VIVERE CON GLI ALTRI

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO
Gennaio 2007

Ogni sera, prima di dormire, mi piace fare un censimento del cuore e pregare per le persone che conosco. Passo in rassegna gli ammalati, poi le donne incinte, i sacerdoti, i parenti, gli amici e questo rito mi accompagna al riposo notturno.
È un momento bello, mi sembra di essere vicina ad ogni persona che nomino nel mio cuore: è un legame a distanza che rinnova in me la gioia della comunione, della fraternità, della solidarietà, dell’intercessione o della gratitudine.
Molto spesso è proprio in questo momento che mi ricordo che dovrei scrivere ad uno, che vorrei sentire l’altro, che avevo promesso di farmi viva con quella persona, e così via.
Il ricordo orante delle persone che conosco mi diventa un esame di coscienza, una verifica della mia attenzione, un richiamo alla mia inadeguatezza.
Ieri ho sentito al telefono un’amica che non salutavo da tanto tempo: anche lei è nel gruppo della mia preghiera, ma non lo sapeva.
Certo, io so che prego per lei, so che ce l’ho nel cuore, ma lei come può saperlo se non le rinnovo verbalmente questa mia vicinanza?
Nella nostra vita abbiamo bisogno di segni concreti: non bastano i pensieri, né le preghiere. Non basta la teoria, ci vuole anche il gesto materiale.
Se mettiamo di fronte due persone che si vogliono bene e chiediamo loro di manifestarselo senza parlare, senza compiere nulla, senza fare motti o gesti, tutto questo grande amore non si comunica, rimane interiore. Abbiamo bisogno di esternare in parole, azioni, gesti, quello che abbiamo dentro, altrimenti anche l’amore più grande sfuma nell’inconsistenza.
È per questo che Gesù ha istituito i sacramenti: sono parole e gesti concreti che ci parlano del suo amore per noi; Egli ci dice che ci ama, che ci benedice, che siamo preziosi, che siamo unici. I segni sacramentali ci mostrano proprio questo. Ad esempio, il nome proprio pronunciato nel battesimo dice la nostra unicità; il crisma della cresima la nostra preziosità; il pane dell’Eucaristia è segno di un amore che ci nutre per il cammino; le parole dell’assoluzione ci rassicurano sul perdono; l’unzione dei malati ci conforta nella lotta al male e alla malattia; l’ordine e il matrimonio ci dicono che le nostre scelte sono benedette dalla Trinità. Gesti e parole che rendono concreta la nostra vita nella fede.
Dio dice bene a noi di noi: non tace, non ci ricorda solo con il pensiero, si fa vivo, ci chiama, bussa alla nostra porta, ci rassicura, ci dice che non ci abbandona.
Da Lui dobbiamo apprendere l’arte di comunicare agli altri la loro importanza per noi; da Lui imparare la gioia di prenderci cura dei piccoli gesti che possiamo compiere per raccontare agli altri che li amiamo, che sono importanti per noi, senza mai dare nulla per scontato.
Insomma, è importante che le mogli dicano ai mariti che sono bravi; che i mariti dicano alle mogli che le amano e che sono preziose; che i genitori benedicano i figli, che i figli adulti ringrazino i genitori; che gli amici si raccontino la gioia della loro amicizia e così via.
A questo proposito mi viene in mente questo scritto di Paul Celan: meditiamolo in questo nuovo anno per farne un nuovo stile di vita!

«Alcuni uomini non sanno quant’è importante che essi esistano.
Alcuni uomini non sanno quanto bene faccia anche solo vederli.
Alcuni uomini non sanno quanto sia di conforto il loro benevolo sorriso.
Alcuni uomini non sanno quanto sia benefica la loro vicinanza.
Alcuni uomini non sanno quanto saremmo più poveri senza di loro
Alcuni uomini non sanno di essere un dono del cielo.
Lo saprebbero se noi glielo dicessimo».

     Elide Siviero

Notizia biografica: Elide Siviero è nata il 22 Settembre 1961 a Pontelongo, in provincia di Padova. Ha alle spalle una formazione ispirata al severo rigore degli studi classici. Attualmente presta servizio presso l’ufficio catechistico della Curia di Padova. Collabora inoltre, con articoli e poesie, alla rivista “Evangelizzare”.   E’ appena uscito su  La Battana, N° 156, Anno XLII aprile-giugno 2005: Lirica come una preghiera: Elide Siviero, pp. 112-118; Una scelta di liriche di Elide Siviero, pp. 119-128.
 

13 pensieri su “VIVERE CON GLI ALTRI

  1. carla

    caro Sebastiano, parole sante, le tue, e care
    ma quando questi gesti, concreti non esistono
    – chè se noi li cerchiamo in modo troppo spudorato, vengono anche fraintesi – non è facile, non basta la preghiera della sera, cara e santa
    e allora si cerca, io cerco, il minimo spiraglio di luce, oltre il gesto, nei pensieri.
    e non demordo mai.

    un caro, carissimo abbraccio, perchè insegnare è una professione che ammiro!
    carla

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  2. Giovanni Nuscis

    “…tutto questo grande amore non si comunica, rimane interiore. Abbiamo bisogno di esternare in parole, azioni, gesti, quello che abbiamo dentro, altrimenti anche l’amore più grande sfuma nell’inconsistenza…”

    Verità elementare quanto sottovalutata; l’amore e sentimenti positivi si fa a volte fatica ad esternarli, nel timore che vengano presi per altro; magari per debolezza, per dabbenaggine, per dichiarazione implicita di inferiorità; i sentimenti positivi, se manifestati, rischiano di essere presi per “buoni sentimenti”, termine che nel linguaggio comune ha ormai una connotazione negativa.
    Più semplice e più leggero, allora, esprimersi a battute, ricorrere all’ambiguità giocosa dell’ironia piuttosto che all’esplicitazione seria – ma compromettente – del proprio sentire; con buona pace di tutti, se non fosse per la volubilità che spesso ci sorprende e ferisce nei rapporti.

    Giovanni

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  3. sebastiano aglieco

    Cara Carla, il pezzo non è mio ma di Elide Siviero, di cui ho dato qualche notizia in fondo alla pagina. Mi sembrava una bella riflessione, tra l’altro assai adatta ad essere pubblicata in questo spazio dove non ci si occupa solo di poesia. E poi io la condivido. Essendo un maestro, ho la deformazione professionale dell’attenzione. Ho affilato una voce dolorosa che mi dice quando questa è finta, o di facciata, e soffro molto quando non c’è per niente. Provate ad essere disattenti con i bambini: pagherete subito.
    Salutissimi, anche a Giovanni.
    Sebastiano

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  4. carla

    è una bella riflessione!
    e c’è tanto bisogno di queste belle riflessioni!

    e ti ringrazio
    e ringrazio Elide.

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  5. francescamatteoni

    mah. Con molta sincerità e tuttavia con rispetto per l’altro che non conosco, questo è uno di quei discorsi che mi irritano nel profondo, già dall’inizio e mi fa abbastanza dispiacere che lo scriva una donna. Perché pregare per gli ammalati? E se gli ammalati sono dei perfetti infimi di cuore? E si conoscono? Perché pregare per le donne incinte e non per quelle che abortiscono o che decidono di non avere figli o per le donne in genere o per le foche in Canada? Perché pensare soprattutto che vivere con gli altri sia un insieme di azioni diligenti e “buone”? Non ci vuole più coraggio (e onestà) a spendersi anche con critiche molto forti per chi si ama davvero, per chi si conosce? Perché io, “ammalata”, ad esempio, di uno che prega per me non me ne fo di un bel niente. Di chi prova a capirmi e se è il caso anche aiutarmi con il suo ascolto, con il suo sguardo, talvolta, magari sì. Le persone non andrebbero divise per categorie – mai. Ma semplicemente prese per quello che sono: se uno non lo sopporti, non lo sopporti anche se è sulla sedia a rotelle. Senza pietismo. Perché questa pietà è un cancro distorcente. Perché dire bravo ad un marito che magari detesto con tutta l’anima, ma non ho il coraggio di lasciare per via di uno stolido perbenismo che mi si è infiltrato nel sangue?

    Amare non fa bene in sé. Amare chiede fatica, la fatica impietosa di vedersi come si è prima di tutto, di dirsi anche: beh, in fondo a me di quella persona lì o del Ruanda o di questo e quell’altro non me ne importa molto. Solo se si è disposti a faticare, a cercare non tanto la bontà quanto l’autenticità, si raggiunge forse qualcosa di simile al bene.

    La bontà come imposizione, come forzatura spezza la dignità umana nello stesso modo in cui lo fa il menefreghismo (e a volte coincidono).

    Riprendendo un sacramento qui citato, l’Eucarestia, che si creda o meno, quello che si fa (come nei culti dionisiaci) è sbranare un dio. Ed è esattamente questo che fa l’amore: ci disossa, ci divora – non ci riveste. Però da nudi, magari si è un po’ più veri.

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  6. Antonio Fiori

    Avrei voglia di scrivere molto a commento del pensiero di Elide Siviero e di quanto dice Francesca Matteoni. Mi limito a queste essenziali osservazioni: il testo di Paul Celan citato ha un grado tale di verità intuitiva che è difficilmente confutabile e comunque da supporto alla proposta di Elide; a Francesca, con la quale mi sono spesso trovato d’accordo in questo blog, dico che non posso seguirla quando dice che l’amore non fa bene in sè – è vero che amare richiede fatica e che la bontà (come la democrazia) non si può imporre ma a chi professa una fede cristiana seria e coerente non solo non si può contesatre ma si deve pretendere che preghi per gli altri proprio nel senso e nei modi che pratica Elide. Un caro saluto a tutti.
    Antonio

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  7. francescamatteoni

    Non so Antonio, è forse la scelta degli altri che mi lascia perplessa. Chi sono gli altri? Non sono coloro che sentiamo davvero vicini? C’è un’esperienza altra che parla più forte?
    Anch’io apprezzo moltissimo il testo di Celan (che però nasconde l’esperienza umana di Celan, la sua scelta dell’uomo dopo il massimo degli orrori) – ma ritengo che nell’amore ci sia una crudeltà necessaria e feroce che prima si rivolge a noi stessi. E’ giusto pregare per tutti indistintamente? Secondo me no, se non si riesce prima a ritrovare quei tutti al nostro interno. Cosa che il cristianesimo professa con il comandamento dell’amore (ama il prossimo COME…), ma che prima della tensione, richiede il dubbio. Ne sono in grado? Mento a me stesso?
    E se mento a me non mi rifiuto pure in qualche modo?

    Penso che tutto, purtroppo, si possa contestare – perché si contesta a noi stessi un essere vivi, coerenti, autentici. E che i pochi stralci di verità stiano spesso nei dubbi.
    E’ più facile forse pregare per tutti, che non tentare davvero di ascoltare uno solo (con il rischio che la cosa ci lasci indifferenti). Per quello che mi riguarda ho sempre più domande che certezze.
    F.

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  8. Antonio Fiori

    Francesca, ti spieghi sempre piuttosto bene; ancor meglio in questa tua replica. Ma proprio nella tuo discorso c’è il punto nodale da cui è possibile articolare l’altro: bisogna prima essere in pace con se stessi, amarsi nel senso di accettarsi così come si è, senza certezze umane in tasca, con una fede anche fragile… e dispiegare il comandamento dell’amore che anche tu citi. Ora vedi, la tua bella chiusura del commento precedente è quanto di più cristiano possa dirsi: avere sempre più domande che certezze. E la cosa non è assolutamente in contraddizione con l’avere una fede, anzi è la disposizione d’animo migliore per affrontare una vita con e per gli altri. L’estremo ed eterno esempio è Francesco d’Assisi, rispetto al quale, se ci pensi, fa sorridere qualsiasi distinguo sul concetto di ‘altri’, ‘vicinanza’ etc. Con la stima di sempre
    Antonio

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  9. Gian Ruggero Manzoni

    @ Francesca. “…l’Eucarestia, che si creda o meno, quello che si fa (come nei culti dionisiaci) è sbranare un dio…” – altri lo hanno già detto, oppure solo pensato, ma non detto.

    “Una delle più grandi scrittrici americane del Novecento, Flannery O’Connor, si trovò una sera a tavola con amici e conoscenti. Qualcuno lì disse che l’Eucaristia era un simbolo interessante. Lei, che sarebbe morta a trentanove anni per una grave malattia e non aveva tempo da perdere, rispose decisa: se è solo un simbolo può pure andare al diavolo. Ma se il pane e vino a cui si fa festa oggi nella grandiosa, difficile Bari, non sono un simbolo, cos’altro sono? Mangiare Dio. Mangiare veramente Dio. Quel che Papa Benedetto oggi va a concludere non è la celebrazione di un alto simbolo intorno a cui si raduna un po’ di brava gente. No, è una delle faccende più singolari della storia umana. Un Dio si è fatto mangiare. Anzi, continua a farsi mangiare dai suoi…” Davide Rondoni a questo indirizzo http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2005_05_29/articolo_547729.html

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  10. elide

    sono elide… solo una piccola nota sulle osservazioni di francesca… comprendo il suo disappunto, ma credo che a volte pregare sia l’unica cosa che possiamo fare… proprio quando ci sembra di non saper amare, ascoltare, pazientare, ecco che la preghiera ci mette dentro l’animo di Dio e ci dà la sua forza… e poi, pregare per gli ammalati mi aiuta a vivere la mia malattia, pregare per le donne incinte mi mette dentro speranza (la grande speranza della vita, per me che non ho figli e non posso averne), pregare per i sacerdoti è chiedere la grazie della Parola per la gente… ma poi si va oltre e la preghiera avvolge le persone che amo e quelle che proprio non riesco ad amare. Ma è Gesù che chiede “pregate per i vostri nemici, fate del bene…”. La preghiera consiste nell’entrare nella relazione con il Padre e lì io amo parlargli di me, degli altri e rimanere nella comunione così come posso.
    Un sorriso a tutti, elide

    ps: sono analfabeta di blog… chissà se mi leggerete

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  11. elisa

    Ciao, Elide, ci siamo presentate ieri sera a Cittadella, ricordi?
    … e’ proprio così: nelle difficoltà, nel dolore, a volte nell’angoscia dell’incomprensione, il nostro cuore, la mente, il corpo, si aprono a Dio, al suo ascolto paziente. Così ritroviamo dentro di noi la voglia di vivere, l’intensità e l’efficacia della preghiera (a Dio nulla è impossibile). Sentirci amati da Lui con tenerezza fa di noi strumento, umile ma coerente, di pace vera … tvb! sorridimi: nn desidero altro

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  12. Mario

    Vorrei una informazione se possibile: la citazione «Alcuni uomini non sanno quant’è importante che essi esistano…ecc. è di Paul Celan o di Elide Siviero? E da quale opera è tratta? Grazie della risposta.
    PS: sito scoperto per caso e molto interessante, complimenti.

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