TEORIA DELLA LETTERATURA n.7: Romanzo e fabulazione. A cura di Giuseppe Panella

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Le lezioni di teoria della letteratura sono a cura di Giuseppe Panella

Realizzazione tecnica di Fausto Finocchi e Silverio Zanobetti

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21 pensieri su “TEORIA DELLA LETTERATURA n.7: Romanzo e fabulazione. A cura di Giuseppe Panella

  1. Massimo Vaj

    Discorso contraddittorio e confuso, frutto della discutibile necessità di incasellare la libera creatività in modelli da supermercato. Inizia dicendo che un romanzo racconta di realtà che non possono realizzarsi nella vita ordinaria e conclude asserendo che il romanzo costituisce l’apertura del possibile. Mai come ora mi è accaduto di ringraziare i professori che non ho avuto.

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  2. Giorgina Busca Gernetti

    Non scrivo per difendere il prof. Giuseppe Panella perché non ne ha bisogno.
    Difendo piuttosto il mio commento: “chiarissima lezione…”.
    Ho riascoltato l’audio con grande attenzione e ribadisco ciò che ho asserito sopra.
    GBG

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  3. Massimo Vaj

    La lezione è lì, e può essere riconsiderata da chiunque. L’analisi è, per sua disgrazia, ridicola quando priva della capacità di esprimere una sintesi. La manovra che è chiamata pomposamente “Lezione di Letteratura” è un tentativo di dire qualcosa di sbagliato nel modo meno opportuno, infarcendo di contraddizioni un discorso tanto voluminoso quanto insensato. In realtà non ci sono, né devono esserci, interferenze tra la fabulazione e il il romanzo, perché entrambi questi modi del raccontare devono, per necessità implicita, essere elastici e comprendere sfumature e gradazioni che, penetrandosi vicendevolmente, non si prestano alla schematizzazione. Ogni raccontare può avere fini istruttivi oppure no, e all’interno della presenza o assenza di queste finalità si aprono, in una indefinita successione, altre opportunità che illustrare sarebbe una perdita di tempo, sottratto al poter raccontare. Nella sua “esimia” lezione il Professore dice e smonta in un filare teorie contraddittorie che danno, come risibile risultato, un triste spettacolo di cosa riesca a essere l’analisi quando è privata della sintesi che è, e dev’essere, suo obiettivo. Il Professore arriva a dire che anche la fabulazione potrebbe voler insegnare qualcosa, ma normalmente si limita alla chiacchiera che intrattiene. Il romanzo, d’altra parte il Prof ricorda, insegna attraverso la verosimiglianza di fatti che non potrebbero realizzarsi o, come riprende alla fine della lezione, essere la rappresentazione di un’apertura delle possibilità. Come dire che i piedi servono al camminare tanto quanto allo stare fermi. Trovo che la definizione di romanzo attribuita ad Ambrose Bierce sia estremamente più aderente alla realtà del romanzo, oltreché più istruttiva: Il romanzo, dice Bierce, è un racconto gonfiato…
    Essere dei professori aggiunge poco all’intelligenza individuale che guadagnerebbe di più aprendosi a quella universale. Quest’ultima non si affida all’analisi dispersiva, ma al conoscere nell’immediatezza che è sintesi non scalfita dalle contorsioni di una mente che troppo spesso si scorda di essere un semplice mezzo per decodificare, degradandone i contenuti, l’Intuizione spirituale.

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  4. Giorgina Busca Gernetti

    Non ho mai supposto che la mia intelligenza, ammesso che io ne sia provvista, nel lontano giorno della laurea abbia acquistato un quid in più grazie al titolo di Dottore!
    Farò approfondite indagini e autoanalisi per appurarlo.

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  5. Massimo Vaj

    Quando si esprimono considerazioni come quelle illustrate dalla “lezione” di Letteratura data dal Professore, ci si dovrebbe preoccupare di non dire poco e il contrario di quel poco che si è detto dicendolo, per non farsi mancare niente, pure nello stesso filmato. Mancava solo che il professore citasse il libro Cuore e Pattini d’argento per aspirare al Nobel dell’ovvietà che nega di esserci. Da quanto ne so il termine “fabulazione” si è prestato a un ventaglio di definizioni che vanno dal raccontare fiabe al costruire miti. Le fiabe non intrattengono semplicemente, ma sono pensate e raccontate per mostrare valori essenziali al vivere delle relazioni. I miti si impegnano, addirittura, nel voler mostrare, anche se al livello inferiore dell’espressione simbolica, il senso univoco e muto dato dai simboli aventi carattere universale. Dire che la fabulazione sia un chiacchierare senza scopi propedeutici è un modo allarmante di far scandalo di un’intelligenza che si contenta di mostrare quanto è distante dal proprio centro, senza voler muovere un passo per avvicinarvisi.

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  6. Massimo Vaj

    Lo scrittore Gianni Celati, citato nel video dal professore, espone, nei suoi libri, una supposta opposizione tra i miti e la razionalità, ignorando che compito del mito è proprio quello di raccontare di storie che armonizzino la razionalità alla necessità di avere un fine che sia superiore al semplice ragionamento consequenziale, che sarebbe privo di senso quando compiuto procedendo da presupposti che non siano di un ordine principiale, intendendo per principiale i princìpi universali metafisici. Nel caso lei, amichevole Signora Giorgina, volesse sapere cosa si deve intendere per “princìpi universali, le lascerò il link di un quasi breve articolo che ho scritto con la deplorevole intenzione di chiarirlo 😉
    http://metafisica-vajmax.blogspot.com/2010/08/cosa-si-deve-intendere-per-principi.html

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  7. Giorgina Busca Gernetti

    Egregio Sig. Massimo Vaj,
    tra le mie scarse doti manca proprio l’atteggiamento amichevole verso chi amichevole non è.
    La ringrazio per la lezione che vuole offrirmi a tutti i costi inviandomi l’URL.
    Oggi, purtroppo, sono impegnata a correggere l’indirizzo del mio sito che risulta errato e invia a una pagina bianca (non quella di Mallarmé, naturalmente!).

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  8. Massimo Vaj

    Non ho mai apprezzato i professori che mostrano leggerezza nell’affrontare argomenti che meriterebbero una lucidità che non hanno, ma questo non significa che io pensi o creda che Lei a quella schiera, così numerosa, appartenga. Mi scuso se con le mie considerazioni ho offeso la sua suscettibilità, e come scusante porterò il fatto che sono stato uno studente che non ha apprezzato l’impegno di una moltitudine d’insegnanti nel rivolgere le loro preoccupazioni al consolidamento di una mediocrità intellettuale della quale sono parte integrante. Sono comunque disponibile a chiarire qualsiasi lato del mio dire che non le sembra chiaro. Senza alcuna antipatia la saluto cordialmente.

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  9. Massimo Vaj

    Ciò che più stupisce dei professori è quella cosa che loro insegnano agli studenti e che chiamano il “saper argomentare”… Pare però che, in casi scomodi, preferiscano buttarla sul personale o, ancora meglio, non farsi proprio trovare… 🙂

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  10. lucypestifera

    quel o quei professori che l’hanno morsa devono aver avuto dei bei denti aguzzi, massimo. sarà che conosco insegnanti bravi – e la leggerezza è un dono che non esclude la profondità – ma tutto questo accanirsi mi pare eccessivo e anche un po’ vaniloquente. giuseppe panella presta il suo tempo e il suo impegno – dato il mezzo – in forma divulgativa per fissare alcune questioni di storia e teoria letteraria. lei ha voglia di misurarsi con un impegno come questo? ha la leggerezza per svolgere quei temi che le paiono non ben trattati o, al contrario, la gravezza che, a suo dire, è necessaria? ha un blog? si cimenti. quanto all’ argomentare le assicuro che è molto difficile insegnarlo. e prima dell’argomentazione almeno un’esposizione chiara e consequenziale. per quello che sembra a me, amichevolmente, eh, lei dovrebbe lavorare un po’ su questo primo stadio, almeno per lo scritto, perché non è che risulti tanto chiaro.
    un caro saluto e…

    VIVA L’ITALIA!

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  11. Massimo Vaj

    Quando si parla con una persona si può misurare il modo di esporre al grado in cui si conosce essere l’intellettualità dell’interlocutore; non è un’operazione facile, ma è comunque possibile, e nell’antichità questa capacità è chiamata “il dono delle lingue” ed è posseduto dai santi. Diversamente, se si scrive, occorre essere chiari ma senza sacrificare, a quella chiarezza, la verità che l’esposizione vorrebbe illustrare. Qui si aprono scenari complessi, perché non tutti sono in grado di capire tutto, e non sarebbe giusto ridurre i termini del dialogo a misura di chi non arriva a comprendere perché non ha gli strumenti, o addirittura manca delle basi minime culturali indispensabili per cogliere il senso del discorrere.

    Viva tutte le specie e le razze che popolano i pianeti abitati dell’intero universo.

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  12. Massimo Vaj

    Oggi, benché non se ne senta affatto la necessità, tratteremo del romanzo e della fabulazione.
    Queste sono due modalità della Letteratura che differiscono tra loro per molti aspetti, costituendo anche due modi diversi di denunciare l’incapacità, tutta umanoide, di costruire ipotesi non di vitale importanza, allo scopo di convincere gli ingenui che si è riusciti, pur nell’essere arrivati a porre soltanto un punto interrogativo in più al sapere della nostra specie, di essere riusciti, dicevo, ad averlo almeno messo al posto che gli compete.
    Cominceremo dunque dal romanzo, perché rappresenta l’estremo tentativo di nascondere l’incapacità del vivere per dei fini superiori alle strette contingenze alimentari, mostrando le tensioni avventuriere che animano l’immaginario della nostra specie e che consentono di guardare ben oltre lo straboccare della minestra nel piatto non suo che le sta davanti. Il romanzo, osservato da questa speciale visuale, non solo tiene in debito conto dell’insaziabile ansietà che circonda ogni divano di casa, ma conduce a oltrepassare le frontiere del sensibile per approdare a quelle dell’imperscrutabile. L’umanità non solo è figlia di quell’imperscrutabile, ma a quello è pure antipatica; da qui la necessità di irriderLo raccontando di tutto tranne che di Lui, con la risibile scusante che dell’Assoluto sarebbe tanto impossibile quanto inutile dire. È quindi al romanzare la propria esistenza, attraverso canoni elastici di interpretazione, che l’uomo, e in casi meno ortodossi pure la donna, si affidano nell’inventare improbabili vicende di giustizia cosmica che hanno, tra i loro nobili scopi, non solo quello di tenerci compagnia nelle nostre squallide notti solitarie, ma a queste aggiungono la possibilità di regalare il libro che non ci è piaciuto al primo stronzo che ci viene in mente di annoiare. Per la tabulazione il discorso è più interessante a causa che il raccontar balle ha avuto, nei secoli, la soddisfazione di mortificare il narrare fandonie, al punto che oggi persino le religioni si combattono ad armi pari. Certamente non è questo appena accennato l’unico vantaggio che il fabulare presenta. Basterà infatti aggiungere al termine la radice “con” che ci si troverà dinnanzi al più bell’esempio che la Letteratura possa offrire al mondo della cultura, e che è anche il modo d’elezione col quale la calunnia si presenta in quanto ordinatrice delle ingiustizie. È pur vero, si sussurra nei salotti bene e rivoluzionari, che ci sia un uso meno legittimo della fabulazione, e che questa si riferisca al dare esempi di come non ci si debba comportare quando un individuo, debole e indifeso, si è prostrato ginocchioni innanzi a noi, ma sono soltanto voci incontrollate che mostrano, una volta ancora, quanto sia inutile e futile sperare che l’esistere abbia per fine il sacrificio di sé…

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  13. Massimo Vaj

    Il professor Panella dà al termine fabulazione soltanto il senso che le è stato attribuito dallo scrittore Gianni Celati, e che è riassumibile come “chiacchiera d’intrattenimento sterile”. Quando si analizza il senso di un termine sarebbe opportuno considerare tutti gli aspetti e i modi nei quali questo senso è stato storicamente orientato. È evidente che il dare importanza al pensiero di un solo autore, ignorando addirittura il significato generale dato a questa parola, non aiuta a capire. Fabulazione non a caso deriva da favola e sfido chiunque a dire che le favole intrattengono senza voler insegnare nulla. Il mito, che appare essere l’esaltazione del favoleggiare per scopi istruttivi, si occupa di stimolare l’intuire spirituale rivolto a significati universalmente validi. Ora io capisco che in un salotto del web come è questo chiunque possa accedere, e che ognuno di questi chiunque sia portatore delle proprie certezze e convinzioni, ma al vaniloquio spacciato per cultura si dovrebbe poter porre un limite, per non correre il rischio di esserci per far danno, o subirlo questo danno…

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  14. marino

    Massimo,

    ho seguito la lezione di Panella, che mi pare molto interessante, e mi pare che la questione sia sulla fabulazione e sulla moralità, ossia sull’insegnamento di questa.
    Certamente se si rimane legati alla derivazione, e cioè alla favola, quest’ultima ha necessariamente, geneticamente direi, bisogno di una morale, per essere tale, tuttavia mi pare che il professor Panella, come peraltro è d’uso, non intenda, in questo caso, la vera e proria fabula. Qui mi fermo e d’ora in avanti non torno su fabula e fiaba. Perché ciò che mi preme, commentando, è invece il fatto che – e facciamo sempre in tempo in seguito a darci dei lei – il tuo approccio non aiuta a una conversazione. Il primo tuo commento è del 14 marzo. Hai detto una cosa, con cui in parte sono anche d’accordo: se fabulazione deriva da fiaba, quella non può essere solo intrattenimento, ma è anche vero che può esserlo, essere cioè intrattenimento e nello stesso tempo contenere un insegnamento, l’insegnamento della fiaba, come rivendichi tu. Ma poi basta, anche se così non fosse, dopo 3 settimane, cosa significa tornre sul post e dire: Al professore Panella chiedo di difendersi dalle mie accuse, se ne ha la capacità? io capisco molto di più la frenesia e l’attacco momentaneo, lo scontro a volte, sul momento, e poi tutto si risolve perchè questo mezzo purtroppo non contiene il tono e uno a volte fraintende, non capisco invece che dopo 3 settimane uno torni sul posto. Panella, che non ha bisogno di difese, né saprei farlo credimi, men che meno sul campo della fabulatoria e della teoria della letteratura,
    dà molto a questo blog, ma interviene molto meno nei commenti. E forse non ha voglia di intervenire. dico voglia, perchè a me, che scrivo di frane liguri e di rovi se uno mi fa notare qualcosa dicendomi se ho la capacità di difendermi dalle sue accuse, credimi non rispondo.
    cordialmente.

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  15. Massimo Vaj

    Resto fermo nella convinzione che sia doveroso rispondere a chi esprime critiche, circostanziate e nette come sono quelle da me esposte, allo scopo di chiarire se e dove eventualmente ci siano stati errori di interpretazione. Questa non è un’arena, lo so anch’io, ed è proprio questa la ragione per la quale ho atteso tre settimane una risposta che non c’è stata. Se non è un’arena non è nemmeno un salotto dove si entra a sparare minchiate per poi sparire nella propria intoccabilità, soprattuto quando ci si fregia di essere dei divulgatori di conoscenze che, a mio parere, così facendo restano indiscutibili, e l’indiscutibilità non è l’anima di un blog come dovrebbe essere questo. Diversamente da te io alle accuse d’incompetenza rispondo, e lo faccio subito. Ciao, e grazie per il tuo intervento equilibrato, anche se da me non condiviso nella sua essenza.

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  16. Massimo Vaj

    Ho omesso di ricordare, ma riparo subito, che la differenza tra il romanzo e la fabulazione, sottolineata dal professor Panella, sta proprio, come lui dice, nella natura non formativa della fabulazione. Assurdità che deriva dalla lettura di un autore, tale è Gianni Celati, convinto che i miti siano solo delle astrusità prive di legame con i valori spirituali che avrebbero l’ardire di voler illustrare.

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