In Itinere – Lorenzo CARLUCCI

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In Itinere – Lorenzo CARLUCCI

Lorenzo Carlucci
(Roma, 1976)

*

Ci si risveglia dal sonno, forse perché è nel sonno che la memoria fa più male; è nell’abbandono del sonno che “metz yeghern” dimora, è qui che alleva e dispiega la sua ala di morte, covando la storia in natura di lebbra: una sorgente inquinata che tracima oltre il vetro dei sogni, e già preme alle porte dell’alba per predarne la luce. Ci si risveglia, allora, sempre in forza di un dolore in cerca di requie o di grido sulla bocca dell’aria; in nome del “piccolo male” che ci segna a dito lungo i giorni, e ci imprime l’unica stimmata capace di soffiare convinzione ai passi nell’attraversamento della “frana”. E’ a questa luce razionale, netta, senza idillio, che occhi e mondo devono reciprocamente abituarsi, affidarsi come in un abbraccio soterico, senza nessun’altra redenzione che non sia la consapevolezza di poter creare di nuovo, al tocco della mano, cose vive, restituirle al novero e alla loro sostanza di voci. La “comunità assoluta” è la cronaca riflessa di questa odissea, il “racconto” di questa restituzione al “quotidiano” dei suoi sigilli e dei suoi altari infranti: non la verginità e il senza tempo di un paradiso perduto e ritrovato per incanto e suggestione d’arte, ma la dimensione esatta del taglio e della ferita, cioè il cammino a ritroso, di cicatrice in cicatrice, di lembo in lembo, di sutura in sutura, fino al primo colpo. Fino al “muro di mattoni” dove ogni nome è un volto che “porta gli occhi del padre”; e chi vi si sofferma, si porta via la certezza di somigliare per sempre all’altro che non conosce, né mai conoscerà.

*

Testi tratti da: La Comunità Assoluta
(op. ined., 2006)

insilenzio3
[dalla sezione: Canzoni, Insulti]

Ora c’è solo un vento smeraldo, un deserto sopra il tuo viso. Una sera che rade
al suolo i tuoi passi. Io vedo il tuo viso su una strada deserta, in una pioggia
di cenere. Io vedo i tuoi gesti e sento l’eco che fanno fin dentro il passato. A
distanza, mia dolce, io vedo i tuoi gesti vicino a una tenda, che noi dividiamo,
in mezzo a un deserto in un vento smeraldo. Ci guarda la notte una volpe.
Abbiamo anche un capro espiatorio, legato a un paletto. Io ti ho portata qui
Perché è dove non hai bisogno di gioielli. Io ti do un orecchino. Tu mi hai
portato qui per far crescere piante, anche nella sabbia. Ora la sera ha solo
vento smeraldo, un passato infinito, da dirci. Talvolta i tuoi occhi accarezzano
le ossa di qualche sciacallo. Talvolta alle labbra mi sale il segreto di un sorso di
vino. Ora i nostri corpi si muovono, nel mondo, come i granelli di sabbia: non vi
è né distanza né contiguità non vi è spazio ma vi è movimento. Un movimento
rituale, sebbene mai uguale a se stesso, le tue mani che vestono il collo ed il
viso di gioielli orecchini corone. Ora la sera ha un vestito, ed un velo, bracciali
per le tue caviglie. Io sto inginocchiato e ti abbraccio i ginocchi. Tu mi baci le
mani. Ora la sera ci prende il respiro, lo porta a passeggio tra dune distanti, lo
strappa lungo incisioni che noi non vediamo. Ora i tuoi piedi così dolcemente
raccontano ai figli il destino. La sera ha una voce d’amore.

*

metodo1
[dalla sezione: Metodi]

Quel che ancora è difficile, ardito, è il moderare la voce tra il canto e il parlato.

La primavera, tra le altre sue astuzie, ha il potere di coglierci i fiori sul labbro,
di prenderci via le parole come semi staccati. Lo fa senza curarsi che siano
maturi, sicuri. Le mie sedute al bar, al lato della strada, nella purezza della
posizione astratta, atta a ricevere i sorrisi casuali, perché imprevedibili, di donne
e di omosessuali; queste sedute, sono la possibilità della stagione. E’ lei che
acuisce d’un tratto il mio sguardo fino a fargli raggiungere il fondo del vico,
perpendicolare, che fa dei miei occhi il suo punto di fuga, del percorso che fanno
figure, tre uomini avanzano, e un quarto di spalle. Tutto ciò ci è concesso dalla
primavera. Ma è anche vero che noi, per lei, ci sottoponiamo, come rispondendo
ad una chiamata, ad uno speciale dovere, di natura impiegatizia: ogni giorno
sedere, per una pattuìta durata, alla sedia del bar, all’incrocio. E tutto questo
affinché, grazie al nostro guardare, quell’incrocio resista, possa durare. Il tempo
di questa stagione si stanca anche lui, si fa vulnerabile, ci sveglia in queste
giornate perché ha bisogno di noi, per far esistere il mondo.

*
canto
[dalla sezione: Estate]

Non altro che bocca di ferro
un petto di cenere e d’ombra
una bocca atonale socchiusa
e membra disperse

Non c’è altro in questa regione
che alte bandiere di guerra
di molti colori

Non ci sono animali
il silenzio si giace
con le figlie dell’uomo

Alte bandiere e paletti
oasi di sterili legni
fusti di curvi palmizi

Non c’è altro in questa regione
lo stame di un fiore di cenere
un fiato di tenebra e pietra
un capro espiatorio

Non altro: smeraldo e destino
la marcia di guerra del tempo
in mezzo a un deserto

*

1
[dalla sezione: Resa del canto]

Unità di virtute e di canto!
Una attesa leggera tra rami di piante:
si spegne una sera più bionda.

Ora va, ne ho abbastanza, va via
ne ho abbastanza di stare in ginocchio
sul rogo del mondo.

Non voglio mentire mai più
alla stagione che cade
non voglio aspettare in ginocchio
che la sera si spenga.

Non voglio ascoltare parole
Unità di virtute e di canto!
Non voglio in ginocchio mai più
soffocare.

10

premio a te, che sei un giorno infinito. premio a te, alla tua voce
ch’è un’ombra una mente. premio a te, per veloce distanza. per veloce
distanza che nessuno percorre. premio a te per l’estate segreta.

*

zeta

con peli della coda di scoiattolo,
scrivo sulla tua palpebra il tuo nome:
tu non lo puoi vedere e devi andare,
e per saperlo ti dovrai piegare,
e per conoscerlo dovrai
chiudere gli occhi e chiedere,
davanti a un altro uomo: – Dimmi, tu,
lo sai leggere?

*

enespace10
[dalla sezione: In silenzio]

Tra una pattumiera e un distributore, su una panchina rossa.
La mia vita è uno straccio.
E’ evidente, il mio cuore ti accoglie come un cielo.
La panchina è rossa come il distributore.
E’ evidente che le buste della spesa mi segano le dita.
Evidente.
Io ti accolgo nella mia vita straccio perché sono vuoto.
Sono per voi.
Le mie mani sono vuote. Il mio petto respira il respiro del cielo.
Le mie mani sono vuote, il sangue è rosso come questa panchina.
Voi andate, avete sangue. Andate.
Tra una pattumiera dalla quale mi aspetto che esca
il viso di uno scoiattolo
un topo
un uccello
e un distributore dal quale mi aspetto che esca
una coca-cola
mi fumo una sigaretta e la butto per terra a metà.
Il mio respiro è uno straccio, voi mi attraversate.
Il mio petto è attraversato dalla sigaretta
fumata a metà
che butto per terra.
Questo silenzio è insopportabile. Andate.
Lo stare seduto sotto lo straccio del cielo
è insopportabile. Venitemi a prendere.
Dalla pattumiera dalla quale mi aspetto che esca
il viso di uno scoiattolo sporco
non esce nessuno. Voi andate.
Continuate a vendere piante lungo una porta a vetri.
Le mie tasche sono vuote.
Pago ogni piantina con una malattia.
Venitemi a prendere.
Dal distributore dal quale mi aspetto che esca
una coca-cola
esce una coca-cola.

*

enespace11

continuate a chiedere sangue
io vi apro le vene
per la vostra pelle marrone
io apro le vene e sorrido
continuate a chiedere sangue
per mille motivi
esazione – pietà – malattia
continuate una questua tremenda
sul viale segnato
io vi apro le vene e sorrido
il mio nome è denaro
per le vostre tasche verdi
per i vostri compiti oscuri
pietà – dimissioni – argomenti
alla sera sapete che il sangue
si versa nella gola di una donna
che aspetta in ginocchio o carponi
alla sera sapete che il sangue
ha riempito il bicchiere di Dio
who takes pictures of us
ci scatta le fotografie
io vi vendo il mio sangue
affinché voi possiate
risparmiare
parole – empietà – divisioni
alla sera nel turbine grigio
le vostre risate mi crollano addosso
mi fanno scappare in una cantina
reclamate il mio sangue
io vi apro le vene con un temperino
felice di vedere la pelle
sorridere al cielo.

*

insulto13

per te la parola è un anello, un oggetto, capace di complessità.
per me è solo un tozzo di pane che porta la colpa del mondo.

le stelle ai tuoi occhi hanno un ordine per me sono solo un mantello
che copre la vergogna del mondo.

ma qualcosa ti soffierà via, qualcosa ti soffierà via.
camminerò sulla tua tomba anche se sarò cieco anche se sarò morto.

ho educato il mio sangue a non essere umano.
Ogni cosa può averlo e tradurlo nel suo.

qualcosa ti soffierà via, le tue mani educate le mie
mani ancora poco sviluppate incapaci di tenere un oggetto.

qualcosa ci soffierà via.

Appendice.

Rosarium
(da: Cycle of Judah, op. ined., 1999)

*

Now hold between your lips those grains of Judah
Between your subtle lips that widen not
to accommodate the dereliction of a word

*

You hollow face of air
Vacuity corpse

The mighty lips of Twilight shall enclose
your prefigured figure as the remaining words

*

Not to be mourn’d again,
an angle of the darkests of those thoughts
as blade divides your solitude of corn

To rest unseen
a word not to be told
as shadows bears negations of your state
insinuating mockery in your shoe

*

Heard just a raven’s wing
or some black bird’s, defigured in this Fall

Heard at the back, unseen
reminds you you are moved
no more

*

Perhaps you’d like to turn upon this scene

Your eyes departed

Your elapsed grin

*

Removed from play,
So far removed
as to be end to those
who lose tentative feet
upon the tender grass
in gulf of green,
and tend their hand towards
the mould of theft

Your back is offered for Immunity

*

What privilege it is to calculate
upon your fingers, dead abacus of word!

*

6 pensieri su “In Itinere – Lorenzo CARLUCCI

  1. elena f.

    tu mi hai
    portato qui per far crescere piante anche nella sabbia

    il fiorire del deserto è un’immagine potente
    come il tempo cha ha bisogno di noi per far esistere il mondo,
    richiamo all’immensa responsabilità del vivere.

    grazie
    elena f.

    Rispondi
  2. Chiara Daino

    Ciao Lorenzo,

    L’immagine del capro – espiatorio
    [Abbiamo anche un capro espiatorio, legato a un paletto […] un fiato di tenebra e pietra/
    un capro espiatorio/Non altro] nelle tue intenzioni, è “ricorrenza”, “occorenza”, o…?

    E ancora: “ne ho abbastanza di stare in ginocchio” non voglio aspettare in ginocchio” “si versa nella gola di una donna
    che aspetta in ginocchio o carponi” – credi esista anche una genuflessione positiva, oltre a quella (se mi passi il termine) “prostrativa”?

    Perdona le domande, ma “il ritorno” di un significato/significante mi colpisce, sempre.

    Grazie,
    Chiara

    Rispondi
  3. lorenzo

    cara chiara, non so se capisco bene la domanda circa la “ricorrenza” o “occorrenza” del capro espiatorio. forse vuoi sapere se è una figura che ricorre nei miei testi come lo stare in ginocchio? se è così, mi pare di sì, ma non tanto quanto lo stare in ginocchio. ritorna forse la capra, ritorna forse il capro qua e là. cosa esattamente significhi non saprei dirlo. certo è legato a un senso in me abbastanza forte del sacrificio e dell’offerta. ad ogni bene ricevuto creato o raggiunto corrisponde un sacrificio una mutilazione una offerta. capra e capro sono poi bestie che mi piacciono (in particolare sono bellissime quelle di una specie di cui non ricordo il nome, mi pare sarda, che ho visto allo zoo a roma, animali mitologici) mi piacciono della capra resistenza, agilità e goffaggine, un certo aspetto barocco e riccioluto, intelligenza e ottusità.

    quanto allo stare in ginocchio, ha una valenza per esempio nel primo testo postato qui: “Io sto inginocchiato e ti abbraccio i ginocchi.”. stare in ginocchio è abbassarsi volontariamente per esprimere devozione o per ricevere una benedizione. però è vero uso lo stare in ginocchio (e tanto, come mi hai fatto notare!) più spesso come prostrazione, come posizione innaturale per l’uomo e per la donna, che dovrebbero stare in piedi, spesso anche con connotazioni sessuali, queste con valenza necessariamente ambigua, o santificata forse. forse è anche legato al sacrificio di cui sopra, o più precisamente alla penitenza, o all’autolimitazione. di più non so, non ho un’interpretazione privilegiata esauriente di quello ho scritto. se l’avessi non scriverei.

    grazie,
    lorenzo

    p.s. grazie tante a francesco marotta, sapevo che voleva postare dei miei testi ma non sapevo che l’avrebbe fatto oggi! grazie davvero, in particolare per il bel testo introduttivo, scritto con tanta compassione. vedere i miei testi, anche quelli vecchi di anni, riordinati e trascelti da una mano estranea, con tanta cura, con un filo tracciato tanto precisamente, mi ha commosso.

    Rispondi
  4. Chiara Daino

    Grazie Lorenzo,

    per l’attenzione e la densità della risposta
    (e hai capito esattamente i miei interrogativi)
    Un sondare (ancora e più) dentro le correnti che ti muovono.
    Mi unisco a te nel ringraziare anche Francesco che mi ha permesso un confronto diretto con i tuoi testi (che ancora mi mancava).

    Saluti a tutti
    Chiara

    Rispondi
  5. francesco marotta

    Grazie a Lorenzo e a Chiara.

    Che dire? Ho letto varie volte negli ultimi mesi la “Comunità assoluta”, ricavandone sempre una serie di impressioni vivissime e la sensazione, netta, che trattasi di un’opera di grande valore: complessa nella struttura generale e, nello stesso tempo, quasi per paradossale contrasto, o “contrappasso” (e Dante è uno dei fantasmi più riconoscibili in questo universo di elementari apocalissi quotidiane), semplice e lineare nelle soluzioni stilistiche, nella cifra complessiva della scrittura proposta e delle opzioni metrico-ritmiche adottate. Io ho cercato di dare l’idea di un possibile percorso, o di un frammento di percorso, privilegiando in questo caso il rapporto tra storia individuale e storia collettiva; ma ciò non toglie che questa scelta, puramente esemplificativa, non rende il complesso e articolato intreccio di motivi e di spunti che caratterizza l’opera a partire dalla sua ideazione: un poema sinfonico, nel quale l’estrema tessitura polifonica, strumentale e vocale, diventa, ad ogni esecuzione, motivo di ulteriore chiarezza e disvelamento: la voce narrante, ad esempio, trasforma in luce il suo stesso vorticoso guardarsi/interrogarsi; e più la domanda è ardua, tanto più la risposta è un ulteriore lembo di esistenza rischiarata, che sgomenta e stupisce nella semplicità di lingua e di pensiero del suo orizzonte ritrovato.

    fm

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