Il lavoro, gli affetti, gli obblighi, gli appuntamenti, gli amici e l’amore

di Demetrio Paolin

Ora è finito. Davvero

ps

…se questo fosse un romanzo quello sopra sarebbe il finale perfetto, ma Tommaso sa che non è un romanzo e conosce la sua chenosi come ineluttabile. Lui sarà sempre meno e meno. Chiuderà questa storia in un rantolo e non si nega, Tommaso, che tale disparizione sarà l’esito finale di una eccessiva felicità.
Il non essere niente rispetto a ciò che altri hanno desiderato per lui: questo lo confortava ora che era scesa tutta la sera e aveva colorato d’oscuro i lati della via e le persone che ci passavano sotto. Il ripetersi meccanico delle cose – il levarsi del sole, l’ombreggiarsi degli alberi nel pomeriggio, il ristoro della sera, il sonno petroso della notte – dava a Tommaso un senso di pace.
La sua vita era stata un grumo di fatti curiosi e caotici.
C’è stato un momento in cui Tommaso aveva creduto di poter raccontare i fatti curiosi e caotici che gli capitavano. S’era messo così a scriverli. Non avevano però l’ordine logico che lui desiderava, non avevano nessuna direzione se non quella di essere caotici e curiosi, appunto.
Si era perso, Tommaso stesso, nel raccontarli e nel lasciarne traccia tipo minuscole briciole di pane. E mentre scriveva di questi fatti gli è venuto in mente che forse la sua è una vita normalissima.
Ci sono il lavoro, gli affetti, gli obblighi, gli appuntamenti, gli amici e l’amore. Proprio come le persone che vengono e vanno ora dalla piccola stradina che s’indovina, ormai è buio forte, dalla finestra del suo ufficio.
Tommaso pensa che proprio in questa normalità di lavoro affetti, obblighi, appuntamenti, amici e amore si nasconda il suo male. Si è convinto che la normalità della sua vita è una maschera ben spessa di ciò che è male. Lui, Tommaso, scrive le storie sue e si rende conto che sono come un modo per dire: Io, Tommaso, ho un male.
E che male hai? gli chiedono tutti.
Il mio che è di tutti. Direbbe Tommaso se potesse parlare di questo.
Non è un male strano, niente di enorme o tremendo. E’ il male, niente più che una pietra o l’uggiare della pioggia nell’autunno.
E proprio perché Tommaso ha lavoro affetti, obblighi, appuntamenti, amici e amore, egli può dire che è male quello sente, quello che porta dentro di sé.
Tommaso non vorrebbe, però, che la gente pensasse il suo male come qualcosa di oltremondano.
Il male, questo male di cui Tommaso fa esperienza quotidianamente, è.
Concreto. Certe volte quantificabile, mai spiegabile.
Quando l’aveva scritto, e per provare a scriverlo in qualche modo l’aveva nominato, gli aveva dato il nome di Tomacek. In questo modo l’aveva raccontato sapendo benissimo che tutto il suo discorrere era condannato a fallire.
Sapeva solo, Tommaso, che c’era stato, c’era ora e ci sarebbe stato. Proprio come il lavoro, gli affetti, gli obblighi, gli appuntamenti, gli amici e l’amore.
C’era da sempre? Non poteva dirlo con certezza. Aveva incominciato a farne esperienza, l’aveva esperito e da allora lo sentiva.
Nessuno, però, sembrava accorgersene. Tale indifferenza gli permetteva di avere lavoro affetti, obblighi, appuntamenti, amici e amore. Ecco perché possiede una vita normale e il male.
Tommaso certe volte veniva frainteso, quando scriveva le storie sui propri fatti caotici e curiosi succedeva che qualcuno leggendoli lo ringraziasse. Gli dicesse grazie per le cose che aveva scritto. “Grazie alla storia che hai scritto – gli dicevano – io ho rivissuto la mia e così ho capito e ora sto bene”. Non gli dicevano se erano belle o brutte, a Tommaso non interessava se erano belle o brutte, ma appunto gli scrivevano o si attardavano dopo una sua pubblica lettura, ne aveva fatte alcune, e gli dicevano che si riconoscevano in quella storia e che sentirla aveva fatto loro bene.
Era successo quando aveva letto il suo racconto su Tiresia.
Tommaso sorrideva a queste persone e se c’era tempo prendeva con loro un caffè, raccontava episodi scherzosi. Gli piaceva la loro bontà, la loro semplicità; in alcune riconosceva anche che il male, quello che Tommaso sentiva e che è di tutti, era minore. Poteva essere quella la santità?, era un sentimento timido, nascosto che Tommaso avvertiva qualche volta mentre era in loro compagnia.
Era la timidezza che avevano le cameriere, i commessi delle librerie, le perpetue delle chiese, gli uffici stampa dei politici, i maggiordomi: Tommaso li vedeva salvi, se non completamente, almeno in parte. La santità era poter dire: io ho lavoro affetti, obblighi, appuntamenti, amici e amore, ma non ho il male o se ce l’ho è in maniera minore perché lavoro affetti, obblighi, appuntamenti, amici e amore sono diventati una servitù.
Anzi, pensava Tommaso ora alla finestra che veramente non si distingueva più il cielo dalla terra tanto s’era fatto tutto nero nero, l’essere servi non basta: bisogna spogliarsi totalmente della propria esistenza
Anche scrivere era solo una scappatoia e non una scelta; l’aveva fatto per salvarsi dal male, ma ora proprio chi gli diceva: bravo, gli faceva comprendere che non sarebbe bastata la scrittura a liberarlo.
Così guardava la finestra che s’era fatta nera di notte.
C’era qualcosa di torbido in quel vetro.
Pensava, Tommaso, che nel nulla delle cose che ancora non erano, liberate quindi da questo male che è, c’era una cosa che avrebbe avuto mani piedi e bocca, ma anche naso occhi, reni e cuore.
Ora, però, non aveva niente di questo.
Lui pre-vedeva questa cosa serena in quel nulla delle cose che non sono, perché appena sono sono male. Tommaso si convinceva che non appena veduta la cosa serena nel nulla delle cose avrebbe capito che niente è come quell’amore.
La vide dapprincipio. La osservò.
Lei si sarebbe fatta carne fiorita dal suo seme
E avrebbe avuto una vita. E con una vita sarebbero arrivati anche lavoro affetti, obblighi, appuntamenti, amici e amore e insieme a questi il male.
Ma niente toccava il suo amore per la cosa dispersa nel nulla.
La guardava ora tremare, trepidare, capovoltare nel vuoto siderale.
Nel purissimo niente, a cui Tommaso credeva destinato tutto, vide la cosa che avrebbe avuto mani e piedi, e gambe, e voce pigolante. Sapeva Tommaso che niente l’avrebbe fatto soffrire e gioire come lei. Ne riconobbe i contorni del viso, le anche, le dita, le scapole, le vertebre della colonna, l’arteria femorale, la vena cava, i reni minuscoli e, infine, il sesso come fosse una rosa di carne.
E pianse di quell’amore.
Come Cristo davanti alla grotta cava.
Pianse, Tommaso, alla finestra.

6 pensieri su “Il lavoro, gli affetti, gli obblighi, gli appuntamenti, gli amici e l’amore

  1. mariobianco

    Questo brano, oltre che essere assai “curato” ha il bello che sposta, cioè ti tira via dal solito quotidiano narrare e così e colà e ho fatto questo e C.ha fatto quell’altro.
    Mi ha trascinato in uno spazio di conversazione interiore e pensiero che sa di mito, che sa di simbolo, e c’è d’aria e di vento e cose un po’ più alte e generali, direi antiche anzi universali.
    Mica è male aver preso il nome di Tommaso: questo qui voleva toccar con mano, dico, secondo me.
    Ficca il dito nella piaga.
    Mica per niente dopo si nomina Cristo.

    Bravo Demetrio!

    MarioB.

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  2. lucy

    ogni tanto i commenti si perdono e magari rispuntano dopo ore… se sarà un doppione, mi scuso.
    dicevo a demetrio che il “racconto” è perfetto. mi piacciono: la scrittura, lucida e di pietra della prima parte, il personaggio cerebrale, Tommaso, che si umanizza e diventa di carne di fronte alla scoperta di altra carne che sta nascendo, il rovesciamento consolante, non consolatorio, di questa scoperta. rovesciamento rispetto alla forma e alla sostanza del racconto nella parte iniziale, rovesciamento di senso per chi legge.
    il male di vivere che acquista significato nel miracolo della carne della tua carne.
    se si tratta del capitolo di un romanzo, va bene. se è un racconto, una specie di “piccolo romanzo-fiume”, va anche meglio.
    mi piace inoltre il refrain del titolo che come una cantilena scandisce il testo e lo sposta su un piano lirico.
    merci à vous, demetrio.

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  3. demetrio

    grazie a voi.

    non è un capitolo di un romanzo, ma è il post scriptum che chiude un testo che potremmo definire romanzo, che non ho ben chiaro se e come e quando uscirà; non ho ben chiaro neppure se ho voglia di farlo uscire: sono anni che lo scrivo e lo riscrivo, lo smonto e lo rimonto.

    però ecco questo testo, queste poche paginette, mi piacevano: così le ho messe qui.

    mi piaceva l’idea che un testo che a prima lettura può sembrare ombelicale (il protagonista pensa a sé davanti a una finestra) possa in realtà dire qualcosa di “altro”.

    d.

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