[*pausa: stanchezza e crollo di Prometeo*]
—
quanto è grande la luce
del cielo, io la supplico.
quanto è veloce l’aria
sulle ali, io la supplico.
e supplico anche il mare
e la terra, che è madre
di ogni vita, e invoco
il sole il sole l’occhio
che vede tutto il mondo.
sole, terra, cielo, mare
guardate cosa soffro
per mano degli dèi:
eppure [*pausa*] sono un dio.
—
questo oltraggio mi nausea
e mi offende. e la lotta
che inizia mi fa schifo.
piango questo dolore
nuovo e il dolore che
verrà. in un momento
si può dire «è finita»:
basta poco. non ora.
vedo già tutto. Zeus,
anche Zeus, è uno schiavo
del Fato. io non oso
tacere; ma non oso
ancora non tacere.
[pausa]
anche di me, anche di me avrà bisogno
il signore Zeus. purché gli dica quale
violenza nuova gli ruberà scettro
e onori, né più dio né re e senza
governo. ma se Zeus non mi rialza
da questo carcere, prima, e se Zeus
non ricompensa l’ingiuria di oggi,
io non dirò niente.
la potenza è vana. anche il furore.
e Zeus verrà: verrà
come un amico. e quando
verrà, sia il benvenuto.
*
ti voglio raccontare questa favola,
credo. una volta iniziò la discordia
tra gli dèi. quando ci fu la discordia
tra gli dèi, qualcuno si accaniva
contro Cronos: perché Zeus fosse il nuovo
signore; ed altri contro Zeus: mai
Zeus fosse il primo dio. non una volta,
più volte, mia madre
ha previsto la storia: senza guerra,
e solo per la furia di un inganno,
il nuovo dio sarà un capo per tutti.
e io lo dissi. non ci fu uno sguardo
buono; mentivo, forse; ecco, non ero
creduto. ma lo dissi, con parole
vere. prendere Zeus sembrava il meglio,
allora, e mi aiutò mia madre; e il mio
consiglio vero fece sprofondare
Cronos, il vecchio, e tutti i suoi compagni.
oggi il mio premio è questa pietra. bene.
[*confuso, come cambiando discorso*]
io penso solo a… io penso. io penso
solo. io penso solo a qualche cosa –
è la mia volontà. è la mia sedia;
la mia sede; la mia acqua in questo
oggetto: nome: catino. io penso
a questo: come parla, come parla
bene chi *parla*. no, *prego*. no! *parlo
solo*, prego «l’amore per gli uomini»
io ho. [*sussurrato, quasi solo labiale*: …la peste…]
[*riprende c.s.*]
la peste del potere è sempre
una. questa: nessuna fede, poca
fede per un amico, non avere
mai fede. mai fede. bene, vuoi sapere
qualcosa. sì, vuoi sapere perché
Zeus mi tormenta. allora Zeus regnava
da poco, al posto di suo padre, e già
attribuiva ad ogni dio una sede
e faceva l’impero. e poi voleva
distruggere gli uomini, senza
salvarne uno, e fare nuovi uomini
sulla terra. nessuno disse una
parola, una. e io *parlai*; ho salvato
io questa gente. è vero. e sono andato
oltre. lo hai capìto. è giusto: sono
andato oltre. ho tolto la paura
della *morte* agli uomini. come ho fatto?
ho insegnato a sperare, anche se
è una speranza cieca. e non ho ancora
smesso: ho portato il fuoco tra gli uomini.
lo hanno ancora? sì, ce l’hanno
ancora: grazie al fuoco, impareranno
ancora molte arti.
*
parola di Ermes: prima il padre Zeus
affonderà tra pietre rovinate
il tuo corpo; e non sarai più visto.
vedrai la luce ancora. parla Ermes
per Zeus: il padre Zeus vorrà che il cane
sacro, alato, l’*aquila*
ti apra il corpo e venga a divorare
la tua mente: ogni giorno. ed Ermes
parla per Zeus: la bocca
di dio è vera. bocca di Zeus – Ermes –
parla. qui Ermes parla: guarda, guarda
intorno a te. chi vedi? e il tuo orgoglio
non si può limitare? e quanto vale?
Prometeo dice ad Ermes: Zeus, un giorno,
sarà umiliato dalle nuove nozze,
che farà. io solo vedo il suo futuro.
oggi è in pace. che sia tranquillo ora
non conta. un giorno cadrà anche Zeus.
Zeus avrà un figlio forte ed invincibile –
e questo figlio può umiliare il fulmine
del cielo. così il signore Zeus impara
che uno regna e l’altro è servo, e i due
non sono uguali. adesso dici io parlo
da pazzo, io urlo come uno che odia
e spera e teme e odia ancora. ma
quello che dico avviene. è un fatto vero:
così è vero che io – anch’io – lo voglio.
Zeus è tranquillo, Zeus è in pace. tra
poco, Zeus non sarà più un capo: un dio
toglie e dà, un giovane può uccidere
e cadere. è annientato. e io lo voglio.
*
dico che è troppo facile
amare da lontano.
io li amavo. li amavo
tutti da vicino. e tu? anche tu
*mi* ami? e dici *sàlvati*.
per mia volontà libera io mi sono
esposto a questa fine. per mia colpa.
per la mia volontà e la mia colpa,
è vero. io non credevo mai che questa
ora venisse. perché? non lo sapevo?
io non ci credevo.
se un uomo – un dio no – alla finestra
vede dall’altra parte / c’è una donna,
alla finestra. stende i panni, è sola,
piegati i seni verso i fili e non
sa che è guardata. è un giorno dell’estate
più calda. è agosto, è quasi nuda. quello
che vede i dieci istanti della scena
sa che la scena dura poco, ma
guarda e guarda. va bene. e dopo? un solo
minuto toglie tutto: non toccare,
solo vedere, e non vedere più,
mai. diciamo che l’onda piange quando
si spezza a riva e le sorgenti d’acqua
ti chiedono la stessa pietà; io credo.
scendete. ora scendete sulla terra.
siate gentili a quello che vi chiedo.
è poco, per il molto
che posso dire. state
qui, uno accanto all’altro,
buoni compagni, amici.
non ci sia differenza tra di noi:
anche se sono un dio.
Il monologo ha versi: endecasillabi e settenari. La recitazione dovrà occultare tutta la metrica, che varrà solo come ricordo o come segno scritto. La voce costruirà di nuovo i suoi flussi, alternativi ai versi. La base è la tragedia di Eschilo o attribuita ad Eschilo. Qui è privata dei suoi personaggi, che diventano fasi e pensieri del solo Prometeo – o dell’uomo che crede di essere Prometeo – incatenato alla sedia (sede), con gli occhi e la punta delle dita tesi all’acqua che rimane. Le frasi «anche se sono un dio», «eppure sono un dio» sono la chiave di tutto quello che dirà. Prime esecuzioni: Teatro Manhattan, Roma (Via del Boschetto, 58), 16-18 gennaio 2009

mi colpisce il riconoscimento che
“la potenza è vana e anche il furore”
Nell’ambivalenza di questa affascinante figura mitologica colpevole/innocente, più o meno divina/più o meno umana, io riconosco nella rivisitazione di Massimo un nuovo umanesimo che si coniuga in un moto/invito di speranza-disperato, all’ascolto e alla vicinanza.
“scendete. ora scendete sulla terra.
siate gentili a quello che vi chiedo.
è poco, per il molto
che posso dire. state
qui, uno accanto all’altro,
buoni compagni, amici.
non ci sia differenza tra di noi:
anche se sono un dio”
Un lavoro di una bellezza straordinaria, che colpisce dritto al cuore e per cui mi sento di dirgli grazie.
Mapi
La potenza è vana solo quando è fisica…
@carla
corpo e mente sono un’unica cosa. se desideri bere non ti disseti con la forza del pensiero.
@massimo
questo Prometeo è turbato, vive un’ambivalenza che lo lacera ma non gli fa negare il suo Atto: anzi ne riconosce la grandezza e il valore, eppure il suo tribolamento credo derivi dal suo sogno utopico di Umanità appagata da se stessa. la malinconia di prometeo è nella sfiducia non negli dèi (cui a priori aveva negato la sua appartenenza –con un Atto fisico di sfida–) ma negli uomini stessi.
Prometeo è sospeso non sa cosa accadrà né a se stesso e né, e soprattutto, ai suoi benefattori.
è come un padre preoccupato per i propri figli, nonostante abbia provveduto loro tutto il necessario per Vivere.
grazie, sempre. e lui è turbato, sì – come chi può e non può, vuole e disvuole. è una delle “intuizioni precristiane” di Weil, è un simbolo dell’amore con la A grande, nel volume IV dei Cahiers. orgoglio e amore coesistono e si feriscono a vicenda. e Prometeo paga di suo – e non rinnega i doni, maledice solo l’aiuto dato all’ultimo arrivato tra gli dèi.
l’impaginazione è ancora abbastanza tradizionale. nel copione finale appariranno molti bianchi, molti silenzi, poca punteggiatura, il resto sta al corpo –
Molto intenso il tuo prometeo, non condivido del tutto l’indicazione di celare il ritmo e le cesure degli endecasillabi e settenari: la tua scrittura non si presta a cantilene e l’uso sagace degli enjambements e la varia dislocazione anche non canonica degli ictus praticamente le ostacolano, ma la bellezza classica dei tuoi versi secondo me non può che far penetrare ancora più a fondo le tue parole in chi ascolta.
Ad maiora!
Alex
grazie Alex… non ho una risposta. ci sono testi che concepisco come traduzioni e testi che non lo sono. quelli che si mostrano come traduzioni DEVONO diventare metrica italiana, da Rimbaud a Dickinson a Weil. non so perché. c’è uno stelo verde comune, una forza che spinge e che *vuole* metrica in cambio di metrica – assolutamente; oppure nulla. gli altri testi no, o sono poesia o sono prosa, e tutto è normale (tranne i *venti sonetti* – ma forse erano traduzioni, anche quelli; e i piccoli *madrigali* – che erano omaggi).
DA VOI DERIVA – parole di Tasso.
*
allora anche il ‘mio’ teatro – questo spera di esserlo, io spero di farlo – è una traduzione? non so ragionare, forse sì [abominevole e squallido dire “mio teatro” – è un ossimoro]. e poi: nell’esecuzione il vincolo scomparirà comunque. allora l’esecuzione non traduce? forse no. l’esecuzione non è una gabbia? ancora meno. chi esegue è libero? in termini correnti, sì [rispetto al senso comune: SU UN PALCO IO HO IL DIRITTO DI NON AVERE PAURA]. in realtà, no – altri parla per lui/lei. ma in pratica, così per dire – sì, si libera. e questo conta, per me. e traducendo in metrica io sono fedele alle *altre* voci e non le deludo; ed eseguendo senza metrica sarò sciolto dalla fedeltà [la leggerezza *sana* è un bene, come è un bene il contrario *sano* della leggerezza]
non sono un’attrice e non sono mai stata su un palco: quindi parlo per pura –Fantasia–: nel momento in cui “precipiti” in un personaggio: Prometeo: una parte del tuo essere si confonderà/si perderà in una nuova anima. quella perdita è, per me, una porzione aggiunta di Libertà. l’io dell’attore si trova a lottare tra spazio (Prometeo che scalcia) e schiavitù (l’io che, continuamente, irrompe). il palco non sarà più un palco ma un luogo altro, così la sedia, il catino d’acqua: e le parole sciolte dai legami della metrica saranno gli strumenti per attuare: la Metamorfosi.
non riesco a vederli come un’unica entità, in effetti…
@carla
lo so che sono contraddittoria: ma il mio pensiero è più simile al tuo che al mio!
chiamiamola sindrome da telecinesi/psicocinesi degenerata. ;)))
diaciamo che sulla faccenda il mio punto di vista si evolvendo verso una sorta mediocritas oraziana…
ciao!
sarà un esercizio, più di tutto. non un artigianato, ma un’azione – fatta come si sa e come si può (io non sono un attore, nonostante un film o forse due; e gli attori non mi considereranno un attore). ma importa che la lettura diventi un corpo – esporre, ecc.
ieri ho visto e sentito Anna Maria Farabbi . unico commento, da uno appoggiato alla colonna: Farabbi assomiglia alla sua poesia, la sua voce assomiglia alla sua poesia e a lei. una poesia come quella non si applaude – si ascolta e basta. così l’ascoltatore si trasforma in ciò che sente. poi si lascia il messaggio a mani gentili, che lo riferiranno. poi si rincasa e l’altalena di risa e rimpianti riprende…
da un diario (parte della scuola di poesia -è in fieri – mancano tutti i corsivi- non sono pochi):
17. uomini parlano a uomini, vir vivit viriliter, no? – eppure qualcosa stona. più li leggi più ti sembrano giochi di parole: in realtà, di quell’albero e di quella donna non sai niente che li riguardi. fai ideologia con il verde e la sua diversità dall’uomo [e della donna dall’uomo] – ecc.; il filosofo delle creature è violento, stupra tutto tutti tutte [le cose].
18. l’intelligenza è un debito alto. l’intelligenza è cara [costa], come l’ironia (Rorty) e la critica (Feyerabend; e la fantasia). ma qui si parla di versi e strofe, oh che sarà! che sussurriamo nelle alcove. sussurriamo di cose, interpretate come idee. ma non sono solo idee. quale appagamento dà un testo?
19. aggiungere la peste. aggiungere il fuoco. contro ciò che resiste rigido, come la gola dura – che non voleva piegarsi e dire bene. che viva (e vive) il teatro, dunque – «di parola» e no. che viva la fiamma. [e viva il cinema]. Flecte quod est rigidum, / Fove quod est frigidum – sia così. se è morto il canone, che l’ironia viva. attenzione, però: l’ironia maggiore divora la minore.
20. la casa sul porto, la casa tutta bianca – non è mai un impedimento. c’è chi l’ha detto o creduto. mai stato. una casa antica appartiene solo a sé. non è un vincolo, ma una porta, spalancata su un’altra porta. Ianua è davanti a ianua: sia così.
21. la tolleranza è in uno, che sopporta la furia. la furia viene dai più giovani. il maestro oscilla, potrebbe cedere.
22. dalla bocca della brava ragazza usciranno perle, dalla bocca della sorella cattiva i serpenti. dalla nostra bocca può uscire tutto, e di tutto – e una suora devota dice «frena la tua lingua, che è un seminario di mali»; oppure un poeta italiano dice: «le parole sono il nostro unico strumento». della stessa cosa, si dicono e diranno due tre cinque cose, o parallele o contrarie – normalmente, e con la stessa convinzione. chi usa la poesia per sedurre [uccidere ridendo] altri da sé – sarà tentato sedotto morirà male, non scusato. e il maestro maledice questo allievo, lo getta lontano da sé, non vuole più vederlo. eppure ne ha pietà.
e poi: il giovane (un uomo), che non era vivo, che voleva scomparire (convinto), e ha detto (convinto, coinvolto) «io non voglio né essere né apparire» (convinto, troppo) – ora si vede ed è visto. Patrizia gli dice: tu sei lo stesso, ma prima non eri con noi, tu non vivevi [il gioco del bambino che non respira, per due minuti – i timidi sono precisi, anche nel disintegrarsi – per non disturbare: chi non si muove è quasi senza odore, forse già invisibile a tutti]. e l’amica dice: ora hai scelto il contrario, hai scelto di vivere – ecco perché ti guardi, ecco perché sei guardato.
23. vi è un Cuore [perenne] e parla a me. e ancora corse e rumore. quello che sembrava stabilito, ora non lo è più. il corpo – e come si atteggia si veste si tiene dritto e non curvo – cambia. è da tempo che non scrivo poesie nel senso stretto, ma testi che devono essere letti: un’Antigone, una Saffo, una Jinny (da Woolf), una Lady Anne (da Scuoti-lancia), e ora Amleto, ma per voce di donna; e Prometeo, che io farò [la voce fluirà sì e no]. scrivo (o traduco) ciò che non avevo mai pensato di scrivere (o di tradurre); scrivo, o traduco, per voci di donne [tacciono gli uomini].
24. notte. i nodi vengono al pettine. tra poco salirò a casa – in cui nessuna finzione reggerebbe, perché sono solo. ho scritto libri, in diversi campi; molti sono stati scritti troppo presto, e li ricomporrò parola per parola. allora scenderà la censura che li renderà meno graziosi, forse; ma – spero – più adatti al mondo. Patrizia Vicinelli ha scritto:
non c’è stendardo che possa
realmente fermarmi, né chiusura di spazio,
né circolo di tempo: la mia vita e la mia morte sono la stessa avventura.
25. che un amore guidi – è ovvio [guida dove vuole]. che un amore dia e tolga, anche. la vita è soprattutto affidarsi ai figli – fidarsi di altri, adesso. chi ha creato una famiglia lo sa. a voi – grazie. e poi questi appunti, in due tempi, scritti all’alba:
dove una cultura, anche selvatica, accetta di lasciar parlare gli altri (i bambini le cartelle cliniche i documenti) i risultati sono validi. e perché non occuparsene? per non scandalizzare gli ex colleghi?
26. non voglio più avere un cuore segreto, che scrive [pubblica] biglietti per eternare le Ninfe. il mio lavoro le lascia dove sono. questa voglia si è trasformata in loro opere. ad altri fratelli, non umanisti – non sono migliori dei primi amici, ma sono realmente più poveri: più Cristo – darò la mia voglia di vivere. ora il mondo si spacca, veramente.
27. non ho né moglie né figli, tra i miei ragazzi. il noi che viene detto da uno o una di loro mi coinvolge, è sensibile, ma l’amore che porta a «vivere insieme» non c’è.
Massimo si allunga e deforma come la gomma – tra scuole di teatro e diaframmi e Macbeth da tradurre (forse) e diffrazioni e infrazioni [le regole sono fatte per essere spese] – ci sono esperienze acerbe e sicure; sulle quali il mondo deve aprire gli occhi. gli conviene, tra l’altro. così: mentre Massimo tira fuori la lingua e fa esercizi attoriali [contrappunto bestiale] –
28. abbiamo detto tutto e tutto è in tutto. le piccole cose si addicono ad una piccola lingua: liquida forma in libero stato.
29. io scrivevo in volgare, per tutti, con l’intenzione di chi scrive in latino, per pochi. così offrivo un convivio a cui invitavo uno o due o tre – ora basta. tutto torna alla Vita Nova di Dante: Amore è il centro del cerchio, equidistante da tutti i punti; tu autem non sic, tu non sei così! ego autem, con molti: nemmeno io ero «come il centro del cerchio».
30. non tutto è l’alta cultura. molte cose sono all’esterno della cultura. ci sarebbe (stata) una sorella a dieci minuti da qui – ma io, quella sorella, l’ho lasciata sola – a correre da sola. il chiaro vincolo – sciolto e perso. sia così.
31
l’apparenza inganna. oppure la superficie è ricca, non uniforme. altrimenti ogni cosa diffusa è buona, ogni pettegolezzo è légge, ogni luogo comune semplifica e uccide.
le forme senza effetto non hanno senso. tu associ forme vane al desiderio di un’azione [perfetta] – ti contraddici: sia oggettivamente, ora, sia agli occhi del popolo futuro.
il cuore spezzato e pieno, nello *stesso* tempo. qualcuno spera di vincere al lotto anche per me – e di vincere anche per me. è un amore da romanzo popolare, tra anziani e verso il “professore” – si tratta di me. e spezza il cuore. torno e riparto. e il resto *non* è letteratura (forse è musica); ma non *piccole cose*
massimo
Parola anticae contemporanea, perfetta!
grazie dal cuore
rita
e tu – la bentrovata! grazie. grazie a chi ha inventato Prometeo, prima di noi.
– – –
in Vercors ho trovato questa sapienza semplice : “Si l’on vous frappe d’un coup de poing au visage et que vous puissiez le rendre, il ne vous fait pas grand mal. Mais si vous le recevez les mains liées, impuissantes, alors ce coup, vous le ressentirez douloureusement jusqu’à vos derniers jours” (*Souffrance ce mon Pays*, Emile-Paul, Paris 1945, p. 32).
con le mani *impotenti* – ma non lo furono o potrebbero non esserlo, se condizioni *esterne* non le bloccassero; in una lingua che qualcuno giudica una cantilena puerile, poco da uomini – la lingua francese.
*
uno dei più grandi – oggettivamente – poeti italiani (un uomo giovane) scrive una lettera nel suo sito. scrive che è stanco, superimpegnato, angosciato dalle responsabilità. la lettera è piena di parentesi quadre e di asterischi, come se *nascondesse apertamente* e come se parlasse con lo stile di un altro, perché l’altro capisca.
e in me provoca lo strazio. non mi piace essere lo spettatore calmo di un naufragio. la sua grandezza non gli porta pace, e io non so consolare la sua grandezza, se non dicendo: ho visto, ti leggo, resta.
Prometeo NON è un *artista*
gli uomini “impareranno ancora molte arti” grazie al fuoco, perchè loro NON LO RUBANO, non hanno bisogno di farlo, qualcuno, anche se un dio, l’ha fatto per loro
Prometeo lui sì ha sottratto il fuoco e l’ha donato affinché gli uomini fossero artisti(artigiani(artefici((artificiali liberi di non dover ogni volta rubare la scintilla
dal punto di vista del personaggio in quanto luogo della costruzione artistica(artigianale((artefatta dell’attore Prometeo è davvero difficile… è un LIMITE dell’arte teatrale in quanto tale
ma anche dal punto di vista della cosiddetta penetrazione del personaggio, o dell’auto-penetrazione è *limite* oltre il quale non
e non perché sia un dio, che non v’è limite all’uomo di raffigurarlo, né di impersonarlo, né di bruciare sugli altari i veicoli di tale raffigurazione iconica – nel Medioevo la parte di Dio nelle sacre rappresentazioni era la meglio pagata, di solito riservata ad attori anziani, a fine carriera si direbbe oggi, donde certe barbe michelangiolesche…
ma perché è un istigatore a creare, non un creatore
la lettura, come struttura performativa (che del teatro è sorella, ma non gemella, richiede un performatore, non necessariamente un attore) la trovo molto interessante come dimensione in cui il LIMITE del personaggio Prometeo trova un correlativo nello scoglio-pagina (con o senza leggio) incagliato sulla scena, cui il lettore, il suo corpo, il suo sguardo rimane incatenato; e attraverso tale correlativo diviene LIMITE ATTIVO, quindi produce senso, non appiattimento sul limite
essere a Roma in quei giorni di gennaio per vedere *de visu* quanto tale mia ipotesi sia vacua o sensata mi piacerebbe troppo, ma coincidenze negano – ci saranno altre occasioni, mi auguro
buon lavoro, Massimo!
Mario
grazie Mario… questo è grande, soprattutto: “liberi di non dover ogni volta rubare la scintilla”. liberi di non dover ricominciare ogni volta, e se fosse così non ci sarebbe *la* storia, ma mille cronache separate e inutili. grazie, non ci avevo pensato. ma se puoi – vieni… oppure arrivo io – dove?
intanto qualcosa qualcuno ricomincia – la fede legata alle opere, ok guys bye bye, e così via. ma lo *strazio* continua, sempre – legato a qualcuno (uomo e donna) che fa di tutto per *non* essere felice, per legare in nome della *sua* infelicità. “chi più ama è il soccombente [Prometeo!] e deve soffrire” – ricordo. ma non dovrebbe essere così. si torna a casa e il cuore scoppia – come previde Lorenzo Carlucci (proprio lui): gli scoppierà il cuore, a sannelli, e allora meraviglie!
dunque: le meraviglie – non so. in ogni caso, *lui* scoppia. words are very unnecessary, in questo caso (ma non l’amore, non la presenza, e non la macchina che si dice *da presa*). aspetto sempre la grazia, o di salire su un aereo.
e ho letto Poesia non poesia di Berardinelli – il dolore anche da lì; ma il futuro della poesia non è *la* poesia. B. dice che serve la critica, senza la quale nulla è riconosciuto e tutto è bigio. in parte è vero, ma solo in parte. il futuro della poesia non è *la* poesia, né la gnosi, né un’idea armata, né un gruppo.
infine. tradurre Suchère non è un atto di poesia, ma un inserimento volontario in una comunità: è vero e normale. ma ora non mi convince più – Suchère sì, convince; ma non la comunità, che è sempre armata contro un’altra; non mi convince più la vecchia idea di un’APPARTENENZA. i miei primi amici, se leggono queste cose, penseranno: lo sposo è impazzito, oppure ha bevuto (non ha bevuto).
al dossier prometeico aggiungo queste righe in volgare (*dunque* in prosa), scritte per un’occasione bella, tra un mese. e Prometeo vive e lascia vivere, si lascia scrivere da me e il copione subisce varianti, anche grafiche. il disegno sulla pagina non è occasionale, quasi mai è occasionale. ecco, dunque:
**Con parole di figlio**
Sono stato un figlio quasi senza padre – per assenza del padre, prima; per malattia e morte del padre, dopo – e l’allievo di una madre-maestra molto segnata dalla vita, trattata come l’ebrea di cui l’antisemita ride (un giorno racconterò la vita di mia madre, la sua esclusione e la sua liberazione da vincoli – anche culturali). La fede mi è arrivata in una forma sia infantile sia forte; per via materna e non paterna. Senza il padre umano, ho ricevuto un altro Padre, con cui una madre può avere una confidenza sconvolgente. Conoscendo la fame e ciò che il mondo rifiuta, in tutti i sensi, ora posso conoscere i SEGNI – che non sono evidenti per tutti – di un disagio che grida (per chi ci crede, in quel disagio grida anche Cristo; e i poveri li abbiamo sempre con noi).
A casa imparavo che ogni cosa ha l’anima, anche gli oggetti; allora ho imparato ad avere cura delle cose; perché (imparavo) LE COSE NON SONO SOLO COSE.
C’era una volta la povertà, e la povertà è rimasta. L’ho conosciuta, prima in una casa italiana e poi nel mondo (ho visto un’India dignitosa e colorata e profumata e fangosa, che ha penetrato il cuore, e ci rimane ancora). Dalla famiglia ho saputo che il mondo esiste, e che è vivo, e che nella realtà, e per ora, non c’è uguaglianza. L’insegnamento avveniva e avviene senza enfasi: si prende la mela, si divide in due o in quattro, si mangia la mela divisa ed è molto buona. Tutto questo avviene sotto gli occhi dipinti di un sant’Antonio e di un Cristo: ad entrambi si dà il buongiorno, come se NON fossero immagini.
Se avessi avuto il privilegio del benessere e della salute, oggi non avrei il privilegio di poter toccare gli ultimi (Genova è un osservatorio infinito: le persone si mescolano, i livelli anche; solo l’orgoglio può impedirti di vedere il campo rom sotto i grattacieli di quello che anche a Genova si chiama World Trade Center); così ho una lingua volgare in comune con i miei simili. Il latino appartiene ad un altro popolo, che è solo contemporaneo a quello povero, ma lo ignora. Io stesso ho scritto in una lingua moderna, ma sottile e severa come il latino; e ora voglio che tutto il mio latino sparisca, e torni nel volgare da cui viene, e da cui io stesso vengo.
Se avessi avuto una madre felice, oggi sarei quasi cieco. Non è stato così, e l’esperienza della mela divisa, della strada per dormire, e del bidone come boutique è un dono che rimane. Dimenticandolo, parlavo come quello che non ero – tradivo madre, famiglia, mondo, e il Cristo che si manifesta con la madre, con la famiglia e con il mondo.
bravo, massimo! per un secondo ho pensato: tutto bene, a parte l’inferenza “Se avessi avuto una madre felice, oggi sarei quasi cieco.”, che è falsa. la solita retorica. ma poi tutto si è giustificato: quell’inferenza vale per te e non c’è ansia di generalizzarla in questo testo. tu saresti stato quasi cieco, con una madre felice, e dicendolo non dici altro e non vuoi dire altro. e questo è giusto. e anzi proprio questa inferenza, che è un riconoscimento e un’ammissione della propria natura (e dunque della propria passività) proprio laddove potrebbe colpire come uno sbandieramento di una propria superiorità, questa inferenza falsa e vera è forse il sintomo più chiaro e certo di un avviamento all’equilibrio, dopo lo scoppio del cuore, (il latino ridotto in volgare, la teoria in prassi, la falsità in verità): con la famiglia e con il mondo.
ciao,
lorenzo
caro Massimo, come sai, non ti faccio mai complimenti in pubblico, ma questa volta non posso fare a meno di ringraziarti per quello che hai scritto.
fabrizio
sono io che ringrazio chi legge – non ho mai pensato di *meritarlo* automaticamente “perché mi chiamo leone” – no, ogni testo è il primo, che equilibra e contraddice il precedente. ecco che cos’era “l’esitazione permanente”che Mesa notava nel frate asino: era la voglia di assecondare i nuovi istanti con nuovi stili – una coerenza contradditoria, però – perché io cambio – perché la storia è la storia (e chi urlò nel telefono di mia madre “noi siamo abituati alle comodità” – che significa “morti di fame, voi non conoscete le comodità” – ora esce dalla storia superba di prima: piccola borghesia, piccola “volontà di dire”, che perde i suoi investimenti, e non li traduce in altri).
l’idolo che odio (la parola idolo contiene la parola odio) è l’ingrandimento volontario di ciò che non è grande, il rimpicciolimento volontario di ciò che non è piccolo. ma le cose sono cose – nessuna inferenza – nessuna *intelligenza* nell’avvicinarle (amarle, in un certo modo).
e queste cose sono legate *anche* alla famiglia. e non si sciolgono mai dal loro habitat: questa città è la Barbara tra le città industriali, la meno settentrionale delle città del nord. esserci è il terzo privilegio. dunque (un Poeta scrisse che) “le cose che NON sono ridurranno a nulla quelle che sono”. Prometeo inizia qui – non IL, ma UN Prometeo. ecco:
http://www.teatromanhattan.it/upload_img/PROMETEO.jpg
grande! proprio il teatro davanti alla ex casa di francesca… non mancheremo!
auguri
lorenzo
OH avere la leggerezza dela prosa!(Amelia Rosselli).
Grazie Massimo, quando ti leggo, e qui particolarmente, è come tornare a casa.
Tu ci sei, ma porti anche altri, noi, me per esempio.
Maria Pia Quintavalla
“tornare a casa” – grazie, non c’era cosa più bella che si potesse dire.grazie, davvero
(massimoè riemerso da un bagno,non simbolico,fuori stagione -in abiti da naufrago- così il film continua)
resta sempre anche il mistero: perché Prometeo ha portato il fuoco agli uomini? pur sapendo benissimo che non avrebbero mai potuto con esso scalare l’Olimpo e scacciarne gli abitanti, pur sapendo benissimo che non avrebbe aiutato quegli esseri, di cui provava compassione, a soffrire meno, dato che il sogno di poter un giorno conquistare l’Olimpo, possedendo il fuoco, sarebbe rimasto per sempre nei loro cuori?
forse Prometeo non voleva dare un’arma segreta agli uomini – voleva solo rendere meno penoso (meno privo di storia – meno casuale – meno animalesco) il passaggio sulla terra. così riesco a vederlo io. dunque: non è un P. ideologico, ma *pietoso* [non è l’ultima cosa da notare, ma la prima: cioè *pensò al prossimo*, che non era il suo prossimo, perché non erano déi – “eppure sono un dio”]
mille sorrisi e tutti diversi e tu scegline uno – ti potrà servire – SPACCAMI IL CUORE:
http://www.youtube.com/watch?v=ZBE-erj5lzg&feature=related
un sorriso di passaggio a chi leggerà, sono di corsa, l’alba arriva presto (con la felicità – *non dico per dire* – di soffocare in acqua di mare e uscirne e qualcuno ti avvolge di coperte, oh massi massi – era vero tutto, ero mezzo morto e felice per più di metà… per quello che conta dirlo – ma dirlo è bene, quando càpita – *e se mi vedi fotografa*!) (lode a te, che lo permetti – lo sai: fai tutto tu, come ci siamo detti *uan volta* – “dolce e feroce con me”)
Da qualche tempo provo a leggerla-leggerti…scrive meravigliosamente! Vedo i suoi testi risuonare in un teatro greco.
Chiedo perdono, per quella che mi pare un’intromissione.
no, nessuna “intromissione” – qui c’è solo un quasi-attore, un forse e uno pseudo e uno che tenta e trema, e che torna ora ed è stremato – il frate asino. nessuna intromissione, ma la *grazia* di chi manda un sorriso, di cui vivo – e il mio grazie, davvero
massimo
corredo del dossier prometeico, tra 2005 e 2008 – e senza i corsivi che sarebbero pause della voce [ed è sconvolgente il *parlare in parabole* del vangelo di oggi – buona notizia – di oggi: amico, perché non hai l’abito nuziale? e gettatelo fuori! – e se il tempo fosse *vicino*? non “non ancora”, ma “già”]
13
Occorre un controllo delicato. Al bambino piace un po’ girare in macchina, con il padre, in tondo, su spazi larghi, in campagna. Ama il vuoto nel pieno, evidentemente. Ama il fatto, forse, che il tempo si perda (e nello stesso tempo: molta vita, vegetali e animali, è intorno: è più che sufficiente, secondo una delle formule dell’italiano che sta imparando, a casa).
***
Chiamano non pace la pace, pace la sua assenza, sonno la veglia. Il nome Giovanni o Giovanna contiene la grazia di Dio. Alla mente è sconcio trovare altro. Il terzo non si dà. Allora vedi che sentire è alto e basso: chiedi un nuovo pavimento di tutto legno, su cui posi nudi i piedi, e vuoi ancora lusso, e vestiti, e vasche per la pelle. Dici: «le donne non devono lavorare». C’è stata anche la peluria bionda, quasi retorica, e i capelli ossigenati sulla ricrescita del nero, al centro. Questa miseria non mi ha abbandonato. Il tuo secondo amore è violento, la tua tenerezza è guerra, tu mi aggredisci. Per questo dici: io sono ariete. E l’altro – il primato è dei libri – prende il sopravvento, in silenzio, mentre si indonna, più di te, e mi vince e mi cura. «Non credo alle idee»; «non sono una persona». E: «esci dalla mia vita». Appare il nuovo, dopo, diverso dal resto.
18
Un uomo non nasce: dai poveri nasce carne povera, dai poveri un altro povero. In casa non ci sono molti libri, ma gli essenziali. Già il bambino non ama quello che vede. Fuggirà. Scene e metafore di volo – come per piume e ali – entrano nella sua scrittura, da adulto. Nasce carne povera e materia di contrapposizioni, tra e tra. Impara a parlare (esitando) e scrive (sicuramente): la seconda competenza, naturale, gli rimarrà per sempre. La carne parla poco: il suono della sua voce le è quasi insopportabile, anche anni dopo. Questa stessa voce si perfeziona, leggendo poesia in pubblico, leggendo le sue poesie. Infatti la dizione è accurata. Fuori dalla scena no: la voce non si sopporta. Allora può dire: «non voglio vedere nessuno». Credi che si rappresenta un dolore, che l’arte schiva, che i ritorni periodici non eliminano, ma ricordano. Questa Piana, con il cielo viola, come ha funzionato da culla e vivaio, prima, oggi è uno scandalo, e ancora oggi è uno scandalo. Qui si mette piede, per poco, ma il piede si vergogna di saltare, l’ala di volare.
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Ora, se il futuro portasse altro; se queste ripetizioni saranno contraddette da un solo sorriso, o meno, purché io riesca a ricambiarlo; allora queste frasi sarebbero il passato. Abolire è impossibile, iniziare sì. Non è più credibile il buono, santo, bello, del paesaggio: non è cosa che riluca. La nuca ritiene molto il freddo. La luce illude spiritualmente, come luce. L’apice è finito, che FU una cosa.
20
A se stesso, nel suo calore. È poco, ma così exit, con naturalezza esce. Né ora nasconde né non nasconde, né sa né non sa (chi sa?); esaspera certamente i termini. Ma i termini – due legni, una parte e un’altra – sono, veramente, FINITI. A chi piace cadere? Eppure piace; e fondare piace. E cadere piace, piano. Davanti allo sposo non si digiuna e non si piange. L’impatto, poi, è delicato, fino all’ultimo. Ogni cosa scagliata deve: dunque tu mi sei necessario, con quello che ne segue.
dai poveri nasce carne povera…il piede si vergogna di saltare, l’ala di volare. Abolire è impossibile…iniziare, sì.
“il filosofo delle creature è violento, stupra tutto tutti tutte [le cose].”
http://it.youtube.com/watch?v=01U2_CNKV4g
Il filosofo delle creature è “violento”, cioè riconosce la propria forza (voce anche urlata,negativa) e quella della natura. La accoglie e si trasforma in “resistente”(cade e si rialza – cade e si rialza). Ascolta se stesso e le “creature” o “cose” (la distanza è a volte sottile). Ascolta ogni voce, anche discordante, scopre la prudenza e continua.
pensavo a Sbarbaro – “gli alberi sono alberi, ecc.”; sarà vero? trasformare tutto in metafora di cose strettamente *umane* – sarà giusto? il rivo strozzato che gorgoglia non è un uomo – ha anima, secondo me, ma non è un uomo, e vive in una situazione *diversa* – l’uomo abbellisce e rovina tutto – l’uomo ci mette le parole.
ho parlato con colleghi umanitroppoumani, ora – ho sentito la mediocrità dell’ambiente postBrunetta, ecc. – e sannelli? sannelli fa troppe cose. orrore. e questo non sarà perdonato in un posto in cui devi essere *una sola cosa* (la mentalità ragiona così: se sannelli è bravo in tanti campi, perché viene qui a lavorare? e se viene qui a lavorare, non sarà falso tutto il resto, su cui lui punta?)
“ma io volevo baci lunghi”, ha scritto Tondelli. io – anche meno dei baci – mi bastava meno, mi bastava un po’ di grandezza abbordabile (non parlo di Rilke, parlo di Mia Martini) – che consola; e un po’ di parole non metaforiche.
un dio divide un uomo non può osare
unire ancora quello che un dio scioglie
il dio separa e l’uomo non può unire
quello che un dio divide un altro dio
per la pietà si muove solo la pietà
lo inchioda fisso ad una sedia ad una
sede e morto è. la mancanza di stile
è quando ama; e troppo rumore, credo.
le sorelle che guardano oggi hanno
rispetto della smania
che sono. e anche fratelli
hanno questa pietà.
«il principio delle opere è la mente»
se c’è. il suo fine è non avere un limite.