Mia madre è sulla nuvola blu.
La nuvola è grande e riccioluta, ha il colore di una tempesta in arrivo in un giorno d’autunno. Scende vicino a me, restando sospesa da terra di qualche centimetro: mia madre si sporge e mi aiuta a salire. È un sogno, ma non so che sto sognando. Domattina cercherò di acchiappare la visione prima che sfugga dai buchi illuminati della serranda, mentre mi sveglio.
Ho cinque anni. Ogni pomeriggio imparo a scrivere e a contare con gli insiemi degli oggetti. Nel libro della matematica ci sono vari tipi di frutta e animali, e poi il sole e la luna che sono sempre uno. In un insieme stanno ammassate alcune di queste cose. Un altro è vuoto e di volta in volta devo disegnarci una certa quantità di gatti, pulcini, mele. È mia madre ad insegnarmi. Sul libro dell’alfabeto mi fa copiare le lettere in successione, sia in stampatello che in corsivo. Le mie E stampatello riescono con un numero imprecisato di stanghette orizzontali, che si sfiorano tra loro.
Scrivi a rospaticcio di gallina, lei dice, scuotendo la testa e sorridendo, mentre indica i tratti irregolari, zigzaganti che traccio sulla pagina. Dentro i segni stanno sillabe e parole intere, frasi. Le sento farsi solide, tridimensionali, affollarsi per uscire nell’inchiostro, ma la mia mano non è mai troppo salda per reggere l’impatto: trema, preme forte sulla carta, s’inceppa. Mia madre è colei da cui vengono le parole come un flusso iridescente fino al centro della testa.
Ora mi guarda seduta nel vapore bluastro, ci affonda appena – è soffice.
Dove andiamo, mamma?
La nuvola è tua, mi risponde, Sei tu che decidi.
Andiamo al mare, le dico, a Follonica, ora che è finita l’estate e non c’è più nessuno. Andiamo a mangiare i bomboloni al bar Boschetto.
A Follonica in Maremma ci torniamo ogni agosto. Ci portiamo l’ombrellone e le sdraio da casa, insieme al sacco dei giochi e ogni mattina usciamo in macchina dal centro verso la periferia; attraversiamo a piedi la pineta per apparire sulla spiaggia libera. Nella pineta c’è un piccolo bar chiamato Il Boschetto e un ristorante. Dopo il bagno risaliamo dalla spiaggia a piedi scalzi, sul sentiero lastricato di sassi, tra i cumuli di aghi di pino e la sabbia umida nelle fenditure, seguendo il passamano di legno non lavorato. Al bar ci sono i tavolini all’aperto dove sediamo guardando il mare e le vele dei wind-surf che si gonfiano, riempiendo l’orizzonte di colori tra i due diversi azzurri dell’acqua e del cielo.
A volte il pomeriggio lo trascorriamo al parco giochi dentro un’altra pineta, in città.
Ci andiamo solo io e mia madre.
La voce di lei è l’unico suono articolato nel brusio,
Non andare troppo forte,
Non colpire gli altri bambini,
mentre inserisco la moneta nell’automobilina in fila sulla pista.
Ogni bambino ha una macchinina smaltata di rosso, blu, verde, arancione. Alcuni sbagliano a prendere le curve, finiscono con il muso metallico contro il muretto: le braccia ruotano sul volante per tornare in carreggiata, come insetti finiti sul dorso che si affannano per ritrovare la terra.
Prima di andare via ci fermiamo ad una giostra fatta di tre soli animali luccicanti, un ippopotamo rosa, un elefante celeste, un pellicano bianco e giallo, che girano sotto il tetto circolare. Hanno una forma buffa e rassicurante, sebbene siano creature straordinarie che non ho mai incontrato nei boschi o nei giardini e nemmeno alzando la testa per spiare il volo spalancato degli uccelli. Scelgo il pellicano perché mi piace la parola e per quel suo becco che sembra un sassofono o una pipa da vecchio signore magico in una storia. La giostra inizia a girare. So che c’è una base musicale, una specie di carillon segreto, mentre cavalco il pellicano, ma non arriva con abbastanza forza al cuore, scivola tutto invece in un silenzio-involucro, un silenzio-protezione, le automobiline, il pellicano, la focaccia da consumare sulla panchina, i pini a raggiera da cui filtra la luce, si imprimono dove non c’è tempo (ed il tempo è sempre una musica), e quasi mi vedo da fuori tocco il passaggio delle ore come una pelle nitida e resistente.
Mia madre non si muove ed io incrocio costantemente il suo sguardo.
Nel sogno ho memoria di questo.
La nuvola si solleva e mi stupisco della totale assenza di rondini e passeri: siamo così in alto che forse è già l’oltremondo e il paradiso e nulla vive più separato, ma è confuso nell’aria, tranne noi due, che indossiamo abiti quotidiani, gli stessi jeans con cui giocare nel prato o sistemare le piante dell’orto, ci allontaniamo senza alcuna preoccupazione.
Anche Wendy quando Peter venne a prenderla portava una comune camicia da notte.
Non sappiamo in anticipo quando avverranno le partenze o gli eventi importanti della nostra vita e non c’è modo così di mettersi il vestito della festa, o forse l’abito più adatto non è chiuso nell’armadio, non è quello confezionato apposta per essere esibito.
Quando ci avviciniamo al bar c’è una folla ammassata sotto di noi, che spinge per arrivare al cibo, stringendo i portafogli tra le mani. Sono abbigliati in modo del tutto arbitrario: chi in cappotto e sciarpa, chi in costume da bagno, chi in ciabatte e accappatoio, chi, come noi, in maglietta e pantaloni, incuranti di clima e stagione. Devono aver avuto la nostra stessa idea, penso. Ed ora che sono arrivati fino qui non vogliono arrendersi: brontolano, si ostinano, avanzano l’uno sull’altro per presentarsi al banco. Io e mia madre invece non abbiamo più fame. Sfioriamo le teste delle persone, come erba ondeggiante nel più bizzarro dei campi incolti, castani.
La nuvola riprende a volare.
Per quanto a lungo, mamma, resteremo quassù, senza incontrare altri esseri umani o nuvole abbastanza salde da portare passeggeri, e il mattino già entra come sabbia negli occhi, graffia e distrugge le immagini sottostanti e si sgretola sopra il tuo viso?


che meraviglia
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