di Luigi Paglia
È stata recentemente data comunicazione, attraverso Internet, (LPELS ne aveva parlato qui) di un testo ungarettiano non compreso in Tutte le poesie[1] (e, quindi, neppure nelle Poesie disperse), [2] conservato nella biblioteca privata della famiglia Casalena di Vigevano. La storia del ritrovamento è gustosa e interessante. L´ufficiale Giuseppe Casalena conobbe Ungaretti in trincea, durante la prima guerra mondiale, e ne divenne amico.
Il poeta, a testimonianza dell´amicizia, gli donò il libro di Panzini, Santippe, [3] sul cui frontespizio scrisse, come dedica, la poesia intitolata Per non rammaricarsi d´esser nati, probabilmente nella località di Locvizza (nello stesso giorno in cui venne redatta la bellissima lirica Nostalgia che fu pubblicata, insieme alle altre poesie di guerra, nel Porto Sepolto, [4] il libro poetico più importante del Novecento italiano). Il testo, che appare nello stato di prima stesura, fu evidentemente ‘dimenticato’ dal poeta, e quindi non fu sottoposto al proverbiale lavoro di revisione (la cui mancanza si avverte nell´errore ortografico, o termine dialettale, «ruggiada» che pure acquista un valore di popolaresca icasticità) e di riscrittura che invece interessò tutte le poesie della predetta prima raccolta, poi confluita nell’Allegria [5], e di cui sono testimonianza le innumerevoli ‘varianti’. Un’altra copia dello stesso testo venne inviata dal poeta a Papini e compare nelle Lettere a Giovanni Papini (1988), [6] con l’anticipazione registrata da Piccioni in Ungarettiana (1980) [7] e, quindi, il poeta non ebbe la possibilità di prenderne visione, essendo morto nel 1970. Non è possibile accertare se la poesia è stata composta per la dedica all’ufficiale e poi inviata a Papini, o viceversa. [8] In ogni caso, ci troviamo di fronte ai percorsi diversificati delle due quasi contemporanee stesure. Giuseppe Casalena conservò il libro e solo dopo alcuni anni si rese conto che il soldatino che glielo aveva donato era diventato un poeta di fama mondiale. Fu il figlio Zopito, dopo la morte del padre nel 1954, a tramandare il testo ungarettiano e le circostanze della sua scoperta, ed è stato il nipote Maurizio a darne notizia in Internet. Ecco il testo della lirica: 28 settembre 1916 Dolina dei pidocchi
Per non rammaricarsi d´esser nati
Questa carne molestata
ha pure
quando meno aspetta
i fremiti dell´alba
E mi brilla dolce la vita
come un prato
al rinvenuto bacio
della ruggiada
Il testo poetico è sorprendente in quanto, sebbene si tratti di una semplice dedica apposta su un libro donato dal poeta e di una poesia estemporanea ed occasionale, la sua qualità estetica e letteraria non appare indegna di essere accostata ai testi del Porto Sepolto o almeno alle Poesie disperse, mostrando i segni dell’anticipazione poetica o della memoria dell’autore nell’ambito macrotestuale, dell’intero corpus dell’opera ungarettiana, ed anche intertestuale esterno (per es. nell’eco leopardiano), e proponendo una efficace e suggestiva serie analogica. Il testo presenta elementi tematici ed archetipici intertestualmente omologhi a quelli delle altre poesie ungarettiane, soprattutto di quelle coeve. La dialettica tra il negativo e il positivo scocca dalla collisione dei motivi della precarietà della vita del soldato (come in Soldati: [9] «Si sta come/ d´autunno/ sugli alberi/ le foglie»), dello straziante dolore (come in San Martino del Carso: [10] «Ma nel cuore/ nessuna croce manca// È il mio cuore/ il paese piú straziato») e della molestia e dell´atroce violenza della guerra (insinuate dal ricordo dei «pidocchi» nella definizione della località, dalla «carne molestata», martoriata dalle ferite e dagli strapazzi e, dal, poi sublimato, «rammaricarsi d´essere nati» del titolo) e, d´altra parte, dell´istanza delle insopprimibili ragioni della vita (come in Veglia: [11] «Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita» in cui ricorre, appunto, la parola tema «vita»), così come la dialettica archetipica si stabilisce tra il principio dell’aridità della «dolina» (che, per la vicinanza della data: 16 agosto 1916, potrebbe essere la stessa dei Fiumi) [12] e quello dell’umidità del prato bagnato dalla rugiada. [13] Il piano lessicale della micropoesia presenta linee di continuità, ma anche di discontinuità in rapporto al macrotesto ungarettiano. Il lessema «carne» non ricorre nel Porto Sepolto (e nell’Allegria) e quindi rappresenta un’anticipazione rispetto al nutrito investimento del termine, anche se usato con diversa connotazione, soprattutto relativa ai motivi endogenetici, nel Sentimento del Tempo [14] (in cui il «tormento» riguarda spesso la dimensione della coscienza e del peccato: «Malinconiosa carne», La pietà,[15] «La carne ingannatrice», La preghiera, [16] «Nella cecità della carne», Dannazione) [17] e nel Taccuino del Vecchio [18] (in cui la sofferenza, è inerente alla situazione biologica della vecchiaia: «carne stanca», Ultimi cori per la Terra Promessa n. 19, [19] «carne logora», Canto a due voci), [20] e inoltre il sintagma «carne molestata» è del tutto nuovo e mai ripetuto in tutta la produzione poetica di Ungaretti e del primo Novecento italiano Anche la vibrante metafora prepositiva («i fremiti dell´alba») e la suggestiva comparazione «la vita/ come un prato», dilungata nella sinestesia visivo-gustativa «brilla dolce» e nell’altra metafora prepositiva «bacio /della rugiada», nella cui costellazione si concentra quasi tutta la poesia, rimandano al tipico lessico ungarettiano, ma con tratti di originalità semantica I «fremiti dell´alba» ricordano «un fremito nell´erbe» (Cori di Didone, II) [21] nel cui orizzonte metaforico il lemma «fremito» connota l’ambito atmosferico-vegetale che viene così antropomorfizzato, mentre le altre occorrenze dello stesso termine in altre poesie si riferiscono all’universo umano ed in particolare alla dimensione psichica espressionisticamente rappresentata nei suoi moti profondi («E strazi, risa, inquiete labbra, fremito» Danni con fantasia, [22] «Il fremito pauroso della colpa», Giorno per giorno 15,23 «Per desolato fremito», Folli i miei passi, [24] «Forse succederà che di quel fremito/ Rifrema», Ultimi cori per la Terra Promessa n. 20). [25] «Alba» è una parola chiave nella poesia di Ungaretti e (come la semanticamente affine Aurora, «amore festoso», [26] dantesco «principio del mattino», per la quale Petrucciani [27] ha ipotizzato l’identificazione con la poesia, espressione sorgiva per eccellenza) sta ad indicare la rinascita del mondo e dell’uomo, rappresenta «l’avvenimento del sole» (Montale, Quasi una fantasia) [28] e, nella vibrazione della virtualità, il rabbrividente, inquieto ricominciamento del giorno e, in filigrana metaforica, della vita («Allibisco all’alba», Lindoro di deserto, [29] «Dall’ampia ansia dell’alba», O notte, [30] «dell’alba / Il lacerante pallore», Cori di Didone IX, [31] «i primi brevi lividi dell´alba» (Variazioni su nulla). [32] Nella conclusiva serie analogica, dei due termini referenziali, o tenori [33] delle figure, «la vita» rappresenta il cardine centrale, la colonna portante dell’architettura compositiva, giustamente isolata nello spazio totale del sesto verso, richiamando alla memoria tre memorabili sintagmi dell’Allegria: «vita […] / una corolla di tenebre» (I fiumi), [34] «il mondo, l’umanità/ la propria vita fioriti dalla parola» e «vita/ come un abisso» (Commiato), [35] mentre «rugiada» ricorre solo due volte nelle Poesie disperse: in Imbonimento («Lacerba» del 28 maggio 1915) [36] e nel titolo della poesia L´illuminata rugiada («La Raccolta» del 15 giugno 1918) [37] in cui scatta il nesso con terra-prato nell’incipit: « la terra tremola di piacere». Per quanto riguarda i veicoli metaforici, «brilla dolce» é l´eco di «trema dolce» (in Levante), [38] oltre che del leopardiano «brilla nell´aria» (Il passero solitario), [39] mentre il lemma «prato» è presente nel titolo della omonima poesia, [40] (nel cui incipit «la terra/ s’è velata/ di tenera/ leggerezza» ricorre ancora, sotterraneamente, l’associazione prato-terra-rugiada) e, inoltre, nei lievitati versi: «I prati hanno una tale leggerezza», Senza più peso [41] e «Nel vento lieto sui giovani prati», Dove la luce, [42] ed, infine, il termine «bacio» ritorna in «diffuso/ in un bacio» (Trasfigurazione). [43] È quasi superfluo ricordare l´organizzazione tipografica del testo, consueta in Ungaretti, e gli spazi bianchi, che sono l´equivalente visivo del silenzio, in cui galleggiano le parole, isolate nel verso, che si staccano come grumi semantici di grande intensità comunicativa. È, inoltre, da rimarcare l´importanza che nella poesia di ungarettiana, come anche in quella dell´altro massimo poeta del Novecento: Montale, assumono i valori fonici: da una parte i suoni duri, aspri, nei sintagmi «RammaRiCaRsi d´esseR naTi» e «CaRne molesTaTa», della vibrante /r/ della dentale /t/ e della gutturale /c/ dura, in contrapposizione alla palatale /c/ dolce di «baCio», «dolCe», che sottolineano anche sul piano del significante le due opposte polarità dell´esistenza presenti nella poesia, apparendo come il correlativo fonico delle stratificazioni tematiche ed archetipiche.
[1] Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, Mondadori,1969 (d’ora in poi M69).
[2] Idem, Poesie disperse, M69 (d’ora in poi PD).
[3] Alfredo Panzini, Santippe, Milano, Treves, 1914.
[4] Il Porto Sepolto, Udine, Stabilimento Tipografico Friulano, 1916.
[5] Giuseppe Ungaretti,L’Allegria, M69 (d’ora in poi AL).
[6] Cfr. Giuseppe Ungaretti, Lettere a Giovanni Papini 1915-1948, a cura di Maria Antonietta Terzoli, introduzione di Leone Piccioni, Milano, Mondadori, 1988, p. 74.
[7] Cfr. Leone Piccioni, Ungarettiana, Firenze, Vallecchi, 1980, pp, 195-196.
[8] Purtroppo, la cartolina di Ungaretti a Papini, contenente la poesia, non riporta il timbro postale con l’indicazione della data.
[9] AL, p. 87.
[10] AL, p. 51.
[11] AL, p. 25.
[12] AL, p. 43.
[13] Sui motivi archetipici dell’aridità e dell’umidità e sui temi della vita e della morte nell’ Allegria, cfr. il mio L’urlo e lo stupore. Lettura di Ungaretti. L’Allegria, Firenze, Le Monnier, 2003, pp. 28-42.
[14] Giuseppe Ungaretti, Sentimento del Tempo, M69 (d’ora in poi ST).
[15] ST, p. 170.
[16] ST, p. 174.
[17] ST, p. 176.
[18] Giuseppe Ungaretti, Il Taccuino del Vecchio, M69 (d’ora in poi TV).
[19] TV, p. 279.
[20] TV, p. 285.
[21] Giuseppe Ungaretti, La Terra Promessa, M69, p. 244.
[22] ST, p. 163.
[23] Giuseppe Ungaretti, Il Dolore, M69, p. 208 (d’ora in poi DO).
[24] DO, p. 224.
[25] TV, p. 279.
[26] Eco, ST, p.137.
[27] Mario Petrucciani, Ungaretti, l’aurora (la poesia?) nell’esule universo, in Studi in onore di Michele Dell’Aquila II, «La nuova ricerca», n. 12, 2003, pp. 227-230. Il critico, inoltre, parla a proposito dell’Aurora di «energia non effimera, incoercibile, inarrestabile […], quindi cellula dell’esistenza dell’uomo sulla terra […]. Emblema primario».
[28] Eugenio Montale, Ossi di seppia, Verona, Mondatori, 1948, p. 17.
[29] AL, p. 24.
[30] ST, p. 103.
[31] TP, p. 246.
[32] TP, p. 252
[33] Sui concetti di tenore, veicolo e terreno comune, Cfr. Ivor Armstrong Richards, La filosofia della retorica, Milano, Feltrinelli,1967 p.92.
[34] AL, p. 43.
[35] AL, p. 58.
[36] PD, p. 387.
[37] PD, p. 376.
[38] AL, p. 7.
[39] Giacomo Leopardi, Canti, Milano, Rizzoli, 1998, p.258.
[40] Prato, AL, p. 83.
[41] ST, p. 195.
[42] ST, p. 159.
[43] AL, p. 69.

