di Fabrizio Fantoni
Roma, 14 ottobre 2008
Era il 1431 quando Jeanne d’Arc rigettata dalla Chiesa, recisa dal Suo Corpo Spirituale come membro marcio, venne abbandonata al braccio secolare. “E subito senza altra forma o parvenza di giudizio, la mandarono al rogo, dicendo al boia : Fai il tuo lavoro. Così fu condotta, legata, mentre continuava ad innalzare a Dio e ai santi lodi e devote invocazioni fino all’ultimo respiro; morendo, gridò ad alta voce: ‘Gesù!’” In questo modo, secondo la testimonianza resa da Jeanne Massieu negli atti del processo di riabilitazione di Giovanna d’Arco, la giovane moriva all’età di diciannove anni. Una morte eroica, esemplare, che avrebbe costituito una costante fonte di ispirazione per la letteratura europea. Molti autori, rappresentarono – da Friedrich Schiller con la Pulzella d’Orléans, messa in scena per la prima volta nel 1802, fino a Bertolt Brecht con il Processo di Giovanna d’Arco a Rouen nel 1431 e a Gorge Bernard Shaw con Santa Giovanna – nel corso dei secoli, il processo e la morte di Giovanna d’Arco. Anche l’arte cinematografica si è occupata insistentemente di Giovanna. Il più importante esempio di tale appropriazione artistica è rappresentato sicuramente da La passion de Jeanne d’Arc, film muto, girato nel 1928 da Carl Theodor Dreyer ed interpretato da Renée Falconetti, in cui la fede e il coraggio della Pulzella si contrappongono drammaticamente alla ferocia e alla crudeltà dei religiosi che la giudicano. Tuttavia, come sottolinea Teresa Cremisi, “di questo personaggio complesso, eccezionale per i suoi tempi ed eccezionale in assoluto, storici ed artisti hanno quasi sempre visto solo un lato, una faccetta del carattere”. Eroina popolare che aveva contribuito a creare “la Francia” per la storiografia romantica della metà dell’Ottocento, donna perseguitata dalle gerarchie ecclesiastiche per le frange anticlericali ed infine, santa per la Chiesa cattolica, l’immagine di Giovanna d’Arco è stata, nel corso del tempo, più volte deformata da una visione non corrispondente alla realtà storica.
Con Jeanne d’Arc e il suo doppio, riadattamento del testo La luce del distacco pubblicato nel 1990, il poeta Maurizio Cucchi torna, dopo circa vent’anni, a confrontarsi con la figura di Giovanna d’Arco distaccandosi nettamente dalle interpretazioni che l’hanno preceduto riportandola a una visione piana, realistica.
Nell’opera teatrale in versi l’autore ricostruisce le vicende della Pulzella d’Orleans filtrandole attraverso la voce narrante della protagonista, un’anonima donna reclusa che cerca di definire la propria identità etica rievocando Giovanna d’Arco, attraverso un possesso fisico di rapide identificazioni e separazioni, di destini che si incrociano per poi dividersi definitivamente.
Al centro della narrazione la figura della donna, segregata in un luogo altrettanto indefinito che, in uno stato quasi delirante, avverte la presenza di Giovanna d’Arco, o meglio, ne ha una percezione uditiva. La mistica che sentiva le voci, diventa, nei versi di Cucchi, una voce che sgorga dall’inconscio, che viene a confortare e a lenire le sofferenze della protagonista, una voce assimilata all’urlo della mandragora, la radice a forma d’uomo dalle proprietà anestetiche che “getta un grido che sembra quasi umano quando la estirpi”. La donna in questo modo conosce quella profonda discesa nella propria interiorità sperimentabile solo nell’esilio. “L’essere isolato”, spiega Bataille1, “si perde nell’altro da sé. Poco importa quale sia la rappresentazione data dell’altro. E’ sempre una realtà che oltrepassa i limiti comuni, anzi così profondamente illimitata, che prima di tutto non è qualcosa: non è niente. Dio è nulla afferma Eckhart”. Allo stesso modo, rileva ancora Bataille, André Breton2 afferma: “Tutto porta a credere che esista un certo luogo dello spirito a partire dal quale la vita e la morte, il reale e l’immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l’incomunicabile cessano di essere percepiti in modo contraddittorio”.
La protagonista chiusa nel suo isolamento, viene come assorbita dalla figura di Giovanna d’Arco, e in questo modo trascende i limiti spazio-temporali, espande i propri sensi fino a rivivere le vicende della grande eroina del passato: dall’infanzia trascorsa a Domrémy, tra foreste insondabili e grandi campagne, dove, nella quiete perduta di un giardino, “sognava di guidare una carica e di spostare grossi calibri”, alle vittorie sui campi di battaglia, fino al processo di condanna e alla morte sul rogo.
In contrapposizione a Giovanna d’Arco Cucchi inserisce l’orrenda figura di Gilles de Rais, “E’ strano/ come la sorte li abbia accomunati/o forse no, è solo orribile, ma in fondo/ normale […] il bene e il male sono sempre/ così vicini”. Luogotenente di Giovanna d’Arco nella guerra di liberazione di Orléans, maresciallo di Francia, raffinato mecenate, fervente religioso ma anche dissoluto, cultore di arti magiche, evocatore di demoni e crudele seviziatore di bambini, Gilles de Rais “incarna in maniera drammaticamente esemplare le contraddizioni di un’epoca: il tramonto del medioevo, scosso dagli spasmi della crudeltà e dell’irrazionale”. 3
Il ricordo del nobile sanguinario, che abbandonata la carriera militare uccise circa duecento ragazzi dopo averne abusato sessualmente, sopravvisse nei secoli sublimato dalla tradizione popolare nel personaggio fiabesco di Barbablù fissato dallo scrittore Charles Perrault nei suoi Racconti. 4
Questo oscuro personaggio diviene, nell’opera di Cucchi, l’archetipo stesso del male: “La sua non era un’anima/ insanguinata, ma un gorgo nero/ una vertigine assoluta, un’ossessione,/ o forse solo l’incessante/ riprodursi del terrore infantile […] Era l’orrore fiabesco che costella/ l’infanzia”. Gilles de Rais, il Barbablù, desidera unicamente il male per una propensione vertiginosa alla depravazione, nella quale egli si perde con l’intensità e la passione del santo che nel rapimento mistico si perde in Dio: “Aveva chiesto al prete, ancora prima di quell’orribile grondare di febbre esaltata,/ di ossessione e sangue, se fosse, la pietà, /sentimento cristiano./ Per l’immensa voluttà che ne provava. /Com’è commovente, diceva, come…/ mi attrae…un fanciullo stremato / che soffre…Com’è adorabile/ un corpicino che sanguina, che trema,/ scosso dall’agonia”. Il sire di Rais è l’abisso, l’abiezione, l’ipogeo dell’anima che si contrappone alla luce abbagliante, totale di Giovanna d’Arco. Due forze, il bene e il male, contrapposte che tuttavia trovano un elemento di coesione nella guerra che Jeanne e Gilles combattono fianco a fianco, lei guidata dalla fede e dalle sue voci sublimi, lui attratto dal fascino del sangue e della morte. Un connubio che si spezza drammaticamente con la morte di Giovanna. Il rapporto tra Gilles e Giovanna è risolto da Michel Tournier, uno dei più grandi scrittori francesi del Novecento, nel suo romanzo: “Gilles e Jeanne”, citato anche da Cucchi nella postfazione al testo. In tale opera Tournier, affrontando il legame tra i due dal punto di vista morale, come contrasto tra bene e male, ci dice che insieme a Giovanna tra le fiamme del rogo, venne distrutto anche l’ultimo freno inibitore di Gilles. E proprio in quell’ardere del corpo per Gilles, vampirescamente saldato al cuore di Giovanna – cuore incombustibile – ha inizio quella metamorfosi che lo consacrerà definitivamente al male, facendolo diventare il Barbablù.
Forse anche la donna reclusa, lascia intendere Cucchi, ha incontrato “un maresciallo Barbablù, un cavaliere/ formidabile”, subendone l’ingiustificata violenza, e forse proprio per questo si trova esiliata in un delirante isolamento. Gilles de Rais, il Barbablù che nello stupido mondo antico era un angelo infernale assassino di bambini, diviene, nel feroce mondo contemporaneo, simbolo del fenomeno sommerso della violenza sulle donne e sui bambini.
Attingendo a un’ampia documentazione storica, in particolare gli atti del processo tenutosi a Rouen nel 1431, Cucchi ricostruisce con un linguaggio colto la vita e la personalità della Pulzella d’Orléans e dei personaggi che le ruotarono intorno, delineando ritratti compiuti, incastonandoli in una complessa psicologia, in continuo divenire.
La Jeanne d’Arc di Cucchi non è più l’invasata a cui ci ha abituato la cinematografia più recente, ma una donna emancipata che rompe le convenzioni sociali della sua epoca. Una donna che rifiuta di vestire abiti femminili, che dichiara di non essere interessata a eseguire lavori normalmente svolti dalle donne del suo tempo, che non accetta di ubbidire alla Chiesa militante: “Delle parole e dei miei atti/ sono la sola responsabile/ io”. Un’eroina, dunque, che afferma la propria grandezza sulla scena della storia non come strumento attraverso cui si compie il disegno divino, ma come semplice donna. “Donna è il nome più nobile/ che si possa dare all’anima./ Molto più nobile che vergine”. Una forte dichiarazione di laicità, quella di Cucchi, che non trova alcuna corrispondenza con la tradizionale immagine attribuita a Jeanne d’Arc: la santa ispirata da Dio. Giovanna d’Arco, liberata dalle interpretazioni storiografiche viene rappresentata dall’autore realisticamente, così come era vista dai suoi contemporanei: una condottiera animata da un’irrefrenabile volontà di ergersi sul destino degli uomini comuni. In lei si avverte una costante tensione verso la gloria, “una fierezza inumana”, che la distingue nettamente dagli umili e dai derelitti, da chi, come la donna reclusa, vive un’esistenza anonima senza lasciare traccia o ricordo.
Per Cucchi il rapporto che lega le due donne è al tempo stesso di sovraesposizione e di esclusione.
La reclusa, di certo, ama Giovanna d’Arco, l’ammira immaginandola con il volto di Renée Falconetti, ma comprende anche, che non vi può essere alcuna coincidenza tra le imprese eroiche di Jeanne e la sua triste condizione: “questa luminosa demenza verticale / non è che un anno,/ una lama./ Un’idea, è stata. Tu non sei storia”. La vita di Giovanna d’Arco viene definita, attraverso le parole della donna, come un folle sogno di gloria che la rendono un esempio inimitabile e inavvicinabile che nulla ha a che vedere con la realtà di chi è parte che non si afferma.
Con i versi che chiudono, quasi fossero una sentenza, il racconto delle vicende di Jeanne, sia la donna, sia l’autore, si separano definitivamente da Giovanna. E in tale distacco “è totale/la luce.”
Sottolineando la distanza che separa chi è elevato dalla Storia da chi è “mero sfondo che passa” Cucchi afferma la dignità degli umili, perché vi è eroismo anche in chi, pur non vestendosi di onori e di gloria, “osserva atterrito la sua tenebra ogni/ notte,/ e madido/ annichilisce col capo sul cuscino/e per calmarsi si accarezza il viso,/sfiora incerto il corpo più vicino/ e resta lì, capisce/ il suo graduale trascolorare lento/ fino a un biancore senza nome./ ‘All’incubo non c’è mai risveglio,/ ma io ci guardo dritto./ Forse c’è un senso/ di più docile armonia che ti disfa sereno’/ pensa./ E trova casa in un altrove vagante,/ si tramuta e si sparge nell’aria.” Versi paradigmatici per la complessità delle motivazioni esistenziali incentrate sul valore stesso della vita a fronte della quale si scorge l’orrore della morte. Ecco che il poeta torna ad affrontare nella parte conclusiva di Jeanne d’Arc e il suo doppio il rapporto dell’uomo con la propria finitude, argomento assai caro all’autore sin dal suo esordio poetico avvenuto nel 1976 con Il Disperso in cui la poesia finale, intitolata Coincidenze, prefigura in modo evidente la terribilità della morte. “Credo che chiunque scriva”, ha affermato Cucchi, “abbia un rapporto costante, minuzioso, con la morte…. Con l’orrore di non esserci più che sappiamo insorge quando siamo molto giovani, quando ci rendiamo conto che cosa vuol dire… di che razza di brividi e di sudori freddi ci fa venire addosso… mentre stiamo lì, e magari vogliamo addormentarci”.5 La condizione funerea dell’esistere avvolge l’uomo e lo lascia inerme di fronte alla sua fine ineluttabile. Una condizione che, lungi dallo sfociare nello scoramento, porta l’uomo ad affermare eroicamente, attraverso l’accettazione del destino, la sua trascendenza rispetto ai limiti dell’ umana natura e “trova casa in un altrove vagante”.
1 G. Bataille – La Letteratura e il male – Traduzione di A. Zanzotto – Edizioni SE (2006)
2 A. Breton – Manifeste du surréalisme – Second Manifeste (1938)
3 E. Ferrero – Barbablù-Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo – Einaudi (1998)
4 C. Perrult – Contes de ma mére l’Oye – Édition Barbin (1697)
5 Maurizio Cucchi nell’intervista rilasciata a Luigia Sorrentino – In: Incontri – Rai News 24 -Maurizio Cucchi (Milano, 2006)


Bellissimo post, Fabrizio, di cui ti sono grata.
Va riletto attentamente, e stimola ovviamente la lettura urgente del libro: un testo drammaturgico che promette così bene.
Sul questo “altrove vagante”, con cui termina il percorso, e sulla necessità di trascendere il proprio destino sono acutissime le intuizioni.
Sempre Cucchi ha avuto questo slancio, che oserei dire ulteriore alla mistica, non contraddetto ma integrato, semmai dal radicamento nelle cose piccole, che ci pertengono.
Anche sull’invenzione di accostare i destini tra la donna anonima, figlia della storia con l’Altra, eroina della/ per la Storia,mi appare il modo del testimone di queste e altre biografie importanti,che sono della gente cha ama e vive l’esistenza terrena.Alter ego di ogni scrittore,già in se stesso.
Anche il collocarsi dal punto di vista del contemporaneo, che non è il “falso attuale”,ma senso ultimo del nostro t e m p o, nelle sue significazioni e direzioni di viaggio.
Di destino, direbbero gli spagnoli. ( persino alle loro stazioni ferroviarie..destinazione = destino).
Maria Pia Quintavalla
grazie a te, Maria Pia.
l’articolo è stato suggerito dall’ottima Luigia Sorrentino.
ciao
fabrizio
Grazie Maria Pia per il post.
Hai proprio ragione, in Jeanne d’Arc viene affermato un forte amore per la vita che “trascende”il dolore che affligge l’esistenza.
Da questo punto di vista la protagonista dell’opera assomiglia fortemente ad “Agnese”, l’intestataria della poesia che chiude la raccolta di Cucchi “Donna del gioco”.
Anche l’anonima reclusa, come Agnese, può infatti affermare, chiusa nel suo isolamento, “Cammino verso l’impossibile e se il dolore/ talvolta mi confonde credimi/non ho mancato la mia vita”.
Fabrizio Fantoni
Caro Fabrizio Fantoni,
sei un chirurgo formidamile!
la poesia che citi di Maurizio Cucchi, come giustamente dici, chiude la raccolta “Donna del gioco”. Ed è una donna rivelatrice, per Cucchi, una donna in cui il poeta, confluisce, ripulisce il suo passato che diviene un “riflesso nel vetro”. E non a caso, cronologicamente, nella raccolta di tutte le Poesie 1965-2000, Cucchi inserisce la prima versione del testo teatrale in versi “La luce del distacco”, del 1990, che poi rivisiterà nel 2008 con dei vistosi cambiamenti in “Jeanne d’Arc e il suo doppio”. Un passaggio necessario, dell’uomo, che si configura pienamente nella figura di una donna, in cui il poeta si inabissa in “tutto il suo corpo formidabile”.
Verrebbe da chiedersi: ma perchè una donna? E “Jeanne” per Cucchi, è davvero una donna? o è l’espressione dello slancio di una “formidabile condottiera” lanciata verso gli umili, i diseredati, spinta da una forza indicibile che afferma quelli che non hanno voce, nè dignità. La “Jeanne” di Cucchi è una donna, come l’ “Agnese”, che tu hai citato, una donna che ristabilisce l’ordine, il principio, che consente al poeta di andare incontro al nome di tutti, di ogni esistenza, al di là del maschile e del femminile, della vita e della morte, infine.
Luigia Sorrentino
personalemente una delle modalità d’interpretazione che non sopporto è analizzare psicologicamente i personaggi letterari (visto che giovanna d’arco è ormai diventata, nel corso del tempo, un’eroina della letteratura).
le voci che sentiva non erano quelle di dio ma del suo inconscio? più che una tesi rivoluzionaria sulla sua figura mi sembra un voler sminuire il suo sacrificio e la sua storia.(parlo da laica). è la sua Vita ad essere stata stata eroica! e non le interpretazioni che si sono fatte su di Lei.
il film di dreyer, per me, è una delle poche testimonianze del Valore di questa giovane donna: piena di paure, piena di coraggio.
http://it.youtube.com/watch?v=eGOHxSgumlI
vorrei sinceramente approfondire l’argomento perché mi sta molto a cuore ma vista l’ora sono un po’cotta. alla prossima.
Rispondo ad Ang
Il collegamento tra la “Agnese” e la “Jeanne” del poeta Maurizio Cucchi è solo cronologico! Lungi da me ogni interpretazione psicologica, letteraria e non!
Per ogni artista la cronologia dell’ opera è importante. Sempre.
E il dato – Cucchi ha davvero scritto prima “Donna del gioco” e subito dopo “Jeanne d’Arc” – è assolutamente reale. D’altra parte è noto – ne parla lo stesso Maurizio Cucchi nella postfazione al libro, ma ne fa cenno anche Valerio Magrelli nel risvolto di copertina – fu l’attrice Jolanda Cappi a commissionare al poeta un testo teatrale su Giovanna d’Arco… Era il 1989 quando andò in scena a Palermo “Nel tempo che non è più e che non è ancora” di Maurizio Cucchi interpretato da Jolanda Cappi.
Per quanto riguarda il film di Dreyer: certo che è bellissimo! Grazie per averci rinviato alle immagini su YouTube.
Forse quella di Renèè Falconetti è davvero una delle più straordinarie interpretazioni…
Ma chi può dirci che quello fu davvero “il suo volto” ? Il volto di Giovanna d’Arco?
Possiamo solo immaginarlo, e dunque, interpretare… anche dal punto di vista cinematografico…
Lo stesso Cucchi colpito dal film di Dreyer, dedica alcuni versi della sua Jeanne d’Arc a Renèe Falconetti:
“O dolcissima Renèe Falconetti
come in te esplode la grandezza semplice,
la sofferenza mistica di fronte
a quegli osceni ceffi nel tuo pianto.
I grandi occhi senza fine spalancati
nello stupore, nel terrore, quando chiedi,
d’improvviso, umile e smarrita:
‘E’ già il momento?’ ”
in: “Jeanne d’Arc e il suo doppio”, di M. Cucchi, Ed. Guanda 2008
Nel saggio sono bene scandagliati i poli opposti dell’umano esistere: il bene e il male, la gloria delle persone che entrano nella storia e l’oblio delle persone che apparentemente sembrano non lasciar traccia di sé, apparentemente perché, come conclude in modo esemplare Fabrizio, il destino di ogni persona trova casa in un “altrove vagante” che è il simbolo della sua trascendenza.