Tutto cominciò lungo la Riva degli Schiavoni, in un locale in cui parevano darsi appuntamento la creatività e la potenza narrativa di cui ancora disponeva. Quella sera realizzò che, volente o nolente, si sarebbe dedicato alla scrittura. Parlava con il prete, ma il suo sguardo cadeva su San Giorgio, il campanile che svettava su una massa compatta di edifici di cui non poteva distinguere i colori, fino all’angusto porticciolo in cui le barche rullavano l’una contro l’altra, mentre diverse imbarcazioni – gondole, vaporetti, motoscafi – attraversavano il braccio di laguna antistante. Era qui per un concorso accademico che pensava fosse per titoli, e invece era una prova scritta sul Boccaccio. Si era impegnato per principio, pur sapendo che l’esito era deciso da tempo. La sua vita era così: un fare secondo il mondo che in realtà serviva a un altro mondo, innestato nel primo in modi misteriosi. Gli tornava in mente il suo quadro preferito, in cui Gesù, nell’angolo estremo di una stanza, allungava il braccio destro puntando il dito verso una delle figure sistemate intorno a un tavolo. In molti pensavano che interpellasse l’uomo con la barba, il quale, piuttosto, indicava un giovane seduto in fondo, con l’abito dai colori vivaci, la faccia sui soldi, Matteo il pubblicano, colto nell’attimo prima che alzasse lo sguardo e e si accorgesse del Maestro che chiamava lui – sì, proprio lui, che nella vita non aveva fatto altro che estorcere denaro, odiato equamente da romani e ebrei, lui, rassegnato a vivere contando le monete, con puntiglio, con rabbia, come se l’operazione servisse a rimuovere un desiderio sconosciuto, la ricerca di qualcosa di cui non riusciva a indovinare il nome, una specie di felicità che ora – chissà come – sentiva stranamente vicina, incalzante, proprio lì, davanti a lui. A un passo.
A un passo. 1
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