Dell’amorevole cura dell’agone

IL POETA IN QUANTO TALE È UN GUSCIO IN MARE APERTO; È UN CAMMINO già sempre intrapreso. Aggrappato al timone della navicella, assicurate le sartie all’albero maestro, procede consapevole delle insidie dei marosi, ma fiduciosamente puntando lo sguardo alla vista del suo orizzonte. È consapevole del suo porto di partenza, del carico affidato alla protezione della stiva, ma attende con trepidazione al viaggio per mare, senza alcuna intenzione di tirarsi indietro davanti ai marosi. Con questo spirito intrepido il poeta affronta l’agone che lo trasforma in eroe, qualunque sia la resa.

Roberto Rossi Testa sin dai suoi esordi ha inteso che la sua poesia guardasse in viso la lezione dei maestri riconosciuti e scelti, con uno sguardo tuttavia che non fosse rivolto all’indietro ma intrepido puntasse in avanti, affidando all’orecchio, semmai, l’eco che potesse guidare il solco della propria parola poetica. Questa costante tensione tra occhio ed orecchio, tra poesia e prosa, tra lirismo e narratività, costituisce il senso dell’agone nel fare poetico di Rossi Testa. È lo stesso poeta che a più riprese ci offre lucide indicazioni di cosa qui è da intendere per agone: «così che quando infine, angelo nero, / di nuovo tu sarai del tutto assente, / ed io saprò cos’è il distacco vero, / noi due saremo unificati e identici, / la distanza fra noi diverrà zero»; «Finché non giungo nel Non-Qui-Non-Ora». L’azzeramento della distanza dall’altro, il rovesciamento dell’hic et nunc in un processo che conduca dall’esserci al non-essere: questo è il regno dell’Utopia promesso dall’agone, l’Abisso da conquistare per potersi perdere, da creare per potersi annullare.

L’abbrivio di Per sì fatte scale è eloquente a questo proposito: sin dalla prima stanza sono fissati i termini della contesa grazie ad un’allusione palese («Non più Ulisse né Glauco») all’elaborazione dantesca della metafora del viaggio e del viaggio per mare; eppure quell’allusione è assimilata ad altro ordine: un ordine puramente mitico, che stabilisce un tono perentorio per quel riferimento al mondo classico. Così, Ulisse e Glauco non sono più soltanto l’eroe epico cantato da Omero e il pastore della Beozia compianto da Ovidio, ma piuttosto anche l’approssimarsi del fondo cupo dell’Inferno come della profondità luminosa del Paradiso. Tuttavia, l’identità del nuovo eroe è altra rispetto all’uno o all’altro, così che il suo luogo è perennemente purgatoriale, per così dire, nella misura in cui egli affina le scorie della memoria culturale e le proietta sullo sfondo di un destino da compiersi: questa è la «consegna: sempre quella». L’identità del nuovo eroe è pur sempre affidata all’altro da sé, per un invocato riconoscimento che significhi soprattutto una nuova, cioè rinnovata, conoscenza di se stessi: «mi devi riconoscere, / devi incrociare l’arma, / combattere con me che ti combatto / come spietatamente si combattono, / sulla bilancia che le stelle inclinano, / la vergine e il leone nel mio interno». A questo fine, il poeta Rossi Testa convoglia anche le sue qualità ed esperienze di fine traduttore: di lui si ricordano almeno le traduzioni dei Canti dell’innocenza e dell’esperienza di William Blake e delle poesie di Alfred Tennyson, nonché della versione latina del Libro della scala di Maometto. Ci si accorge che il sincretismo di un maestro come il poeta romantico inglese ed il confronto con una cultura altra da quella occidentale, nonché con la storia della sua conoscenza mediata, arricchiscono la stessa poesia di Roberto Rossi Testa, la fanno pullulare di una varietà iridescente di possibili rimandi, che dà vertigini. Ci si accorge, insomma, che questa poesia affronta con coraggio ed abnegazione la strada che conduce al fondo dell’abisso.

ERNESTO LIVORNI

Roberto Rossi Testa
POESIE

GRAZIE

a Ottavia

Dall’intima distanza della pagina
una voce ammoniva: “Non voltarti:
bugiarda è la memoria,
ogni immagine ormai ti mentirà”.
Colpito mi richiusi, mi fermai.
Ma quando percepii una fragranza,
lo scorrere sommesso di un sorriso
e il cedere del letto a un altro corpo
che lieve lo premeva,
io non volli non credere alla vita:
e mi volsi, e la vidi, oltre la stanza:
scendeva in panni grezzi, in scialli grigi,
conduceva dai colli verso il mare
un gregge mormorante;
e come in una danza, nuda e chiara,
con solo il nero di capelli ed occhi,
saliva un’acqua diaccia, usciva all’aria
tesa sull’invisibile confine,
incerta se accostarsi o rifuggire.
E subito lei fu presso di me,
stagliata contro il blu fondo del cielo:
la mia donna era là, vibrante d’ansia
e tuttavia decisa nell’offrirmi
l’ansa dei fianchi e delle labbra schiuse,
e la dura sostanza dei suoi grani,
e il dolce della polpa più matura.
“Siamo da sempre abissi che si chiamano”
piano mi disse. Ed io
entrando in lei intesi un lungo flutto
che si frangeva contro la mia roccia;
e un frullo d’ala, soffocato e secco;
e il tuffo di una selce, o di ossidiana,
o di un becco stillante nel mio petto.

Pensieri di tramonto nella mente,
e la notte negli occhi —
Però lungo le labbra attesa d’alba,
dalle perle sgranarsi di preghiere
e sorgere di canti.

Dopo la quieta cena,
dopo avere diviso il pane e il vino
di sguardi che sprofondano
e di parole e mani che appassiscono,
tu ventili la luce d’oro e viola
sopra gli ultimi voli delle rondini,
chiudi la porta al mondo
e la spalanchi a me: che strappo allora
dalla bocca dell’angelo la tromba,
e col suo fiato il fiato tuo risalgo:
ed in ginocchio innanzi a ciò ch’è mio
tratto dal nido l’uovo dell’origine
fra le due mani giunte lo riparo,
a sorprender la nascita del grido;
mentre dal rovo delle ciglia scocca
un lampo nero che l’offerta estingue.
Di terra e muschio, poi, un sonno lieve
greve incede alla gloria dei mattini.
E finalmente non è tuo né mio
dentro le vene il sangue:
insieme siamo antichi e lontanissimi,
però nuovi e vicini.

La mia forza innocente e micidiale,
piccolissima mente universale
che nulla sa se non il suo volere,
dell’origine fossile vivente,
adesso dopo eoni di silenzio
si libera dal fango e dalla cenere,
zampilla in alto, rampa contro il cielo
a chiamare e a rispondere:
a cercare il tuo numero, il tuo grido.
E ti spalanca, mentre frugo e furo
e curo la tua inerzia millenaria.
Colonne luminose d’acqua e d’aria
di nuovo affondo nella terra arida;
e l’acropoli ancora il vento agita,
ai ponti della notte
battono fiumi d’alba.

A Amino e Lucilla
Dove non giunge il sole, in fondo al bosco,
e segna le stagioni
solo il variar dell’erbe,
presso una lenta fonte c’è una casa.
Una signora senza tempo l’abita,
scrutando cuori e manoscritti e stelle
guardata da due gatti
con volubili code di cometa.
Ella prepara semplici
per addolcire propri e altrui dolori,
uguale accetta quiete e mutamento,
senza speranza aspetta.
Se un cavaliere lega le sue redini
al lauro accanto all’uscio
tacita il vino versa, il pane spezza.
Un cavaliere ha solo il suo cavallo,
come in sogno ripete; e nulla chiede.
E nulla al suo silenzio
risponde il cavaliere;
ma le prende di mano la fascina,
e attizza il fuoco; e smessa l’armatura
innanzi al fuoco senza fretta sogna.

Pare quest’arpa come una cortina:
attraverso le corde un caro lare
dal casolare che gli fa da tempio
si sporge con un cenno; e guarda fisso,
che più non mi dispare; e il volto vero,
severo e dolce che mi fa tremare,
fondendo al mio mi dice: “Abbi coraggio:
accogli fino in fondo e specchia il raggio,
dispiega il canto che ti trovi accanto,
onde voli lontano, oltre le corde.
E abbi pazienza, uomo senza tregua:
tu sei soltanto grezzo e un po’ corroso;
però non insensibile alla tempra,
non ìmpari allo sforzo di imparare.
Sappi che quello che per ora sépara
in verità già ci prepara a sé”.

Insieme a te in un giorno
ho ripercorso i secoli
dall’infanzia del mondo fino a questa
decrepitezza muta. Insieme a te
ho ricomposto il Volto,
ho destato la Dama dal suo sonno.
Insieme a te son giunto
innanzi all’alta soglia,
a mani nude, senza avere nulla
se non spavento e voglia.
Lì non ti ho vista più; lì sei scomparsa
o, forse, sei venuta
con altro viso, noto in altra vita.
Confuso tra una folla sconosciuta
son stato a lungo a battere alla porta
mentre un pianto sfrenato mi lavava.
Infine mi hanno aperto:
ho potuto parlare coi miei morti,
e chiederne il perdono,
e ottenerne parole di conforto.
E loro stessi poi mi hanno indicato
la finestra che dà sulla riviera
dove sbocca una fogna;
ma l’acque che ne sgorgano, riunendosi
ad un torrente che ritorna al mare,
son già limpide e chiare, e quegli spruzzi
schiaffeggiano le guance come spuma.
Io mi sono affacciato a guardar sotto
coi gomiti appoggiati
al davanzale nell’immensa luce
di un cielo quasi sgombro;
e su per la parete
mezza calce scrostata e mezza roccia
polpi e granchi pian piano risalivano
verso di me per farsi accarezzare.
Allora, nel ricordo
premente e dirompente, nella piena
dell’onda che ha travolto in quell’istante
ogni mia vecchia diga, ogni mia sponda,
ho reso grazie e sono stato pronto
a scrutar nel profondo e chiuder gli occhi,
a chiudere la gola sopra il grido
e cederla al silenzio,
a dare il balzo estremo e poi per sempre
inginocchiarmi al vero: ormai svelato
e che restava tuttavia mistero.

Ora la prova è al termine.
Nelle mie vene scorre
l’energia medesima del sole.
Onde di plasma ardente si sollevano
poi si placano in laghi d’alta quota
dove pure il pensiero della morte
trova il suo giusto luogo.
Non è per me il timore,
è soltanto la rabbia desolata
di trovarmi nel bosco senza un’arma
e dovere tremare ad ogni vento.

Per chi non può volare
passar da cima a cima
significa discendere,
attraversare il punto
dove la via devia.

Resta in silenzio, arresta la tua corsa,
siedimi accanto e ascolta.
C’è un luogo fitto di canali e case
dove radendo sponde, e muri e porte,
velieri senza suono, assorti, sfilano
sotto i ponti di cotto;
e su dall’onda sorgono gli dèi,
s’affacciano sul mondo
con sguardi che lo fanno ancora nuovo.
Hanno mani da cui sbocciano fiori
e spade che consegnano al ricordo
prima che ridiscendano sul fondo:
nel trepido bagliore,
in quell’attesa d’alba
ch’è l’ultimo bagliore del tramonto.
Da lì provieni, lì stai ritornando.
Tu non rammenti che fra nebbie e a tratti,
ma è lì per mille vie che ti conducono
ormai i tuoi piedi stanchi, è per quell’Opera
che le tue mani scarne sono all’opera.

Vivida statua, sotto la cui pelle
freme una vena tiepida e tranquilla:
guarda dentro il tuo specchio il giglio d’acqua,
il mio cimiero impolverato e lacero;
e poi tragitta alla città turrita,
e lì di’ a chi nasconde il capo e tace
che mai avrebbe luce senza tenebra,
braccia al pari di quelle che non hai,
vittoria in guerra senza la tua pace.

(1994)

PER SÌ FATTE SCALE

Non più Ulisse né Glauco:
schiavo fra i tanti, a pane ed acqua putrida,
sotto coperta faticando al remo
senza levare gli occhi o rifiatare.
Non sento più richiami di sirene,
non vedo il mare di cui soffro i colpi.
Attendo alla consegna: sempre quella.
Ciò che poteva essere
io lo contemplo come fosse stato
sulle schiene lucenti dei compagni,
nel sogno inesauribile del turbine
che rapì la mia nave ancora in porto.

Oppressivo gigante senza volto,
perché di fronte al nuovo cavaliere
ti togli l’elmo, e ad occhi bassi taci
come un vecchio impotente?
Tu che hai perseguitato la mia anima
non puoi svanire adesso che ti incalzo,
che chiedo vita o morte infine autentiche:
mi devi riconoscere,
devi incrociare l’arma,
combattere con me che ti combatto
come spietatamente si combattono,
sulla bilancia che le stelle inclinano,
la vergine e il leone nel mio interno.

VIA MADDALENE


La basilica in cima alla collina.
Un breve prato, un’erba grigia a scaglie
che bucava i palloni dei ragazzi.
E un trasalire intorno ai pianerottoli
di luci basse e vecchi sorridenti,
mormoranti parole come nuvole,
che dalle porte aperte mi additavano
la rampa che saliva su in penombra.

Compagno a chi senz’occhi sa vedere,
ed ha una voce che si può confondere
con la pioggia che picchia contro i vetri,
io tuttavia non oso disturbare:
son loro che mi chiamano,
che battono sui fili del telegrafo
dei miei scoperti nervi.

Come vorrei finisse questa conta!
Tanto si sa a chi tocca
mettersi ad occhi chiusi e faccia al muro
aspettando che gli altri siano andati,
che restino soltanto
più l’eco e la penombra nelle stanze:
da perlustrare con incanto e panico.

Per padre ebbi una voce,
per madre un freddo grembo
di tempio, ove in ascolto
passai il mio primo tempo.
Perciò non ho una lingua
materna, né da quando
uscii nel mondo ho casa
in cui tornare a sera;
perciò pure di notte
combatto con parole
così potenti e lucide
che il padre poi ne è spento.
Ma un’aquila divento,
m’involo, appena in tempo
eludo l’infecondo
abbraccio del profondo;
e ormai oltre le nubi,
ancora intatto e assolto,
io canto un’alba eterna
in cieli sconosciuti.

Sono sepolta prona,
con un lenzuolo spinto sotto il mento
a chiudermi la bocca,
con i piedi legati e in cuore un lungo
stecco di biancospino; ma ti parlo,
ma cammino per l’acque e in mezzo ai fuochi
della tua mente pavida e spietata.
Son la tua poca vita già passata,
la pochissima vita che ti resta
per ricreare il grido.

Vorrei accarezzarti con lo sguardo,
posare a lungo gli occhi nei tuoi occhi,
sostare a piacimento sulla soglia
senza restar rinchiuso o chiuso fuori;
e da lì sprigionar la voce interna
che da una vita mi bisbiglia “Vivi”.
Vorrei gridare infine,
vorrei gridare finalmente “Sì”.

Aria che discendendo
inghiotto, e che mi taglia;
corolla delle ciglia
che si richiude a tomba;
abbraccio delle bende
che stagnano il mio sangue
perché la pena resti.
Ma poi sulle vie d’acqua
affondo e affioro illeso:
il mio congedo hai reso
sguardo da sommità.

Animale da corse, da battaglie,
non protende la testa alle carezze,
la notte non gli è dolce né paurosa:
negli occhi ha sempre il sole solamente,
ha la strada che segue senza meta.
E alla fine la morte lo sorprende
proprio a metà d’un balzo;
ma subito al suo posto è pronto un altro,
a lui simile in tutto,
che non l’ha conosciuto e non l’ha pianto.

Non vieni più sull’orlo della nebbia
ad aspettarmi, ad orientarmi i passi
col suono del tuo flauto:
sono partito invano,
inutilmente ho incorporato i morti.

Ricordo d’esser morto
senza fiori e parole, senza voli.
Per sola compagnia lo stridore
dei denti in mezzo al buio,
il rovinoso battere del cuore.
Il sangue che scorreva
era già come non più mio, di mio
nient’altro che le mani
tese alla prima pioggia che cadeva.

Con l’ali ripiegate e nel silenzio,
angelo bruno, tu sveli la piaga
nascosta vanamente:
poiché il suo antico flusso a volte è spento,
ma torna vivo, e segna,
e mi fa male sempre.
Nessuno più mi parla, né mi mostra
un orizzonte libero e splendente;
e tuttavia in me sento una forza
che più cresce il pericolo, e dà pena,
più temprato a resistergli mi rende.
Così la tua canzone è il mio respiro,
è il battere del sangue, è la sua piena
che sostiene i miei passi nel deserto;
così che quando infine, angelo nero,
di nuovo tu sarai del tutto assente,
ed io saprò cos’è il distacco vero,
noi due saremo unificati e identici,
la distanza fra noi diverrà zero.

Non potrò più tornare.
Nell’ombra forse troppo
il mio amore indistinto ho contemplato,
le labbra ho sporto all’infantile pasto:
a tradimento il lampo
ha fissato una colpa insospettata;
e poi soltanto il rombo, la vergogna:
sì che per sempre corro, separato.
Ma se qualcuno un giorno ancora annodi
quello che il primo giorno andò spezzato
sarà giusto per me perdere gli occhi,
veder le stelle splendere,
volgermi infine al bosco delle Eumenidi.

Sul mio trono di re detronizzato
a tutti i venti esposto
chiedo consigli, farmaci,
assordo ogni passante
invocando la grazia del pugnale
che m’intercida l’ansia;
analizzo i sudori, la febbricola,
mi accarezzo le piaghe,
gratto l’aria col mio paradossale
grido “Salvezza o morte”:
che resta per ventura inascoltato.

Lo strumento ingorgato
che mani cieche tentano sott’acqua
a lungo suona scatenando forze;
poi quelle stesse mani lo barattano
con melmosi forzieri di frammenti.

Spoglia Bellezza, bella come spoglia
che al tuo soffio si aduna:
guardami da quell’angolo di buio,
dammi la forza, accendimi di nuovo:
son cenere del canto
che non veduto ho visto, e che ripeto
per non aver mai più deserto il petto,
per non stare mai più reietto ed orfano.
E tu, dal cui silenzio ho in sorte voce,
perdona alla mia luce che ti ha spento.

Inutile lottare frontalmente,
meglio un passo di lato;
è meglio scivolare all’infinito
lungo la superficie iridescente:
“Un bacio, un bacio ancora, un altro bacio”.

Vedendo il cerchio della caccia stringersi
l’animale ha fiutato la sua fine.
Ora sprofonda senza denti e fiato
gridando più degli altri,
con pianto più copioso e più salato,
con più rigida furia divellendo
le sbarre del suo corpo;
ma sopra questo mare che ribolle
a tratti affiora ancora, pare un colle
incendiato per propiziare semine.
Poi si taglia la mano,
la mano che continua a donar fiori;
e si congeda, scende fino in fondo.
E inaspettato lì trova un appoggio:
vi punta i piedi contro, prende slancio
e sale a un nuovo imbarco, a un nuovo approdo.

In che severe spoglie si congeda,
come sprofonda in sé,
come si estrania l’albero:
dona la propria voce a pioggia e vento,
collega terra e cielo; e poi intrepido,
senza neppur pensare a primavera,
esegue un tuffo nero
nella gora ghiacciata dell’inverno.
Sì che proprio non può, non può comprendere
la pena per l’abbraccio che si sgretola,
per una mano che
mentre ancora saluta cade giù;
e insieme a foglie e petali ci lascia
solo attesa e speranza di un suo frutto
che non resta più tempo di raccogliere.

Il cielo ora è lontano, lontanissime
vedo passare nubi d’oro e porpora,
e la luce per me in silenzio muta:
ma non muta e mi parla la mia legge,
che mentre anch’io trascorro insorge e dice:
“Ricorda chi sei stato, e chi sarai.
Eri un ladro di foglie
nel tempo della semina,
nell’attesa del maturar dell’uva.
In mezzo ad animali
dagli occhi trasparenti,
e all’esalare placido dei fiati,
alle stelle tu davi nomi umani:
e si accendevan, sorridendo, quelle.
Ma adesso sei nel buio,
nel centro di una tela:
non hai più forze, spese per dividere;
e il conto alla rovescia è giunto al fondo,
pochi numeri ancora e poi la grandine”.
Ed ecco allora i denti,
le mani che mi afferrano,
remi tuffati a risalire il fiume.
E dove la corrente
si perde nei suoi giri,
insaziata tu ascolti voci e gridi,
guardi la vita sciolta nei suoi ritmi.
Quaggiù noi siamo soli, la mia danza
altri che te nessuno l’ha veduta.
Però giunge lontano la sua musica.

Non si nuota, si annaspa
nella corrente forte che trascina.
Senza stile e speranza di una riva,
col collo a pena sporto
sulla lama dell’acqua, come offerto,
con l’occhio semiaperto
alla arresa dolcezza della fine.

Per un astro che muore un altro sorge,
un altro sangue brilla sull’asfalto,
sull’erba rugginosa dove giace
senza più spada, senza nome, arreso.

Sono tornato a casa.
Intorno alle finestre illuminate
canzoni e voci; ma la porta è chiusa,
ma il fuoco è acceso solo per un altro.
Così di nuovo piombo
nel mondo troppo vasto. Però un giorno
ancora salperò sul mare aperto,
verso il vento che strapperà ogni ombra.
Ci sarà un cielo, dietro,
ad aspettarmi con un riso lieve;
e dentro i cari volti, e mani tese.

Il sole prigioniero della luna
s’anima a volte, libero nel cielo
scocca raggi terribili.

Il cigno scende, e non ti vale a niente
celarti nel rumore del tuo male
o entrare nel silenzio del pensiero;
il cigno scende, e subito risale:
al tocco della luce sei sfiorita,
ma ti ha lasciato il fiore del mistero.

Prima che questo freddo mi sommerga
convoca i venti a dissipar la nebbia,
ordina all’ali angeliche di sperdere
la neve che mi ingombra cuore e tetto:
perché sotto di essa non c’è un seme
che in sonno si prepara a primavera,
ma un’anima che geme, e giace oppressa,
e che più in nessun modo si solleva.

Con membra inette a questo e agli altri mondi
i trapezisti antichi stanno curvi
sotto il peso del cielo.
Si sollevano solo innanzi al sogno
che li piagò sparendo, e che ritorna
fragile e fiero del segreto d’Icaro;
e ritrovano allora forza, età
di quando colmi di terrore e orgoglio
planavano all’incontro di una mano
che sempre li mancava.
Sì che in un lampo sotto i riflettori,
sotto il soffio rapace del ricordo,
a un tratto sono ancora
acrobati-cinghiali in libertà,
di fronte a spettatori e a cani pronti
ad applaudire e uccidere.
Imprendibili e soli
su quelle loro scale, sulle torri:
non si sente da terra il folle ansare,
non si vede lo sguardo
che fruga in basso in cerca della rete,
o alzato ad un’immagine che salva.
Però il grido di pena,
di pena e di rinascita del volo
a lungo echeggerà
dentro i sogni impossibili dei buoi
che trainan via i corpi dalla pista:
sogni d’aria strinata degli alpeggi,
di trifoglio conteso;
sogni sognati ruminando paglia.

BARROCO
Rammenta un indirizzo
della città celeste,
ripetilo fra te
e te continuamente,
senza capirlo va’
per anni alla tua meta:
quando vi giungerai
sarà trascorso il tempo,
dentro il maniero ormai
le luci saran spente,
nel tuo bicchiere il vino
si sarà fatto aceto.
Non busserai all’uscio,
nessuno ti aprirà.
E nel silenzio ermetico
il verso di un uccello;
poi nel tuo paradiso
i fuochi dell’inverno.

Mi son girato ed eri sempre là,
al tuo solito posto
nel quale tanto a lungo non ti ho vista:
perché così mutata,
ad ali ripiegate e così fioca;
però ferma e decisa, e più tremenda.
E al mio sguardo hai risposto
con uno sguardo uguale,
con un gesto marziale e non di resa:
“Tu non avevi colpe da scontare:
e tuttavia sei sceso per combattere,
poiché appartieni agli Angeli Schierati.
E hai vinto ogni battaglia;
pure, la guerra è persa, o almeno pare:
pare nel tempo, e tu non sei del tempo;
e son soltanto questi tuoi ricordi,
troppo insicuri e vaghi, a far soffrire,
ché da quaggiù non sai come tornare.
E quantunque il tragitto non sia certo,
certissimi son l’esito e il traguardo:
ma abbàssati di più, rinuncia a splendere,
per il momento cela spada e veste:
qui il candore non taglia, e attira scherno.
Muto e immoto anzi sta’ dietro lo scudo:
in questo indegno arengo
più fango vola e piove che non ferro.
Perciò vivi nascosto e impara a fondo
il sale delle lacrime:
nei suoi grani è l’aroma della perla
ch’eri venuto al mondo a ritrovare.
E nel mondo, frattanto,
per casa abbi la notte,
oh non lasciare che trapeli intorno
che in te allevi l’aurora e il mezzogiorno”.
Questo senza parole mi hai svelato,
e quasi l’ombra adesso ha fatto chiaro
più che la luce prima:
così che nuovamente ho rammentato
che in quanti modi può apparir l’Inviato
in tanti è il vólto vòlto a noi da Dio;
e nuovamente, come in terra è dato,
ho saputo per te l’inconoscibile,
ho attinto l’intangibile,
ho stretto nella coppa delle mani
il flusso inesauribile dei Nomi…
Invero niente mi largisci qui,
né mi accompagni in Cielo:
tu mi inviti nel luogo che sta in mezzo,
dove ad ogni preghiera è detto sì,
e dove quello che si crede è vero.

Allontanarsi senza testamento,
senza chiudere i conti, senza nome.
Vagare sotto i ponti
insensibili ai morsi degli insetti,
ai vetri calpestati a piedi scalzi.
Tenendosi sul limite dell’erba
costeggiare l’asfalto fino all’ultimo,
dove l’antico bosco s’apre intatto:
e lì inoltrarsi, e farvi risuonare
musiche non divine e non più umane.

“Non sono qui. Non ora.”
Dopo la primavera attesa invano
e l’estate ingannevole e violenta
i frutti dell’autunno sono fradici,
fulminati dal gelo di un inverno
che era già nelle ossa dall’inizio.
Così quando mi chiedo: “Dov’è l’anima?”
la risposta mi do: “Non qui. Non ora”.
E da questa regione delle spine,
in cui tutto, sfiorato, cade in polvere,
io parto alla ricerca della pioggia
che disseta e che lava, e della luce.
Poiché, per uno che ha cantato, poi
persino i muti possono cantare,
per uno che ha veduto
persino i ciechi possono vedere:
è per questo che viaggio
scortato dall’assurdo,
cercando di tenere desta e viva
la fede e l’energia.
Finché non giungo nel Non-Qui-Non-Ora:
e al suono del mio corno
tutti i morti si levano all’intorno,
giovani e puri, uguali al primo giorno;
il giardino rinasce,
il verde spunta ancora e l’acqua sgorga;
e su nel cielo umido
il sole splende sempre come allora.
Ogni cosa riprende la sua spoglia:
e stretti alla parola
siamo di nuovo qui, risiamo ora.

Così ritorni, amore, a questa mente,
giungi improvviso e la ritrovi amara,
scarmigliata e discinta e insieme rigida,
chiusa nel suo silenzio
per non dover tradire e maledire.
E non ardi, non splendi, non le parli;
ti fermi solo un attimo e riparti;
e come veder l’acqua non disseta
vedere te non muta
la notte in giorno, inverno in primavera.
Ma chi ti ha avuto un’ora non dimentica,
e ogni frammento dello specchio infranto
può farsi specchio a rispecchiar l’intero.

Anche solo un bicchiere
sarebbe stato sufficiente, allora;
anche solo una goccia
portata dalla fonte sopra un dito.
Poi la pianta è seccata; e si è contratta,
tramutandosi in pietra grave e nera.
Ora la piena arriva e la sovrasta;
la tiene sul suo fondo come spina,
la rotola qua e là;
ma gli urti ormai non possono spezzarla,
e niente più la penetra.

Il corvo è uscito, vola sopra il mare
sul quale non aleggia più lo spirito,
e dove i pesci han smesso di guizzare.
Dentro l’arca, mutata in cella o fabbrica,
nessuno sa inseguirlo, né aspettare;
e re e regina in un abbraccio sterile
sono congiunti sull’antico altare.
Eppure esiste ancora terraferma,
la rocca bruna donde ritornare:
tutti gli uccelli son colombe lì,
lì il fuoco mai non cessa di bruciare;
sfidando l’ira e il sonno, senza affanno,
lì l’opera si compie secolare
nel decretato volgere dell’anno.

Non può durar da sempre,
esser per sempre il male,
per quanta ansia di luce
in questo buio sento.
Precipitasse il tempo,
finisse il suo ritardo,
crollasse la dimora
di spine dove sanguino!

E non si blocca il braccio.
Vittima e lama sono cigni ormai
bordeggianti all’unìsono.
Dall’altra costa al rombo dei fischietti
tozzi rimorchiatori già si staccano.

Se con le prime immagini
non si concilia il mondo,
quando si scende a fondo
non si ritrova nulla.
E tutto si fa rigido,
ha luce troppo cruda:
il pugno non può sciogliersi,
il pianto non può scorrere,
il senza casa deve
errare senza sonno.

Non ho parole innanzi alla Parola.
Dal fondo risalita oltre il bersaglio
delle mie mani, ignota,
vola e cade: ripiomba nella mota
che la cela per anni, la difende.

È la durezza di chi crea, la tua,
od è paura che ti manchi l’aria
per spalancare l’ali?
Se più non cerchi l’acqua
ma fai saltare i pozzi della sete,
e lasci entrare quel che uccide e cambia,
le penne ti cadranno ad una ad una
ma non ci sarà più la gravità;
e sarà cancellata la distanza,
la pena diverrà
primizia di speranza.
Così il messaggio non si perderà.

Non ha cambiato niente la parola
che ci siamo scambiati in solitudine:
però il nostro silenzio adesso parla,
e brilla un raggio d’immortalità
nella mortale fiamma.

Nella penombra che nella mia stanza
hai fatto per guardare e non vedere
si svolge ora una danza,
si avviluppa un intreccio d’oro e argento
di sguardi e di pensieri:
mani e rami e correnti d’acqua e d’aria
circondano una terra
che per ora contiene il nostro fuoco.
E nel suo centro sta,
motore quasi immoto, un cuore doppio:
di un rosso tanto cupo che par nero,
ma ardente e vivo proprio di quel buio,
del voto più inespresso e più severo.

Un sogno è sceso o risalito al mondo
e mi cammina a lato,
mi parla con la voce e le parole
udite in altro luogo e in altro tempo,
ma qui non più temute né sperate.
Dapprima ho resistito lungamente,
pregando: “Torna indietro.
Lo specchio non può reggere all’incontro
fra la visione e il corpo:
si spezzerebbe il vetro,
ne crollerebbe l’universo intero.
Ritorna indietro e aspettami piuttosto
nel nostro tempio, dove ci amavamo
da sempre: separati,
eppure uniti da un eterno culto
senz’onta né tormento, e senza danno”.
Però poi ho ceduto,
ho dato il mio consenso
a quel sorriso ammutolito in parte,
a quello sguardo che si è in parte spento;
ed ho aperto le braccia confessando:
“Rimani ad impartirmi la tua legge,
rimani ad insegnarmi il nuovo senso.
Io che per te ho perduto ogni paura
oggi ho più caro un solo tuo frammento
di tutto il globo, cristallino e opaco,
che finora mi ha accolto e mi ha celato
ciò che alla vera vita pulsa dentro.
Sì che voglio che insieme l’infrangiamo,
che insieme oltrepassiamo il firmamento”.

Su un fiume senza dighe e senza ponti
rivado muto e solo ai vecchi giorni
di voci franche e di visioni limpide.
Intanto in cielo mentono gli uccelli,
o forse non li posso più comprendere;
e in lontananza sento ancora i cani,
nel profondo di me risento il cervo.

Non temere la luce troppo forte,
non dire: “Scendi solo”.
Guarda il mio volo rasoterra e opaco,
il mio volo spezzato fra gli sterpi:
e stringimi la mano, per un attimo
cadiamo e risaliamo ancora insieme.
Quindi non ignorare la mia muta:
taglia la corda che mi tiene avvinto,
tagliala a costo di ferire o uccidere!
Infine metti dentro a ciò che resta
una moneta, va’ nel bosco e interralo
sotto una pianta. Ma non dire quale,
non lo possa ripetere né il vento
né l’uccello che canta in mezzo ai rami:
nessuno deve piangere bevendo
alla fontana che ne sgorgherà.

Quando volavo non sentivo peso,
tutto era azzurro e verde e trasparente:
il cancello mi offriva i suoi tesori,
si spalancava a farmi penetrare.
Ma a un tratto si richiuse,
sopra i fiori spuntarono le spine;
e il volto rivelò frane e rovine,
si confusero i tratti ed i colori.
Intanto in me la voce del nemico
chiedeva, più terribile:
“Chi pagherà il mio debito?”;
e la grave domanda troncò il volo.
Però alla fine, dopo tanto tempo,
ho imparato a gettare nel suo piatto
il soldo che stringevo troppo forte,
ho incominciato a allontanarmi lieve.
E un giorno arriverò fino allo sguardo
dell’unico che guarda ed è guardato,
vedrò quello che siamo, scorderò;
io libero dai mostri che sconfissi
sotto l’occhio del mondo aspetterò
che il mondo si dissolva,
per non sapere più che il tuo sorriso.

Cuori chiedeva, ed otteneva, il sole:
per fiorire dal grembo della notte,
per distendere in alto
i suoi fiammanti petali.
Ed ora sorge e cade insalutato,
muto e pallido in mezzo a stelle anonime,
consumato dal fuoco del suo annuncio
d’amore e di catastrofe.
Ma io, che ho perso gli occhi e la memoria,
per lui e gli altri morti
che non conobbi mai quand’eran vivi
accosto i seggi, stendo i vecchi lini,
accendo le candele sulla tavola;
e aspetto che ritornino
scrutando gli orizzonti aperti e grigi,
pregando il cielo sempre più deserto.

“Che cos’hai scorto in me, che cos’hai letto
quando ti sei ritratta nel silenzio?”
ti ho chiesto, conoscendo la risposta.
Allora tu, pesando ogni parola:
“Come un oggetto troppo accosto agli occhi,
a fuoco non perfetto
alla mia vista affiori,
e sei tremulo e doppio nei contorni;
assai velocemente ti trasformi,
e nondimeno a volte
in fissità di simbolo ti blocchi.
Finché ritorni, esausto, nei tuoi limbi,
torni a una vita sotto vetro e piombo:
se non ti ferma il gesto
d’una mano, che ti richiama indietro”.
Questo mi hai detto mentre la corrente
ci allontanava ancora. Eppur non sai
dell’uccello che a tuffo mi trafisse
e mi portò su in alto, sì che al sole
mi volsi per un attimo;
e che prima che l’ombra riscendesse
entrai, unto di cenere,
in cascate di suoni che non sciolsero
il groppo delle braccia strette in croce.
Né sai che all’alba fu la luna a sorgere,
e che risorsi in fuoco, e vidi quello
che pure tu vedesti, e rivedrai:
ma che adesso ti appare per enigmi,
nello specchio appannato del mio idioma.
Perciò t’imploro, io che ho domandato,
sorveglia tu il sepolcro del mio petto
perché non venga biasimo dai galli;
annodami la lingua, e camminiamo,
e solamente parlino gli sguardi.

Ho fatto il buio in me,
ho reciso i contatti io medesimo
attraversando l’una
dopo l’altra le stanze.
Ma qui, davanti all’ultima,
per nostalgia del tuo bagliore a lungo,
fino a spezzarlo, premo
più volte invano sull’interruttore.

Ormai per sempre all’ombra dei cipressi
a seppellire i morti, morto anch’io:
ad aspettar che tornino, e che torni
la voce che in me cerca fiato vivo,
e che piego talvolta a quanto è mio.

Pecora ai lupi, lupo fra le pecore;
cannibale, onanista, occidentale;
eternamente in mezzo al guado prega
per la carezza che gli spiani l’ansia,
ma non lascia la ruota che lo innalza
fino all’ultimo sole e giù ripiomba.

È la marea del sangue a rintoccare,
a sfrenarsi in rincorse pazze e vane:
per sfuggire al suo centro, per finire
contro i duri baluardi della costa.
Però se incontra la montagna bruna,
circondata di sabbia e di ginestre,
senza infrangersi frena,
deviando il corso la lambisce appena,
riprende slancio verso nuove mete.
Per reverenza, o forse per paura:
su quella spiaggia dove il mare esita,
in quella voce che richiama al limite,
c’è un conto aperto che negato aumenta,
il baleno di un volto che fra mille
invita a non mentire e fa avvampare.

Senza sapere il nome dell’auriga
sulle strade di tutti si precipita,
a esprimere la tenebra
s’immola con un tonfo appena udibile.
E poi dal suo silenzio cresce il coro;
dalle ferite aperte,
dal suo chiuso sorriso di trionfo
riluce e scorre l’oro.

Non chiaman più le voci
sotto le volte vuote.
Nello specchio sorretto da un demonio
mi vedo simulare pianto e riso:
senza nomi e parole
per farmi riconoscere,
senza più forza e tempo d’esumare
gli sguardi e i baci e i canti degli amanti,
i volti che scacciai folle d’orgoglio.
Tutto è finito in me, nel mio sorriso
che dissecca ogni cosa intorno intorno:
se non diventa grido,
macchia aperta di sangue all’infinito!

Rammento cieli tempestati d’astri,
sguardi fiorenti in selve di stupore,
lagune rispecchianti il mondo intorno.
Ma invano nelle immagini ora cerco
parole o cenni di potenza e pace.
E la mano ricade,
dopo un ultimo lampo l’occhio scivola
sopra la superficie degli eventi,
oppure affonda per non ritornare.
Mozzato il desiderio,
turbata la memoria fino a spegnersi;
solo rimane un moto quasi muto
verso un centro che arretra illuminandosi.

Non più sperando ormai in vita e in pace
continuo ad alternare morti e nascite.
E non per alleviare il mio patire;
ma all’essere che sporto sul confine
come un puledro ammusa, come un cane,
non si può dire: “Va’, vattene indietro”.
Così che oltre il rimorso,
oltre l’orrore ed oltre la pietà,
di vecchie spoglie si traveste il vuoto.
E si rimane insieme
per un istante e per l’eternità:
sull’acque, dentro il fuoco, nel destino:
all’opera cruenta,
alla sfinita muta
delle parole in canto più vicino.

Chi non cerca la luce né la tenebra
seppellisce i suoi morti e li dimentica,
e per loro e di loro inconscio aumenta.
Poco loquace non raccoglie sfide;
lontano dai misteri vive in pace
con se stesso e con gli altri, fino a quando
sopra di lui non si richiude l’anno.
Ma io che nel mio segno ho luce e tenebra
come potevo eludere l’incontro,
l’errante faccia a faccia, il corpo a corpo?

Ho vinto ogni battaglia
ma la guerra è perduta. Così ora
sull’orlo del canale
mentre vedo fra nebbie avvicinarsi
una barca invisibile
le voci mi ripetono:
“È tempo di star solo, andare a fondo.
Credevi che il tuo stilo
fosse come un aratro od una spada:
perciò hai lasciato errare per il mondo
le immagini che hai finto e che hai trovato.
Invece il tuo strumento è solo vetro,
freccia senz’arco e torcia senza fuoco,
fatto apposta per scrivere sull’acqua.
Però se adesso segui questa via,
e corri a liberar le tue fatture
chiedendone il perdono,
e le uccidi o le prendi insieme a te,
si mostrerà ben duro ciò ch’è fragile,
ciò che s’infrange infine taglierà”.
Allora quasi in sogno ad occhi aperti
discendo nel vascello che mi è innanzi,
e che poco s’abbassa sotto il peso.
Poi subito si va per la corrente,
e dietro a noi la bruma si richiude
sopra l’ultimo sole rosso e vivo:
che mi splendeva accanto,
e che da tanto ormai più non sentivo.

Di me che la narravo era la storia:
nel silenzio dell’Angelo,
dove il Nome se suona è solo vento.

(1986-1994)

YIP
YALE ITALIAN POETRY
VOLUMES V-VI
2001-2002
YALE UNIVERSITY
© Copyright 2003 by YALE ITALIAN POETRY (YIP)

2 pensieri su “Dell’amorevole cura dell’agone

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