da qui
Chi si trovasse in questi giorni nelle scuole e nelle università, occupate e variamente animate dalle proteste di studenti e docenti, incontrerebbe persone che incarnano, in spirito e lettera, la vocazione dello studio e del sapere. Studenti e docenti difendono la dignità e l’autonomia della conoscenza dalla semplificazione, leggi distruzione, di una politica finanziaria cieca al futuro. Lezioni all’aperto, apertura delle cittadelle accademiche alla città di tutti: chi protesta non ha nulla da nascondere, anzi. Sono privi di ideologia, ma molto consapevoli: “E’ la politica che si è allontanata da noi. Noi facciamo la vera politica”, mi hanno detto. Ma alla notizia che il primo ministro ha minacciato di sgomberare con la polizia, cioè introducendo violenza, le scuole e le università teatro di questa civile protesta e sperimentazione, una studentessa della Sapienza di Roma è allibita: “Vogliono trattarci coma la spazzatura di Napoli”. Pare di sì: cioè non solo non dialogare, non riconoscere i contenuti di una protesta che è difesa dell’istruzione e del diritto allo studio, ma rimuovere il problema, eventualmente nasconderlo, come la famosa spazzatura di Napoli. E non importa che fermenti chissà cosa e chissà quando. Il disprezzo verso la conoscenza e l’istruzione, verso scuole e università, è del tutto congruente a quello verso il clima, l’ambiente, il protocollo di Kyoto, l’ecologia e la salute pubblica. Il nostro primo ministro è un vero punk: a lui del futuro – dei giovani come del pianeta – non importa nulla. Ma scopo primario di questo mio intervento è richiamare una solidarietà attiva e ampia di quanti – soprattutto nel mondo della cultura – hanno a cuore la posta in gioco di questa protesta che riguarda tutti.
Molti studenti di oggi dichiarano che il loro modello di lotta è la protesta che dilagò in Francia del 2006 contro un disegno di legge che autorizzava per i primi due anni il licenziamento senza motivo dei giovani neo-assunti. Gli studenti vinsero (la legge fu ritirata) grazie all’appoggio del mondo del lavoro e della maggioranza dell’opinione pubblica. A parte che i contenuti della legge 133 (la finanziaria) e della “riforma Gelmini” (che non è altro che un taglio massiccio di fondi) sono molto più gravi (oltre ad aumentare a dismisura disoccupazione e precarizzazione, fanno tabula rasa degli orizzonti e del senso stesso dello studio), chiamo la protesta degli studenti una risposta alla “guerra contro l’intelligenza”, ricordando un appello nato anch’esso in Francia, ma nel 2004. All’epoca, un progetto legislativo del governo Raffarin, dal sapore vagamente berlusconiano, umiliava quelle professioni non valutabili secondo i criteri e gli utili (peraltro errati e miopi) di un’azienda – dalle scuole e università ai laboratori scientifici, dai centri di ricerca alle biblioteche, ma anche gli ospedali psichiatrici, i teatri ecc. Tutti i settori del sapere, della scienza, del legame sociale, produttivi di conoscenza, di coscienza e di dibattito pubblico, insorgevano contro l’anti-intellettualismo di Stato, una politica di impoverimento e precarizzazione di tutti gli spazi considerati come improduttivi a breve termine, inutili o dissidenti. L’appello “contro la guerra all’intelligenza” in pochi giorni fu firmato da migliaia e migliaia di cittadini, compresi i più alti rappresentanti in Francia della cultura e dell’arte.
Nelle parole del filosofo Jacques Derrida, che fu tra i primi ad aderire, per “guerra contro l’intelligenza” si intende “una politica ispirata dal misconoscimento, l’accecamento, perfino dal risentimento, verso tutto ciò che è giudicato, a torto e secondo un cattivo calcolo, improduttivo o addirittura nocivo per gli interessi immediati di un certo mercato liberale: la ricerca fondamentale, l’educazione, le arti, la poesia, la letteratura, la filosofia. Nella sua forma caricaturale, ciò che viene denunciato è un economicismo miope; quelli che ne soffrono sono invece tutti i cittadini, a società civile, lo Stato e anche l’economia”. C’è bisogno di dire che l’Italia di oggi è ben più minacciata della Francia di quattro anni fa?
Contro il presunto neutrale “buon senso” economico, la protesta degli studenti è una lotta per la salvaguardia di tutti quei luoghi in cui la società si pensa, si elabora, si sogna, si inventa, si cura, si giudica, si protegge, e tra i quali non c’è (solo) il Bagaglino, o le discoteche in cui il settantenne primo ministro italiano si mostra in camicia nera e parla di sesso e insonnia con giovani bramosi di successo e intossicati di ricchezza. Osservo di nuovo che l’imbarbarimento di una nazione (di questo si tratta) nasce e si presenta spesso come una politica di semplificazione – che non è proprio una bella parola, e designa una riduzione innaturale della complessità, ossia dell’intelligenza. Si crea e si consolida nella riduzione del linguaggio, del pensiero, della politica, nella neo-lingua pubblicitaria più volte in questi anni denunciata, nello scavalcare il Parlamento e l’etica della discussione. Ma è soprattutto negli spazi lasciati vuoti dalla cultura e dall’educazione che l’autoritarismo “semplice” si insedia e riproduce, svuotando di senso il concetto e la realtà di una Re-pubblica. Il costo umano, sociale e culturale è esorbitante. Le sue conseguenze rischiano di essere irreversibili.

Credo che per comprendere meglio, e cioè in modo non fazioso e ideologico, quando e da parte di chi è incominciata la “guerra contro l’intelligenza” bisognerebbe affiancare a questo interessante articolo di Sebaste quest’altro testo di Stefano Zecchi:
La cosa più indecente delle proteste universitarie è l’atteggiamento dei rettori. Se, per ipotesi, fossero stati aumentati i finanziamenti per l’università, i rettori, in coscienza, potrebbero sostenere che i loro atenei funzionerebbero meglio? E cioè, riterrebbero, in coscienza, che aumenterebbe la qualità della formazione e della ricerca accademica?
L’università italiana di oggi è come l’Alitalia: più soldi ci butti dentro e peggio è, perché aumenti il clientelismo, il nepotismo, la dequalificazione del corpo insegnante. I concorsi universitari per il reclutamento dei docenti, banditi tra metà luglio e Ferragosto, in modo che pochi sapessero della loro esistenza affinché fosse protetto chi è già predestinato a vincerli, sono un esempio di malcostume e di arroganza.
Perché i rettori non denunciano quest’indecenza? Risposta: perché altrimenti 24 figli di rettori probabilmente non sarebbero andati in cattedra. Perché gli studenti non vanno a vedere chi sono i loro docenti in una facoltà, per esempio, come quella di medicina e chirurgia della Sapienza di Roma? Qui è stato eletto rettore il 3 ottobre il professor Luigi Frati, preside per 18 anni nella facoltà di medicina e chirurgia. In questa facoltà, come ordinario, insegna storia della medicina la moglie Luciana Angeletti, la quale era prima una semplice insegnante di lettere: un bel salto acrobatico chissà da chi facilitato. E i figli del rettore dove li mettiamo? Naturalmente nella stessa facoltà di medicina dove insegnano mamma e papà. Ecco infatti un buon posto di associato per il figlio Giacomo nella sede distaccata di Latina. La figlia Paola era un po’ più difficile da sistemare perché è laureata in giurisprudenza. Ma l’amore di padre non ha ostacoli: e, infatti, anche per la figliola Paola si trova un bel posto di ordinario in medicina. Questo accade a Roma, università Sapienza: l’unità della famiglia è garantita, non so quanto sia garantita la scientificità della ricerca.
Il rettore della Normale della Pisa, Salvatore Settis, cita come esempio da seguire il presidente francese Sarkozy, che in una situazione di crisi economica come quella che stiamo passando, ha aumentato i fondi all’università invece di tagliarli. Non spiega però, il rettore, che i soldi sono destinati a un numero ristretto di università, una decina in tutto, e non all’intero mondo accademico, peraltro scassato anche se non come il nostro.
In Francia, il Centro nazionale della ricerca, il polmone economico-amministrativo, che opera in contiguità con le università, funziona ancora; il nostro Cnr è stato smantellato dall’ex ministro Berlinguer, e il tentativo di riforma che fece Adriano De Maio, consulente dell’ex ministro Moratti, pur essendo né più né meno in linea con quelli europei, fu drasticamente bloccato dai sindacati, che ora sono quelli che decidono a chi vanno i quattrini. Sarkozy va seguito proprio dove indica la necessità di differenziare e sostenere le università di qualità. Ma l’introduzione di questa meritocrazia gestionale fa inorridire i nostri rettori perché finirebbero per dover fare i conti con la qualità della ricerca dei propri atenei, cosa a cui non sono abituati o chiamati a fare. E infatti qualcuno si limita a fare il burocrate per cercare di pagare gli stipendi e le bollette della luce, qualcun altro più scaltro pensa alla famiglia o alla carriera politica.
Qualcuno oggi manda in piazza gli studenti e occupa le università con il vecchio cinismo del tanto peggio tanto meglio. Ci sono famiglie umili che si svenano perché i propri figli abbiano con la laurea una promozione sociale. Credono nell’università, credono che la formazione accademica del figlio gli consenta un buon lavoro, un dignitoso stipendio. Adesso alcuni fanno credere a questi genitori che il governo vuole distruggere i loro sogni, e non hanno il coraggio di dire che il colpo di grazia all’università l’hanno dato proprio i ministri Zecchino e Berlinguer. Perché la sinistra non ha l’onestà di dire che questa università non è in grado di offrire ai giovani una vera formazione competitiva? Perché non ha il pudore di denunciare i disastri di una sindacalizzazione dell’università, che non ha mai voluto lavorare per la qualità e il merito, ma ha preteso concorsi farsa per il reclutamento dei docenti, posti fissi e avanzamento di carriera come nell’esercito piemontese?
Stefano Zecchi
Penso che nessuno abbia problemi a dire che la scuola elementare va bene così com’è e che “questa università non è in grado di offrire ai giovani una vera formazione”: il problema è che la cura è peggiorativa per l’una e per l’altra.
Su questa nostra università, tempio del sapere minacciato da tagli mortali, mi è proprio ora arrivata una informazione abbastanza divertente e molto specifica, che desidero condividere.
Mi chiedo: non sarebbe più giusto e opportuno scendere in piazza per questi scandali, da tutti ben conosciuti e tollerati? e perché non lo si fa mai?:
PALERMO – Una Cupola dotta si spartisce il sapere di Palermo. Sono cento le
famiglie che hanno l’Università nelle loro mani, cento clan accademici fatti di
figli che salgono in cattedra per diritto ereditario, fratelli e sorelle che
succedono inevitabilmente ai loro padri e ai loro zii, nipoti e cugini
immancabilmente primi al pubblico concorso. Regnano in ogni facoltà. Si
riproducono nell’omertà. Docenti parenti. Cinquantotto a Medicina. Ventuno a
Giurisprudenza. Ventitré su appena centoventinove professori ad Agraria, la
roccaforte dei patti di sangue.
Se l’Ateneo di Bari è diventato famoso in Italia per la compravendita di esami
e per i test superati in cambio di sesso, quello di Palermo ha un primato
assoluto che spiega come i “soliti noti” spadroneggino in ogni disciplina.
Ordinari, associati, ricercatori: tutti legati uno all’altro da un intreccio
parentale. In totale sono almeno 230. Cento famiglie.
Un altro record solo apparentemente innocuo di questa Università è per esempio
il luogo di nascita dei suoi docenti: il 54,7 per cento sono palermitani. Più
della metà sono di qui e due su tre vengono dalla provincia. Soltanto Napoli
eguaglia la capitale della Sicilia in questa performance. Ma il numero che
svela fino in fondo la Palermo cattedratica è quell’altro sui legami familiari.
Sono piccoli grandi eserciti dislocati dipartimento dopo dipartimento, materia
per materia.
Somiglia tanto a un’occupazione militare, chi non fa parte di un clan resta
quasi sempre fuori. E tutto nel rispetto della legge e delle procedure. La
regola per conquistare un posto in università è solo una: non parlare. Qualcuno
– è chiaro – si ritrova suo malgrado in questo elenco nonostante meriti e
titoli. Per molti però quello che conta è solo il nome che portano.
Ci sono delle vere e proprie dinasty anche a Scienze, ad Architettura, a
Economia. In ogni facoltà ci sono ceppi familiari dominanti, aule e laboratori
di ricerca popolati solo da rampolli. Uno scandalo dopo l’altro soffocati nel
silenzio.
A Medicina le famiglie che comandano sono 24. Si ramificano dappertutto. Una è
la famiglia Cannizzaro. Il padre Giuseppe è ordinario di Scienze
farmacologiche, nel suo dipartimento c’è anche il figlio Emanuele
(ricercatore), la cognata Luisa Dusonchet (associata) e la figlia Carla che
insegna a Farmacia. Ordinario di Scienze stomatologiche è Domenico Caradonna, i
figli Carola e Luigi fanno i ricercatori nello stesso dipartimento. Ordinario
di Scienze biochimiche è Giovanni Tesoriere, la moglie Renza Vento è a
Biologia, la figlia Zeila è entrata in Architettura dove c’è anche suo marito
Renzo Lecardane. Zeila è stata nominata a soli 37 anni come associata “per
chiamata diretta”, il marito – che da un anno era impiegato al Comune di
Palermo dopo un’esperienza all’estero – ha conquistato un posto grazie alle
norme sul “rientro dei cervelli”. Altri nomi eccellenti di Medicina con parenti
al seguito: i Salerno (Biopatologia), i Canziani (Neuropsichiatria infantile),
i Ferrara (Otorinolaringoiatria), i Piccoli (Neuroscienze cliniche). Dopo i
parenti ci sono naturalmente schiere di compari. Li piazzano per grazia
ricevuta. A un favore fatto ne corrisponde sempre un altro. E’ una catena
interminabile, un giro chiuso. Le carte sono sempre a posto, i concorsi a prova
di codice penale, un altro discorso è la decenza.
Come a Economia, il reame dei Fazio. Il capostipite è Vincenzo, ordinario di
Scienze economiche, aziendali e finanziarie. Nello stesso suo dipartimento ci
sono altri due Fazio: i suoi figli, Gioacchino associato e Giorgio ricercatore.
Insegnano la stessa materia di papà. Il preside di Economia si chiama Carlo
Dominici, suo figlio Gandolfo è anche lui in facoltà per istruire gli studenti
in Scienze economiche. Poi ci sono i due Bavetta, Sebastiano ordinario e Carlo
associato, figli di Giuseppe che lì a Economia c’era fino a qualche tempo fa.
Ora è in pensione. Un ultimo caso di padre e figli di quella facoltà: il
docente di economia aziendale Carlo Sorci e sua figlia Elisabetta –
ricercatrice – che insegna Diritto commerciale.
A Giurisprudenza i docenti sono 137 e i nuclei familiari che dettano legge 10.
Alfredo Galasso è ordinario di Diritto privato, suo figlio Gianfranco insegna
la stessa materia, nello stesso dipartimento c’è anche Giuseppina Palmeri che è
la moglie del fratello di Gianfranco. Anche Savino Mazzamuto (Diritto privato,
ora trasferito a Roma 3) ha lasciato un posto in eredità a suo figlio
Pierluigi. La figlia di Aurelio Anselmo, Alice, ha trovato sistemazione
all’Università di Trapani: ricercatrice di Diritto pubblico. Salvatore
Raimondi, nome pesante, amministrativista di grido ingaggiato per i suoi
“pareri” anche dalla Regione siciliana, ha nel suo dipartimento di Diritto
pubblico il figlio Luigi. E Rosalba Alessi, ordinario di Diritto privato – e
soprattutto potente commissario degli enti economici siciliani, una carica che
vale come tre assessorati importanti – ha nello stesso suo dipartimento il
nipote Enrico Camilleri.
Ad Architettura c’è una grande famiglia, quella dei Milone. Il preside Angelo
è in compagnia del fratello Mario (che è anche vicesindaco di Palermo e –
attenzione – assessore ai rapporti con l’Università) e due figli che sono
ricercatori: Daniele e Manuela. A Lettere, i Carapezza sono 4. I fratelli
Attilio e Marco, il primo che insegna Scienze delle Antichità e il secondo
Filosofia e teoria dei linguaggi. Il loro cugino Paolo Emilio è ordinario di
Musicologia, suo figlio Francesco è ricercatore nello stesso dipartimento di
Attilio. Poi ci sono i Buttita. Nino, il vecchio, antropologo, è stato preside
di Lettere. Il figlio Ignazio insegna all’Università di Sassari ma ha supplenze
a Palermo. La moglie Elsa Guggino è ordinaria nella stessa facoltà.
L’elenco dei padri e dei figli continua a Ingegneria, 18 famiglie e 38
parenti. Filippo Sorbello e il figlio Rosario, Michele Inzerillo e la figlia
Laura, Stefano Riva Sanseverino (cognato di Luca Orlando) e la figlia Eleonora.
A Scienze Matematiche Fisiche e Naturali si contendono il numero dei parenti i
Gianguzza e i Vetro. Mario Gianguzza, ordinario di Biopatologia a Medicina, a
Scienze ha come colleghi i fratelli Antonio (Chimica inorganica) e Fabrizio
(Biologia cellulare) e la figlia Paola (Ecologia). Uno dei loro nipoti,
Salvatore Costa, è anche lui in Biologia cellulare. L’altra famiglia, i Vetro,
è tutta appassionata di matematica. Pasquale Vetro, matematico. La moglie
Cristina Di Bari, matematica. Il loro figlio Calogero, matematico.
La facoltà più piena di mogli e mariti e figli è però quella di Agraria. Su
129 docenti 23 sono parenti. Un quinto. Divisi in 11 nuclei familiari. Il
preside Salvatore Tudisca ha lì dentro come associata sua moglie Anna Maria Di
Trapani. L’ordinario Antonino Bacarella ha la figlia Simona e il nipote Luca
Altamore. L’ordinario Giuseppe Chironi ha la figlia Stefania, l’ordinario in
pensione Giuseppe Asciuto ha suo figlio Antonio, l’ordinario in pensione
Carmelo Schifani ha il figlio Giorgio, l’ordinario Salvatore Ragusa ha il
figlio Ernesto, l’ordinario Luigi Di Marco ha la moglie Antonietta Germanà,
l’ordinario Vito Ferro ha la moglie Costanza Di Stefano, l’ordinario Antonio
Motisi ha la moglie Maria Gabriella Barbagallo, l’ordinario Riccardo Sarno ha
il figlio Mauro, l’ordinario Claudio Leto ha la moglie Teresa Tuttolomondo.
Cento famiglie. Di queste ce ne sono sessanta con “residenza” fissa in uno
stesso dipartimento. E’ praticamente casa loro.
Sono senza dubbio inaccettabili, Marco, gli episodi di clientelismo segnalati da Zecchi; queste ed altre situazioni si sarebbero dovute recepire all’interno di una riforma organica frutto di un ampio dibattito parlamentare; non prima di avere ascoltato tutte le voci del complesso mondo della scuola, dell’università e della ricerca. I provvedimenti di questa importanza vengono invece decisi nelle lussuose magioni di pochi eletti, e poi infilati come supposte nel corpo sociale. Dov’è il rispetto, il confronto, l’ascolto? Quello, forse, degli studenti chiamati dal ministro solo per “convincerli” della bontà del provvedimento, precisando solo dopo che tanto nulla sarebbe cambiato?
caro beppe
io sono vittima tre volte di questo clima.
per la megadiscarica che vogliono fare
per la scuola che mi vogliono togliere
per l’ospedale che mi vogliono chiudere.
ma dove sono gli intellettuali?
perché non si danno una mossa?
armin
credo che anche qui si debba evitare il gioco o bianco o nero, ma tenendo fermo un punto: la lotta deve essere sempre a favore dei più svantaggiati, contro i privilegi dei pochi e contro ogni forma di provincialismo culturale.
Io però non capisco il senso di tutti questi articoli ultradocumentati sugli sprechi, i clientelismi, le miserie, i baroni ecc, ecc. Perché proprio ora che c’è in ballo la riforma-devastazione della destra? Lo sappiamo che è uno schifo. Chi non ha qualche amico che si arrabatta per un dottorato di ricerca? E vede i figli dei baroni che passano nei concorsi, mentre lui studia e si sacrifica e non passa? Io però non capisco perché tirarli fuori ora, con questo puntiglio, col microscopio. Come quando arriverà la riforma della sanità, con le privatizzazioni selvagge, allora spunteranno articoli e controarticoli sui malfunzionamenti, gli sprechi, i clientelismi ecc. ecc. Così si delegittima, ancora una volta, e si sfondano le porte aperte per la destra. A meno che, ovviamente, lo scopo non sia proprio questo…
Parliamo di questi aspetti deteriori, per migliorarli se possibile, ma basta usarli come cunei per favorire il ribaltamento e il saccheggio.
come in molti altri ambiti di questa nostra vita attuale, la maggioranza fa soltanto annunci (e smentite). basta la parola! (cui, infatti, segue immediatamente l’effetto previsto dal noto slogan). e che? la deforma della beata gelmini metterebbe forse fine a comportamenti atavici e ben consolidati, in aree d’italia in cui, guarda caso, la destra rastrella il maggior numero di voti? ma a chi vogliono prendere in giro? mandano avanti le teste di…ponte ad obnubilare coi loro discorsetti virtuosi le menti degli ascoltatori-spettatori-consumatori (ché questa soltanto è la funzione richiesta ai cittadini, ops, sudditi): i brunetta, le gelmini, con nomi delicati: diminutivi, vezzeggiativi -ini…-etta. via i fannulloni, su il grembiule, ciàpa chi i voti, taglia qua, accorcia là, stringi più sotto. una bella sartoria, non c’è che dire. una riforma taylorista, proprio. cambiare tutto per non cambiare niente.
Lucy, sai che non avevo notato questo particolare degli “etta” e “ini”? Tra l’altro il Brunetta ci ha pure le fossette!
credo che vi sfugga, l’essenziale. quella in atto, o minacciata, non è una riforma. non si tratta di difendere oppure no l’università (e la scuola) così come è adesso da una riforma. si tratta di difendere l’esistenza dell’università (pubblica) e della scuola (pubblica) da una sua distruzione. Informatevi, perché i vostri discorsi rischiano di non essere affatto in buonafede. Mi pare che l’unico che capisca il dramma è il buon franco (arminio). ciao franco, lo so, tutto chiude, o rischia d chiudere. cerchiamo di tenere aperti i nostri canali di comnicazione. ciao, beppe.
a proposito di incomprensioni e di buona fede, mi chiedo se Veltroni, nonostante le adunate oceaniche, abbia davvero trovato – o stia davvero cercando – le soluzioni ai gravi problemi del paese: le ingiustizie sociali ed economiche, la criminalizzazione dei poveracci, la mortificazione della cultura.
Il mio punto di vista sulla situazione catastrofica della scuola italiana lo espressi in un articolo, in pieno governo Prodi, quando uscirono i dati del rapporto PISA.
Per chi avesse curiosità, lo ripropongo in questo nostro dibattito.
Grazie.
Una scuola in coma frutto di una cultura in agonia Marco Guzzi – 04/01/2008
La diffusione dei dati dell’ultimo rapporto Pisa-OCSE ha suscitato reazioni di sorpresa, di indignazione, e di allarme, in quanto ha fatto emergere l’immagine di un’Italia sempre più ignorante e involuta.
Questi rapporti Pisa (Programme for International Student Assessment) sono indagini molto serie, promosse dalla Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, al fine di accertare le competenze degli studenti quindicenni nelle diverse discipline. Nel 2000 si verificarono le competenze nella lettura, nel 2003 in matematica, nel 2006 nelle scienze, e nel 2009 si tornerà alla lettura.
Leggendo l’ultimo Rapporto, un voluminoso elenco di tabelle, grafici, e numeri vari, lungo ben 465 pagine, salgono alla mente due ordini di considerazioni. Le prime concernono lo stato della scuola in Italia, mentre le seconde toccano più in generale le concezioni filosofiche e pedagogiche, del tutto insufficienti, che animano questo tipo di indagine statistica.
Sul primo livello c’è poco da dire. L’Italia risulta una frana. Sui 29 paesi dell’Ocse, ai quali vanno aggiunti 12 paesi esterni, risultiamo al 33° posto nella lettura, al 36° nella cultura scientifica, e al 38° in matematica. Precipitiamo anche rispetto all’indagine del 2003, nella quale avevamo guadagnato almeno il 27° gradino in scienze. Se il punteggio medio degli studenti dei paesi dell’Ocse è 500, in Italia risulta 475, con punte negative di 432 nelle Isole. Il 62% dei nostri quindicenni non sa perché sulla terra c’è il giorno e la notte, non conosce cioè il movimento di rotazione della terra intorno al proprio asse, a Sud questa ignoranza tocca 7 ragazzi su 10, e nei licei 6 su 10.
Le cause sono certamente molteplici. Ma anche nella scuola italiana saltano agli occhi sprechi e assurdità di ogni tipo. Nei 13 anni di formazione scolastica spendiamo mediamente 100 mila dollari per alunno a fronte di una media europea di 77 mila. Abbiamo una media di 18 alunni per classe contro una media Ocse di 21,5. 11 alunni per insegnante contro una media Ocse di 13,3. Però abbiamo solo 33 settimane e 674 ore di lezioni contro le 37 settimane e le 1019 ore di lezioni nell’Unione Europea.
I nostri professori sono tra i peggio pagati e tra i più vecchi: ci sono solo 2 docenti di matematica sotto i 31 anni, e la media è di 50 anni. E siamo infine al penultimo posto per numero di laureati: l’11% , mentre il Giappone arriva addirittura al 37%.
E non dovremmo parlare di declino dell’Italia? E come dovremmo definire questo collasso dell’intelligenza fin dalla più giovane età?
Ma devo dire che secondo me il problema è molto più profondo e radicale. Questo tipo di scuola, che misura la sua funzionalità con i test e il problem solving, mi sembra interamente inadeguata e sostanzialmente una delle cause del degrado culturale e della depressione psicologica che tocca tutto il pianeta, al di là delle differenze di percentuali sulle specifiche competenze. I ragazzi viaggiano ormai in dimensioni abissalmente lontane dalla scuola. Per riappassionarli veramente alla cultura avremmo bisogno innanzitutto di una cultura che possa appassionare. E invece domina ancora una cultura nichilistico-tecnica, fatta appunto di grafici e di tabelle, e un sapere umanistico senza nessuna visione, stantio, morto.
Internet sta diventando per milioni di ragazzi un surrogato della cultura viva e una simulazione dei rapporti umani. La pedagogia, e quindi la scuola, non può che riprodurre l’antropologia che ogni società esprime. E noi edifichiamo scuole, più o meno efficienti, che educano uomini e donne squilibrati, scissi, pronti ad essere utilizzati come rotelline nel grande meccano del mercato globale, ma incapaci di esprimere i propri sentimenti e di sognare un’azione politica in grado di rovesciare un mondo che li soffoca.
Non basteranno i 5 milioni di Euro, stanziati dal ministro Fioroni, per rinnovare la scuola. Attendiamo che irrompa e contribuiamo a preparare una grande rivoluzione culturale.
“Informatevi, perché i vostri discorsi rischiano di non essere affatto in buonafede. Mi pare che l’unico che capisca il dramma è il buon franco”
Non generalizzare, Beppe. Il dramma è chiaro pure a me e, ne sono certo, ad altri interventuti, ricordandone le posizioni sul tema incardinato, ormai, da settimane in questo blog e, dunque, ampiamente dibattuto. Mi trovo d’accordo con te quando dici:
“Osservo di nuovo che l’imbarbarimento di una nazione (di questo si tratta) nasce e si presenta spesso come una politica di semplificazione – che non è proprio una bella parola, e designa una riduzione innaturale della complessità, ossia dell’intelligenza. Si crea e si consolida nella riduzione del linguaggio, del pensiero, della politica, nella neo-lingua pubblicitaria più volte in questi anni denunciata, nello scavalcare il Parlamento e l’etica della discussione. Ma è soprattutto negli spazi lasciati vuoti dalla cultura e dall’educazione che l’autoritarismo “semplice” si insedia e riproduce, svuotando di senso il concetto e la realtà di una Re-pubblica. Il costo umano, sociale e culturale è esorbitante. Le sue conseguenze rischiano di essere irreversibili.”
A tutto questo va detto un NO deciso, per la sostanza e la forma, lesive di diritti e delle prerogative di un organo sovrano come il parlamento, delineando però nel contempo, a mio parere, modelli alternativi e ampiamente condivisi che, nell’ottica del miglioramento dell’esistente, eliminino gli inutili sprechi e i clientelismi.
Ciao. Giovanni
Non avevo letto, Fabrizio, il tuo commento e quello di Marco. Condivido quanto dici sull’adunata di ieri. Elaborino però adesso contro proposte e le rendano pubbliche e aperte se davvero, com’è stato detto, ci si vuole riavvicinare alla gente, ascoltarla. La situazione è gravissima e più che mai è necessario aggregare intorno a proposte concrete, e immediate. Avendo bene in mente tutti i privilegi che ancora permangono, e stipendi e indennità e pensioni che sono un insulto alla miseria dilagante.
a me non pare mi stia sfuggendo l’essenziale. leggo la manomissione alla scuola come l’intenzione malamente mascherata di cambiare indirizzo al paese in senso culturale, per non dire ideologico. non so perché tutto questo sbracciarsi: qualche iniezione televisiva in più e i nostri ragazzi sono bell’e pronti per aderire da nord a sud alle cifre ocse. è già dura così cercare di insinuare qualche dubbio, qualche interesse nei giovani (marco lodoli docet), con una scuola impoverita, con un rapporto docente/discente più alto cosa accadrà?
come si fa a parlare di sprechi? lo sanno la maggior parte di coloro che da una parte e dall’altra invocano comunque la necessità di apportare dei cambiamenti, di quali fondi dispone un liceo di circa mille studenti per corsi di sostegno o approfondimento? pensano forse che ci vengano assegnate cifre a cinque, sei zeri? lo sanno che ci sono prof. che hanno fatto esami di maturità e ancora non hanno visto la miserevole cifra di euro circa 500,00=/=? lo sanno davvero a quanto ammonta lo stipendio di un insegnante dopo vent’anni di servizio? circa 1600 euro. lo sanno cosa costa in termini di tempo correggere valanghe di compiti, perché noi seguiamo passo passo i nostri ragazzi e la normativa prevede di valutarli dopo un “congruo” numero di prove? io correggo approfonditamente e un tema di italiano mi porta via anche un’ora. moltiplicato 25 x 7 compiti = 175 x 2 classi, cui si aggiungono test a domanda aperta, compiti di latino, saggi di letteratura. il tutto per circa 1100 compiti l’anno. ad una media di mezz’ora a testa, a voler essere buoni, sono 550 ore. aggiungiamo la preparazione dei compiti stessi: avete presente come sono fatti i temi di maturità? e le terze prove? ok. allora io lavoro come un qualunque altro pubblico impiegato che lavora. poi ci sono le riunioni, sempre più frequenti, sempre più lunghe. non credo che aumentando il numero di alunni per classe migliorerà il mio insegnamento. non credo che migliorerà, soprattutto, l’apprendimento degli studenti. faranno meno ore, scomparirà ad esempio il latino dal liceo scientifico (e ditelo: era ora!). a me daranno neanche 100 euro di aumento, sempre che non sia costretta a mettermi sul mercato a contrattare gli ultimi dieci anni di carriera, magari in mano a presidi manager a cui posso non essere gradita.
in francia i miei colleghi percepiscono stipendi quasi del doppio, sono impegnati dalle otto alle cinque con classi del numero delle nostre (31), fanno prove periodiche in numero ridotto, hanno mensa e stanze in cui studiare e ricevere. e fanno un mucchio di vacanze: quasi tutti i mesi c’è una sosta di una settimana, nella media. piantiamola di parlare male della nostra scuola e di guardare i dati secondo il modello n. di abitanti/polli a testa.
cominciamo a parlare molto male di una riforma che privatizzerà tutto e rimetterà al mercato ogni singolo starnuto di insegnanti e studenti. ma, intanto, il paese di/per vecchi che è il nostro si beve la notizia di italia uno secondo cui alla manifestazione di ieri a roma hanno partecipato ex brigatisti. nessuno ha detto niente del genere, ma, anche se fosse? alle manifestazioni della destra ci sono ragazzi con le svastiche, saluti romani. mi pare che la costituzione lo vieti, ma passa (quasi) del tutto inosservato. intanto, il povero belpaese, saluta con un respiro di sollievo (era ora, signora mia, quanno ce vò ce vò) il grembiulino, la minaccia della polizia nelle scuole occupate. che gli frega a un pensionato se ne va anche del suo precario futuro, della sua precaria salute, il fatto che i nostri studenti se ne andranno all’estero? ma mica perché l’università non funziona: perché non c’è lavoro. fuori d’italia se li corteggiano i nostri laureati. io ho tre nipoti tra i 25 e i 30 che fanno dei bei lavori in inghilterra. hanno studiato in italia con grande profitto: ma qui, lavoro, ciccia.
Al di là dei contenuti dell’articolo, che trovo poco più che ideologici (nei suoi richiami a un sistema universitario, quello francese, che al di là di una decina scarsa di università, per il resto è in condizioni peggiori del nostro), ho l’impressione che, come sempre, si protesti contro tutto e tutti senza finalizzare mai l’obiettivo.
I problemi del sistema universitario italiano sono noti a tutti e hanno due nomi ben chiari e distinti: Baroni e nepotismo.
In queste due direzioni dovrebbero puntare, senza alcuna remora, le proteste di studenti e professori sani, per far sì che diventi chiaro a tutti che, fino a quando non cadranno le teste che gestiscono le Università italiane, continueremo a cambiare tutto senza cambiare nulla.
Blackjack.
vorrei sapere baroni e nipoti come e dove sono distribuiti, e che tessera di partito hanno in tasca. e che c’entra brunetta con questo, nel senso che cosa può fare un tale personaggio ad un sistema secolare, o le controfigure tipo gelmini con il loro tagliacuci. ripuliamo, modernizziamo, risparmiamo, moralizziamo: a chi non piacerebbe? ma a chi la danno a bere? che poi ti ritrovi un’italia sveglia dinamica intelligente propositiva giovane che si mette di traverso al controstato, a confindustria, alle banche. basta concessioni, basta dormicchiamenti, basta ritardi, lotta alla mafia, difesa dell’ambiente, spazzatura riciclata e non spostata, conflitto d’interessi via, basta, sciò? ma dài! vera è invece l’ipotesi di un mondo della cultura e della ricerca definitivamente ed esclusivamente suddito del mercato, e della maggioranza di governo che poi è la stessa cosa, con i laureati-allineati dalla media borghesia in su, ai posti di comando, e gli altri giù la testa a laurà, novelli schiavi.
Lucy, non me ne frega nulla di Brunetta e Gelmini: il nocciolo della questione non cambia e se non si risolveranno in modo definitivo questi due nodi, qualunque altra iniziativa è destinata ad essere fallimentare. La solita, inutile vetrina del giorno.
Se chi è all’interno di un sistema, studenti e professori, non è in grado di identificare gli obiettivi veri e agire in modo coerente, beh, tanti saluti. E destra e sinistra qui non c’entrano nulla.
Blackjack.
questa è una deforma fatta sulla testa di studenti e prof: e mo’ questi sono anche responsabili dei guasti o di non saperli individuare? ma può una parte sociale sostituirsi ai legislatori? se non può va allora ignorata del tutto? e poi: gran parlare di sprechi! pensa un po’ se avessimo avuto a disposizione l’intero budget e non il 50% della media europea come succede ormai da circa dieci anni! spassi e bagordi, fiumi di champagne, aléeee! meno male che era una università a dieta, così affronterà meglio il digiuno.
Una parte sociale DEVE sostituirsi ai legislatori se i legislatori NON FANNO ciò che dovrebbero e deve far sentire la propria voce! I legislatori non sono entità astratte, ma persone che NOI abbiamo eletto, che noi paghiamo profumatamente e, destra o sinistra, nessuno ha fatto un CAZZO per rimuovere quei merdosi baroni che impestano le università gestendole a loro uso e consumo o per contrastare il nepotismo; no, un giorno vanno in piazza e l’altro giorno sono in coda per cercare di ritagliarsi il loro angolo di piaceri, e una volta trovato l’angolo di comodo, scompaiono dalla piazza. Patetici.
Così non si va da nessuna parte! Con questo attegigamento chi vuol continuare a rimestare per scopi suoi continuerà a fare quello che vuole, senza alcun contraltare serio. Le seghe sul 50% del budget sono seghe: uno studente universitario italiano costa né più né meno come lo studente di un qualsiasi altro paese europeo, la differenza è che in Italia i soldi non sono utilizzati per gli studenti, ma per altro: basta andare a leggere i bilanci delle università e le voci di spesa invece di continuare ad arrampicarsi sui muri dell’ideologia fine a se stessa.
Perché limitarsi a protestare per i tagli? Protestiamo per un obiettivo concreto e vero una volta tanto. Protestare per tutto è come non protestare per nulla! Ma perché è così difficile da capire?
Blackjack.
anch’io mi chiedo: perché è così difficile da capire cosa c’è dietro i tagli?
Lucy, i tagli sono un mezzo, non il fine, e se combatti solo il mezzo, e non il fine, sei perdente ancora prima di incominciare! Non sono i tagli da capire, ma a ‘cosa servono’ e una volta compreso il ‘cosa servono’ l’unica via per ostacolare il percorso è creare un’alternativa. Un’alternativa NETTA, non interpretabile, comprensibile a tutti e che si porti appresso vantaggi reali per TUTTI gli italiani! Da sola, la scuola e il suo milione e rotti di dipendenti, non va da nessuna parte: rappresentate, l’1,6% della popolazione italiana e, se metti 100 persone in una piazza e si muove solo l’1,6% NON SE NE ACCORGE NESSUNO!
Dovete acquisire massa critica e dovete farlo con argomenti CHIARI e COMPRENSIBILI a TUTTI, altrimenti avete già perso ancora prima di incominciare.
Il resto, solo fantasia inutile. E ora vado a comperare le sigarette che le ho finite.
Blackjack.
ma mi pare che stiamo combattendo il fine. il pensiero unico, per esempio, la cui figura di spostamento freudiano è il maestro unico. i bimbi-balilla, di cui è figura il grembiule. per esempio.
e fumare fa male.
“uno studente universitario italiano costa né più né meno come lo studente di un qualsiasi altro paese europeo”
A volte uno parla coperto da un nick e non gliene frega niente di spararle grosse, tanto non ci perde la faccia.
A volte è proprio una tecnica: spara oggi e spara domani, sparale sempre più grosse, alla fine qualcuno che ci casca lo trovi. E questa tecnica mi ricorda qualcuno.
Parlo solo di quell’affermazione riportata sopra tra virgolette, tanto per limitare il discorso a qualcosa di preciso.
Secondo i dati dell’Ocse, l’Italia spende 6.835 dollari per ogni alunno della scuola primaria contro una media Ocse di 6.252 dollari. La scuola secondaria invece vede una spesa per studente pari a 7.648 dollari e una
media Ocse di 7.804 dollari. Si scende ancora se si prende in considerazione
l’università: a fronte di una media Ocse di 11.512 dollari, in Italia la spesa si assesta a 8.026 dollari.
La percentuale delle spese per l’istruzione rispetto al pil però è per l’Italia inferiore alla media delle principali economie mondiali, che vi investono il 5,8% del pil, mentre in Italia questa percentuale scende al 4,7%. Inoltre: tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell’Ocse sono aumentati del 41%, mentre in Italia l’incremento è contenuto al 12%.
I tagli ulteriori saranno l’affossamento dell’università, al fine di privatizzarla tutta quanta.
Lucy: stai combattendo gli EFFETTI non il fine! Se poi li vuoi travestire da ‘fine ultimo’, padronissima di farlo, ma i tuoi bravi nipoti, e quelli come loro, continueranno ad andare all’estero, per cercare lavoro senza dover fare i paggetti al barone di turno se non si rimuoveranno le CAUSE REALI dell’attuale sfacelo dell’Università italiana.
Giorgio: le cifre che riporti sono: 6.835:6.252 ; 7.648:7.804 : 11.512:8.026. La prima osservazione che balza all’occhio è che sia per la primaria, sia per la secondaria, siamo allineati ai costi degli altri Paesi (un 2% in meno per la secondaria). Il delta è sulle Università. Bene, ora vai a leggerti i bilanci delle Università italiane (quelle che li pubblicano almeno), butta via qualche migliaia di corsi di laurea del cazzo inventati negli ultimi anni, elimina chi insegna (per clientelismo) nel ‘qualche migliaio’ di corsi di laurea del cazzo (inutili se preferisci una terminologia più polite), togli l’affitto di appartamenti a 150.000 euro l’anno per guardarsi il Palio da una posizione di prestigio (e altre amenità simili presenti in TUTTI i bilanci di TUTTE le Università pubbliche italiane), piglia a calci nel culo i Baroni e i loro raccomandati (che gestiscono i soldi a loro esclusivo uso e consumo) e poi vediamo come si ricompongono quei numeri!
Poi, oltre a citarmi i dati sugli investimenti legati al PIL dei Paesi OCSE, citami anche la produttività delle varie realtà universitarie OCSE e le ricadute che hanno avuto sul sistema Paese e andiamo a confrontarle con la produzione scientifica e le corrispondenti ricadute che hanno avuto sulla realtà produttiva e scientifica, quelle italiane. Inizio a ridere subito o ti concedo 30 secondi di pausa? Se vuoi una conferma comperati qualche rivista della IEEE e vai ad enumerare le pubblicazioni provenienti dall’Italia.
Smettila di tirare addosso ai tuoi interlocutori una malafede che non esiste e prova, una volta tanto, a girare la testa e provare a vedere al di fuori della tua visuale standard. Qui nessuno contesta il ruolo PRIMARIO della scuola: io contesto come è gestita l’Università italiana. La riforma Gelmini, probabilmente, modificherà solo la posizione di qualche disperato, in peggio, ma lascerà immutati TUTTI i vizi del sistema universitario. Esattamente come tutte le altre riforme, destra o sinistra che fossero (Berlinguer con i suoi cicli mi aveva ridotto al vomito, tanto per citarne uno). PERCHE’ non si dà un nome ai mali dell’Università italiana? Perché si continua a ragionare per massimi sistemi senza voler fare i nomi? Ne vuoi uno? Frati rettore di una nota università romana: basterebbe levarsi dai piedi lui e la sua congrega di affiliati per aumentare la disponibilità di soldi per gli studenti di quella bistrattata università romana.
Comunque è vero: hai ragione tu e cosa vuoi che sia un nick che spara cazzate? La prossima volta mi firmerò Frank Marchetti. No, facciamo che continuerò a firmarmi Blackjack che mi piace di più.
Blackjack.
E’ difficile discutere con chi usa argomenti pretestuosi e nessun dato reale, per rispetto a qualche lettore dirò innanzitutto che 2 punti in percentuale in meno nella spesa per la scuola dell’Italia non sono pochi.
Così come un punto di differenza della spesa per la scuola in rapporto al pil (dal 5,8% nella media dei paesi sviluppati al 4,7% dell’Italia) non è poco.
Inoltre, per quel poco che so di matematica, se a una cifra ne tolgo un’altra, ottengo una cifra minore.
Per cui: se alle spese dell’università italiana tolgo sprechi e simili, ottengo una cifra che non si “ricompone” con quella europea, ma una ancora minore: insomma, non solo i soldi per la scuola sono pochi, ma ce li rubano anche.
Infine, per quanto riguarda gli sprechi: bisogna vedere da chi sono procurati…
Per quanto riguarda alcuni sprechi, sto ultimando la puntata di vivalascuola di domani, dove saranno riportati dei dati che indicano dei responsabili.
E per concludere: la gente dell’università sta protestando non perché le cose vadano bene così, ma perché vanno molto male, tanto da non poterne più, e l’intervento del governo distrugge definitivamente l’università pubblica.
Scusami, Giorgio, sinceramente: ma chi te lo fa fare a rispondere?
Tu ti fai un mazzo incredibile, ti impegni in un lavoro enorme, finalizzato a mettere a disposizione di tutti dati concreti, capaci di far luce sull’attacco concentrico, mai visto finora, sferrato alla scuola pubblica (e a tutto ciò che è pubblico) dalla banda bassotti e dagli zerbini di cui si circonda, compresi i tanti fidibàu sguinzagliati per la rete, e questi hanno come unico scopo quello di preparare il “rendiconto mensile” alla loro “committenza”…
Ma lasciali perdere, lascia che si commentino da soli. O che aprano un blog personale dove scaricare il loro “immenso sapere” e, soprattutto, gli insulti alla persona con cui, una volta sì e l’altra pure, infarciscono i loro scritti.
fm
Giorgio: il tuo ragionamento “se alle spese dell’università italiana tolgo sprechi e simili, ottengo una cifra che non si “ricompone” con quella europea, ma una ancora minore”, non fa una grinza, ma come puoi immaginare di continuare a buttare soldi in un sistema gestito in quel modo?
Se chi gestisce il denaro non lo sa fare: come può essere una soluzione aumentare il denaro che questi signori non sanno gestire? O meglio: sanno gestire benissimo per scopi personali!
Se non si modifica, come primo passo, l’attuale struttura gestionale e dirigenziale delle Università, qualunque altra azione sarà inutile e produrrà solo nuove deviazioni. Non puoi curare un’infezione con l’aspirina, abbassi la febbre un giorno, forse due, ma non risolvi nulla.
La riforma Gelmini, non è sicuramente una soluzione (eufemismo), ma non può essere semplicemente contestata; deve essere indicata una direzione diversa e, sarò anche limitato, ma ne vedo solo una: smantellare, persona per persona, l’attuale sistema baronale e clientelare che imbavaglia l’Università molto più di qualunque altra azione. Le Fondazioni non sono una soluzione che piace? Che se ne proponga un’altra, ma che sia chiaro: gli attuali gestori NON DOVRANNO ENTRARE né nelle Fondazioni, né in qualunque altra struttura.
La raccolta degli sprechi va benissimo, i nomi pure, ma serve una presa di posizione diretta che diventi una strategia precisa: semplice e chiara. Sono anni che i nomi e gli sprechi, in Italia, sono sulla bocca di tutti, ma non ho MAI visto studenti o docenti universitari scioperare e organizzare manifestazioni per contestare il clientelismo e l’uso personale delle risorse pubbliche. O mi sono perso qualcosa per strada?
Marotta: un piacere rivederla.
Blackjack.
“Marotta: un piacere rivederla.”
Cos’è, il preludio a una nuova lenzuolata notturna nei commenti sotto il mio nome?
Se è così, risparmiati pure la fatica di riscrivere, e pensa piuttosto agli editoriali che hai sicuramente in programma per domani: se vuoi rivedere il tuo “capolavoro”, devi solo chiederlo, e sarò io stesso a copincollarlo, avendolo salvato prima che svanisse nell’etere.
Vedi, caro Sartana, ci sono due cose che devi sapere, e solo e unicamente dal “mio” punto di vista di redattore di questo blog.
1) Tu puoi scrivere qui, in ogni momento, tutto quello che ti pare e piace, e contestare anche ferocemente il *contenuto* di qualsiasi post.
Sì, hai capito bene: il *contenuto*. Non ti è concesso, perché non è concesso a nessuno, a iniziare dai redattori, di fare pesanti apprezzamenti sulle persone, solo perché ciò che scrivono non ti piace. Vuoi che ti rinfreschi la memoria? Astrit Dakli? Gli insegnanti di tuo figlio? Alcuni redattori del blog (ogni volta che pubblicano un pezzo)? Luigi Ferrajoli (proprio oggi)? …?
2) Non sarai mai tu a dettare la “linea editoriale” del blog.
Non ti piaccion gli articoli che pubblichiamo? Bene, arrivederci e grazie, la rete è grande e troverai bene un altro posto dove portare le tue “pistole fumanti”.
Quindi: assolutamente inutile (sempre secondo il mio personale parere) aprire o chiudere i tuoi dotti notiziari con “basta con questi articoli”, “è ora di smetterla di pubblicare cose del genere”. Non ce ne frega niente. Anzi. Qualcosa si potrebbe “smettere”, anche noi: di averti ospite. Non vorrai mica privarci della tua graditissima presenza e cultura?
Non farlo, ti prego. Pensa: ci sono tanti lettori del blog che mi scrivono per ringraziarti. E’ grazie a te, infatti, che possono risparmiare i soldi che fino al tuo arrivo spendevano per comprare gli stessi quotidiani ai quali tu attingi: gli basta venire su LPELS, aspettare (non ci vuole molto) che si accenda la tua lucina, et voila, sanno già cosa avrebbero letto domani.
In un periodo di crisi economica come questo, converrai che non è servizio da poco quello che rendi.
*
Ti saluto. Sperando di incontrarti, prima o poi, davanti al fuoco di un bivacco, nel deserto, a consumare un bel piatto di fagioli e lardo (e tu sai che è facile, perché di deserti, soprattutto umani, qui nel profondo nord, siamo ben forniti). Oppure in un saloon, davanti a una buona bottiglia di uìschi (tanto paghi tu, che puoi permettertelo). Oppure (ora che ci penso: perché no?), fra i componenti di una comunità nomade di mormoni…
fm
Mi sembra che l’oggetto di cui si parla sia particolarmente astratto.
La scuola non è il luogo in cui si formano i posti di lavoro secondo l’ideologia liberista che accomuna oggi destra e sinistra, la spallata della gelmini è destinata, (non avrebbero incaricato una velina se no), a buttare giù un castello di carte che la sinistra italiana ha contribuito largamente a rendere tale negli anni di governo toccati a lei, così come il colpo di straccio che sta spazzando le ultime tracce di cultura di questo paese spazzerà i rifiuti abbandonati da Melandri e co.
Il problema che rappresenta oggi la destra al governo è, (lo sarebbe in una società meno barbara di questa), un problema di ordine pubblico e dovrebbe essere risolto dai magistrati e dalle forze dell’ordine, politicamente sono solo meno ipocriti.
Ho un’unica debole speranza, che gli studenti aprano gli occhi e capiscano dove colpire, ma prevedo, come succede qui adesso, una repentina frammentazione su questioni futili che snerverà questa protesta già tardiva e inefficace.
Ho sognato a lungo che il “il pezzo di carta” venisse bruciato in piazza come i reggiseni delle suffragette, ma è ancora l’unica cosa a cui gli studenti sono attaccati, e non mi stupisce, la famiglia è così, il governo è così, l’opposizione è così, poverini, sono drammaticamente soli e impreparati gli studenti, non vedo la determinazione di andare fino in fondo con intelligenza, arriva la Hack e fanno ooooh, eccitati correranno dietro alla lepre gelmini (che sotto un certo aspetto è meglio che correre dietro alla Hack), trovandosi alla fine con contentini e radici ancora più secche.
Non è leggendo i giornali che mi sono fatto questa idea; due anni fa fui invitato all’università, ma non a tenere lezioni o seminari, mi dissero; Palazzo Nuovo (la facoltà di lettere di Torino) è occupato, ci hanno invitato a suonare, figo, dissi andiamo. entrai elettrizzato, dopo trent’anni, nel salone di ingresso e cominciai a preparare lo strumento.
Alzando gli occhi vidi due specie di Rambo con mimetica, pistolone e pastore tedesco al guinzaglio che giravano liberamente.
Ma non era okkupato, chiesi al mio collega, beh, si, ma sono occupazioni concordate, una specie di autogestione a termine, facciamo qualche incontro proiettiamo dei film, dai sbrigati che cominciamo.
Ci lasciarono suonare un po’ di jazz per una ventina di minuti senza amplificazione, sembrava una scena di Jacques Tati alla stazione, poi arrivò una mega console con casse fino al soffitto, i dischi, due deejay e cominciò la discoteca.
Tornai a casa con profonde considerazioni sul potenziale eversivo di questa generazione, erano le due e mio figlio stava rientrando da un’altra discoteca, una vera, soffrii di meno.
Quest’anno non sono andato, ma ho applaudito dal balcone insieme alle famiglie vicine di casa il corteo delle scuole elementari i bambini sorridevano.
Qui qualcosa, un contributo alla discussione.
http://www.nazioneindiana.com/2008/10/06/la-scuola-per-tutti-non-serve-piu’/
le colpe de padri non ricadano sui figli. stiamo vicino a loro perché la loro protesta sia sostanziata, non abbandoniamoli alla loro inconsistenza: gliela abbiamo trasmessa, o l’abbiamo permessa, noi, così eversivi, così impegnati.