Quanto volete guadagnare?

di Giorgio Morale

Paolo ed Elle decisero per le enciclopedie, risposero a un’inserzione e si scoprirono a fare anticamera con una decina di giovani e meno giovani in tenuta di rappresentanza. Elle fu ben accetta al primo contatto. Paolo fu rinviato a una seconda prova.
“Prima sfoltisca un po’ i capelli. Si procuri un abito adatto”.
Il giorno dopo fu ammesso anche lui alla seconda fase, tre giorni di training teorico.
“Dopo sarà un’altra persona” gli dissero. “Neppure sua madre la riconoscerà più”.

“Quanto volete guadagnare?” esordì un istruttore armato di pennarelli e bacchetta.
Ognuno disse la sua cifra e l’istruttore prese nota. Chi aveva dichiarato cifre modeste fu esposto alla pubblica derisione.
“Mi sa che il signore ha sbagliato posto” diceva l’istruttore volto all’uditorio. “Qui vogliamo gente con orgoglio, gente che punta in alto”.
Riequilibrate le somme con l’aggiunta di qualche cifra di amor proprio, l’istruttore illustrò su una lavagna a fogli organizzazione e metodi e spiegò su base statistica quante ore e quante vendite occorrevano per guadagnare la cifra indicata. Tutti stupirono e per tre giorni si esercitarono in calcoli e percentuali. Frequenti pause al bar di fronte servivano a cementare il gruppo. Offriva uno per tutti, ma in turni rigidamente fissati e tenendo il conto del dare e dell’avere. Seguirono due giorni di addestramento pratico, a suonar campanelli di probabili acquirenti accompagnati da una guida esperta. Dopo, li rassicurarono, li avrebbero riforniti di un copione.

Il primo giorno di lavoro li accolse un signore che aveva un po’ del bancario, un po’ del gangster.
“Siamo onorati di avervi fra noi. Questa è la ‘Divisione Panzer’. Si chiama proprio così. Indovinate perché?”.
E prese a decantarne l’epopea.
“Qui non c’è pietà per nessuno. Basta che non ci sia un giorno senza contratto. Una volta non avevo concluso niente. Non volevo rientrare a mani vuote. Vado al bar sotto casa – e non ti piazzo un’enciclopedia al mio barista?! Io non ci pensavo nemmeno, è stato lui a domandare, a insistere”.
Parlava a raffica e non dava il tempo di respirare. In un attimo squadrava un argomento, mentre l’occhio, ballerino, frugava in tutte le direzioni.
Fecero la rituale colazione con cappuccino e brioche; poi la “Panzer Division” si trasferì in un paese dell’hinterland, fra le cui vie tranquille sciamarono a coppie. Paolo ed Elle furono divisi.

Dopo una giornata a vendere enciclopedie, coi capelli tagliati da milanese anonimo e la cravatta che non aveva più stretto dal giorno della prima comunione; dopo una giornata a beffare le gente – e il guaio era che non erano i piccoli borghesi a comprare, ma quelli che stavano peggio ma coltivavano il mito dell’elevazione culturale –; dopo una giornata di falsi sorrisi, strette di mano, soste al bar, Paolo, tornando a casa in autobus, si domandò che figura avrebbe fatto, se fosse scoppiato a piangere. Prima che si desse una risposta, i singhiozzi lo scuotevano. Lasciò scorrere le lacrime così come venivano.

Un mercante, un mercante ambulante! A ogni vendita, un furto. Un senso di colpa. Ed Elle a ricevere i complimenti dal gangster, per il look e il savoir faire; felicitazioni per la terra da cui proveniva, in cui – detto con risate grasse – si mangia bene e, sottinteso, si scopa meglio.

Paolo era in fondo all’autobus. Si girò a guardare dai vetri la città che fuggiva. S’accendevano le prime luci; era un tramonto infuocato. Passeggeri salivano e scendevano; macchine s’accostavano all’autobus, fin quasi a tamponarlo; ma nessuno faceva caso a Paolo.
“In questa città si può piangere liberamente” si disse.

Arrivò a casa che piangeva ancora, si strappò la cravatta e si buttò a faccia in giù sul letto. Così lo trovò Elle, quando tornò da identici giri, sorrisi, strette di mano.

Non passò a ritirare la percentuale sulle vendite di quel giorno. Né riportò i due volumi dell’enciclopedia, che gli avevano dato in dotazione.
Telefonarono per una settimana, poi smisero.
(dall’inedito Elle)

18 pensieri su “Quanto volete guadagnare?

  1. Giocatore d'Azzardo

    Parola che in tutta la mia, non brevissima vita, non ho mai visto un venditore piangere. Ne ho visti di disperati, caciaroni, stronzi, allegri, sornioni, ma mai uno piangente. Bella novità e ben raccontata!

    Blackjack.

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  2. Stella Maria

    Caro Blackjack,
    non li hai visti piangere perchè forse non ne conosci e perchè i panzer li caricano così bene che sembrano tutti dei gran bastardi, falsi ma bellissimi, di necessità virtù se devi mangiare e pagare i conti.

    Caro Giorgio,
    bello e concordo con Paolo.
    mi hai ricordato un periodo della mia vita che non amo ricordare.
    Quanta strada fatta con i tacchi alti, il tailleur perfetto, la valigetta, le mani curate, i capelli in ordine, il trucco leggero ma perfetto, quanto traffico e quante lacrime quando ero ricevuta o venivano ai miei appuntamenti solo perchè al telefono avevano sentito una bella voce di donna. Che fossi laureata, preparata e brava lo scoprivano dopo, se ero comunque riuscita a conquistarli. Quante lacrime. Non avevo fatto nessun corso per cui gli schiaffi li prendevo bene. Un giorno un collega, consulente da più anni, mi disse: “immagina di avere sempre davanti un uomo da conquistare stando in tuta da ginnastica e capelli legati.” Da allora piango di rado, di rospi ne mando giù ancora tanti ma mi prendo la soddisfazione di veder tutti pendere dalle mie labbra e sono in tanti, uomini e donne di tutte le età.

    complimenti ancora
    Stella

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  3. Giorgio

    E già, Blackjack, non possiamo nemmeno dire: “Abbiamo visto cose…”… è abbastanza diffuso che anche i venditori piangano!

    Grazie a Blackjack, Paolo e Stella Maria. E grazie, Stella Maria, della condivisione!

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  4. Plessus

    “il guaio era che non erano i piccoli borghesi a comprare, ma quelli che stavano peggio ma coltivavano il mito dell’elevazione culturale”
    Vero, verissimo.
    Venghi, si accomoda pure. Mi siedo su una sedia di legno bucata al centro di quattro pareti scalcinate e a fianco di un porta ombrelli arruzzunito. Vuole il caffè? Si grazie. Guardi signora che belle foto di papa Giovanni. E come è scritto grande, il libro. Neanche ha bisogno degli occhiali per leggere. Davvero? Mi facci vedere! Quanto costa? Così poco? A rate, davvero? Lo prendo, sì sì. Ecco signora, firmi qui, era buono il caffè. Grazie, arrivederci! E me ne uscii cigolando insieme alla porta.
    Due mesi a porta a porta a vendere libri religiosi.
    Un periodo giovanile di cui ancora mi vergogno. Ero pure bravino.
    Complimenti per il post, davvero. Meno per i ricordi riaffiorati…

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  5. vbinaghi

    Io ho venduto fiori di plastica e di vetro, mentre facevo l’università. Ci mandavano in giro in coppia, io e una tizia di cui non ricordo il nome. Dovevamo dire che lei era incinta e raccoglievamo soldi per sposarci.

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  6. Carlo Cannella

    Io vendevo Jesus delle Edizioni Paoline. Dovevo dire che ero un missionario e che il ricavato finanziava la mia missione in Cameroun.

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  7. ramona

    Be’, chi non ha venduto qualcosa a qualcuno, quando non si hanno altri mezzi per campare?

    Avevo 19 anni, diplomata e disoccupata. Vendevo, all’epoca, corsi di ragioneria e dattilografia…o meglio, procuravo potenziali acquirenti al venditore, che si recava agli appuntamenti che riuscivo a procurare porta a porta. Sorriso in mano, modi gentili, aria timida, bastavano a conquistare la maggior parte delle persone semplici nei paesi del sud che frequentavo e di cui il senso dell’ospitalità è famoso. Non credevo di imbrogliarli, i corsi si tenevano davvero. Fino a che il venditore non rifilò il corso di dattilografia ad un disabile con grossi problemi agli arti superiori. I genitori erano in buona fede, pensavano così di aiutarlo, e invece avevano buttato via soldi che non avevano… mi fecero pena e mi sentii in colpa. Mi chiesi se fosse un comportamento etico, se fosse giusto. Dopo un po’ me ne andai. Non ero, e non sono tuttora in grado di approfittare dell’ingenuità delle persone buone.

    Di quel periodo ricordo il cuore della gente, alcuni aneddoti divertenti e le serate passate ad aspettare in strada che il venditore venisse a recuperarci, noi ragazze che sotto un lampione, di notte, non facevamo una gran bella figura…
    Sembra passata una vita, da allora…

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  8. Giorgio

    Grazie anche a Plessus, Valter, Carlo e Ramona!

    E in particolare grazie a Plessus della piccola vivissima scena, e a Valter e Carlo delle loro fulminee storie!

    Ramona, mi fa piacere che al sud anche questo lavoro abbia un volto più umano. Ma i sensi di colpa sono sempre quelli!

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  9. Roberto Plevano

    Ehm… il porta-a-porta è la professione del futuro, l’unica che rimarrà in Italia. Meglio prepararsi, pasticca di prozac, o quello che si usa adesso, alla mattina, studio frettoloso del manuale dei sette steps che garantiscono, GARANTISCONO se fatti bene, la chiusura (7 step) della trattativa (6 step). Non hai chiuso ieri sera? Dov’è stato l’errore? Voi siete professionisti, ripete il manager d’area, non siete venditori morti di fame che non hanno i soldi della benzina per tornare a casa. Voi entrate nelle case a testa alta! Loro, i clienti, VOGLIONO comprare da voi, perché siete voi, siete voi stessi! Dovete solo farli firmare, perché i soldi ce li hanno, c’è la Golf nel garage, per voi è come raccoglierli per terra, i soldi.
    L’estate scorsa, spiaggia libera di Eraclea Mare, ogni due minuti passava un xtracomunitario carico come un asino di ninnoli, ombrellini, aquiloni, giocattoli, stuoini e occhiali da sole. Ogni due minuti. Con qualsiasi tempo. Quasi nessuno conosceva l’italiano. E non si fermavano mai.

    Grazie Giorgio, ci vorrebbero altri racconti così, oggi che tutto è vendita, e tutto sembra in vendita.

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  10. Giovanni Nuscis

    Bel racconto, Giorgio!
    Una condizione che, vedo, ha accomunato molti di noi (io ho venduto pentole, a diciannove anni). Ora ci sono i call center, e la strategia del tormento telefonico.
    Ma il racconto mette in luce un altro importante aspetto: l’attesa al varco della nostra coscienza ormai matura che, proprio in quelle occasioni, si rivela. Ci si interroga così, ci si mette a nudo, comprendendo di che pasta si è fatti e, di conseguenza, …ciò che non siamo, ciò che non vogliamo essere.
    Un caro saluto
    Giovanni

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  11. cletus1

    Addendum.
    Si, anch’io, giovane appena diplomato, dal futuro incerto, anelante ad andare a vivere da solo e mantenermi, non ricordo se subito prima o dopo il servizio militare, ho avuta un’esperienza del genere. Fu brevissima. Non andò oltre il corso. Una manciate di giornate spese dentro una stanzetta di un angusto ufficio nel quale però non mancava l’immancabile lavagna. Non ressi all’idea di dover andare a rompere i coglioni a gente che in quel momento aveva altro cui pensare.
    Oggi vendo per professione.
    Ma è un’altra storia. Vinsi la ritrosia a relazionarmi agli altri semplicemente capendo che in questo caso i clienti mi aspettavano. Sapevano che esisteva gente cosi, che li va trovare per proporgli beni di cui hanno bisogno, realmente, per le loro attivita’ (opero nell’edilizia).
    Buffa la vita.
    E molto bello il racconto.

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  12. Guido Tedoldi

    Ritorno al commento n. 1, quello di Blackjack. Io ho fatto il venditore, e ho pianto. Ma, appunto, «ho fatto» il venditore – non lo «ero».
    Uno dei tanti famigerati ispettori delle vendite con cui ho avuto a che fare, una volta mi ha detto che il lavoro di vendita è uno dei più sinceri nel mettere le persone di fronte a se stesse. È stata l’ultima volta che ci siamo parlati, perché avevo chiesto un colloquio per comunicargli che non ce la facevo più, il problema non era quanto vendessi o non vendessi bensì quanto male mi sentivo alla fine delle giornate di lavoro. Mi ero preparato un bel discorsino, con tanto di citazioni dall’ultimo libro di autoaiuto che mi ero letto (e ne ho letti tanti nel corso della vita) ma lui capì subito cosa bolliva in pentola. Aveva avuto richieste di colloqui del genere a decine, suppongo, nel corso della sua carriera.
    Fu una mezz’ora piacevole, tutto sommato. L’ispettore si informò su quello che volevo fare, e su quanto avesse inciso il fatto di aver fallito come venditore nel chiarirmi le idee in proposito. Poi mi disse che anche lui aveva avuto in gioventù la fregola di scrivere, ma in breve si era accorto che non era la professione adatta a lui.
    Chiudemmo lì. Ci scambiammo i numeri di telefono, ma non li abbiamo mai usati per riaprire un contatto. «Fregola di scrivere» l’aveva chiamata, tsé.

    Nella stessa direzione mi pare vada il commento n. 11, di Giovanni Nuscis. Anche se ho constatato che il sapere ciò che non si è e cosa non si vuole essere, spesso non aiuta le persone.
    Ho conosciuto persone che dichiaravano di non sapere dove volessero andare, e utilizzavano questa mancanza di consapevolezza come un alibi per «adattarsi» a qualsiasi situazione la vita mettesse loro davanti. E io a dirgli: «Ok, ma se sai cosa non vuoi e dove non vuoi andare è già un aiuto, no? Hai perlomeno un’idea di ciò che consideri inaccettabile». Ma loro no, rifiutavano l’idea che a dirigere la loro vita fosse il senso dello schifo. Come dire: «Non so dove voglio andare, quindi posso andare ovunque».
    Non so, magari sono io che conosco persone strane.

    Guido Tedoldi

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  13. Giorgio

    Ringrazio anche Roberto, Giovanni, Cletus e Guido della lettura di questo brano, che è tratto dal romanzo inedito “Elle”, il cui incipit è stato proposto qui:

    http://rebstein.wordpress.com/2008/01/14/elle-di-giorgio-morale/

    Ringrazio tutti gli intervenuti soprattutto per la condivisione delle esperienze e di elementi di verità. Mi pare che ciò che ci rende particolarmente cara la scrittura sia proprio la sua possibilità di essere pensiero e conoscenza rispetto a ciò che ci riguarda tutti.

    E concordo anch’io con quanto dice Giovanni: ci sono occasioni in cui “si rivela… ciò che non siamo, ciò che non vogliamo essere”.

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  14. marco punzi

    caro giorgio,
    non ho voglia di fare il critico letterario.
    ti dico solo che leggo sempre con interesse e piacere i tuoi scritti.
    anche ultimo tuo racconto è di Morale sempre pregnante.
    scommetto ke gangster di divisione panzer bazzicava dalle parti di Corso Vercelli.
    ti confesso, e ti ringrazio per avermelo ricordato, che anche io ho avuto medesima esperienza di Paolo ed Elle, più o meno ultimo anno di università:due giorni di lavaggio e condizionamento di cervello, un giorno di caccia sul territorio.
    l’indomani li ho mandati al diavolo!
    ti saluto caramente e dì ad Elle che ho voglia di acquistare gratis ricetta di pollo ai germogli di soja: era squisito!
    marco

    Rispondi
  15. Giorgio

    Grazie della lettura e del racconto, Marco. Giuro che il gangster che ho conosciuto io stava dalle parti di piazzale Cuoco, però penso che ce ne siano stati e ce ne siano ancora adesso tanti cloni in giro, e certamente uno anche in corso Vercelli.

    Per quanto riguarda le ricette di Elle: bene, mi hai dato un’idea, le pubblicherò in una prossima puntata!

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  16. silvia Gallazzi

    Caro Giorgio,
    tutto ciò che leggerai qui di seguito è solo la trascrizione veloce del dialogo telefonico tra me e Marco.
    Marco, pur sapendolo filosofo quanto te,ultimamente vedo che si è dato agli studi di economia,questo è quanto mi ha detto e mi ha fatto capire essere suo pensiero.
    “Beccati” stè bozze,così come lui al telefono me le ha dette.
    Marco si riserva,comunque, di risciaquare suoi panni in aeree terronico, percui ti beccherai un ulteriore edizione riveduta e corretta di contenuti di suoi script.
    Ecco il quanto di cui abbiamo parlato:
    Berlusca va per la sua strada,già conosciuta in passato.
    Veltroni è partito anche lui con un pullman. Il bonaccione, l’altra sera a Porta a Porta, tesseva una nuova unità d’Italia,passandosi per il nuovo Cavour di nazione ed identità italiane. Accomunato ed assimilato imprenditori agli operai. Operai e imprenditori hanno entrambi le mani legate: si vogliono bene ed è interesse reciproco che le loro sorti viaggino parallele,meglio nel bene, e se proprio sfiga capita,anche nel male. “Porca vacca”! la lanciamo una lancia a favore di quei sani,forse pochi,venditori alias rappresentanti di commercio?
    E’ vero che ci sono venditori figli di buona mamma (è anche un’abilità qst apprezzata nella ns società,purtroppo anche dai poveri cristi!Quella di vendere congelatori agli esquimesi).
    Ma è giusto riconoscere che nn tutti i venditori spacciano fumo,fregole o frigoriferi che dir si voglia ai lapponi.
    Novello Platone ho voglia di fare l’apologia del “sano venditore” nella società che ancora si fregia di definirsi capitalista,neo-capitalista,liberista,neo-liberista,globale ed inglobante……….
    Senza buoni venditori,ispirati da una perfetta conoscenza del sistema capitalista, i magazzini rimarrebbero ingolfati.
    L’imprenditore, ormai lavoratore anch’egli, nn rientrerebbe nella liquidità che gli permette di acquistare nuove materie prime, pagare i salari degli operai e, se è sano lavoratore-imprenditore, utilizzare il sur-plus derivante dal fatto che nessuno vende sotto costo per investire, ammodernare,in ulteriore ricerche e sviluppo la sua azienda, con ricaduta benefica per “cazzi suoi”,benessere dei suoi impiegati ed operai, del PIL della Nazione, a tutto vantaggio dei vecchietti che hanno diritto alla pensione e dello stato sociale che potrebbe in qst modo assicurare servizi a tutti i cittadini, disabili compresi in perfetta integrazione e solidarietà.
    Aspettati l’ulterione elaborazione del Punzi
    Un caro saluto Silvia
    P.S- E’ somma preoccupazione di Marco Punzi nn rovinare la poesia e lo spirito di qst pagina web.

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  17. Giorgio

    “Senza buoni venditori, ispirati da una perfetta conoscenza del sistema capitalista, i magazzini rimarrebbero ingolfati”

    Grazie anche a te, Silvia, per il tuo punto di vista. Certo, esiste anche il “sano venditore”, non lo metto in dubbio, e ogni lavoro ha la sua dignità.

    Comunque qui era preso di mira il venditore non sano da una parte, come tanti, come puoi vedere da queste testimonianze, ne abbiamo conosciuti; e dall’altra situazioni inautentiche, che ci pongono di fronte a una scelta rispetto a “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo essere”.

    Un caro saluto e un augurio di buona domenica.

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