Quando il troppo è troppo

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Una storia che ha commosso gli Stati Uniti e il resto del mondo.
Brittany Maynard aveva da poco sposato l’uomo che amava e con cui aveva intenzione di metter su famiglia, ma dopo aver scoperto di essere stata colpita da un tumore al cervello che le avrebbe permesso di andare avanti tra atroci dolori per un massimo di sei mesi, ha deciso di esercitare il proprio diritto alla dolce morte.
In un messaggio rilasciato ai media e poi pubblicato sul web, Brittany ha spiegato le ragioni di una donna giovane e ancora nel pieno delle proprie facoltà mentali, che lungi dall’essere mossa da un istinto suicida (“io non voglio morire, ma sto morendo, e voglio farlo con dignità”) si è trovata davanti all’evidenza di una fine inevitabile e si è presa la responsabilità di deciderne le condizioni (“la mia domanda è: chi ha il diritto di decidere per me, e decidere che merito di soffrire enormemente per settimane o per mesi?”).
La morte con dignità è uno dei principi basilari su cui si fonda la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e non per nulla privare della propria dignità un essere vivente nel momento in cui muore è una delle forme di sofferenza più orribili che possano essere esercitate su di un proprio simile (e non solo).
A Brittany il diritto d’essere fino all’ultimo un essere umano – e di essere trattata fino in fondo come tale – è stato riconosciuto. In Oregon, dove al momento si trova, è dal 1997 che una legge permette ai malati terminali di esercitare la facoltà di porre fine alle proprie sofferenze nel caso queste si spingano al di là di una sopportazione accettabile. Da quando tale legge è entrata in vigore sono state 1173 le persone che hanno ottenuto la prescrizione dei farmaci necessari ma solo 752 hanno deciso alla fine di utilizzarli, a ulteriore conferma di un diritto che sarà poi il malato stesso, in completa libertà di coscienza, a decidere se esercitare o meno.
Brittany ha scelto per sé il 1 novembre, il giorno successivo al compleanno di suo marito, l’ultimo che festeggeranno insieme. Morirà al piano di sopra della sua casa, nel suo letto, in pace, attorniata dai suoi cari, davanti a una grande vetrata che guarda gli alberi ad alto fusto del giardino. “Dà un grande senso di conforto ed è un atto di grande umanità” ha detto il marito nel video divulgato dai media “sapere che una persona abbia il diritto di decidere quando il troppo è troppo e possa quindi concludere la propria vita con la stessa dignità con cui l’ha vissuta”.
Quella di Brittany è ancora una volta una storia esemplare di civiltà e di coraggio, di spirito d’indipendenza, di sensibilità, di forza, di fiducia nel futuro e soprattutto di amore per la vita. Una storia che ha ancora una volta indirizzato l’opinione pubblica mondiale verso il diritto che ogni individuo dovrebbe avere di scegliere per sé nel rispetto di chi gli sta accanto.
Era il 2009 quando il caso di Eluana Englaro fece discutere le aule del parlamento e i luoghi pubblici e privati del nostro paese. In Italia le statistiche parlano di un 62% di malati terminali che muoiono grazie all’aiuto clandestino di medici consenzienti, di una percentuale molto più piccola che riesce a emigrare oltreconfine (soprattutto in Svizzera) e del restante 30% che è ancora costretto a sottostare a una legge (e a uno Stato) che al dolore privo di soluzione non contrappone il diritto (che dovrebbe essere inalienabile) di porre fine alle proprie sofferenze.
Che paese è quello in cui per affermare la propria dignità e la propria libertà di scelta nel momento culminante della propria vita (la morte) sia necessario sperare in un medico consenziente ma penalmente perseguibile per averci aiutati?
Quando sarà possibile esser parte di una nazione in cui si abbia davvero il diritto di essere quello che si è, di amare chi si ama, di sposarsi, di mettere su famiglia, di fare figli, di vivere, sognare, ammalarsi e infine morire senza che ci venga detto da altri chi si abbia il diritto di essere, e se si possa o meno amare, sposarsi, fare figli, metter su famiglia, sognare, vivere e in ultimo ammalarsi e decidere di morire?

16 pensieri su “Quando il troppo è troppo

  1. agnese

    Morire con dignità? Di cosa stiamo parlando?!
    Decidere di morire o con un colpo di pistola, o impiccarsi, o buttandosi dalla finestra, o prendere una pasticca per morire, è sempre suicidio. E suicidio è sempre contro settimo comandamento: non uccidere, non uccidere se stesso.
    Siamo contro i nazisti che uccidevano anziani, ammalati, invalidi ma vogliamo permettere di scegliere noi di uccidere? Siamo contro la droga che uccide le persone ma vogliamo permettere di prendere la pasticca per uccidersi?!
    Allora in quel punto siamo tornati in anni di Sparta dove si uccideva le persone anziane e ammalate perché secondo loro non erano utili.
    Di quale dignità parliamo, di uccidere le persone anziane e ammalate perché probabilmente non sono più utili?! Questa è dignità umana?!

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  2. matteotelara

    Agnese, credo che il paragone coi nazisti sia davvero, davvero improprio. Non capisco neppure cosa intendi quando scrivi “uccidere le persone anziane e ammalate perché probabilmente non sono più utili”. Qui si parla di una persona di ventinove anni che sta già morendo (soffrendo) e che si cerca di far (aiuta a) morire/soffrire il meno possibile. Il tutto, tra l’altro, in accordo col rispetto del prossimo, la libertà di coscienza e il libero arbitrio. Eviterei anche il riferimento alla cristianità, che di morti sulla coscienza ne ha in abbondanza (e spesso, purtroppo, in completo disaccordo con la volontà del morituro…). Tra l’altro, perdonami se te lo faccio notare, ma dignità e umanità sono concetti che l’uomo ha cominciato a elaborare già da molto, molto prima che le grandi religioni nascessero (tutte e sei) e che quindi appartengono a una riflessione umana multiforme e complessa (d’ogni cultura, civiltà, società, angolo di mondo, lingua, filosofia o appunto religione) a cui non si può semplicemente rispondere citando il settimo comandamento. Te lo scrivo, spero che sia chiaro, in completo rispetto della tua opinione su questo delicatissimo (e difficilissimo) argomento.

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  3. agnese

    con tutto rispetto, posso capire, ma non sono d’accordo.
    Per esempio…
    Avevo 18 anni e sono finita in ospedale con forti dolori del cuore, praticamente non riuscivo neanche respirare del dolore, dopo tutti analisi di tutti famosi medici risultato- mi hanno dato al massimo 10 anni di vita, solo in condizioni che non potevo stressarmi ne stancarmi, non potevo fare nessun tipo di sforzo. Avevo 18 anni, praticamente non ho cominciato neanche vivere e avevo “la condanna”- 10 anni di esistenza, sì, ho detto esistenza, perché in questi condizioni non si può dire vivere. Avevo 18 anni e stavo pensando dalla mia vita che in quel momento non aveva più senso. Pensavo che fare, e ho deciso, deciso di vivere con tutta la forza, anche se in quel modo mi rimane meno di 10 anni però volevo sentire che ero viva. Ho sofferto tantissimo, dolori non mi mancavano, però vivevo anche se praticamente devevo andare sempre in giro con le mie medicine, ma volevo vivere.
    Sono passate più di 25 anni, sono viva, dolori sono passati.
    Anche io stavo alla scelta di una condannata, ma ho scelto essere felice fino ultimo mio momento.
    Per questo non sono d’accordo di arrendersi prima del previsto.
    Tutto qui.

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  4. agnese

    un altra cosa
    immagina una tua persona cara, a quale hanno scoperto una malattia e deve morire in breve tempo. Che fai? Vai da questa persona e dici: c’è la legge che ti permette di morire prima, quando vuoi, così non soffri più e si risolve problema? o cerchi di sostenerla, aiutarla in tutti modi possibili e impossibili, lo vuoi dare tutta la felicita e amore, perché vuoi che lotta per la vita?
    Permettere di morire per me è come mettere le armi nelle mani per uccidere.
    Scusa, ma io penso così

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  5. matteotelara

    Gentile Agnese, per quel che concerne la (cito) “tua cara persona, a quale hanno scoperto una malattia e deve morire in breve tempo” ci sono già passato, purtroppo, e quindi non ho bisogno d’immaginarla… Mi dispiace per il tuo problema al cuore. Qui, ad ogni modo, stiamo parlando di malati TERMINALI.
    Un caro saluto.

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  6. Valentina

    Anche io sono d’accordo con l’eutanasia, ma è anche vero che è una questione che va studiata sia sul piano etico che dal punto di vista medico. Mi spiego meglio. Bisognerebbe innanzitutto definire ottimamente il significato di malato terminale: lo è una persona a cui rimane un anno di vita, seppur fra dolori, ma in coscienza? una persona a cui rimane tanto tempo da vivere può chiedere l’eutanasia? Secondo me un comportamento del genere richiede un’analisi approfondita, non generica, ma che studi il singolo caso. Ma rimango perfettamente d’accordo col fatto che la dignità umana sta anche, e soprattutto, nel morire coscientemente. Al contrario saremmo animali.

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  7. matteotelara

    Hai ragione Valentina. Ad ogni modo non credo che una persona a cui rimanga tanto tempo da vivere possa richiedere l’eutanasia. Per quello che ne so ogni situazione viene studiata in maniera a se stante e solo per pochi casi senza speranza, molto dolorosi e prossimi alla fine viene concessa l’alternativa a una morte piena di sofferenza.

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  8. ema

    Sono argomenti delicati e bisogna passarci per poterne parlare a ragion veduta ma che credo la propria dignità’ possa essere compromessa da atti volontari della persona e non dalle situazioni che ci piombano addosso nostro malgrado, come appunto la malattia.

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  9. Ernesta Scappaticci

    Si, sono argomenti molto delicati, magari si potesse scegliere!
    Non credo che parlarne possa cambiare qualcosa, in quei momenti sei tu solo con te stesso e qualche volta alzi un muro tra te e chi ti ama tanto.
    Non so!

    che Dio ci aiuti in quel momento, so solo questo.

    ernestina.

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