di Luca Ariano
È giunto forse l’autunno
con le sue fresche sere
ma tu non te ne sei accorto,
ancora immerso nel tepore
dei raggi estivi.
Eppure le bacche sono lì
a rosseggiare i mattini,
le tue partite si giocano in B
e non vuoi sentire sulle spalle
quel maglioncino ormai consunto.
Nel suo italiano claudicante
davanti al profumo dell’erba
ti ricorda di volerti bene e cucinarti
un pranzo saporito, di riposarti colorandoti
un po’ le guance.
Quelle pagine non le hai mai sapute
scrivere, leggerle per un attimo
prima che il cristallo del tuo sguardo
si pietrifichi e il treno termini
la sua folle corsa.
***Appena ti incontrò, dopo mesi, forse anni
– con la sua sciocca ironia,
ti ricordò della tua carnagione
di latte, dell’abbronzatura sua
sulla spiaggia coi soldi di papà.
Il copione di quella sceneggiatura
fu ben scritto, partendo
da un soggetto meraviglioso
ma la scena s’incrinò in quei dialoghi
finali, senza proferire sospiri.
Quella non è certo stata
la tua festa ma quelle sagre ormai
non hanno lasciato impronta
sulle tue suole.
Il vento ti seguirà con passo di cane
e a nulla servirà chiuder le finestre,
girare a doppia mandata la porta
o metterti sotto coperta,
perché è lì nelle tue stanze da sempre;
lo sai ci rimarrà fino a quando
non ti brillerà a bomba un sorriso.
***
La caccia al cinghiale
Marino te l’aveva detto,
– lì al rinfresco le api
che ronzavano attorno
alle fette di prosciutto,
ma tu dritto
come uno di quei cavalli
nella foto.
È rimasto uno dei tuoi libri
con il frontespizio da dedicare,
una raccolta di Yeats
e alcuni cd masterizzati.
Il rombo della vespa bianca
È restato un modellino
sulla mensola, prima che la polvere
ingrigisca.
Nell’inaspettato tepore settembrino
il gelato è un affresco di fine stagione,
un “magari…chissà”, un “quando o se”
e all’apertura della caccia grufola
il cinghiale e gli spari non li puoi
più sentire.
***
Lei con semplice candore
ti dice che non ha tempo per fermarsi
a pensare perché deve lavorare
e i tuoi pensieri stanno lì ad ascoltarsi.
L’odore d’aglio e cipolla fritta
ti ritorna bambino davanti alle vetrine
nel luccichio anni Ottanta
quando muto ascoltavi le storie;
come quella che t’hanno raccontato ieri
e ti sei bevuto nella calura
d’un passatempo estivo.
Prenderà un treno per Roma nell’illusione
d’un lampo di labbra per poi tornare
dalla Tiburtina senza un po’ di riso.
Il transito nella galleria ha lasciato
solo un vento ad accapigliare i giornali
del giorno prima e il pietrisco del fogliame.
***
Parlare con lei ti riporta
a un altro tempo
– anche se poi lo sai,
fra qualche giorno ti richiederà
il nome e l’età
e tu fingerai che è la prima volta.
Forse per l’imbarazzo di quella spocchia,
di uno che ha troppo studiato
ma almeno non ti colpirà con naturalezza,
nel gioco darwiniano della selezione.
Non le servirà leggere e rileggere Proust,
non farà tornare indietro quell’uomo
né cancellerà un trauma infantile:
quei metri quadri di Oscar Mondadori
non riempiranno la stanza e le ore di sapori.
Ascoltavi quella canzone dieci anni fa
e forse la risentirai tra vent’anni
con gli stessi accordi e nella tasche
ancora qualcosa da mettere,
una cintura da stringere, una giacca da indossare;
l’autobus lento macinerà il Lungofiume
tra ville Liberty e i fumi del dopolavoro.

Ringrazio Fabry per aver postato queste mie poesie e mi scuso per il refuso di word: Mondadori, non Mondatori. Me ne sono accorto solo ora. Scusate ancora!
Un caro saluto
Una cadenza dolce, mi sembra, dal suono disteso
Sebastiano
Grazie Sebastiano!
Grazie Antonella per averle lette ed essere intervenuta!
Un caro saluto
Quando ho puntato su questo giovin puledro… ho puntato bene… mi sta facendo vincere molte corse 🙂
Grazie Gian Ruggero, mi fa piacere il tuo apprezzamento! Bella la metafora del giovin puledro, anche se ormai gli anni passano – ahimè – e anche i puledri diventano cavalli..:-)
Un caro saluto