Ci incontrammo al bar com’eravamo soliti fare fin dai tempi della scuola. Prendemmo un caffè, io doppio e amaro, lui macchiato freddo. Lo sorseggiammo con calma, il palpito del sole a pulsarci sulle spalle, poi uscimmo e ci accendemmo una sigaretta. Prima io, poi lui.
Cominciava a rinfrescare – era quasi dicembre – ma l’inverno non sembrava aver ancora abboccato alla lenza del calendario. Tirava appena un brivido di vento rinforzato di tanto in tanto dal passaggio d’autobus di linea tristi e musoni come coleotteri affaticati.
«Novembre non mi è mai dispiaciuto» disse lui ad un tratto. «Tutto si svuota. È sempre la stessa città, ci abita lo stesso numero di persone. Eppure sembra che non c’è più nessuno. È un mese buono per Continua a leggere
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