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da qui
Il dottor Cavedagna sta scartando l’involucro argentato del Lansoprazolo con cui si sveglia ogni mattina. Gli altri allungano la mano per accarezzare il coniuge o l’amante; lui si limita a stringere il gastroprotettore, che gli richiama alla memoria le contrarietà di fronte alle quali lo stomaco non regge. Deve affrettarsi, per aprire il cancello all’operaio; se ritarda gli rinfacciano la rovina dell’azienda, attraversata da crepe foriere di crolli irrimediabili. Non ha dormito questa notte: uno zingaro rumeno ha urlato senza tregua, come disprezzasse non il mondo intero – sarebbe più accettabile – ma proprio lui, che non l’ha mai visto e conosciuto. Il dottore considera varie soluzioni; accantona l’idea di uscire in strada per informarsi sui motivi del baccano: sarebbe irragionevole interrogare un urlatore ubriaco; preferisce telefonare al comando dei carabinieri, visto che il maresciallo Coppola gli ha assicurato un intervento tempestivo in caso di pericolo. Sta per comporre il numero quando si accorge di due fari puntati contro le sbarre azzurre del cancello: è stato preceduto da qualche inquilino dei condomini confinanti, esasperato come lui. Lo sportello dell’auto si apre lentamente e ne esce una figura alta, in divisa scura, con due bande bianche trasversali. Il rumeno è abituato alle incursioni delle forze dell’ordine; farfuglia qualche frase incomprensibile e accetta di salire in auto. Che gli faranno? Cavedagna spera che lo convincano a parole, impresa peraltro disperata. Gli si affaccia alla mente un paragone singolare: il romanzo è uno zingaro ubriaco che lancia nella notte messaggi indecifrabili; lo scrittore è l’uomo alto in divisa: esce con cautela dalla macchina per cercare un compromesso mai soddisfacente, sempre esposto alla violenza del caos, all’incomunicabilità sottesa a tutto ciò è umano. Al dottore non resta che passare in rassegna gli argomenti degli ultimi capitoli: scrivere tutto in una volta e poi correggere; individuare il sentimento principale; sognare sempre nello stesso posto; l’insufficienza della tecnica nella stesura del romanzo; la vocazione inevitabile dello scrittore; le pause consigliate; i materiali personali. Anche questa volta ce l’ha fatta, ma non ricorda se ha mandato giù il Lansoprazolo.

Nietzsche aveva ragione: l’arte nasce dal perfetto equilibrio fra apollineo e dionisiaco, equilibrio che spesso dimentichiamo, nell’arte come nella vita
ciao!
Claudia
“il romanzo è uno zingaro ubriaco che lancia nella notte messaggi indecifrabili”
…e grazie alla ” vocazione inevitabile dello scrittore” si può riuscire non solo a decifrare ma addirittura a sognare…
Siamo stanchi di diventare giovani seri,
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere,
ignorare.
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
Pier Paolo Pasolini
E’ PASSATA LA SBRONZA
“E’ passata la sbronza ed il mondo non e’ cambiato.
E’ arrivata la musica, sono finite le parole.
Un motivo si e’ fuso con un altro motivo.
(Ecco una strofa molto ambiziosa..)
… ma forse, le parole non servono affatto
per questi poveri scemi…..
Me ne sto sotto le nuvole grigio-azzurre
e allargo ottuso le mani,
riempito ovunque di musica.”
Boris Ryzyj
svegliarsi ogni mattina ed allungare la mano per accarezzare il coniuge o l’amante…
che bella immagine!
Una carezza è un piccolo gesto di affetto, non costa nulla, ma costituisce una preziosa cura “all’incomunicabilità sottesa a tutto ciò che è umano”.
Questo romanzo non è tanto ubriaco come vorrebbe farci credere, ed i suoi messaggi sono decifrabili dal cuore 🙂
grazie!
in effetti l’autore, quando scrive, è sobrio.
Nel caos quotidiano dove l’imprevisto è routine è bello avere almeno una certezza: una persona su cui contare, un’idea, un pensiero, un romanzo da scrivere, … il Lansoprazolo:-)
SM
“cercare un compromesso mai soddisfacente, sempre esposto alla violenza del caos”
Un’ impresa degna di nota quella di cercare un compromesso nel Kaos…
Il verbo “Kao” significa “spalancare la bocca” quasi ad indicare l’apertura che c’è nel mondo; non tanto l’abisso di tutte le cose, il nulla, ma la potenzialità che ha in sè tutte le cose; e forse proprio nei significati bocca-parola lo scrittore può scorgere ,o far scorgere, l’incipit: “In principio erat Verbum…”
grazie.
a bocca aperta: c’è chi continua a meravigliarsi.
dovremmo valorizzare e sostenere questi casi fortunati.
C’e chi ricorre ai gastroprotettori, chi agli antidolorifici, chi ai calmanti: la violenza del caos genera contrarieta’ difficili da mandar giu’. Per “aggiustare” una cosa se ne sfascia un’altra: alle compresse che fan male al fegato e ai reni sono preferibili le supposte che, oltretutto, vanno subito in circolo.
All’insufficienza della tecnica nella stesura del romanzo il marketing risponde facendo uscire in edicola l’ennesimo corso di scrittura, stavolta con il contributo di Saviano.
Qui si che ci vuole una bella supposta per incassare meglio il colpo 😉
…Allungare la mano…che bello! un gesto del quale tutti abbiamo grande bisogno.
E’ vero, tutti abbiamo bisogno sia di ricevere, sia di donare amore ed affetto.
Nel profondo siamo come lo “zingaro ubriaco che lancia nella notte messaggi indecifrabili”, che altro non sono che disperate richieste di essere amati e di amare. 🙂
grazie!
quanto al corso di scrittura, sarà il solito specchietto per le allodole.
preferisco quello retrovisore, almeno serve a qualcosa.
Bella questa: il retrovisore per schivare…le supposte vaganti ;-)))
dica la verita’, don Fabrizio, almeno qualche manuale di scrittura l’avra sfogliato in vita sua: se non altro ai suoi esordi, per poterli poi criticare! 😉
Buona notte a chi non e’ di veglia come me.
certo che l’ho sfogliato: altrimenti potrei dire di non aver mai perso tempo in vita mia.