Presentazione di Lucianna Argentino
Chi ha un po’ di confidenza con la Bibbia conosce il famoso incipit “Vanità delle vanità, dice Qoelet, tutto è vanità”. Erri De Luca per l’assonanza della parola ebraica “hevel” con Abele ha voluto tradurre l’ormai consolidato “vanità” (San Girolamo) con “spreco”. Mi sembra, comunque che i due termini abbiano, a loro volta, una certa assonanza, una certa affinità di senso che si insinua anche nel significato e risuona nelle poesie della Ricciardi che nella brevità dei versi, nella loro estrema essenzialità sono un esplorare che non cede a sprechi.
Sembra la Ricciardi una moderna Qoelet – figura che tra l’altro ha “ispirato” poeti e scrittori e pensatori di varie epoche- che continua e perpetua le eterne domande di chi non solo sente ma sa e cerca di vedere oltre la vischiosa nebbia della realtà e di vivere il tempo dell’anima , un tempo che rimanda all’oblio, alla smemoratezza pur nel quotidiano adempimento di cose da fare e soprattutto da essere. Perché Qoelet urla che tutto è vanità ma il suo cuore gli sussurra che pure nella crisi dell’uomo e nel silenzio di Dio si nasconde una presenza divina e nella possibilità di un incontro la realtà di una rinascita. Elena F. Ricciardi ricrea un mondo scarnificato, liberato dagli eccessi “del troppo dire” e per contro “dall’abbondanza tronfia del tacere” proprio perché il mondo con il suo vociare e gridare alla fine non dice nulla e ci lascia vuoti e confusi e la poetessa ha l’ambizione, che è poi quella di tutti i poeti, di “tracciare il percorso del vero”. Compito non facile perché è vero, come lei stessa afferma, che non si hanno orizzonti a cui rivolgersi mentre si procede nella ricerca e allora ecco che “nel dire il dirsi/compare la forma”. Ecco la parola che riconsegna il dirsi al dire, a quel verbo all’infinito che fa un po’ paura perché pare condurre sulla soglia del nulla. Ma i poeti hanno coraggio, i poeti attraversano il nulla e cercano di dargli un volto, una voce e la Ricciardi col suo timbro poetico nutrito di allitterazioni fa risuonare il nulla. Sentiamo nei suoi versi una musica e dunque la presenza di un canto. “Prossimo a Dio/un cigno muto canta”, la prossimità a Dio rende muti- ammutoliti per lo stupore che rende possibile questa prossimità- e dà fiato al canto del cuore. Quel canto che mi piace assimilare al bel verso “da sciarpa di lana e di madre” (il calore alla massima potenza!) che non solo mette in fuga il freddo, ma ci dà la possibilità di trasformarlo in qualcosa di caldo e avvolgente che ci protegga non come un scudo ma come un abbraccio, qualcosa che va “di passo in passio” in un andare e tornare la cui distanza è colmata dalla poesia.
Voce sul bianco
(Qoelet)
I
Rintoccano occhi sul bordo
traversa di luce e tempesta
l’altra faccia del nembo chissà
quando piove ed il freddo
da sciarpa di lana e di madre
sta attento un bacio sfuggito
alla fretta poi cresce
la neve la buca la terra
si apre
II
Quale incisore a togliere l’eccesso
il velo oscuramento
il troppo dire
e l’abbondanza tronfia del tacere
quale mano il coraggio
tracciare il percorso del vero
col nero di luce indistinta
di voce sul bianco ascoltata
mostrare quel punto segreto
III
Non hai orizzonti
immerso nel mare
nel dire il dirsi
compare la forma
l’idea
Potessi fermare la corsa
strapparmi dal cuore la cura
la pura paura del nulla
Potessi guardare al di là
Oltre la soglia
IV
Prossimo a Dio
un cigno muto canta
le ali smemorate
nel parco soltanto la notte
in attesa che manca
nel chi delle cose obliate
V
Senza storia piovono risposte non richieste
e chi non lo chiedono basta voltarsi a volte
al tempo dell’anima
è quasi giorno
VI
Forse una donna d’altri
tempi e destini salverà domani
aspri percorsi abbandonati
incredule parole
incerti passi
misure smisurate di pensieri
non più raminghi
petali dispersi
Di nuovo sboccerà la rosa
VII
Di passo in passio
in altri tempi
altre vite salvate
a rendere l’anima al cielo
vetri rotti sul ciglio
lacrime
amare te
che non riesco a dire
che scopri il volto altrove
te che se mi chiedono di me
vedo il tuo viso
VIII
Mi ostino a dire me
ed io e mio
che poi ci sia anche un verbo
non solo un infinito
che il cuore nel suo struggersi si narri
senza pudore
senza sembrare troppo vivo o morto
bisogna rendere vere le parole
ai sogni ostinati infiniti
ai desideri ancora dare voce

ringrazio sinceramente lucianna per l’attenzione che mi ha riservata.
fabrizio mi mancano le parole per dirti tutto il mio affetto e la mia gratitudine.
elena f.
grazie a te, Elena: ti auguro di procedere in questa ricerca essenziale di ciò che conta, nella letteratura e nella vita:
“Potessi fermare la corsa
strapparmi dal cuore la cura
la pura paura del nulla
Potessi guardare al di là
Oltre la soglia”.
un grazie anche a Lucianna, per la sua lettura attenta.
fabrizio
@fabry
quella sono proprio io, “la pura paura del nulla” combattuta palmo a palmo tra fede speranza e disperazione, alla ricerca di ciò che rimane.
grazie
elena f
Elena, penso che non rimanga altro se non l’amore.
posso solo dire poche parole da un internet point: che sono bellissime le poesie II e VIII. si respira (e lo dico dopo una crisi di asma, stamattina: si legge respirando, se ne vive)
L’epentesi che è nel verso
“di passo in passio”
mi sembra una stupenda folgorazione poetica…
Testi limpidi, aspri e veri di Elena, interpretati con adesione “elettiva”
e con partecipe discrezione “materna” da Lucianna.
Un caro saluto.
francesco
@gian ruggero
si, è proprio così
@massimo
un tuffo al cuore le tue parole.
e di nuovo grazie a fabrizio per la fiducia che da sempre ha in me.
saluto tutti
elena f
@ francesco
le tue parole sono apparse solo ora, scusami.
ti ringrazio di cuore.
elena f.
è incredibile come leggerle e rileggerle porti ogni volta a nuovi sensi, a nuovi rimandi…
e non riesco a dire quale sia quella che preferisco perchè tutte hanno in sè una grande, faticosa, alta – e qui l’altezza è tanta – essenzialità capace di inghiottire!
Complimenti Elena!
Ha ragione Carla. Io stessa nel rileggerle ora avrei ancora tante altre cose da dire… Ma questo è il fascino e la fascinazione della poesia, il suo sempre rinnovare emozioni, sensazioni, pensieri,immagini… Spero solo con il mio scritto di avere fatto come colui che apre la porta di una casa e lascia entrare gli altri. Un grazie dunque a Elena per la sua poesia e a Fabrizio per avermela fatta conoscere. Un saluto a tutti, Lucianna
P.S. Il solo verbo all’infinito: AMARE!
@carla
l’essenzialità, il nocciolo duro che nasconde il cuore morbido del mondo, è una ricerca continua, mai soddisfatta sempre sull’orlo del crollo, spesso disperata che va di pari passo con la vita dentro la vita, perchè le parole sono respiri condensati, formano cristalli con miriadi di faccie rilucenti, e tutte chiedono d’essere apprezzate, amate, vissute.
vorrei essere essenziale, perchè l’essenza è ciò che resta e spesso invece mi perdo in fiumi di parole.
grazie
@lucianna
sono io che ti ringrazio ancora per queste nuove, belle parole che mi doni
saluto tutti
elena f
“Quale incisore a togliere l’eccesso
il velo oscuramento
il troppo dire
e l’abbondanza tronfia del tacere
quale mano il coraggio
tracciare il percorso del vero
col nero di luce indistinta
di voce sul bianco ascoltata
mostrare quel punto segreto”
Credo che in questi versi molto si sia (ri)versato dell’Uomo e dell’artista, vergato a fuoco; qui c’è weltanschauung e manifesto, l’alchimia personalissima che si fa cifra e, più ancora identità poetica.
Proprio poco fa leggevo su La Clessidra l’ottimo intervento di Gabriela Fantato su Cristina Campo (“Cristina Campo: carnale e spirituale”): “Il poeta per Cristina non è mai testimone del proprio tempo, ma mediatore tra visibile e invisible, tra concretezza e simbolo; poeta è colui che, grazie ad una speciale “disciplina dello sguardo”, sa porre un’attenzione assoluta al reale, assumendosi anche il dolore, la fatica e la responsabilità di tale sguardo.”
Trovo che la tua scrittura sia dentro questa descrizione.
Grazie, e un caro saluto. Giovanni
mi vedo ora con i vostri occhi ,lucianna, gianruggero, massimo,francesco, carla
ed ora tu giovanni che dici di me parole mai sperate, spiegate me a me stessa come si spiega un rotolo sacro, piega dopo piega,lentamente, perchè io possa ri-velarmi senza fuggire o ritrarmi e perchè possa scoprire ciò che ancora è nascosto in altre pieghe e in altri nascondigli.
il mio maestro-fabrizio-conosce più di me quello che voi dite di me è lui che mi ha indicato il varco segreto dove s’incontrano e s’intramano spirito e materia è lui che continua a tenere accesa la fiammella perchè lo stoppino che sono non si spenga.
non ho parole per dire grazie a lui
e mi mancano purtroppo per dirlo a voi
grazie di cuore
elena f