tratte da “Non sempre ricordano – Patrizia Vicinelli”, Casa Editrice Le Lettere – Firenze
L’acqua infetta le sponde dell’oblio
che sempre cerco – come viandante –
sulla strada senza riposo
come una mèta già sorpassata
silenzio
aria di pini
vertigini
di fronte all’uscita
troppa luce
ricorda disperatamente invece
brilla
la mia materia si fonde
in esplosione violenta e violetta
che sia la prima vibrazione sana?
l’aura e l’aureola e l’aurora
tempo congiungiti con le mie diramazioni
non sorpassarmi
non avanzarmi
sii uno col mio spazio unico
e il senso interno che mi guida a tracciato
dall’esterno –
fonditi.
Il riflesso dello specchio è vuoto
come l’anima che mi accoglie
la vitale spinta che mi fu data
non voltarti disse,
ma il contatto sanguineo
con quell’antica piramide di uomini
scalatori di stelle inesplorate
fecero inevitabile il contatto dei fili
elettrici due tracciati che combaciano
e come l’amore in congiunzione
esplodono
e producendo creano
tutto quell’altro mondo
che chiamiamo sogni
che neghiamo speranze
che siamo già
infinitamente fuori
da quegli spazi congiunti
e ancora opposti
Albero di Giuda
Bisognerà riscattarti, o nome dei nomi,
sei fra noi con altri nomi, e molti
fanno finta di non accorgersene.
Che mi importa del nome, se ad altri nomi
sei legato e ci imprigionano proprio come
ai vecchi tempi, tempo di faraoni, tempo
di faraoni, cosa cambiò, ohilà,
un bel giardino fatto da uno che conosco,
naturalmente non gliela fanno passare
liscia, ehi, friend, mi ricordo, era così
da un sacco di denominato tempo,
noi a picco sulle colline deserte ce la guardavamo
la luna, anche da certe soglie,
e chi lo può impedire all’uomo, di essere?
no, giuda neanche tu, col tuo malfamato nome,
esattamente il più povero, la tua grande pochezza
ora io la esalto e danneggiare gli altri
ma molto più di te stesso, se fosse mai vero
quello che i farisei riportano, come sempre fanno,
crederei anche ai giornali, e certo
agli speakers della televisione.
Eppure amico doloroso, io ti assumo, e te la
do la benedizione, il più negletto fra gli uomini,
che pessima sorte, oh Giuda!
Noi amici sulla terra amiamo la natura,
e raccontarci delle ultime avventure che sempre
trattano di vita, di vita calda e fuocosa.
Te la racconterò accanto all’albero,
che ti porta, qualche bella storia di ottimi
tradimenti, che portarono lontano,
che portarono lontano. Nel procedere è
assolutamente meglio una pessima sorte, tu lo sai,
così c’è qualche possibilità di essere gli uomini
che siamo, oppure è solo vento.
Giuda te la sei fatta pesa, te l’hanno
fatta pesa, ma c’è qualcuno, qualche vecchio
intenditore di talenti, qualche mago
che sa que pasò, all’ombra dello stesso
giardino di questa notte.
Dedicato a Valeria Magli
Ho cercato di essere umano fra quelli che chiamano umani
trattandoli come si deve,
con la fiducia che ci fosse carne
sangue uguale sotto l’ombra gigantesca che li avvolgeva.
Ho sperato di essere io a sbagliare,
sapevo di essere pazza comunque, nonostante loro,
sapevo anche che la mia follia sarebbe cresciuta con me.
Feci di tutto per non vedere
bloccando gli schemi della memoria
credendo in un dio di uguaglianza
pensando alla natura da cui l’uomo parte
e si riflette in sfaccettature.
Ho pensato che si poteva aver pietà,
e che granelli della mia luce e del mio orrore
urlassero in pianto sull’infinito per cadere su qualcuno,
in qualche modo sotterraneo
potessero infine modificare.
Ho chiuso le mie finestre sul mondo
quando ciò per più volte non accadde.
Da uomo non puoi modificare
da uomo non puoi sperare
da uomo, certi uomini, portano il peso della terra
nelle spalle, per indicare ancora una volta l’idea di infinito
a tutti gli altri.
Ho avuto vicino quelli che non si arrendono
e non si chiudono gli occhi
e non fanno questo esercizio di resistenza
e questi amici sono tutti morti.
Dire sono morti per noi per voi, come lo capirete?
Ho cercato di annullare quello che già conoscevo
perché non mi dà scampo, non mi dà scampo,
ed è sublime invece il soggiorno su questa terra,
avrei voluto.
[su proposta di Barbara Pesaresi]

