di Anonimo
1
questo sorso di loto, il sonnifero
per non dormire, l’olio sulla pelle,
il riposo: presenti. e l’uomo esce
dal fodero di carne troppo umida
che non è pace, non dà più la pace
e si sogna. in un fremito, restare
la mente intera, qui la forza cresce
forse, al resto infelice non si pensa.
2
è nato chi dispone come il piccolo
le mani sulla pancia della mamma
nuova e la Libia della sua Sibilla
canta il re nato, e allora come va?
va bene. ho maledetto l’ENFASI. il caduto
rimane disadorno, la sua morte è
il cancro o la notizia (il grande mutismo
grosso) che forse non si passa, che forse non si cresce.
3
DOVE SONO le seduzioni? i
giovani, giovanissimi della via
Balbi, il giorno diciotto maggio,
il ventitre maggio dopo le seduzioni
lunghe, il trentuno quando chi non sa
dice, per sé: io non starò più sulla terra, cadrò
come una pianta. tu sei ingenuo, e non ti lascia mai il grande nodo
personale, l’educazione maestra a non vivere.
4
mi ricordo la soeur, non voglio
ricordarla. la sua nascita era
dopo la notte, nel cibo che si mangia,
nel grazie, difendere la malattia
del cibo, mangiare a caso, male. quasi
cento volte, derivando dall’alto,
discendendo molto, a caso, male sporcando
senza ragione il pelo chiaro, e poi no.

… il caduto
rimane disadorno, la sua morte è
il cancro o la notizia (il grande mutismo
grosso) che forse non si passa, che forse non si cresce.
Come dire che Cristo muore ogni volta che non crediamo nella Salvezza, che perdiamo la Speranza, o che non diamo testimonianza del Suo amore quando ne abbiamo l’occasione.
Mi piace molto questo passaggio e mi piace anche il resto, anche se è difficile da comprendere ed interpretare…
“la notizia…che forse non si passa, che forse non si cresce”
notevole, verso asciutto, timbro fermo, musica dal profondo, dice qualcosa di presente e va lontano – davvero notevole
Vibrazione di una voce inconsueta strappata alla meccanica umana che pensa sogna e insiste a far respiro con pelle e ossa.
“e allora come va?
va bene. ho maledetto l’ENFASI”
E’ la strada (più) giusta.
Nel grazie e nel ciao,
Roberto
Dispersi chi gioca e gli strumenti, e
il suo tappeto: c’è l’uno, gli altri sono.
Tre volte e tre rientra quasi
la morte nel sonno, per asma,
ma non vince.
A., lenta, a gennaio, a febbraio, arrampicata
quasi, su una sedia, che non
si parlava e mangiava più, SENZA LUCE.
*
A chi mangia il pane, più di uno,
morbido, e i dolci, e i biscotti
duri e grassi: «e tu bruciavi? sì?». e «io
ti piacevo già?» un oro è oro, sulle pareti,
è un sogno. «avanti…» è
la mamma, che parla; che ha te, ora;
e le pareti e casa,
e gioia di gioioso movimento.
*
io voglio una offensione lunga
del silenzio perfetto: il vero bianco
e nero contrastato, l’audio chiarissimo
dei pochi verba
detti. il sesso sbaglia, il sonno sbaglia,
mangiare sbaglia; ricordare gli anni
ricorda l’urto, acceca. la volontà vuole
imporre un’altra volta i due colori.
non avessi saputo a chi appartiene questa scrittura, l’avrei comunque riconosciuta.
grandissimo.
nc
e se rifiuti la PUTTANA SANTA – il cinema – e cerchi di essere SANTO, tu, un regista SANTO, allora la puttana, il cinema, sarà solo puttana, solo cinema: la merce inutile, che perde valore. questo si vede in sequenze, come l’uomo vede sulla terra, e Dio non vede così. amerò la PUTTANA SANTA. Fassbinder fa parlare Jeff: sono stanco di rappresentare l’umano, e io non ne faccio parte (il separato, il santo, è molto chiaro e biondo, e porco).
[e tu sei intenso, non morire di emozione!]. il canto degli uccelli, dove ognuno ha il suo nome, non si chiamano uccelli,
non sono una carne sola.
a Messiaen, Sagittario, piace l’oriole.
solo per i pesci presi la rete è definitiva, altri non ci sono. il Gàlata morente, strano pensarci ora.
se tu scrivi accanto alla rete, farai l’esodo: allora eviterai la rete. vuoi vivere o no? pensaci bene.
il «soffio di qualcosa che verrà» non è per i pesci presi.
una collana di appunti – gioielli – lunga come tutto il tempo da vivere: non è un sogno.
e non «sono stanco di rappresentare», e io non sono una guerra. ma qui le frasi astratte sono corpi, come gli incidenti e il sesso, sbattono e ridono e piangono e corrono: tutto è uguale, nello stesso momento. e dovrai intendere l’astrazione così: immagina che abbia i nervi e orini e rida, che le Muse siano le donne, che il pensiero sia Pietro, che la rivoluzione sia uno stomaco, che il desiderio sia un vivente. Non voglio più distinguere anima e corpo, anche se sono 2. Qui – e anche in poesia – l’astrazione è un altro modo, un’ambiguità delicata, sotto un controllo rigido. Amen.
Quello che mi trasmette la tua poesia, Massimo, è: Libertà. Autonomia di testa, di forma e di pensiero. Un qualcosa, chissà perché, che ha a che fare con Genova e con quello che questa città rappresenta per me. Grazie, luisa