L’acqua è rumorosa. Scroscia e si infrange sul fondo della doccia dalle pareti di plastica.
Elisa si spoglia con calma. Entrando in bagno ha chiuso la porta, attenta a girare una sola volta la chiave.
Lei piange. In quel modo ossessivo, cadenzato ma adesso non può, proprio non riesce a darle retta. Per questo si è chiusa dentro, da lì è meno forte, il pianto. Apre l’acqua che scorre veloce, i primi vapori salgono mentre osserva la faccia riflessa nel piccolo specchio quadrato. Il pianto continua ma è meno pressante, sembra vicina ad addormentarsi. Sembra.
Dentro il box doccia sbatte i gomiti nel tentativo di afferrare lo shampoo poi niente, si lascia andare. Libera, svuotata, investita dal getto finalmente bollente che le arrossa la pelle.
Non si sente più, il pianto, con l’acqua nelle orecchie riesce a rilassarsi, abbandona il collo e cede. La testa ronza appena e la schiena le fa meno male.
Riapre la porta a fatica, la serratura scricchiola.
Esce avvolta nell’accappatoio ruvido comprato in Piazzola prima di partire (un’occhiata appena, ‘prendo quello’ e la mano che allunga una banconota), fa freddo nel piccolo appartamento, appena tre stanze bagno compreso ma Elisa non la sente la pelle intirizzita, improvvisamente porosa. Alcuni brividi isolati le raggiungono le labbra. C’è silenzio fuori dal bagno, di quel tipo stantio e sospeso che ormai conosce bene.
Entra in camera e si siede sul letto bagnando le lenzuola accartocciate. I capelli gocciolano.
Non piange più, nota.. Poi sorride. Un sorriso incurvato verso il basso, rassegnato, amaro. Certo che no, cretina.
Sul comodino brilla la fede argentata e una fotografia sgualcita, un tempo lucida e dai colori vivaci. L’immagine ritrae il volto di una donna pallida ma sorridente che stringe in grembo un mucchietto secco di pelle e ossa di dimensioni lillipuziane. E’seduta, la donna e indossa uno di quei camici verdastri che era obbligatorio nel reparto. Il reparto dei bambini sospesi, che aspettano di sapere se. Intensiva neonatale dov’è rimasta ricoverata una bambina, insieme a molti altri. La sua bambina.
Volta a faccia in giù la foto, sente suonare il telefonino e si maledice.
Non ha voglia di parlare, pensare, ascoltare.
Osserva il display e rimane immobile alcuni secondi. ‘Casa’ dice la scritta lampeggiante. Ma la sua casa è tra quelle mura, ormai. Lì, in una città sconosciuta quanto aggrovigliata. Non è colpa di Bologna o di qualche altro posto ma è lei che ha scelto, poi il Natale in arrivo che. Brivido. Sospira, rifiuta la chiamata e lo spegne.
Si allunga fino alla piccola finestra vicino ai fornelli (angolo cottura recitava l’inserzione).
Attraverso i vetri vede la strada principale, enorme ma tranquilla, due corsie per senso di marcia con uno spartitraffico di cemento vivo dove si fermano alcuni passanti incerti. Saranno turisti, nota, come lo eravamo noi. Noi ovvero lei e Luca, quasi due anni fa.
A ripensarci le sembra un’eternità, un’altra vita addirittura.
Due anni. A inizio Dicembre duemilacinque, in occasione della Fiera ‘più libri, più liberi’ al Palazzo dei Congressi.
Così quando ne ha avuto bisogno le è tornato in mente il posto, quello, e ha deciso. Qualche giorno per organizzarsi, una valigia stipata di roba presa a caso e il treno.
Sei un’egoista, le ha detto Martina ormai due settimane fa con una faccia scura da far paura.
Ebbene si, l’ha interrotta, ed era arrabbiata Elisa ma non se n’era accorta mentre le urlava contro. Ebbene si, sono una maledetta egoista che si fa i cavoli suoi proprio quando non dovrebbe.
Ma c’è Luca, ha provato a replicare l’amica un pò incurvata dalla risposta ringhiata.
Luca. Ah.
Luca, sua madre, suoceri, zii e cugini misti, amici, vicini, colleghi e. Tutti tranne lei insomma.
Ha mollato Martina davanti a un negozio con la vetrina in allestimento. Purtroppo.
Perché in realtà il problema è tutto lì. Negli addobbi, le canzoni dolci per forza, i fiocchi rossi, i campanelli, gli alberi pieni di roba colorata e scintillante che sembrano caricature, i sorrisi di gomma, le carte di credito che corrono alle casse, quella roba lì insomma.
Il Natale.
Il primo dopo. Senza.
Si stacca dalla finestra, ha i capelli appiccicati al collo e un vago sapore amaro tra la lingua.
Lì starà bene.
Lontano da loro, quelli che la conoscono e sanno.
Lontano dalle vie che le si sono stampate in testa nei tre mesi di spola da casa al reparto, ogni santissimo giorno che piovesse o ci fosse il sole, feriali e festivi, sempre di mattina presto lei c’era. Corse avvolte nell’angoscia, vissute col fiatone, la paura sempre addosso tra i vestiti sgualciti e la voce incrinata. Vie che adesso neanche riesce a sfiorare. Massarenti, Palagi, Mazzini ed Ercolani. Le provocano la tachicardia, le viene il fiato corto e un certo formicolio alle mani.
Lì starà bene.
Casa, diceva il diplay. Davvero la può chiamare ancora così? Che si trovi a Roma o altrove, là a Bologna, c’è davvero la sua casa? Senza sua figlia? Quel mucchio di pelle e ossa dalle sembianze vagamente umane che non è riuscita a sopravvivere, nata alla ventinovesima settimana di gestazione ha pensato bene che il mondo era troppo buio per rimanerci.
La piccola senza nome.
Elisa lo sente, il pianto, sta tornando a tormentarla e non c’è niente da fare.
Chiude la finta porta blindata (finta perché non è così spessa come dovrebbe, passano degli spifferi dalle estremità). Quattro rampe di scale poi la strada enorme che si perde oltre lo sguardo.
Si incammina verso la fermata dell’autobus assorbendo il grigio che la circonda, sfiora le facce chiuse dei malcapitati in giro a pomeriggio inoltrato in una giornata fredda di inizio Dicembre. La notte incalza, la sente che si avvicina a via Cristoforo Colombo come fosse un serpente affamato.
Ma Elisa cammina.

Ascolta con gli occhi
Le parole evase,
le parole esitanti
le parole implumi,
o… occhi di passero
mal appena snidati,
le parole dei moti,
mal appena annebbiate
nuvole immote e
colori di vespro
oggi!…
è mattino e
sapore al tramonto
nel gelido inverno…
dita latitanti del maggio
ornano una volta allibita…
intrico di vie! e…
parole imboscate o…
bosco d’incanto e…
gli occhi! Solo gli occhi
lobo del poeta
carlo alberto simonetti
Scrittura tagliente, e argomento tristemente d’attualità. Ma so che non è questo, è l’interrogarsi sul dolore, in ogni sua piega, una ricerca della felicità in negativo forse. Più facilmente una ricerca di senso fuori dalle ipocrisie.
Brava come sempre.
sabrina
Prima di tutto volevo ringraziare Fabrizio.
Questo racconto risale all’anno scorso come prima stesura ed è nato da due frammenti miei che si sono assemblati una mattina presto, mi sono alzata agitata e ne è uscito questo. A Roma e più precisante in via Cristoforo Colombo ci sono stata davvero in occasione della fiera del libro di qualche anno fa, l’atmosfera, la strada enorme e grigia e quel particolare rumoreggiare che è il traffico della periferia romana mi sono rimasti addosso. Le quattro vie che cito, invece, riferite a Bologna (Massarenti, Palagi, Mazzini ed Ercolani)circondano la struttura dell’ospedale S.Orsola dove sono stata ricoverata varie volte durante la gravidanza e dove poi ho anche partorito con tre settimane di anticipo; attraverso una serie di cuniculi sotterranei si arriva direttamente al reparto di Intensiva Neonatale del Gozzadini dove mio figlio è stato ricoverato tre giorni per l’itterizia. In pratica era uno dei più fortunati in quel reparto, niente tubi o macchinari attaccati o suoni strani ect… eppure tutt’ora ne ho un ricordo tremendo. Quel senso di incapacità, impossibilità a, vederlo lì sdraiato e non poterlo portare a casa, cullarlo (e mi ripeto: mio figlio era sano, respirava da solo e gli davo io il latte ma stava sotto una particolare lampada per eliminare l’ittero dal suo organismo). E’stato traumatizzante si, vedere tutte quelle creaturine grandi come una mano che quasi non si vedevano dentro le culle trasparenti. E ho visto certi occhi di genitori entrare e uscire come zombi che non dimenticherò mai. Là dentro si lotta davvero per la vita, spesso è una corsa contro il tempo e, purtroppo, ogni tanto le energie, l’impegno e le tecnologie non sono sufficienti. Al Gozzadini le pareti del sottolivello sono tappezzate di foto di bambini che ce l’hanno fatta e sorridono all’obbiettivo con le loro tutine colorate enormi. Eppure per me, entrarci in quei tre giorni è stato straziante. E mi è rimasta una grandissima stima ed ammirazione verso quei genitori che ci passavano intere settimane, più spesso mesi, in equilibrio su un filo invisibile. Lì il dolore lo si vede, è allo stato solido. Ed è un dolore multiforme che non si può catalogare o giudicare.
Elisa cammina proprio perchè non può fare altro, non è in grado di seguire le convenzioni, non ce la fa a tornare dentro quei panni che prima le calzavano a pennello (prima della gravidanza intendo). Tutto qui. Reazione soggettiva quanto criticabile per carità. Ma umana.
Questo ho cercato di esprimere, a modo mio.
Scusate se mi sono dilungata. A volte, dietro a una storia ce ne sono altre.
Grazie Sabrina per la lettura e le impressioni preziose.
Un grosso saluto a tutti,
Barbara