
Tucidide, Boccaccio, Manzoni, Defoe, Camus… sono solo alcuni degli autori che nel passato ci hanno raccontato le devastazioni causate da epidemie e pandemie d’ogni genere, e rileggendo oggi le loro opere sorprende la straordinaria somiglianza con la contemporaneità.
Nella sua Guerra del Peloponneso, Tucidide descrive, con la dovizia di particolari e il presupposto d’oggettività che lo contraddistinguono, una malattia proveniente dall’Africa che, dopo aver mietuto innumerevoli vittime in Etiopia, Egitto e Libia, raggiunse il mondo greco devastando in particolare Atene, già stremata dalla guerra con Sparta. La piaga, che a detta dello storico greco non trovava precedenti nell’antichità, era così terribile e sconosciuta che chiunque la contraeva moriva nel giro di pochi giorni. In base alla ricostruzione offerta da Tucidide, quasi due terzi della popolazione ateniese scomparve, e l’unica ragione per cui l’epidemia non si diffuse in altre città (Sparta su tutte) fu che i soldati assedianti, spaventati dai roghi appiccati ad Atene per bruciare i cadaveri, decisero di ritirarsi lasciando la capitale del Peloponneso in preda a se stessa.
Parecchi secoli dopo è il turno di Boccaccio, che ci descrive la peste nera del 1348, di cui fu diretto testimone. La peste, primo esempio ben documentato di pandemia, ebbe origine in Asia centrale, durante gli anni ‘30 del ‘300, e da qui si diffuse in Medio Oriente, Africa e Turchia, fino a raggiungere l’Italia e il resto d’Europa. La devastazione della peste durò fino al 1853, quando i focolai andarono rapidamente spegnendosi fino a scomparire dopo aver causato circa 20 milioni di vittime, un terzo della popolazione europea del tempo. Scrive il Boccaccio: “… e più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa di quegli infermi tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare”. Continua a leggere
