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da qui
L’e-mail del pomeriggio ricalcò i dubbi e la stanchezza di quelle precedenti. Mi stavo per arrendere, ma il giorno successivo l’aria sembrava trasformata. Non sapevo se crederci o meno, perché ogni volta spuntava una notizia opposta a quella precedente. Il Signore voleva condurci all’estremo della sopportazione, per chiarire che non era affar nostro trovare soluzioni e rintracciare il bandolo della matassa. Lei, ultimamente, diceva d’essersi troppo coinvolta nella storia: pensava solo a questo e temeva di non poter procedere senza danni alla salute psichica. Vicoli ciechi, labirinti senza uscita, specchietti per le allodole tendevano sempre a portare fuori strada: la vita chiamava a misurarsi con qualcosa di più grande, un traguardo spostato un po’ più in là, di giorno in giorno. Un’e-mail accennava, tempo prima, a un cammino accidentato, ma adesso – francamente – aveva l’aria dei sentieri impossibili di Lorca: secondo lui, il poeta li percorre calmo, ma noi non lo eravamo, anzi, il nervosismo prendeva il sopravvento sulle buone intenzioni, non di rado. Di chi era la colpa? Mia, che non riuscivo a liberarmi dai residui del passato? Sua, per l’incapacità a sperimentare uno straccio di fiducia? O erano i messaggi a pretendere qualcosa per cui non eravamo preparati? Si scorgeva, in filigrana, il paradosso del Vangelo, come se Gesù fosse tornato e intendesse guidarci di persona su strade imprevedibili. A quei tempi girava una storiella: un uomo pende da una parete di montagna, incapace di andare avanti o indietro; invoca aiuto e gli risponde una voce, bassa e suadente, che lo incita a lasciarsi cadere, perché braccia sicure lo raccoglieranno; lui ci pensa un istante, poi riparte con l’appello: c’è qualcun altro che mi può aiutare?
Ci sentivamo un po’ come quell’uomo, ma tenevamo duro, eroicamente.

“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”
http://www.youtube.com/watch?v=h9zj11gf9Qk&feature=kp
Il mio canto ascende a Te, mio Dio, a Te abbandono l’anima mia nel suo tumultuoso affanno, nella sua confusione, nello sconcerto della sua inquietudine, Tu sei “la svolta imprevedibile” sulle “mie lampade inutilmente accese”, Tu solo componi in canto ogni mia disarmomia e ogni molteplività in unità, spero tutto da Te: ” quando ero empio Tu moristi per me, ora che sono giustificato mi lascerai in abbandono?” mi farai conoscere il tuo disegno, lo troverò dietro ogni più impropabile angolo della mia storia. Tu, seduttore divino, intanto, “mi lasciavi dietro e spighe/ e bacche e more sui rovi/ perchè mi cibassi nell’affannosa ricerca”, ora, stordito dal tuo profumo, mi sovviene annientandomi, la tua “Bellezza che significa Amore, ora, “bacio le zolle ove calde sono ancora le tue orme divine”.
dal libro di Geronimo Stilton:
Due amici procedono su un sentiero di montagna, quando all’improvviso uno di loro cade nel dirupo.
-Mario,ti sei fatto male?- gli grida subito preoccupato il compagno.
– Ancora nooooooo….- gli risponde l’altro.
Ricordo un periodaccio che durava da mesi, qualcosa tipo: dove mettevo piede, stavo in mezzo quai, risolvevo un problema, arrivavano altri due. Le forze per combattere mi si stavano finendo, ma per resistere mi ripetevo: prima o poi tutto questo si deve finire, ho sopportato peggio nella vita, c’è lo faccio anche questa volta.
E c’è lo fatto.
A volte per uscire salvi dobbiamo atraversare anche una palude, però spesso questa è unica strada di salvezza.
“il nervosismo prendeva il sopravento sulle buone intenzioni”
perché cresceva la tensione, perché ogni uno vuole risolvere i problemi, ci aspetta la soluzione, cresce ansia, raddoppiano le ferite. La situazione diventa nervosa e non si sa dove trovare colpevole (ma vale la pena cercare colpevole?), perché ogni uno cerca di risolvere tutto bene, per suo bene.Però, quale nostro bene?
“..come se Gesù fosse tornato e intendesse guidarci di persona su strade imprevedibili”.
ora sono:
“sedotto dalle tue cure, da questa
liturgia dolce”.
(Turoldo)
“Ci sentivamo un po’ come quell’ uomo, ma tenevamo duro, eroicamente.”
Nelle difficoltà la tentazione di lasciare la presa è in agguato, in effetti.
In montagna è sempre bene non andare da soli, e guardare la cima per incoraggiarsi..In montagna, e, forse non solo 🙂
Anche il rischio, all’inverso, di non lasciare la presa, in nome di un ostinati timore, di una caparbia mano che si tiene ancorata ad appigli non saldi, non veri. Dietro l’angolo, quel paradosso di strade impensate e imprevedibili.
Un anno fa, un uomo venuto dalla fine del mondo, è arrivato con la sua semplicità dritto al “cuore” del mondo, passando attraverso un semplice “buonasera”, diverse e inusuali telefonate, un paio di scarpe vissute, una modesta automobile, la lavanda dei piedi a una donna e tanto altro; una dolce ma ferma rivoluzione nel nome di Cristo, quella che ha fatto di Papa Francesco l’uomo che chiede di pregare per lui, che non dimentica mai di regalare il bel sorriso ricevuto in dono dal cielo, l’uomo capace di aggregare un numero imprecisato di fedeli e non, tutti che si uniscono ai due tipi appesi alla roccia, che tengono duro inseme, fiduciosi, in attesa di braccia accoglienti che li salvino dalla possibile caduta nel vuoto. Verrebbe da dire un eroe, insomma, ma Gesù molto probabilmente direbbe semplicemente un uomo.
In tempi non sospetti, nessuno avrebbe mai immaginato un Papa così semplice, senza orpelli, umile ed essenziale. A questo proposito è carino rileggere questa nota di don Fabrizio che mi sembra ricalchi un futuro auspicato e accaduto.
Se fossi papa
Se fossi papa, girerei in clergyman e porrei la sede in una parrocchia della Garbatella, lasciando San Pietro e il Vaticano per cerimonie speciali e come città-stato dei poveri più poveri. Durante il giorno visiterei i più miseri, che così sarebbero meno sfortunati, meglio alimentati e meglio vestiti, perfino rasati e pettinati e, magari, ma non vorrei esagerare, profumati. Mi lascerei prendere dall’entusiasmo, recandomi nei campi rom e nelle carceri, negli ospedali più malmessi e nelle scuole scalcinate. Farei dettagliate relazioni allo Ior, indicando come provvedere alle situazioni più difficili. Viaggerei in Cinquecento, sbarcando il lunario con la quota versata dallo sponsor. Imparerei il romanesco e giocherei a battimuro coi ragazzi del Tufello e San Basilio, facendoli vincere, ogni tanto, per permettergli di andare a vantarsi di aver battuto il papa. Sarei il portavoce di me stesso, perché nessuna voce rende meglio l’idea della persona stessa. Mi applicherei allo studio dell’esegesi più avanzata per proporre la Scrittura in modo chiaro e attuale e metterei ogni festa di domenica, perché inventarsi tre omelie alla settimana è roba da andare al manicomio. Inserirei le encicliche nella carta dei Baci Perugina, per diffondere meglio la dolcezza del vangelo. Parlerei di Cristo e basta, perché ce n’è per una vita e, forse, anche di più. Riderei e scherzerei, perché il rispetto lo si guadagna con la simpatia e la vicinanza, e a volte è meglio una pacca sulla spalla di una scomunica inflessibile. Assegnerei a Dan Brown un premio prestigioso, per dimostrargli che non basta scrivere un best seller sulla Chiesa per essere sprofondati nell’inferno, anche se lui, magari, ci sperava. Riempirei di scarabocchi i muri un paio di volte al mese, perché il papa è una persona seria, ma guai a pensare che non faccia mai pasticci. Direi alle suore di non fare quella faccia e di non parlare mai con quella voce, perché se c’è una cosa che fatico a digerire è il tono artificiale di certe religiose, con faccia allegata. Porgerei l’altra guancia solo in casi straordinari, perché Gesù non era un masochista e, all’occorrenza, ne diceva quattro senza tanti complimenti. Berrei volentieri una birra con gli amici, pagando alla romana: sono o non sono di Santa Romana Chiesa? Se fossi papa direi a don Fabrizio di riposarsi un poco, di smetterla di credersi indispensabile per tutto. Lo porterei al cinema con me, che sono tredici anni che non ci mette piede. Se fossi papa chiederei a Gesù la forza di stupire e divertire, soprattutto il dono di sorprendere ogni volta, come faceva lui, che non sapevi mai che cosa avrebbe detto o fatto. Se fossi papa. Ma chi me lo fa fare? Se diventassi papa avrei finito di scherzare; o riderei tanto da morire il giorno stesso.