di Francesco Marotta

“Ora si ascolta,
nel mondo rimasto,
cosa su noi compiuta
in taciturne rovine.”
(1992)
Nanni Cagnone
(Carcare, 1939)
Tra le sue opere: A, in altre parole B. An essay on painting, La Bertesca, Genova, 1970; What’s Hecuba to Him or He to Hecuba? OOLP, New York, 1975; L’arto fantasma. Essays on poetry, Marsilio, Venezia 1979; Andatura, Società di Poesia, Milano, 1979; Vaticinio, SEN, Napoli, 1984; Notturno sopra il giorno, Severgnini, Milano, 1985; Hopkins: Il naufragio del Deutschland, Coliseum, Milano 1988; Armi senza insegne, Coliseum, Milano, 1988; Comuni smarrimenti, Coliseum, Milano, 1990; Anima del vuoto, Palomar, Bari, 1993; Avvento, Palomar, Bari, 1995; The book of giving back, Edgewise, New York, 1998; Il popolo delle cose, Jaca Book, Milano, 1999; Enter Balthazar, Edgewise, New York, 2000; Pacific time, ES, Milano, 2001; Doveri dell’esilio, Night Mail, Genova-Pavia, 2002; Questo posto va bene per guardare il tramonto, Night Mail, Newton-Pavia 2002; L’oro guarda l’argento. Opere scelte, Anterem, Verona 2003; Index Vacuus. Poems, Edgewise, New York 2004.
Acconsentire al mistero. La libertà di Nanni Cagnone.
(di Enrico Cerasi. In L’oro guarda l’argento. Opere Scelte, Verona, Anterem Edizioni, Itinera, vol. X, 2003)
Leggere le opere di Nanni Cagnone, opere in prosa o in poesia (se siamo ancora affezionati ai generi letterari), è fare una significativa esperienza di libertà. “Libertà” è una categoria forse più logora dei generi letterari; eppure è ancora capace di senso, chiama ancora a un diverso rapporto con le cose; e alcune opere, attraversandoci, ci aiutano a riaverne memoria. Non si tratta solo di libertà dai circoli accademici o letterari, anche se questa accezione, in un tempo come il nostro, non va dimenticata né sottovalutata; più radicalmente, essere liberi significa assentire a qualcosa che ci oltrepassa e ci mette in questione. L’opera di Nanni Cagnone è appunto un esempio di questo essere oltrepassati.
…
Valery, in un passo dei suoi Cahiers, …[dice] che il compito della parola poetica è sopravvivere alla sua comprensione. Non che la parola poetica non debba essere compresa, che debba essere banalmente irrazionale. Il gioco dell’irrazionale, anche in poesia, porta sempre con sé qualcosa dello sfinimento dell’epoca da cui ci si vuole distanziare. Piuttosto, la parola poetica condivide il destino della vita: se vuole vivere, deve accettare l’infinito peso delle interpretazioni; ma essa vuole anche sopravvivere a questa vita per conservare almeno qualcosa della vita che aveva in precedenza. Inevitabile essere compresi; e inevitabile anche, non appena si sappia qualcosa della responsabilità, accettare il peso della comprensione, della comprensibilità.
…
Per questo, come afferma spesso Nanni Cagnone, per rispondere non è necessario aver compreso: basta restituire qualcosa di ciò che si è avuto in dono. Penso che la libertà, nel senso non semplicemente sociologico del termine, abbia a che fare con questo “giving back”: restituzione, risposta al mistero che ci chiama. Ma davvero le opere di Nanni Cagnone hanno a che fare con questa difficile restituzione, con questa responsabilità nei confronti dell’Altro che ci chiama? Lo si potrebbe mostrare analizzando il suo linguaggio poetico, nel quale ogni parola, misteriosamente, ha sempre qualcosa di unico, nonostante egli non faccia mai uso di arcaismi, neologismi, eccetera. Le sue parole potrebbero essere usate tutti i giorni, eppure – nella sua pagina – non finiscono di stupire. Qual è l’arcano? Forse la dispositio, oppure il ritmo della sua frase? Certo, in esso c’è qualcosa di imprevedibile, qualcosa che nemmeno il ricorso al jazz può decifrare. “Nel grembo di ciò / che non ricordo, / adunarsi di una mente / quante grida. E così / che si viene attraversati” (Il popolo delle cose). Salta agli occhi in questi versi – semplicemente un campione, scelto quasi a caso – l’andatura ondivaga del ritmo, l’ostacolo che esso frappone a un tentativo d’immediata comprensione. E’ qui l’arcano, è qui il mistero dei suoi versi, delle sue pagine?
…
L’errore di fiorire. In margine alla poesia di Nanni Cagnone.
(di Paolo Aita. In L’oro guarda l’argento…, op. cit.)
Ho sempre vissuto la poesia di Nanni Cagnone come un immane lavoro di traghettamento dal silenzio alla parola. Ovviamente sarebbe troppo facile e profondamente ingiusto ritagliare il suo sforzo all’interno dell’asola pur prestigiosa dei poeti orfici. Ciò che lo distingue è l’aura di un radicale dubbio rispetto a qualsiasi ottimismo riguardante l’estrazione del verbo dall’irrappresentato. Non c’è mai la gioia della conquista del ritratto, di sé o del senso, che accompagna la scrittura. Questa, anzi, è un atto sorvegliatissimo e di estrema deferenza. In Cagnone la relazione parola/silenzio è biunivoca. Si può passare dal silenzio alla parola, ma anche viceversa, con un gesto di pacificazione e definitiva delusione nei confronti dell’esprimibilità.
***
Testi. Da: INDEX VACUUS
(Nanni Cagnone, Index Vacuus. Poems. Translated from the Italian by Richard Milazzo with the author, New York, Edgewise Press, 2004)
[Nota. I testi che qui si presentano non sono mai stati pubblicati in Italia. Si ringrazia la casa editrice americana per la gentile concessione e Nanni Cagnone per il graditissimo dono. A lui tutto il mio affetto.]
*
Giorni anneriti
e segnature d’infanzia.
Infine, questa stanza
oscuramente formata,
e oscura.
Anzi che il libro intero,
la stanca esultanza
dei frammenti.
Sì – dormiente
di sonno leggero, nome
senza testimoni, che
nel gonfiore del presente,
nel mai superato prologo,
qui, a costruire rovine.
Darkened days
And signatures of infancy.
In the end, this room
moulded obscurely,
and obscure.
Instead of the whole book,
a weary exultation
of fragments.
Yes – a light sleeper,
Name without witness,
that in the swelling
of the present and
never crossed prologue,
here, to build ruins.
*
Sarete voi,
certamente difensori,
il giusto mormorío
che dà speranza
al non-accaduto?
In un punto
ignaro ma vostro
si prepara l’essenza,
nome nuovo
srotolato sul mutismo
dei germogli, nero
tremolante sul fulgido.
Ti scrivo
di quel che mi lascia
il tempo – cielo,
questo, rimasto
come un docile qui.
Shall it be you,
defenders without doubt,
a rightful murmur
giving hope
to what has not been?
In an unaware place
but yours, the essence
prepares itself,
a new name unrolled
in the muteness
of buds, black tremulous
lying upon the refulgent.
I write to you
about what
time leaves to me –
sky, this, remaining
Like a docile here.
*
Un sonaglio
rimasto indietro,
di mattina, per affievolire
via via, andando noi
verso cose inascoltate,
scorze fastose
che si carezzano,
avanti che indurite-aperte
sprofondate nel nocciolo
che non dà suono,
non chiama a raccolta
né rimpatria.
Mancate parole,
datemi il tempo di tornare
nel tedio di una lingua.
A tiny bell
remained behind
in the morning, to fade away
as we walked
towards unlistened to things,
sumptuous skins
that one caresses, before
they harden-opened,
sunk into the very core
that gives no sound,
that neither rallies
nor repatriates.
Missed words,
give me time to return
into the tedium of a language.
*
Oscuro
come una guarigione,
una prodezza del respiro,
questo solenne encomio
dell’inverno – dormienti
contesi dal primo riverbero,
al congedo di una canzone
d’esuli, e noi nell’ordito,
mani vuote, di qua
dal risoluto orizzonte,
così elementare
per un Borromini
delle nuvole.
Alfine uno si volga
verso la meditazione
della resina
sul vecchio pinastro.
Obscure
as a healing,
a feat of breathing, this
solemn praise of winter –
sleepers contended
by the first reverberation,
at an exile’s song last verse,
and we in the warp
empty-handed, on this side
of the resolute horizon,
too simple
for a Borromini
of clouds.
Let some turn round,
at last, towards
the meditation of resin
on the old cluster pine.
*
Quando i nomi
ci fanno divergenti,
nomi che irretiscono
anche i morti,
ricorda il consiglio
dei colori cangianti,
piccole febbri
di chiaroscuro
che non scalfivano,
a cui bastò la gloria
d’infanzie a bocca aperta,
e quel sonnolento
andarevenire
entro invincibili metafore,
chiuse al tempo,
senza rovine.
When names
make us divergent,
names deceiving
even the dead,
remember the counsel
of iridescent colours,
small fevers
of chiaroscuro
that did not graze,
for whom the glory
of gaped infancies
was enough,
and that somnolent
coming and going
into invincible metaphors,
closed to time, ruinless.
*
Investitura di stanchezza
– un altro privilegio
da non spartire – mentre
si chiude alla costa
una marea, e tu
– sgomento esempio –
pensi agli invisibili
(oh il lamentato spreco,
il lacero saluto),
pensi con sforzo
all’utilità del vuoto.
Tenere ultima con sé
quest’amicizia
per onde senza mare.
Investiture of weariness
– another privilege
not to share –
while a tide closes
on a coast, and you
– dismayed example –
think of the invisible.
(o mourned dissipation,
torn farewell),
think with effort
of the utility of the void.
To harbour at last
This friendship
For waves without a sea.
*
Tengo questa notizia
di voi: premurosamente
come muovesse l’uno
ad attorniare l’altro,
per l’incomoda via.
Che alberi morti, nel nome
– o amuleto – di un istante,
raggiungano laggiù loro radici,
nella facile estensione
di giardini che parlano per sé
come nevischio fuori stagione,
che sopravvengono al tempo
nel più sveglio riposo.
I have these tidings
About you: the attentive way
one moved
to enclose the other,
along the uneasy road.
May dead trees, in the name
– or amulet – of an instant,
join there their roots,
in the easy expanse of gardens
speaking for themselves
like sleet out of season,
coming after time
in the most vigilant repose.
*
Sta fermo al diverso,
mentre tutto trabocca
spezza l’orlo.
E nuvole senza seme,
offuscate come
l’amico dello sposo
le vorrebbe, il solitario
ricordare – come
si sta attenti, nel sonno,
screpolati illesi
nell’incompiuto
torbido grembo.
Steady before diversity,
while all brims over
breaks the rim.
And seedless clouds,
blurry just
as the groom’s friend
wishes they were,
the solitary remembering –
like one paying attention
in sleep, cracked unhurt
in the incomplete
turbid womb.
*
Fine del mutevole.
Roveti di fiori. Abbàssati
finché l’argilla manda odore.
Non resta che la terra,
il polveroso promemoria,
il gelo il calco l’arsura.
Fossimo tra i primi,
macchiati da spavento,
la sapremmo dura sindone
di un’insaziata parte
di cielo.
Ending of the mutable.
Thickets of flowers. Bend over
until the clay smells.
Nothing but earth,
the dusty memorandum,
the chill the imprint
the drought. If we were
among the first, stained
with fear, we would know it
for the hard shroud
of an unsated part of the sky.
*
Presto,
gridando in luoghi
altrimenti inenarrabili,
dolenti fanciulli sospinti
senza consultazione
di confini. Presto,
creduto presto
quando è contato tardi,
e noi – che esistiamo –
non altro
che un difficile esempio
d’essere – fangosità,
urto di parole,
e giusto farsi sterco
lontano dai sentieri.
Soon,
crying in places
otherwise untellable,
hurt children driven
without consulting
boundaries. Soon,
believed soon when
it is reckoned as late,
and we – who exist –
nothing other
than a difficult example
of being – muddiness,
collision of words, and
the right to become dung
far from pathways.
*
Dove giace assorto,
dove si assopisce, l’agio
non indurito, ondosa
preumana oscurità
che ravvicina i dissimili?
Caligine del tempo,
perduta astronomia
dei nostri mutamenti.
Tra le assordanti dediche
di vecchi sapienti,
questo gravoso
diseredato sonno –
lettera smarrita sulla fine.
Where lying absorbed,
where doping,
the unhardened ease,
wavy prehuman darkness
that draws near the dissimilar?
Mist of time,
Lost astronomy
of our changes. Amid
the resounding dedications
of ancient sages,
this hard
disinherited slumber –
lost letter on ending.
*
Libeccio, irragionevoli
esaudite voci
da chi rovente
su colline d’aprile,
unendosi
al facile mattino d’erba,
e incertezza nessuna
a separarlo, se non timore
di salvare oltre l’attimo
la gioia.
Avvenire,
firma di pubertà
sotto rovine.
Southwest wind,
unreasoning voices
fullfilled by one
fire-hot on April hills,
blended in the easy
grassy morning,
and non uncertainty
to sunder him, but a fear
to save the joy
beyond the moment.
Future time,
signature of puberty
under ruins.
***
(a Nanni Cagnone)
*
non tremano le parole
nella grafia invecchiata
delle nostre vite – alcune
si dispongono
in ibridi di carne,
cesellano malìe sui nastri
incisi nella traversata
o tardano
senza risolversi al ritorno
nelle acque rauche
di stagni memoriali,
nella vertigine innevata
di una foto segnata di polvere,
col sole bambino,
le vele distese
come campane al vento
e poche piume d’angelo
irrequieto
disposte in gomitoli di cielo: –
non trema
l’illusione spenta di rime
che curva il sillabario dei pensieri
verso immobili foglie
di sillabe malate –
anche il giorno che indossa
squarci d’acqua
ha occhi franati sotto il peso
di orizzonti troppo calmi,
lacere trasparenze
negli specchi
che mancano alla voce
**
gli specchi che mancano alla voce
aspettavano solo di lasciarla
agli affetti aspri del vortice
che graffia le immagini
e brucia frammenti di pelle
nel rogo anfibio
di paradisi d’acqua: –
così nelle parole si riverbera
un labirinto di brine
che assediano la favola
esemplare degli aironi
e, in grazia d’ombre
superstiti
alla danza sotto lame di luce,
eleggono nel vento
l’effimera rosa di novembre –
invisibile veglia
che vince il sogno
davanti al focolare della mente
(da: Per soglie d’increato. 2002-2004, Bologna, Il Crocicchio, 2006)

Concordo con queste parole di Paolo Aita in “L’errore di fiorire. In margine alla poesia di Nanni Cagnone”:
“Si può passare dal silenzio alla parola, ma anche viceversa, con un gesto di pacificazione e definitiva delusione nei confronti dell’esprimibilità.”
Nanni Cagnone spazia da sé per fondare le stimmate del vuoto ad un’erranza di sapienza:
“Avvenire,
firma di pubertà
sotto rovine.”
Marina Pizzi
un dialogo critico poetico tra Cagnone e Marotta che sigilla un altissimo livello di sintonia nel profondo. perché le contraddizioni della vita, con tutto il dolore di cui sono foriere, alla fine generano un frutto che non marcisce: “e noi – che esistiamo –
non altro
che un difficile esempio
d’essere”.
grazie, Francesco.
fabrizio
Grazie ancora
Grazie a voi, anche da parte di Nanni.
A Mal: l’abbraccio di sempre.
fm
“Giorni anneriti
e segnature d’infanzia.
Infine, questa stanza
oscuramente formata,
e oscura.
Anzi che il libro intero,
la stanca esultanza
dei frammenti.”
Biografia, anamnesi, poetica… “immane lavoro di traghettamento dal silenzio alla parola” osserva giustamente Paolo Aita, felicissima “…estrazione del verbo dall’irrappresentato…”
Grazie per la segnalazione.
Gianni
Grazie della lettura, Giovanni. Sarebbe bello un giorno vedere le opere di questi autori (e di tanti altri, dalle più diverse, e diversificate, intenzioni di poetica e di scrittura) uscire dall’ombra e trovare il loro giusto posto nel panorama della letteratura italiana degli ultimi decenni. E non penso assolutamente a forme, qualsiasi, di risarcimento a futura memoria: guardo unicamente al valore assoluto di queste proposte.
Per quanto riguarda Nanni Cagnone, opere come “What’s Hecuba…”, “The book of giving back”, “Il popolo delle cose”, dovrebbero stare di diritto nella biblioteca di chiunque ami la poesia. Per non parlare, poi, dell’immenso lavoro di traduzione e commento del “Deutschland” di Hopkins o della cura del primo volume delle opere complete di Emilio Villa. Un lavoro filologico, quest’ultimo, che ha avuto il merito, insieme a pochissime altre analoghe iniziative editoriali, di richiamare l’attenzione e l’interesse su uno dei nostri massimi autori del Novecento: non a caso, quasi del tutto dimenticato, quando non volutamente rimosso.
fm
Immane compito, Francesco, di cui è giusto farsi carico come possiamo, in perenne lotta contro il tempo e contro i detrattori di “ogni tempo”, come giustamente osservi. Ti ringrazio per gli ulteriori ragguagli. Mi riprometto di procurarmi e di leggere il suo lavoro.
Gianni
una gestualità astratta questa di Nanni Cagnone. ma di una astrazione precisa, dalle precisissime sfumature e colpi di buio… poi le rovine. la sua scrittura poetica non si concentra su di una semplice figura o vissuto.
una figura instabile si apre di volta in volta. il vissuto che si riconosce è pronto a rendersi irriconoscibile.
umana e disumana questa poesia: umana dentro la nicchia del vissuto franto ma espanso: disumana nella cromìa piena e vuota della parola.
profondo e semplice. complicatissimo. prova a parafrasare? ma quando il buio annera, una velatura di senso risolleva le sorti anche delle rovine.
Davide Racca
PS un saluto con grande stima a Nanni Cagnone ringraziandolo anche per la sua generosità di attento lettore