di Mauro Baldrati
La seconda parte del film di Steven Sodebergh, la cui sceneggiatura è costruita sui diari del Che in Bolivia, è una sorta di documentario inquadrato in una struttura narrativa priva di un centro, che sembra oscillare tra un viaggio senza scopo sulle montagne, con scenari maestosi e desolati, villaggi sperduti e fattorie di contadini poverissimi, e una ricostruzione storica a tratti incerta, frammentaria.
Oggi sappiamo come sono andate le cose. Una volta conquistato il potere a Cuba, Che Guevara sparì, lasciando una famosa lettera a Fidel Castro, dove spiegava che la sua intenzione, la sua vocazione, era portare il suo contributo di rivoluzionario ovunque i popoli oppressi lo richiedessero. Dopo una parentesi in Congo, approdò quindi in Bolivia, dove si unì ai guerriglieri che combattevano contro il regime sostenuto dagli americani. Come nella prima parte, Che – l’Argentino, seguiamo il gruppo durante una lunga, apparentemente inspiegabile peregrinazione nelle foreste e tra le montagne, con contatti coi contadini che cercano di sensibilizzare, per averne il sostegno. Ma le condizioni di vita sono durissime, i contadini hanno il problema primario della sopravvivenza, e vivono nella paura delle truppe regolari, addestrate da agenti della CIA, alle quali venderanno i guerriglieri.
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E’ uscito nelle sale il lungo film di