FALSETTO di Eugenio Montale (da Ossi di seppia)
Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra
l’arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca
percossa!; io pregp sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.
La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.
Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.
Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.
Amelia Rosselli, da LA LIBELLULA (Panegirico della Libertà) (1958)
Se i vent’anni ti minacciano Esterina porta
qualche filo d’erba a torcere anche a me, ed
io seria e pronta m’inchinerò alle tue gonne
di sapiente fanciulla, troppo stretto il passaggio
per il tuo corpo allegro. Dietro al tuo banco
degli usurai precisi e assurdi (i poveri con
la grinta sapiente nella loro inestetica differenza),
dietro ogni rimpianto di bellezza, dietro la
porta che non s’apre, dietro alla fontana secca
al sole, lanterne verdi e cupe e ingiallite portano
sino al monte della pietà, sino al castello miracolosamente
scolpito per i cattivi preti. I miei vent’anni
mi minacciano Esterina, con il loro verde disastro,
con la loro luce viola e verde chiara, soffusa
d’agonie; luci, nuvoli disfatti e incatenati,
incatenati dalla limpidità di Dio, scoloriscono
l’aria che non ha limite, il piccolo ruscello,
la grave spaccatura. Ma tu non sei di quelli
che s’incantano al paesaggio. Torna ai tuoi canti
del cavallo che sapeva lunga la storia della
razza della sua bisnonna. Esterina i tuoi vent’anni
ti misurano cavità orali ed auricolari Esterina
la tua bocca pendente dimostra che tu sei fra
la più stanche ragazze che servono al di dietro
dei banchi. E tu la zappa ti sei portata al collo,
s’infigge di mezze lune. Te cerco su di un altro
binario: io te cerco nella campagna deserta.
Il verde soppruso del tuo miracolo è per me la
prima linea incandescente del mio cuore, la mia
schiena infallibile. La morta collina, deserto
ingigantito dalla tua partenza – la luce che mi
folgora troppo dura l’occhio asciutto! Il pensiero
di te mi inveiva, il pensiero duro di te reale
mi smorzava la gioia di te irreale, più vera
della tua vera vissuta visione, più lucida della
tua vivida dimostrazione, più lucida della tua
lucida vita vera ch’io non vedo. Della solitudine
le trombe delle scale! Il tetro gingillo della
carità; il tubercolitico ansimare; la corta freccia
che avvelena.
Da “Amelia Rosselli – La fanciulla e l’infinito”, di Emmanuela Tandello, Donzelli Editore
“Nella Libellula l’intero ethos del testo montaliano subisce un capovolgimento. Ciò che in Falsetto è messa in scena di un commiato – dall’immagine speculare, vera imago del proprio sé adolescente nel momento della scelta etica – diviene nel testo rosselliano una rinnovata presa di coscienza della perdita. L’operazione poetica che consegna la propria stagione fanciullesca a una creatura bella, ma ignara, e la sua condanna di questa al regno dei morti a cui di fatto non può non appartenere è denunciato – con dirompente ironia – come vero e proprio «soppruso». La visione reale di una fanciullezza femminile segnata dal brutto e dalla quotidianità si libera della fanciulla-in-fiore, accomunandola al destino della Saffo leopardiana; e nello stesso tempo la recupera «assente» – «sapiente fanciulla» transitata nel Nulla, imago della propria adolescenza perduta. Il rapporto tra Fanciulla e Poeta, e tra Poeta e Infinito, subisce così una trasformazione radicale.
(…) Esterina, icona di grazia e di bellezza quasi divina, decade bruscamente in ciò che si può solo definire una parodia beffarda e scardinante. Sottratta all’acqua e all’aria, sottratta al gesto stesso che la definisce, la fanciulla «leggiadra», «equorea» (e aerea) è brutalmente atterrata, e consegnata a una realtà di mediocrità quotidiana, abbrutimento, di vera e propria bruttezza fisica. (…) Rivendicazione di un diritto al reale, al vero, al brutto, al banale, questo è uno smascheramento del costrutto che nella tradizione funge da puntello estetico – filosofico necessario all’auto-definizione del Soggetto, al suo posizionarsi «etico» e poetico, alla sua identità – e alla sua scopofilia. Da un punto di vista «femminista», l’atterramento (anche sociale) di Esterina equivale a uno smascheramento dello stereotipo scopofilico (…).
Paradossalmente Esterina viene restituita alla sua natura di figura («te irreale») avendo recuperato una dimensione non montaliana, ma leopardiana. Il suo significato, «fronte incandescente del mio cuore» su cui si combatte la battaglia (perduta) del Soggetto nel suo inseguimento di una stagione vitale che insieme le sfugge e la opprime, è l’assenza che lascia quel cuore desolato come un deserto:
(…) Te cerco su di un altro
binario: io te cerco nella campagna deserta.
Il verde soppruso del tuo miracolo è per me la
prima linea incandescente del mio cuore, la mia
schiena infallibile. La morta collina, deserto
ingigantito dalla tua partenza (…)”


