di Martino de Vita
1.
La coscienza è un vuoto, la coscienza che non c’è riempie un’anima; un letargo dal quale io, bambino timido e smarrito lentamente mi sveglio. Capricci, pianti, angosce e fantasie riflettono usi e consuetudini, storie e folclori, altre fortune. Indagine sempre seria di una mente, è in continua ascesa fin dall’asilo: un esordio scolastico sofferto.
Rispetto ai compagni assimilavo adagio, senza fretta. Le aste, da copiare all’infinito, su un quaderno unto, bisunto e tutto nero, strisciavano come serpi; il sillabario era a brandelli. Pochi i momenti sereni in mezzo ai banchi. Una scuola privata di bravi fanciulli, quasi tutti di famiglia bene.
La maestra mi richiamava perché spesso partivo. Le aste tremavano? La tipa non mi piaceva, la faccia era da forca.
Consapevole di avere più di una chance, non parlavo; preferivo stare in ombra.
Tra pensieri lontani e un “Inno di Mameli” non diverso da un coro di bufali – la prima a berciare era la maestra – cercavo di farmi i fatti miei. L’abitudine in seguito si è estesa.
Al momento però, al di là di ogni riserbo, alcune certezze potrebbero smarrirsi. Sorpreso all’improvviso da un malefico perverso diabetaccio, mi ritrovo stupito, confuso, poco allegro.
Il babbo, se tutto questo fosse successo ai suoi tempi, abilissimo nel sorprenderci pallidi e smunti, si sarebbe preoccupato, pover’uomo.
– Ti sei voluto ammalare! Ci sei forse nato in quel modo? Non perdere altro tempo, va’ subito da uno specialista…
Ha raggiunto le Anime Elette dieci anni fa. Padre incompreso, ex giudice austero, poi ottimo avvocato.
– Vell’omo lì invecchia male…
Mugugnava la Maria, la nostra Tata, nei momenti di tensione. Mi nascondevo in solaio – stanzone adibito a deposito di legna e segatura – fino a che la tempesta non si placava. Potevano essere coinvolti i tremolii in quelle faccende, meglio sparire.
Dopo l’esordio durato cinque anni, continuai a frequentare da inibito. Consegnavo in bianco il brano di latino forse più per indolenza che per vera e propria inettitudine. E quando credevo di applicarmi, il professore diceva:
– Noto il tuo impegno… come dire… ardito…
Avevo estro e senso del linguaggio, ma questo valeva solo per me. L’insegnante non considerava il genius innato e premiava sempre le versioni degli altri. Per motivi di ermeneutica e manifesta idiosincrasia, finii l’adolescenza in collegio.
Bravi frati mi insegnarono la lingua di Ovidio, Catullo, Orazio, Cesare, Properzio… Le traduzioni erano piene di brio e i fogli si riempivano.
Le ore della notte in un camerata di trentacinque ragazzi. Cigolii di reti consumate e primi esperimenti di trasgressione tra un “Ave Maria” imposta e un eros incontenibile. Botte da orbi se le molle toglievano il sonno al sorvegliante. Vedevi spuntare dalle tenebre una tonaca nera con una torcia in mano e un frustino. Strappava dal letto le coperte e se “quello” non risultava calmo eran flagelli.
Ovvio che sarebbe stato meglio uscire di lì ed inventarsi qualcos’altro!
L’andare contro diventò il mio credo, e arrivò il giorno in cui riuscii a darmela a gambe da “S. Zeno” a Pisa, luogo di altra reclusione.
Il genitore reagì con sottintesi; peggio di una sfuriata a calci negli stinchi e manrovesci.
L’oblio di adolescente poi seguì i Beatles ed il Jazz. In un negozio di strumenti musicali vidi in vetrina una chitarra, ne fui ammaliato, riuscii a procurarmela e iniziai a far pratica. Dopo circa un mese ero in grado di dedicare ritmi e melodie alla ragazza della porta accanto, una certa Stella, mio secondo amore. Il primo, Lauretta, fu in quinta elementare. Cercavo di spiegarle le divisioni a tre cifre. In aritmetica– non so perché – ero bravo solo in quelle.
Rodò, l’amicone d’infanzia, suonava già e meglio di me. Grazie a lui riuscii a progredire. Con la musica buttavo giù parole che a me sembravano poesie. Ma la vicina non gradiva. Diceva che le fracassavo i timpani.
Uscivo con gli amici. Si bighellonava in Via Fillungo [1] o ci davamo appuntamento al “Don Chisciotte” [2] o in altre cantine, e mi annoiavo. Non per la compagnia ma perché le giornate passavano anonime, prive di emozioni, senza conquiste.
Tornavo a casa e di notte ero sveglio a ripetere nozioni impossibili.
Ma che sto dicendo… che cosa mi è venuto in mente… domani a scuola non ci vado…”
Ma dovevo andare.
Stavano maturando i tempi della contestazione. Lentamente, la coscienza che non c’è, mi consigliò di agire.
Partecipavo ai cortei con ansia, spesso sgattaiolavo per strade secondarie con la scusa di andare dietro a una compagna che si era defilata. Si urlavano slogan inneggiando al “Che”, il Comandante poi cadde da eroe e morirono i suoi slogan. Ne vennero altri. Ero sempre titubante e gridavo a mio padre cose irripetibili più per conflitto generazionale che per una vera vocazione rivoluzionaria. Temevo che un giorno o l’altro mi cacciasse.
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[1] La strada principale della città.
[2] Locale, all’epoca, aperto di pomeriggio, dove si poteva ascoltare un po’ di musica, bere qualcosa e stare in compagnia delle ragazze
Estratto da Una coscienza inesistente, Kimerik, 2012

