Nell’appuntamento di oggi incontriamo Marta Baiocchi, una scrittrice che lavora nel campo della ricerca scientifica – “una persona tra due mondi” come si definisce – che ho invitato in questa rubrica per il suo punto di vista insolito sulla scrittura.
Mi sento, questo sì, una persona tra due mondi: la ricerca e la narrativa, che non sono solo due attività distinte, ma, nella mia percezione, due modi diversi di porsi di fronte alla realtà.
Una posizione scomoda, diciamolo, però così magica, fascinosa.
È sempre stato così per me, fin da quando ho memoria: quella curiosità avida verso il mondo, gli oggetti, le cose che si muovevano intorno a me, le cose che facevano cose. Volevo toccarle, tutte, metterle in bocca, assaporarle. Possibilmente aprirle, meglio ancora romperle, per vedere cosa c’era dentro, come funzionavano.
Non credo di essere stata molto diversa in questo da tutti gli altri bambini, ma non so se a tutti ne resta qualche traccia nella memoria, come a me. Io ero quel tipo di bambina (nonsoloimaschi) capace di passare un pomeriggio avvitando e svitando una manciata di bulloni ai propri dadi. Indignandomi poi se di qualche dado o bullone non si trovava la controparte giusta. Io ero quel tipo di bambina a cui bisognava nascondere le lampadine del flash della macchina fotografica. Perché me le mangiavo. A quei tempi, le macchinette fotografiche non avevano batterie né flash incorporati: per ogni foto bisognava mettere una lampadina nuova, che faceva un unico flash, col quale si bruciava e andava poi buttata. Si compravano a scatolette, da sei, da otto, non so, ma me le ricordo bene, erano minuscole, graziose, di un bellissimo azzurro trasparente, molto appetitoso. Non ricordo precisamente di averle mangiate, me lo hanno raccontato, ma so che quel tipo di vetro azzurro e trasparente mi evoca da sempre un senso di attrazione invincibile, ora non voglio arrivare a dire di acquolina in bocca. Continua a leggere

