Antonio PIBIRI

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Antonio (Nello) Pibiri è nato nel 1968 e vive ad Alghero. Ha studiato musica e filosofia. Autore originale, ha una ricca produzione inedita di cui si propongono alcuni testi. E’ stato segnalato due volte da Roberto Carifi sul mensile POESIA.

Da: Nel vuoto illuminar del giorno (raccolta inedita)

Il turchese che sprofonda insieme
Alla strada nello spazio cittadino.
Le tue parole come graziosi
Origami in cartaluce…
Mi mancano.
O se entrasse un sacro Orice!
Nella mia stanza europea
Così…
Dal nulla.

Madre ancora
Nel tuo lascito di mare
Nuotiamo
Senza saper nuotare.
Non è forse un miracolo?
…e senza mare affoghiamo.

Mi lacero dal letto
Portandomi dietro tempesta di coltri
Come desquamata pelle
E di buonora estraggo dal pluriloquio
Invadente
Le parole vive ancor per poco
Votate all’asfissia da cassetto.

“Ma siamo la poesia che profuma
E che si da per niente”.

Il mio amore è un albero di Natale
Ancora tra gli abeti nella tormenta di neve
Ancora tra i tormentati venti esposto ed ondeggiante
E aspetta i lumicini intorno al corpo
Accanto ad una stufa
Agli occhi spiritati
Dei bambini

Nei tempi in cui la rosa centuplica le spine
A volte intenti a scucire le distanze
Nel buio della valigia dov’è stipato
Il seno vuoto dell’esilio,
A volte intenti a scoprire formule magiche
Come pelle d’armadillo,
La ferita da un tratto sorride
Sorride
Nel tuo e nel mio smalto:
Incantamento
Se ci si spinge nell’intrico dei reciproci richiami:
L’innata celere posta che viaggia
Nello spazio assoluto dell’aria,
Sentendo lo scarto con gli uccellini a corda
Che cadono scarichi dai rami un’altra volta.

Fare il bene non è baccano,
è lasciare che si svincoli piano
Dalle nostre mani il pesce argenteo,
Sapere che non tornerà a noi
Dagli iridati spazi a ringraziarci,
Magari in forma di megattera
Che sovrana erompe dal mare,
Perché è dimentico di se e
Le squame non portano impronte –

Il bene è “dimenticarsi un istante dopo”,
è nell’oblio che gli piace stare
Nella buia torba libera una grazia di fragranze
Che ci avviluppano
Prendendo le distanze…
Ma deve essere per noi
Una rincorsa
Che vediamo sparire nel nulla.

Questo cogito bradipo
Che annaspa sulla carta
Un somigliare vago a rovi
D’inchiostro ad asciugare
E la bocca
Dove pioggia tracolla…
Com’è lontano dall’intima
Igiene il fondo del vulcano
Il pene, l’incerta etimologia
Che noi siamo.

Primo oro

Sfarfalla dal ghiotto crogiolo
Di lingotti e spazia e dista

Irrora d’emolinfa luce le venuzze
Bruciando tutto il peso delle palpebre

Resa la pioggia puntillista
Ci consegna ad un breve fragore
Di silenzio, sfarzo di neonate Pizie.

In distinte stagioni sfiniremo?
I giusti si incrociano senza riconoscersi
Ravvisando quel buono infine
Ruzzolato in capienti setacci.

Ci ammala il ricordo sorridente
Debole suo flusso magnetico
Gioca a nascondersi ciò che brilla
Breve
Nel mite giardino dal moto rarefatto

Torna il silenzio alla radice.

Il circondario è tutto un brindisi
Di ratti per l’ultima razzia.

Da una silloge inedita di prossima pubblicazione, all’interno di un’antologia

Pia Madre*

Mai smesso di giocare a nascondino –
Non conto più
su nessuno.
Ma il blu più intenso beve a sorsi il fresco
di cui si tinge senza mai esaurirlo
e si fa in quattro
per farmi quadrato attorno,
premure non invasive,
non sonde che strisciano per la gola
che singhiozza clonica.

I tuoi sommessi acquerelli su tela
macerano sotto le meningi del cuore,
le ceneri lo rendono ancora fertile?
O sulle sue coste meno esposte Didone
nel grande oro del sole fonda Cartagine .**
Questa mano
un tempo forse zampa
forse artigli un tempo…
ora è solo il ramo fulminato dal timore.

* Pia Madre: la membrana meningea a contatto con la sostanza nervosa.
** Allude al quadro di W.Turner del 1815: “Nascita dell’impero cartaginese”

Categorie del blu *

Reclinando la schiena, col cielo
a perpendicolo ti cade in petto
il paradiso d’immensa campitura

lo bevi tutto il seno sereno
per la prima volta, c’è sempre,
come sublimarti, lenzuola in aria,

senza saperlo fare, senza rete,
senza presa salda a un terreno.

*Delle congetture intorno ai quattro blu poetici, scrive G. Bachelard nella sua Psicanalisi dell’aria.

Notte impura sempre
di affettuose efelidi
chi ci vietò di contarle?
Con l’indice ancora mignolo
eretto alla notte pulsante
quale annidarsi d’ansie?
Il firmamento fermenta
nella testa-stoffa di paralume
la luce accesa sempre
del bacio materna attesa
a esorcizzare i sospetti infantili
militi ora contro ignoranze
quando senti che sgambetti
anche nel vuoto illuminar del giorno.

Eolico

decelera, accelera avvampa vento
fa buio prima di notte

genera movimento demone incolore
nubi come treni in corsa

ha qualcosa da dire lui
ma senza corde né voce

uomo legato e incappucciato
con un bavaglio sui denti

respirazione in assenza d’organi
senza voce portavoce di tutti

i picchi afasici di lamento
dagli intersi geologici di

incarnato mondo.

Chiari ponti

giuro che ogni ponte mi è d’ostacolo
malgrado congiunga due fronti o labbra
un progetto di corde e travi così esatto

e interstizi tesi sopra intentati dedali…
forse meglio senza, un procedere nel vuoto
coi piedi che formicolano di precipizi.

Lo scorpione di Ibsen*
ad una amica scrittrice

Così anche tu tinta di sola pioggia estiva
rivendichi tregua e scorta al silenzio –

Hai posato l’ago che non affonda
sull’inchiostro arterioso, antidoto
e veleno,

e raccogliendoti sulla striscia incognita,
lungo il fiume macerato di fogli sul letto,
accetti il vago destino
di scoria ancora attiva.

* Da un noto aneddoto del drammaturgo norvegese.

Vedevo scrosciarvi addosso il tempo
come sotto una fragorosa cascata
che si dirama per le vie sinuose
dei corpi, i glutei, la schiena inarcante,
le braccia tese a brillio
e tutto trascorrere sopra al tutto
immobile e al contempo in moto
verso ogni direzione possibile
e mentre inflaccidivano rotte e mete
i piedi scalciavano chiusi e stretti
in un sacco di tela, zoccoli nitrenti
ed i pugni bramavano disertare
dalle ferree file dei fianchi.

Via per Damasco

In nessuna via riesco più a vedere una via
Ingeborg Bachmann

non c’è via per Damasco, né sibili di luce,
non c’è strada stretta o agevole che dia
fuga nel chiaro suolo della danza
serpenti annaffiati e gemmanti
a distanza
sicura da ogni sfascio
da ogni cerchio di lupi.

per assecondare anche un mezzo miracolo
che segni un lungo solco, dividendo
le acque morte del passato e presente,
carta da parati
dentro casse aperte,

e dal fondo inaudito, bucare l’opèrcolo
che da riparo da un avvenire che non arretra
ma prende, schivando vanto e placcaggi,
i corpi
volentieri come offerte.

5 pensieri su “Antonio PIBIRI

  1. Antonio Fiori

    Grazie a Giovanni Nuscis per avere proposto questo bravissimo poeta. E’ il miglior servizio che si possa fare alla poesia: proporre un autore inedito, quasi a sua insaputa, come dono per tutti. Tornerò con calma su questi testi, più tardi, ma invito tutti ad una lettura che coinvolge e arricchisce davvero.
    Antonio

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  2. Giovanni Nuscis

    Non ho potuto preparare – solita tirannia del tempo – una presentazione seppure minima di Antonio Pibiri, e me ne dispiace; ho per questo proposto un’ampia scelta di testi della sua produzione più recente.
    Ma leggendo le sue poesie sono certo che capirete le ragioni di questa mia proposta.

    Giovanni

    Rispondi
  3. sebastiano aglieco

    “Fare il bene non è baccano,
    è lasciare che si svincoli piano
    Dalle nostre mani il pesce argenteo,
    Sapere che non tornerà a noi
    Dagli iridati spazi a ringraziarci,
    Magari in forma di megattera
    Che sovrana erompe dal mare,
    Perché è dimentico di se e
    Le squame non portano impronte –”

    Belli questi versi. Profondi. Veri.

    Sebastiano Aglieco

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  4. Antonio Fiori

    E’un vero e proprio esercizio di salvezza, per Antonio Pibiri, la scrittura poetica; significativo delle difficoltà esistenziali è l’esergo di Bachmann scelto per l’ultima poesia proposta (“In nessuna via riesco più a vedere una via”) ma anche i versi, ora allusivi ora criptici, alla fine espellono il significato più profondo: “giuro che ogni ponte m’è d’ostacolo”, “senza saperlo fare, senza rete/ senza presa salda a un terreno”, “Questa mano/ un tempo forse zampa/ forse artigli un tempo…/ ora è solo il ramo fulminato dal timore”. E’ una poesia che nasce “nei tempi un cui la rosa centuplica le spine” per necessità incontenibile ma assume subito una funzione terapeutica senza sacrificare la primaria funzione estetica. Una poesia dell’inconscio, a volte visionaria, ricca di riferimenti culturali che riesce a trovare musicalità insospettabili e originali.
    Antonio

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