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Il diritto al respiro

Del diritto al respiro avevo già parlato in un articolo su Eric Garner, nel 2014.
A quei tempi il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama ma essere di colore, in una qualunque città del cosiddetto Mondo Libero, era ancora una ragione sufficiente per essere giustiziati per mano di agenti, in strada, durante un banale arresto.
Adesso che alla lunga lista di nomi si è aggiunto anche quello di George Floyd, mi trovo costretto a riproporlo, ancora volta e mio malgrado, nella speranza che possa finalmente essere l’ultima.

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Viviamo in un mondo in lotta tra diritti e soprusi, povertà crescente e ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi. Viviamo in una società basata sempre più sui conflitti, di razza, di genere, di religione e non ultimo, appunto, di ricchezza, che poi è divenuta l’attuale scala di valori su cui giudicare gli altri, dopo la scomparsa di quel concetto di ‘classe’ che tanto a lungo aveva caratterizzato il secolo scorso.
Dagli Stati Uniti, nazione che fino a non molti anni fa veniva indicata come luogo simbolo delle lotte per i diritti civili, e che all’indomani dell’elezione di Barack Obama sembrava aver definitivamente superato i fantasmi della discriminazione razziale, arrivano ogni giorno storie di violenze e ingiustizie operate da parte delle forze dell’ordine nei confronti di persone di colore. In Italia più che il colore sembrano contare (come spesso accade dalle nostre parti) le conoscenze. E così, per un’escort appena maggiorenne che fa la vita della milionaria tra il Messico e Dubai, ci sono i vari Giuseppe Uva, i Federico Aldovardi, gli Stefano Cucchi, entrati Continua a leggere