La miseria dei malvagi impuniti (I)

di
Anicio Manlio Torquato Severino Boezio

Scritta da Severino Boezio nel 524 in prigionia (condannato per tradimento, sarebbe morto poco tempo dopo), La Consolazione della filosofia è una meditazione sul rapporto del filosofo con il male. Secondo una prospettiva più vicina alla saggezza stoica che al magistero della chiesa, esso nasce dall’ingiustizia commessa e patita dagli uomini.
La filosofia, sola via per raggiungere il Bene, ha nella Consolazione anche un’utilità terapeutica di cura dell’anima.
Nel libro IV il dialogo tra il prigioniero e la donna che personifica la filosofia riguarda l’esistenza e l’apparente prosperità dei malvagi nel mondo retto dalla Provvidenza.

Libro IV Prosa 4 (prima parte)

E allora le dissi: «Affermo, e mi pare detto giustamente, che sebbene gli uomini pieni di vizi mantengano le fattezze del corpo umano, nell’anima sono mutati in belve. Ma avrei voluto che non fosse almeno permesso che i loro atroci e delittuosi propositi si scatenino a rovina dei buoni».

«E infatti non è permesso – rispose – e lo dimostrerò poi con un argomento conveniente. Ma tuttavia, se non accadesse proprio quello che si ritiene loro permesso, la pena dei delinquenti in gran parte si allevierebbe. E infatti – e questo parrà a qualcuno incredibile – di necessità i malvagi sono più infelici nel realizzare i loro desideri piuttosto che nel non poter soddisfare ciò che desiderano. E davvero, se è penoso aver voluto il male, più penoso ancora è aver potuto commettere il male, e senza questo potere, debole sarebbe l’effetto di una volontà abietta. Pertanto, dal momento che ciascuna di queste cose porta con sé la sua propria miseria, coloro che tu vedi volere, poter fare, e commettere un crimine sono di necessità spinti da una tripla malasorte».

«Sono d’accordo – dissi – ma desidero tanto che a loro sia subito risparmiata questa malasorte, e siano privati della possibilità di commettere il crimine».

«Sarà loro risparmiata prima ancora forse che tu esprima il desiderio, o che loro stessi pensino che sia loro risparmiata. Infatti nel breve termine della vita non c’è nulla che arrivi così tardi, che un animo, specialmente uno immortale, possa ritenerlo lungo da attendere. La loro grande speranza, le elaborate macchinazioni di delitti spesso finiscono con una fine rapida e inaspettata. E questo pone per loro una misura della miseria: infatti più a lungo vive un mascalzone, più di necessità è misero. E io giudicherei costoro infelici al massimo grado, se nemmeno la morte alla fine ponesse termine alla loro malvagità. Infatti, se le conclusioni cui siamo giunti a proposito della sventura dei malvagi sono fondate, è evidente che infinita è quella miseria che risulta essere eterna».

Allora io: «Che straordinaria conclusione! È difficile da concedere, ma riconosco che deriva fin troppo bene da quelle cose che abbiamo ammesso poco fa».

«Hai ragione – disse lei –, ma chi trova difficile arrivare alla conclusione dovrebbe per correttezza o dimostrare che qualche premessa è falsa, o provare che l’ordine delle proposizioni non porta alla conclusione necessaria. Altrimenti, una volta accettate le premesse, non si ha davvero ragione di mettere i dubbio la deduzione. In effetti, anche quello che sto per dire non sembrerà meno straordinario, ma segue ugualmente di necessità da ciò che è stato accettato e dimostrato».

«E che cosa mai stai per dire?», chiesi.

«Che i malvagi sono più felici quando subiscono i castighi, e meno felici se non sono colpiti da nessuna pena da parte della giustizia. Né voglio ora intendere, come si potrebbe credere, che i cattivi costumi sono corretti dalla punizione, e che sono ricondotti alla rettitudine dalla paura del supplizio, e che anche altri abbiano un esempio per evitare le azioni colpevoli. Invece ritengo che i malvagi siano, in un certo altro modo, più infelici quando sono impuniti, anche prescindendo da finalità di correzione e dall’esemplarità della punizione».

«E quale sarà il tuo certo altro modo, oltre a queste due considerazioni?»

«Non abbiamo appena ammesso che i buoni sono felici, e invece i malvagi infelici?»

«È così», risposi.

«Se quindi – riprese lei – all’infelicità di qualcuno si mescola un qualche bene, costui non è forse più felice di colui la cui miseria è assoluta e totale, senza mescolanza di alcun bene?»

«Mi par proprio di sì», dissi.

«E se il medesimo infelice, che è privo di ogni bene, avesse ricevuto un altro male, in aggiunta a quelli che già lo rendono misero, non sarà forse da giudicare più infelice di colui la cui malasorte è alleviata dalla partecipazione di un bene?»

«E come no?» risposi io.

«I malvagi quindi, proprio quando sono puniti, ricevono un qualche bene, e cioè la stessa pena, che è buona in ragione della giustizia; i medesimi malvagi, quando manca il castigo, ricevono un qualche male in più, e cioè l’impunità stessa, che, in ragione dell’ingiustizia, tu stesso hai riconosciuto essere un male».

«Non lo posso negare».

«E quindi i malvagi sono molto più infelici quando sono premiati da un’ingiusta impunità, che quando sono puniti da un giusto castigo. E però è chiaro che è giusto punire i malvagi, e che è ingiusto che gli impuniti la facciano franca».

«Chi potrebbe negarlo?»

«Ma nessuno negherà questo – disse lei –, che è bene tutto ciò che è giusto, e, d’altra parte, quello che è ingiusto è male».

(testo latino qui)

6 pensieri su “La miseria dei malvagi impuniti (I)

  1. nadia agustoni

    Un bel post, leggere Boezio di questi tempi attenua la disperazione o la tentazione della disperazione.

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  2. Roberto Plevano

    Nadia e Fabrizio,
    il De consolatione ha avuto una diffusione straordinaria nel Medioevo, il numero di manoscritti lo testimonia, ed è entrata come una fonte autorevole nel corpo di tutte le letterature romanze. La Vita nuova, tanto per fare un esempio, non sarebbe stata scritta nella forma in cui la conosciamo senza Boezio, forse nemmeno concepita. Tutto questo per dire che qualcosa di questo testo è entrato nel patrimonio letterario (e di gusto, di personalità, di spiritualità) di un sacco di gente che non l’ha nemmeno mai letto.
    Come è comprensibile, e probabilmente giusto, molte discussioni ospitate su questo sito hanno per oggetto il presente, la scuola, la politica, l’ambiente, questa povera Italia, ecc., e mi pare che LPELS sia un luogo di discussione piuttosto peculiare nell’universo delle reti di lingua italiana. Qui le discussioni sono vere, e non sono un gettarsi in faccia slogan o insulti (beh, tranne qualche caso isolato…), cosa che è drammaticamente facile quando si scrive davanti a uno schermo.
    Ora, discutere sul presente va bene, ma è importante riconoscere (e ricordare sempre) che il nostro sguardo non è appiattito sull’attualità, ma vede da lontano; che la lotta contro la durezza, l’ottusità del mondo, è una guerra che non si è mai interrotta.
    Presto la seconda parte, con il succo del discorso, da parte di Madonna Filosofia.

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  3. robertorossitesta

    Caro Roberto,
    quando i tempi si fanno cupi il saggio si ritira. E uno dei luoghi dove meno rischia di essere “pizzicato” è proprio nel sovraffollamento della piazza virtuale. Sempre meglio della cella del buon Severino Boezio…
    O no?
    Un caro saluto,
    Roberto

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  4. Roberto Plevano

    Caro Roberto,
    temo di non essere molto d’accordo. Noialtri, che ci mettiamo faccia e nome, siamo stati già pizzicati, monitorati, inschedati in qualche oscuro ufficio.
    Poi, al momento opportuno, qualcuno verrà comprato, qualche altro messo sotto ricatto, un paio riceveranno trenta denari, la maggior parte saranno come erbe di campo prima della Bonifica.
    Buongiorno.

    (ecco, li sento, stanno salendo su per le scale, trascinano le catene)

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