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COMICI RANDAGI – chiacchierata con Orazio Caruso

di Massimo Maugeri

Ecco un buon libro per chi ama in egual modo la narrativa e il teatro: “Comici randagi” (Sampognaro & Pupi) di Orazio Caruso. Si tratta, infatti, di un romanzo che si specchia in una pièce teatrale, sia per quanto concerne la struttura, sia per la trama, ma anche per i contenuti e per lo stile adottato. La storia è imperniata sul rapporto speculare tra due fratelli, sull’amore per il teatro (che diventa “metafora di salvezza”) e sul “Sogno di una notte di mezza estate” di shakespeariana memoria. Ne parlo con l’autore…

– Orazio, come nasce “Comici randagi”?
I libri non nascono tutti allo stesso modo. A volte è l’intreccio che si presenta nitido alla mente, magari mentre si guida su vecchi tornanti di campagna o si è appena svegli. A volte è un personaggio che bussa alla porta e vuole essere raccontato. La prima immagine di “Comici randagi” è quella di Eugenio che corre lungo la strada che costeggia la scogliera tra Catania ed Aci Castello. È così che è nato questo romanzo: un regista teatrale che corre lungo una strada di mare mentre sta per piovere.

– Che rapporto hai con il teatro?
Il teatro è un fantastico strumento per mettere a fuoco i nodi dell’esistenza, una lente di ingrandimento che rende evidente ciò che ad occhio nudo sembra appena accennato. Come in un esperimento di fisica, una porzione di vita viene isolata e scandagliata in tutti i suoi aspetti.
Il teatro è anche un grande gioco che, attraverso la finzione, fa emergere particolari verità.

– Perché hai scelto come “fil rouge” del romanzo il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare? Continua a leggere