Archivi tag: Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti. Se tu mio fratello

 

a cura di Giorgio Stella

Se tu mi rivenissi incontro vivo,
Con la mano tesa,
Ancora potrei,
Di nuovo in uno slancio d’oblio, stringere,
Fratello, una mano.

Ma di te, di te più non mi circondano
Che sogni, barlumi,
I fuochi senza fuoco del passato.

La memoria non svolge che le immagini
E a me stesso io stesso
Non sono già più
Che l’annientante nulla del pensiero.

[da Il Dolore]

Cinque pensieri di Ungaretti, tratti dalle “Lettere a Bruna”.

 

a cura di Giselda Pontesilli

 

Cinque pensieri di Ungaretti, tratti dalle Lettere a Bruna

inviate in Brasile alla poetessa Bruna Bianco dal ‘66 al ‘69

e pubblicate nel 2017 da Mondadori a cura di Silvio Ramat.

 

«Quando verranno a Roma, Bruno e Marco, vorrei mostrare loro diverse cose. Qui è nato il Barocco. Roma è la città barocca più straordinaria del mondo. Vi hanno lavorato il Bernini e il Borromini. Del Borromini vorrei mostrare loro alcune opere. Era l’architetto più fantastico che abbia avuto il mondo, forse il maggiore in ogni senso. Era Ticinese. È morto giovine, suicida. I suoi monumenti sono pazzi d’equilibrio. Le diverse parti si tengono su, con un’armonia insuperabile, come gli oggetti che porta uno sopra l’altro, un monte di oggetti, un illusionista di circo.

/ Eppoi desidero che scoprano gli Etruschi. Non potranno venire con me sino agli scavi di Pompei e di Ercolano? Sarebbero visioni incancellabili per sempre.

Anche i Musei di Napoli, sono ricchi da impazzire.

Come sarei felice di mostrare loro com’è stata grande, come sarà grande l’Italia: arte e sapere. Non abbiamo altre strade, sono le strade maestre.» (lettera 184) Continua a leggere

Ungaretti: le città, la memoria e la carne

Ungaretti
di Augusto Benemeglio

Le città di Ungaretti

Giuseppe Ungaretti significa Alessandria d’Egitto dove nacque l’8 febbraio 1888 (“ Era burrasca, pioveva a dirotto/ in quella notte/ e festa gli Sciiti / facevano laggiù/ alla Luna detta degli amuleti”) e lì visse tutta la sua giovinezza, fino a ventiquattro anni. Il padre, Antonio, “che era un toro con i baffoni folti come Stalin”, vi era emigrato per i lavori al canale di Suez e zappando il fango del Mar Rosso contrasse una grave forma di idropisia che lo condusse alla morte a soli ventotto anni, “senza più un urlo, quando non gli rimaneva neanche quella forza”. Continua a leggere