di Arturo Belluardo
Il mare esplode.
Scaraventa flutti e cavalloni sulla scogliera.
E’ grecale, maestrale, tramontana, libeccio, il sapere antico di distinguere i venti dalla cengia delle onde non mi appartiene: se affondo un dito in bocca e lo espongo alle correnti grondante saliva, gela ovunque e non mi dà indicazioni.
Vorrei vedere adesso i grandi marinai esperti, gli svelatori dallo sguardo socchiuso a valutare queste onde: impazziscono da tutti i lati, sotto costa una lastra bianca di schiuma.
“Sembra ghiaccio” mi dice mia figlia, il dreadlock solitario che volteggia nel vento, le lunghe ciglia socchiuse alla meraviglia del mare violento.
Il mare esplode.
Le onde si spaccano sulle rocce calcaree in boati, deflagrano in scoppi salini che atterriscono, la pelle ti si arrotola sulla carne, i peli si strinano, la barba è macchiata di sale anche se siamo in alto, al sicuro tra la nepitella e la cicoria selvatica, tra i sacchi sarbaggi e la sinapa, tra la borraggine e l’origano. I cespugli di mirto stanno per decollare, voleranno in Sardegna e mani sapienti di pastori, isolani come noi, ne faranno elisir di oblio, di memoria perduta. Continua a leggere

