mappe, vie d’uscita o forse un andare avanti comunque. C’era però un silenzio che era oltre il mio parlare poco l’inglese e sembrava tutt’intorno, sulle cose e dentro queste. E c’erano, come fantasmi, quei fallimenti che sembrano sempre lì dove sei. Li riconoscevo. Sono anche questi un “silenzio vivente” e avrei potuto nominarli uno alla volta, se questa è consolazione.

Dangerous Dillard Fighting Flippo Bam-Bam Barch è il nome del pugile del racconto Acqua ghiacciata di F.X. Toole.(8) Al nome impossibile unisce un pugilato impossibile. Sembra interpretare la boxe facendo tutto ciò che fanno gli altri pugili ma non ha mai sostenuto un combattimento tranne un’unica volta. E’ indimenticabile e non posso non pensare che se avesse incontrato il borgesiano Pierre Menard lo avrebbe idealmente e profondamente compreso in quel suo volere non copiare Il Chisciotte o crearne un altro, ma “ produrre alcune pagine che coincidessero”. (9)
Dangerous Dillard è un poeta. Alla fine senza conforto e senza reclami. La sua protesta è la sua vita, quando questa diventa scarto, rinuncia. O forse non è nemmeno questo ed è qualcosa al di là della speranza che un no comunque finirebbe per trattenere in sé. Ci sono vite che abbandonano il bisogno di consolazione con un unico movimento che è uno strappo. Dopo c’è un silenzio analfabeta e una poesia che non ci consola. Ma non ho mai creduto che possa consolarci. Fa altro. La poesia è come la gioia in un bambino: può toccarci. E’ una lingua che con i suoi spigoli può farci conoscere un’altra mortalità, più indifesa, ma meno amara.

Note

1) Luigi Bonelli scrittore senese.

2) La ragazza del Palio 1957; regia di Luigi Zampa; scheda nel link

3) In precedenza nel 1581 il palio aveva avuto una fantina di quindici anni Virginia Tecci che corse per la contrada del Drago. Le note a riguardo dicono che corse il Palio alla lunga arrivando seconda. Non sfidò quindi la piazza.
Notizie in www.ilpaliodisiena.com

4) Joyce Carol Oates; Sulla boxe, edizioni e/o 1988.

5) Stig Dagerman; Il nostro bisogno di consolazione, pag. 19, edizioni Iperborea 1991

6) Ibidem; pag. 25

7) Ibidem; pag. 26

8) F.X. Toole; Acqua ghiacciata in Lo sfidante, pag. 167, Garzanti 2001

9) Jorge Luis Borges; Pierre Menard autore del Chisciotte in Finzioni; Einaudi 1995

12 pensieri su “Quel bisogno di consolazione – di Nadia Agustoni

  1. Francesca

    Dopo aver letto questo pezzo, mi sono messa freneticamente a ricercare IL NOSTRO BISOGNO DI CONSOLAZIONE, di Dagerman, piccolo prezioso libro, che ho letto anni fa. Inutile, il caos della mia vita mi rimprovera attraverso il continuo smarrimento dei miei libri. Non sono mai dove pensavo che fossero. Un po’ come le persone. Mi ricordo che pochi anni fa provai anche a leggere Bambino Bruciato di Dagerman – ma mollai quasi subito. Lo leggevo nelle pause, mentre lavoravo al ristorante indiano. Forse allora ero troppo felice e quella lettura insostenibile. Per il motivo opposto credo lo sarebbe ora. Dagerman scrisse un libro sulla consolazione e morì suicida. Si tagliò fuori. Scelse il silenzio vivente, forse per non aver trovato consolazione tra gli uomini e non aver retto alla consolazione più potente, quella che è rimasta, della scrittura. Il silenzio è la giusta attenzione, dice benissimo Nadia. Stranamente siamo sempre più capaci (tutti) di attenzione per le cose morte.

    Fine lunga digressione OT.
    Trovo questo pezzo molto bello e interessante perché è scritto da una donna, ma si occupa di quello che generalmente è ritenuto ambito maschile nella cultura (come mi pare suggerito dal paragrafo introduttivo) – la costante sfida con se stessi. Come esseri umani in genere, come donne, in questo caso, contro schemi distintivi ormai logori, come poeti, scrittori etc. insomma coloro che costruiscono o provano a costruire una vita più forte di quella attuale. Per una qualche ironia il punto di partenza e quello di arrivo di questa sfida coincidono sempre nella stessa cosa, una sconfitta. E non è detto che questo sia male. Mi sembra anche da rilavare che qui, nel pezzo, oltre che ad una riflessione dai libri c’è una vita, che rende il tutto più prezioso – Nadia ha viaggiato, è stata tra i cavalli, da sola sull’Appennino. Ha sperimentato diversi tipi di silenzio.

    E’ vero, la poesia (l’arte), ci tocca, non ci consola. Non ci rende più vicini agli altri, non ci fa più comprensibili, e se la mettiamo in termini di ambiente letterario, raramente ho trovato un ambiente più “ostile” di questo. Ci è compagna la scrittura, ci è compagno il libro, questo non diventa quasi mai l’essere umano. Siamo toccati. Mi viene in mente che le streghe senesi del cinquecento (ma anche altrove in Italia, solo per restare in tema con il palio, dico Siena!), guastavano i putti con il solo tocco.

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  2. Francesca

    Chiedo scusa: “rilevare”, non “rilavare”. Mi rileggessi prima di postare i commenti, sarebbe meglio!

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  3. mauro baldrati

    Condivido perfettamente il secondo blocco di testo, quello sui cavalli del palio. Una volta ho assistito a un palio, quando ero militare (a Pisa, e andai a Siena per l’evento); non ho visto granché, per via della ressa indescrivibile e del cordone di sicurezza formato da omacci giganteschi che allontanavano il pubblico con spintoni titanici, però mi ha colpito l’arrivo, quando tutti si accalcano intorno ai cavalli; l’atmosfera era di assoluta follia e i cavalli sembravano fuori di testa. Forse erano anche drogati (era il 1971 credo, e i controlli chissà com’erano…).

    Comunque hai lavorato come “groom” in un allevamento di cavalli, e nel 1998 eri in un ostello di S. Francisco. Tu mi piaci, ragazza.

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  4. Gaja

    Sono d’accordo con Francesca praticamente su tutto quello che ha scritto, incluse le sue considerazioni sul grandissimo, dolentissimo Dagerman.
    Nadia, hai saputo parlare del silenzio con le parole giuste. Ed è moltissimo.
    Di queste frasi ti ringrazo: “Ci sono vite che abbandonano il bisogno di consolazione con un unico movimento che è uno strappo. Dopo c’è un silenzio analfabeta e una poesia che non ci consola. Ma non ho mai creduto che possa consolarci. Fa altro. La poesia è come la gioia in un bambino: può toccarci. E’ una lingua che con i suoi spigoli può farci conoscere un’altra mortalità, più indifesa, ma meno amara.”
    È stato un piacere, una gioia leggerti e imparare, assorbire. Spero accada di nuovo, e presto.
    Ti abbraccio.

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  5. nadia agustoni

    @Francesca

    Erano anni che volevo scrivere di “Il Nostro bisogno di consolazione”, quelle poche pagine di Dagerman mi interrogavano, ma non riuscivo ad articolare niente. Dagerman è stato un autore che non ho solo letto ma che ho sentito con forza come se fossero tutte le mie diversità a farsi leggere nelle sue parole. Ma ero giovane e cercavo con più impazienza di oggi. I suoi ritratti di bambini, ragazzi sono indimenticabili.

    Penso che sfidarsi e conoscersi sia di tutti/e e sono d’accordo sugli schemi distintivi ormai logori. Possiamo romperli però. Possiamo farne a meno. Bisogna avere il coraggio di non piacere. Questo costa. Ha un costo umano che è la solitudine, ma si può capire che non è necessario avere somiglianti per andare avanti comunque. Anche se non è semplice.

    Francesca, non so se sei la stessa che scrive su NI perchè c’è solo il nome nel post, ma da quello che dici mi pare di si. Mi dai conferma o meno? E grazie per la riflessione.

    @Mauro

    Grazie. La parte autobiografica la stavo togliendo. E’ sempre difficile.

    @Gaya

    Ricambio l’abbraccio e grazie per la lettura attenta. Conosco Lpels da poco e per via di Franz che gentilmente mi ha traghettato qui.

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  6. Renata

    Grazie Nadia, amo molto la tua scrittura calibrata e curatissima, limpida persino nel suo non-detto, la vedo come una ricerca sottomarina (filosofica?) di sintesi e di intimità. E che chiama in causa chi legge con una forza morale non evitabile. Penso che continuerò a rileggerlo per giorni.
    Grazie, Renata

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  7. Molesini

    Una scrittura eccellente, la riflessione si insinua nei dati di fatto, nella loro scelta accurata e non didascalica, con grande delicatezza fino a prendere tutto lo spazio (una specie di acme),per poi restituirlo, e questo con intelligente progressione “a gradini”.
    La soluzione di continuità permette una sorta di “cinematografia” del testo, che assume così un’unità articolata, il testo si muove insomma, noi con lui, che lo leggiamo fino in fondo appassionandoci alla questione proposta.
    Ma tu Nadia, non scrivevi poesie?

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  8. nadia agustoni

    @ Renata

    Grazie Renata sei sempre generosissima.

    @ Molesini

    Si, son partita come poeta, ma poi premevano anche altre cose da dire e come per molti sono arrivati articoli, saggi, racconti e altri progetti in corso. Grazie per la lettura attenta. Un saluto

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