Da ragazzo Umberto abitava in una cittadina dove proprio dietro la sua casa c’era una montagnola. Tutti i ragazzi del luogo, come prova di valore, dovevano salire fino in cima di corsa, senza fermarsi neppure per un attimo. Chi non ci riusciva veniva poi per sempre dileggiato, o peggio ancora ignorato come una perfetta nullità.
Quando venne il suo tempo anche Umberto sostenne la prova. Partì non baldanzoso ma totalmente tranquillo, come per una semplice formalità. Poi, a tre quarti del percorso, con il respiro appena affannoso ed il cuore appena accelerato, dovette fermarsi di colpo, come bloccato da un muro invisibile. Umberto tentò più volte di attraversare quel muro, ma senza riuscirvi, sicché dovette discendere senza aver completato la prova, ragione per la quale subì il trattamento riservato a coloro che avevano fallito.
Fu anche per questo che Umberto alla prima occasione lasciò i luoghi dove era nato e dove restava la sua famiglia d’origine. L’attività alla quale si dedicò per oltre quarant’anni fu quella di scalatore. Scalò tutti gli Ottomila disponibili. Oltre i tanti e grandi successi ebbe fallimenti e incidenti, ben più gravi di quelli che avrebbe potuto causargli il ruzzolare giù per un prato scosceso. Ma nessuna difficoltà prima di affrontarla lo spaventava, né dopo averla superata gli bastava. Aveva bisogno di sempre nuove prove, anche se il pensiero della montagnola non gli tornava mai in mente.
Poi, da quasi vecchio, circostanze pratiche sulle quali non s’interrogò particolarmente lo condussero a prendere casa nel suo luogo d’origine, non lontano dalla casa dov’era nato e dalla montagnola, che non si erano mosse di un millimetro.
Umberto era come si dice un orso, attaccato soltanto alla famiglia che si era creato e ai pochi amici coi quali si era accompagnato lungo la vita adulta, con i quali si scambiava visite in veri e propri viaggi, poiché costoro erano disseminati per tutto il mondo. Dove era tornato a vivere non faceva vita sociale, e per i suoi concittadini non era più uno di quelli che non erano riusciti a salire d’un fiato sulla montagnola (chissà se di quelli di allora c’era ancora qualcuno, e se i giovani di adesso praticavano ancora quel rito idiota), ma neppure il famoso scalatore che era salito su tutti gli Ottomila disponibili. Una volta venne una troupe televisiva a intervistarlo e quando i concittadini lo videro in televisione non lo trattarono certo da gloria locale: per qualche giorno qualcuno per strada lo salutò facendo tanto d’occhi, e tutto finì lì.
Una mattina che aveva voglia di fare la solita sgambata un po’ più lunga del solito, Umberto si avviò senza accorgersene in direzione della sua vecchia casa e della montagnola. Quando se le trovò davanti non trattenne un sorriso, e lì per lì decise che in cima alla montagnola sarebbe salito proprio quel giorno. Era partito con tutt’altra idea e calzava mocassini solidi ma del tutto inadatti, tuttavia non sarebbe stato di sicuro una sciocchezza del genere che avrebbe potuto fermare uno come lui. Giunto ai piedi della montagnola vide però una recinzione. Avrebbe potuto scavalcarla facilmente, ma preferì seguirla per cercarvi un ingresso, o quantomeno un varco. In capo a una ventina di minuti fece il giro completo: la montagnola era interamente cintata, e ad un certo punto su un poderoso cancello un cartellone avvertiva che tre mesi avanti erano iniziati dei lavori (dei quali Umberto non riuscì a scorgere traccia) che a giudicare dalla descrizione che ne veniva fatta sarebbero durati certo per degli anni. Allora Umberto rimase qualche istante come allocchito, poi lo prese un riso incontenibile. Rise parecchi minuti, fino alle lacrime. Quindi tirò fuori il fazzoletto, si soffiò energicamente il naso, e fatto dietro-front ritornò di buon passo a casa sua.

è una bella storia, mi è piaciuta nella parte iniziale ed anche nel finale. Trovo molti aspetti della vita e in alcune di queste mi ritrovo, in particolare quella delle sfide tra coetanei, che portano alla difficoltà dell’accettazione del proprio ruolo nel gruppo, e della necessità di cercare altrove la via dell’affermazione personale. Spesso è la fisicità la caratteristica che permette l’integrazione, nonché la furbizia delle alleanze, invece per chi ha nella ragione e nelle idee la sua forza, il percorso è molto più difficile, in quel caso una possibile via d’uscita è l’andare via e cercare di costruire il proprio personaggio fuori. Chissà cosa ci riserverà il futuro e se riusciremo a ritornare nel nostro luogo d’origine ad assaporare ancora il gusto della sfida.
Grazie per aver condiviso con noi questo contributo
Francesco
Caro Francesco,
ho voluto un po’ rovesciare un luogo comune: va bene tornare, va bene superare certi scogli esterni e interiori; tuttavia, se cammin facendo si scopre una strada diversa che non sia solo un ripiego ma che ci convinca veramente, può andare bene lo stesso. A volte anche meglio.
Grazie e ciao,
Roberto
Un augurio di buon Natale e buon 2015 a tutti gli amici lettori.
grazie per la risposta, che apre una nuova riflessione, ossia che a volte la convizione la creiamo noi e ci facciamo andare bene anche soluzioni che sono mali minori. E’ anche vero che altre volte le nuove soluzioni sono le migliori perchè non tutti i mali vengono per nuocere, anzi ci danno l’opportunità di cercare la soluzione migliore, senza accettare la soluzione più facile.
Tanti auguri di Buon Natale, che ci sia sempre tanta luce nella sua vita.
Un caro saluto
Francesco