
La prima esperienza fu un mezzo spinello spartito col compagno di banco del liceo, in un angolo appartato. Non mi fece né caldo né freddo, e per anni coltivai l’idea che la canna fosse un bluff, una trovata per passare il tempo. Nel quartiere si moriva d’eroina: in una stessa famiglia, in pochissimo tempo, se ne andarono in due, come fossero partiti per la guerra. E guerra era: rivoluzioni senza fedi, battaglie senza cause né obiettivi, ma i morti erano veri. Nella via della famiglia sfortunata abitava una ragazza, occhi azzurri e corpo perfetto. Mi ci perdevo da ingenuo adolescente, inseguendo nel suo sguardo chissà quali segreti. L’odore della droga lo imparai in caserma; il fumo usciva lentamente, dalla fessura di una porta, lo strascico acre violentava le narici. I soldati si chiudevano dentro e consumavano il rito giornaliero, per resistere all’umiliazione della naja, o della vita in genere. Io, il tenente, non dovevo sapere né vedere: in effetti era una questione di odore, di atmosfera, l’aria alternativa – democratica o anarchica – allo stato militare. Ci arrivavo dopo, per una forma di pudore che da sempre mi accompagna. Poi vennero Davide e Mary, la droga pesante vista da vicino, i suoi effetti spaventosi. Mi chiesi perché loro sì e io no; e quale misterioso compagno di banco mi avesse impedito di finire tra i caduti della guerra fantasma, di essere travolto – come i Davide e le Mary che incontrai sempre più spesso – in un vortice di fughe senza fine, magari col conforto dei preti, tenenti perduti dietro gli occhi azzurri della vita, in cerca di segreti impenetrabili. Oggi, l’angolo appartato lo utilizzo per scrivere: provo a smantellare il vero bluff, che ci umilia ogni giorno incontrando sempre meno resistenza, in una guerra persa ancor prima di partire, overdose di falsità, per ingannare il tempo.
(versione audio)

“Mi chiesi perché loro sì e io no”
hanno scelto e in quella scelta hanno trascinato nell’inferno se stessi e chi gli stava intorno.
F&R
gran bella pagina, fabry
la consapevolezza che deriva dal provare certe cose
il raccogliere, da queste esperienze, la giusta dimensione
(l’angolo caldo per meditare sugli errori)
apporta un conforto.
un caro saluto
Fides e Carla, grazie.
l’inferno è la solitudine, da cui si esce solo tenendosi per mano.
il vero bluff è quello che ci propinano ogni giorno giornali e tv: una droga peggiore dell’altra, perché si fa chiamare con un nome ingannevole.
Finalmente. E senza che qualcuno deliri di legalizzazione.
Caro Fabrizio, non vorrei essere invadente, ma copio qui un mio vecchio post. Credo che la cosa più difficile, quando si parla di morti di droga, sia far percepire quanto si è perso, qual’è la dimensione vera di quelle vite e di quanto parole come scelta e responsabilità siano inadatte a mostrare quanta sofferenza si irradia da ognuno di loro, e come è triste vedere queste morti sempre solo accostate a numeri e generiche spiegazioni, tu le conosci da vicino e le hai raccontate da dentro, chiunque conosca quell’inferno dovrebbe raccontarlo, la scrittura è stata una grande medicina per molti di noi.
VIET-VET
Oggi sono stato a un funerale, ma non era un funerale.
Tony era un compagno d’armi; aveva cominciato a combattere a quindici anni, e a venticinque cominciò a cercare un po’ di pace.
Quando lo vidi la prima volta con Sandra dissi ad Aura: “Toh, tua sorella ha finalmente trovato un uomo”, nel senso che era solido, franco e sapeva apprezzare le cose.
Era un compagno d’armi, abbiamo fatto il nostro Vietnam, anche se in zone diverse, lui la collina 430, io nelle risaie, non avevamo bisogno di raccontarci le ferite, bastava guardarci negli occhi.
Come veterani di una guerra mai finita, una guerra che si porta dentro, che ci ha fatti duri e tenaci ma ci ha lasciato fragili sostegni.
In lui, più duro di me, erano più fragili e si spezzavano periodicamente fino all’ultimo schianto, dieci giorni fa, lontano da casa.
E’ stato cremato e sono arrivate le ceneri per posta.
Sua madre, sua madre voleva metterle nello stesso loculo dove c’è la bara di suo marito, io ero lì e pensavo al “Grande Lebowsky”, a Walter che sconfina continuamente nel suo Vietnam rievocando Donny e ne rovescia le ceneri, da disperdere nell’oceano, in faccia a Lebowsky.
Quelle ceneri sigillate in un bussolotto d’alluminio mi sono arrivate tutte in faccia oggi, guardando una madre seppellire suo figlio.
“Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata, perché non sono più”.
(Matteo 2, 18)
grazie.
Mario, sapevo che mi avresti capito.
un abbraccio
fabrizio
per me il ricordo va subito a G., una ragazza che frequentava un corso di formazione per ex-tossicodipendenti dove avevo tenuto un lungo ed intenso laboratorio creativo, uno di quei laboratori dove ci si mette tanto in gioco, dove non si condividono solo emozioni estetiche, ma anche la speranza che, un giorno, ognuno di loro (quanto ancora mi *pesano* dentro) avrebbe saputo attivare tanti laboratori di questo tipo in ognuna delle comunità di recupero da cui proveniva
poi un giorno – il corso sta per finire, le lezioni in aula sono concluse, mancano solo gli esami e l’attestato – un giorno G. incontra di nuovo il suo ex, a nulla vale che S., suo compagno di corso che ne è velatamente innamorato e che la incrocia tanto anche fuori dall’aula, la metta sul chi va là, la tampini più del solito
si sa che effetto può fare una piccola dose di ero a chi non ne prende più di massicce da tanti tanti mesi – overdose non vuol dire che sei fuori solo se ne prendi di più, il fattore tempo di disintossicazione è inversamente proporzionale, ed è quasi sempre over – G. non prenderà più il diploma
sarà perché in quel periodo leggevo della vita e della morte di Jim Morrison, ma quella storia di G. mi ha bucato
da anni non si racconta più alla tele di giovani che per l’ero vanno over – è la droga dei poveracci – la coca fa più notizia, la cannabis fa numeri golosi per i reporter, i miracoli chimici infine hanno sempre quel certo fascino, e poi con tutte quelle pasticchette, cento nomi che ti sfarfullano nella testa come i nomi dei pokemon, dei dragon ball
(ciao, Fabry, e grazie!)
Riprendo la frase di don Fabrizio: «Mi chiesi perché loro sì e io no; e quale misterioso compagno di banco mi avesse impedito di finire tra i caduti della guerra fantasma, di essere travolto». La risposta che viene data più spesso, implicita perché esplicitamente non si fida più nessuno a dire certe cose, è: «Tu hai avuto volontà di mantenerti pulito, quei tuoi amici no e con questo hanno dimostrato di essere degli smidollati bamboccioni».
Ma forse la risposta non risiede nella volontà.
Mi pare che più vicino alla verità sia il modo che don Fabrizio stesso descrive nella conclusione del suo post: «Oggi, l’angolo appartato lo utilizzo per scrivere: provo a smantellare il vero bluff, che ci umilia ogni giorno incontrando sempre meno resistenza, in una guerra persa ancor prima di partire, overdose di falsità, per ingannare il tempo».
Io non vivo in una periferia degradata, la mia è una cittadina di provincia in cui intere generazioni sono state spazzate via dalla droga. Ma se lo dico un po’ più forte rischio di essere spazzato via io, da un disprezzo ancora più grande di quello che già si respira (che tutti respirano, anche chi lo sbatte sul muso agli altri).
E se provo a dire che «un altro mondo è possibile» (come somiglia a uno slogan politico abusato, eh?) mi dicono «ma come cazzo fai a crederci ancora, stronzo», perché lo sanno tutti che Babbo Natale non esiste.
Non è con la volontà che se ne esce, bensì con la bellezza, con la prospettiva di qualcosa di migliore.
E se mi sbaglio significa che ho impostato la mia resistenza su argomenti sbagliati per non essere costretto a usare una dote (la volontà) che non ho.
Guido Tedoldi
Mario, il dolore è sempre quello e sempre nuovo.
grazie.
e grazie a te, Guido: sulla volontà concordo, se ricordi.
e ribadisco che, secondo me, se ne esce insieme, è l’altro che salva.
un abbraccio
fabrizio
«Nel quartiere si moriva d’eroina». Si moriva dappertutto, nel centro di Milano e nei paesini del Trentino. A Napoli e in Barbagia. Negli anni 70 l’eroina era arrivata come un flagello su cui nessuno, per anni, sollevò domande. I modelli erano su tutte le riviste, allora alternative, Clapton, Richards, essere junkie era addirittura chic, in certi ambienti, e le piazze, ricordo Verona, Ravenna, viste con i miei occhi, erano bivacchi di disperati. Tanti. Erano gli scoppiati.
Furono pochi e male attrezzati gli psicologi che affrontarono il problema delle dipendenze. Qualche vita fu salvata. Quello che ancora mi colpisce di quella stagione è il fatto che tutte le famiglie ebbero casi di “drogati”, ma nella maggior parte dei casi un senso frainteso di decoro, decoro piccolo-borghese, ebbe la meglio su qualsiasi discorso. I panni sporchi. La sofferenza dei molti, genitori e figli, non trovò mai parole. Hai ragione Fabrizio, «la prima esperienza»: bisogna aver fatto esperienza, non per capire – chi potrebbe – ma solo per iniziare a parlare, anche oggi, a trenta e più anni dal flagello. Un’altra faccia di ciò che per altri è stato il terrorismo.
E l’eroina non se ne va più. Non se ne parla molto, ma sono molti i casi di ex-junkie che hanno smesso da anni, da decenni, perfettamente inseriti in un contesto sociale e lavorativo, che si fanno ancora, una tantum, e qualche volta ci rimangono. Anche questo l’ho visto coi miei occhi.
E sono d’accordo, mica è questione di scelta, di volontà, di virtù personali. Io probabilmente non ci sono cascato per mancanza di curiosità, per una questione di personalità un po’ spuntata. O per un puro caso, aver letto a 15 anni una rivistina alternativa, “Muzak”, che tentava di informare dove scuola e famiglia passavano tutto sotto silenzio.
è proprio così, Roberto: la sindrome dei panni sporchi.
invece bisognerebbe parlare a fondo di queste cose.
come di tante altre.
un abbraccio
fabrizio
Non è così semplice, io cercavo con cupidigia le notizie sul pericolo che l’eroina rappresentava, e con gli amici ci dicemmo; tanto prima o poi un buco ce lo facciamo, il nichilismo che si assume parte molto prima di riconoscerlo dentro di se come un nemico, un po’ come quei ragazzini napoletani che leggono Saviano perchè ci sono le gesta dei loro eroi.
Non si poteva fare nulla, questa è la verità, la nostra generazione fu selezionata per la frammentazione, per l’impossibilità di discernere e per suscitarvi il desiderio di consumare con l’idea di lottare, per rendere inefficace il senso di colpa.
Alla fine degli anni ’70 eravamo pronti al festival dell’abbigliamento outdoor, del cioccolato che non faeva più male ai denti e al domini incontrastato della televisione commerciale.
L’avevano studiata bene, c’è chi dice che i vietcong hanno vinto con l’eroina prima che con le armi.
Non fu distrazione, fu l’ultima velleità di veder morire da eroi in una generazione che non aveva più partigiani a cui riferirsi e Dio era stato spolpato dal frantumarsi dell’idea religiosa in mille rivoli, molti genitori borghesi furono chiamati ad una presa di coscienza della fragilità del loro modello educativo e per questo cambiarono.
E’ però stata un’esperienza del limite, mentre il mondo politico costruiva il welfare delle coscienze, la sicurezza come oggetto di consumo, giocare senza rete, o quasi, ha messo molti di noi di fronte a se stessi e alla propria inconsistenza, e ha messo coloro che ne hanno sofferto per prossimità e amore di fronte al gioco spietato della legge della domanda e dell’offerta.
Si può dire che il ’68 ha fatto i conti col mercato solo quando è arrivata l’eroina.
Ecco, quest’ultima frase di Mario non è solo lapidaria, è vera. Però bisognerebbe trarne tutte le conseguenze per smascherare l’insipienza di prima, anzichè continuare a mitizzare il presunto invito alla libertà che in realtà era più che altro licenza di consumo.
non è semplice, è difficile, sempre di più: l’esperienza del limite, poi, oggi è quasi un’utopia. a meno di non avere il coraggio di guardare in faccia le macerie.