Ippolito Pizzetti: Robinson in città

di Antonio Sparzani

Per il mio compleanno, qualche mese fa, una mia amica d’infanzia mi regalò Robinson in città – vita privata di un giardiniere matto [RCS Libri, Milano 2006, ristampa della precedente edizione Archinto] di Ippolito Pizzetti.

Da tempo possiedo la garzantina di piante e fiori da lui curata, senza che mai finisca il piacere di consultarla, piacere che va ben oltre l’interesse per le piante, dati i continui sconfinamenti nei territori delle lettere, delle arti, della musica, e delle scienze. Ma questa sorta di diario per brevi quadri è proprio un’altra cosa. È la cronaca di brandelli di vita vissuta e pensata nell’intimità di una casa e nell’intimità di una mente aperta sì, e molto, alle sollecitazioni che la natura offre, ma anche a tutto quanto di più umano è riuscito in una vita a crearsi intorno uno spirito così libero e così autonomo come quello di Pizzetti.

Ecco due brevi schizzi, quasi all’inizio:

Die Wetterfahne

Quando sono entrato in questa casa ho fatto ridurre la bocca del camino che era troppo larga, perché non tirava. Sul comignolo sopra il mio terrazzo aperto a tutti i venti è stato messo un cappello di latta girevole, quello che si usa chiamare la banderuola o il galletto. Il mio sembra l’elmo di una celata, e l’ho dipinto un tempo a più colori (che ora sono sbiaditi fino a scomparire). D’inverno la notte se dormo nel nord della casa dal mio letto lo stridere della banderuola percossa e rigirata dal vento è l’unico suono che sento – anche quando il vento non è abbastanza forte da gridare con la voce sua. Le folate del vento, la banderuola che stride: sono ormai casa mia, ci abito dentro.

I.’inverno

Viene l’inverno, gelido, gennaio, le foglie sono già cadute, tutte, sola resiste qualche quercia: le foglie delle querce, dei carpini, si sa, rimangono più a lungo sopra il ramo. Viene la tramontana, il freddo, e la falce gelida taglia e racco¬glie una gran messe di vecchi e la butta sottoterra.
Ma tutto si svolge in un clima allegro, in una luce limpida, raramente ho visto il sole splendere tanto puro, mi pia¬ce vedere le ragazze con i pomelli rossi e con le sciarpe avvolte a più giri attorno al collo, Rossetta Luna e Uliva che hanno freddo battono i piedi contro terra, sorridono, s’arruffianano il freddo.

In tutto il volume si alternano nomi di donne, o di animali, che hanno popolato la sua vita, trattati con quella densa leggerezza che tradisce una commozione profonda. Anche piante e fiori popolano intensamente la sua vita, e il distacco che peraltro si avverte è il segno di una consapevolezza sempre più matura della complessità anche di un piccolo mondo. Sentite questo:

Il tempo della musica

Anche scrivendo ogni giorno uno non riesce forse mai a dire le cose che contano di più, o per lo meno senza le quali manchiamo di una dimensione: c’è sempre una faccia nascosta della luna.
Non ascolto musica da mesi; eppure – me ne rendo conto – non ho mai parlato del tempo dello spazio che occupava la musica dentro la mia vita, senza del quale la mia vita non è stata e non può essere quella che è.

o invece questa:


Il gufo, l’allocco, la civetta

Forse perché ho cambiato la camera dove dormo, ma questo inverno non li ho sentiti più, i miei uccelli notturni.
Li ho sentiti di nuovo stanotte: evidentemente è la stagione dei loro amori, per quanto io pensassi che fosse prima, nel cuore dell’inverno. Ma chi dei tre? La civetta no: la riconosco troppo bene dal suo grido. È probabilmente l’allocco, la famiglia di allocchi litigiosi che abbiamo sorpreso una notte nel tornare a casa, Uliva e io.

Un anno di vita ci viene messo davanti agli occhi con una semplicità, almeno apparente, che ci spinge a leggere e a immaginare la sua vita e la nostra in simili circostante. E la prefazione che Pizzetti nel 2005, quasi ottantenne, scrive a questa ristampa del suo volume, mostra lucidità e freschezza invidiabili.

Ippolito Pizzetti era nato a Milano nel 1926. Si laureò in Letteratura italiana con Natalino Sapegno, a Roma, nel 1950. Nel 1968 pubblicò il Libro dei Fiori (Garzanti) e in seguito Piccoli Giardini (Idealibri). Diresse per la Rizzoli la collana “L’Ornitorinco” e per Franco Muzzio la splendida collana “Il Corvo e la Colomba”. Per più di un decennio insegnò Arte dei Giardini e Composizione paesaggistica, quale professore a contratto, presso le Università di Roma, Palermo, Venezia e infine Ferrara. Dagli anni Settanta svolse attività di architetto paesaggista.

2 pensieri su “Ippolito Pizzetti: Robinson in città

  1. Orsola Puecher

    quella densa leggerezza che tradisce una commozione profonda

    eh sì… credo che queste parole siano da scolpire sulle scogliere per quanto sintetizzino uno spirito di vita e di arte (che dovrebbe esser la stessa cosa, ma raramente lo è) che andrebbe insegnato a scuola come alfabeto della formazione dell’anima e del pensiero insieme alle tabelline e(d) ai verbi irregolarie, all’uso dei due punti e del punto e virgola.

    Pizzetti era compagno di scuola di mio padre, classe 1926, le famiglie amiche e devono aver respirato, nelle aule di Via Spiga e nelle loro vecchie case milanesi una stessa aria d’elisir che oggi chissà come s’è perduta in prosaica oggettiva volgarità.

    Un modo di intravedere fra le righe definite delle cose (che custodisco in eredità più di un forziere di dobloni) anche le più semplici della natura, degli animali, degli oggetti, una trama di legami poetici e significativi, un ordito immaginario di sensazioni uniche e simboliche che trasfigura ogni avvenimento in un disegno più grande, che rende la vita in ogni sua piccola partizione davvero degna di essere vissuta e raccontata con la scrittura, o con l’arte, la poesia, il teatro, o il progetto di un giardino.

    E quanto è bello (e consolante dei dolori e degli affronti di tutte le vite) vivere e sentirsi vivi in questa continua trasfigurazione, tenera ed ironica, tutti insieme appassionatamente a banderuole, gufi, civette, allocchi. E gatti e gatti e gatti. Quanto aiuta.
    Quanto anche rallegra.

    [ questa è una dedica a e per tutte queste cose ]

    Hälfte des Lebens
    F.Holderlin
    [ 1770, Lauffen – 1843, Tubinga ]

    Mit gelben Birnen hänget
    Und voll mit wilden Rosen
    Das Land in den See,
    Ihr holden Schwäne,
    Und trunken von Küssen
    Tunkt ihr das Haupt
    Ins heilignüchterne Wasser.
    Weh mir, wo nehm ich, wenn
    Es Winter ist, die Blumen, und wo
    Den Sonnenschein,
    Und Schatten der Erde?
    Die Mauem stehn
    Sprachlos und kalt, lm Winde
    klirren die Fahnen.

    Meta’ della vita

    Con gialle pere pende e folta di rose selvatiche
    la campagna sul lago.
    O cigni soavi ed ebbri di baci
    tuffate il capo
    nella sacra sobrieta’ dell’acqua.
    Ahime’, dove li prendero’ io
    quando e’ l’inverno, i fiori
    e dove il sole,
    l’aura leggera della terra?
    Le mura si levano mute
    e fredde, nel vento
    stridono le banderuole.

    Dicembre 1803

    [ Trad,G.Vigolo ]

    ,\\’

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