di Marina Pizzi
La poesia combatte
La poesia combatte i metodi polizieschi di congiura che spintonano per metterti in difficoltà e lo versa e lo scrive, spesso pagando con la vita, sempre e comunque. Nell’omertà della parola salottiera o giornaliera o diplomatica senza tracce ematiche di uccisi, la poesia consegue la gerla della lacrima di piombo, il cadavere incorruttibile, l’atleta senza gara, il bilancio del senso con grande scempio (o almeno un disappunto) di capitali atti alla mai morta schiavitù. E il poeta resta un appestato in stato di tortura assieme alla gioia, sì gioia, chissà perché! E qui non si conclude/a a nessuna interpretazione psicologica da strapazzo. Destinata ad accendere le rotte per le scalmananti brevità di un viso-voce di radice: la parola alla poesia è (a) far fagotto di vicinanza alla partenza dell’arrivo.
[questo post è dedicato a tutti i lavoratori morti ammazzati per colpa del “lavoro che nobilita l’uomo” di nazista memoria, di staliniana memoria, di odierna memoria in fase di globalizzazione e call-center e di ben altro ancora, innominabile perché il dolore degli altri è sempre solo degli altri, Santi a parte, forse.
con vicinanza di fratellanza-sorellanza forse un po’ acrobatica, ma di sangue e tempo …, davvero! dal mio “privilegio” di avere quasi 52 anni]

Sottoscrivo e concordo! La Poesia con la P maiuscola davvero dovrebbe essere così. Spesso mi chiedo, ma come tutti quelli che scrivono oggi penso, la Poesia sarà ancora così? E’ così? Qui in Occidente davvero pare aver perso la sua funzione, se mai ne ha avuta nei secoli?
Un caro saluto
La poesia morirà con l’uomo, spero sia almeno la sua (tardiva) illuminazione. Purchè abbia l’umiltà e la pazienza, col tempo, di trasformarsi in preghiera, passando per la forma antica dell’invettiva-denuncia, certo, ma verso la meta definitiva: la fine delle cose (dopo avere cercato di dirci, inascoltata, qualcosa sul fine delle cose e delle azioni).
Antonio
la poesia è una cosa come un’altra, almeno secondo me.
dato poi la totale mancanza di realtà che si registra certe volte nei suoi autori – direi che questo è vero ancora di più.
credo nelle cose inutili, per questo mi piace la poesia.
se dovesse piacermi per il suo ruolo etico – beh, farei solo storia e tornerei a vita a lavorare con l’handicap o Greenpeace.
riguardo al lavoro: con tutto il rispetto per chi lavora nei call-center, la mia solidarietà va a chi si è sbattuto per anni per fare qualcosa in più ed una società niente affatto meritocratica, come quella italiana, basata su parentele e amicizie e adesioni politiche, riesce sempre a ributtare al suolo. Basta guardare la nostra mirabile accademia. Il mondo ci ride dietro, ma lì si continua ad essere tronfi. Non tutti, ovvio – ci sono tanti professori che sono persone meravigliose. Il problema non è lavorare. Io ho lavorato da quando avevo vent’anni (c’è chi inizia prima), facendo di tutto dalla lavapiatti, all’operatore sociale, alle ripetizioni. Il problema è aver riconosciute delle qualità. Qui siamo ancora a parlare dei diritti di tutti, dei “sei” politici. Cominciamo a premiare il valore, l’impegno. Il sipario della poesia italiana ne è un altro esempio: se vuoi farti vedere hai due possibilità – o dichiari il tuo amore spassionato per una certa sinistra fuori tempo massimo e per di più a tavolino (ma quale lotta operaia! gli operai votano Berlusconi. Parliamo della lotta per l’educazione, per gli insegnanti bistrattati e demotivati, che sono invece i responsabili del mondo del futuro – I BAMBINI, I RAGAZZI), oppure il tuo amore altrettanto spassionato per i comunicati e liberati che pregano per il Papa in Turchia.
Poi ovviamente chi è bravo ce la fa comunque, ma non è assurdo?
Non dovrebbe contare SOLO il valore di ciò che si fa? La propria correttezza umana, si vede in come si vive – senza sbandierarla troppo, almeno secondo me… pudore e decenza ci vanno sempre più mancando.
Io sono per il mondo del merito. Dove il lavoro c’è per tutti, certo, ma soprattutto dove si guarda avanti, dove invece del livore nelle persone si alimenta la voglia di fare e di cooperare e di essere responsabili verso chi ci si augura sarà migliore di noi – i figli, gli studenti, i giovani.
un po IT un po’ OT
io dedicherei, ah, si, ci vorrebbe, eh, una bella poesia a chi permette le fughe di cervelli italiani in america e poi, con grande nonchalance compra a caro prezzo dall’america le innovazioni
portentose proprio di quei cervelloni che ha contribuito a far fuggire dal suol patrio.
un saluto caro a marina
paola
credo che la forza della poesia sia in questo suo essere al contempo in-utile e normativa – sottraentesi a qualsiasi dimensione dell’inter-esse e, al contempo, legiferatrice di un futuro contraddittoriamente nemoriale – non è “democratica” la poesia (Mallarmé dixit), cone nessuna arte lo è, ma i suoi attori ovviamente nella laicità del quotidiano non possono che esserlo…
e poi, il “lavoro” (!), sì, la sua considerazione paolina, la radice del male totalitario mascherato da sommo bene…
CIAO, complimenti per i tuoi versi, Enrico.
La poesia non serve a niente, dice, se ben ricordo, Baudelaire. Ma è per questa assoluta gratuità che la poesia, la VERA poesia, può sempre dirci qualcosa, parlare a testa alta anche quando sussurra.
Antonio
E chi non crede nella meritocrazia? Penso solo chi ha tanti “santi paradiso” (nel senso metaforico del termine)!Nel nostro Bel Paese putroppo, in tutti i settori se non si hanno si fa poca strada. La settimana scorsa leggevo sull’Espresso l’inchiesta sul “baronaggio” all’Università, come se fosse uno scandalo, una cosa nuova. Ma di che ci si stupisce? E’ sempre stato così in Italia. Da quando esiste l’Università…Capisco l’amaro sfogo di Francesca. A mio parere però bisogna rispettarwe tutte le professioni, vero anche che chi è oggi precario all’Università o nel Pubblico (scuola, sanità, ecc..) non guadagna poi troppo di più di chi lavora in un call center…
Un caro saluto
eh, i santi!
guarda Luca lavorare nei call center credo sia una cosa di per sé difficile – pensa solo a quanta gente scocciata ti riattacca o ti risponde male…
Il problema è che oltre a rispettare ogni lavoro, ci dovrebbe essere un’idea della qualità del lavoro. Molti che rispondono al tel nei call-center, hanno o avrebbero tutt’altro curriculum. Ma la gente è stufa di lottare. E spesso si arrende (comprensibilmente) in partenza. Perché se vuoi avere dei bambini, una indipendenza economica, fare un viaggio o quant’altro hai bisogno di soldi e di sicurezze.
E’ questo che non mi va giù. Questo non è fare il bene di un paese – nel caso specifico IL NOSTRO.
sulla gratuità di cui dice Antonio sono perfettamente d’accordo.
Un saluto a tutti!
Sì, lavorare nei call center è davvero dura! Io, appena laureato, in attesa di meglio, feci un colloquio per un call center, poi per fortuna, neanche a farlo apposta mi arrivò un’altra proposta e mollai il tutto. Ero stato preso. E come come me c’erano altri laureati in attesa di qualcosa di meglio con curricula migliori del mio. Lì sarei stato pagato a tempo della telefonata e se, ovviamente, avessi concluso affari. Sarei stato in prova per tre mesi e riconfermato se ritenuto adatto, cioè se avessi concluso affari…Hai ragione il nostro paese, ma soprattutto la nostra generazione ha smesso di lottare. Qui ci sarebbero da dire miriadi di cose ma mi fermo per non andare fuori tema…
“La poesia combatte”… sempre!!!