da Se fossimo immortali (Joker,2006)
L’affetto
fidati della traccia di lacrime
e impara a vivere
Paul Celan
I
L’affetto
ha trecento milioni di anni.
Da trecento milioni di anni dipendo da un corpo.
Quando scopersi l’acqua mi specchiai.
Quella forma chi era? Cosa voleva?
Poi l’occhio si ingrandì
mi vidi con altre creature.
Cominciai a parlare a riunire
secoli di emozioni nella voce
e il silenzio sulla pagina
come se si potesse
strapparci i nomi in una sola pelle
radure aride che furono altomare
ora ossa schegge fossili fiati interrotti,
ma questa terra
sembra sempre appena smossa
mi guardo in giro commossa e sgomenta.
Cerco un inizio d’affetto in ogni cosa.
Le prime prove della mia esistenza dici
non sono che un riflesso notturno ma non siamo
ancora cane e ancora pianta
che chiedono acqua, corpo con corpo, carezze?
Quando sto zitta piango o rido
ritorno ad aggrapparmi a te e a quello spazio
così devastato e lontano.
II
Tra sillaba e sillaba metti il lungo respiro
di chi non crede all’esilio
e ti fissa con tenerezza
dietro una persiana.
Ti resta quello sguardo per millenni.
Un filo mai spezzato con la forza
tenace dell’acciaio di chi bussa
ribussa a una porta chiusa ma tu
fai cadere il seme nella terra
anche se la terra è inconsistente
fai cadere una sillaba
tra tutte le sillabe del mondo
semina il tuo vento
come sai
la tua luna invernale
nella tua prima e ultima neve.
Le parole non arrivano dal mare sono
nella bocca
appaiono e scompaiono dall’acqua torbida
per galleggiare come scorze.
Non hai guerre da combattere, non hai nemici
solo la morte hai se ancora ami soffrire
e ridere. Non hai che il cordone ombelicale
delle parole.
Qui non c’è molto da fare
e sempre è troppo tardi per capirlo.
Copriti col tuo abito di sillabe di poco fiato
ama il tuo desiderio più che puoi e aspetta:
e mentre aspetti chiedi anche all’aria di aspettare,
prima di scorticarti.
Scissura
In quella abbazia nella conca del prato
i mistici
hanno coperto il vuoto
di pietre canti altari colonne
alzato luce con uomini buio con pietre:
tutte hanno un compito diverso di preghiera.
Dimmi in quale tastiera si può trovare
in quale parte del cervello
trovare una nota lucente
pietra di tempio voce di morto.
Cosa c’è in mezzo al cranio?
Una scissura – hai risposto –
dove le fibre si intersecano:
fibre con note vuoto con fiato
muovono
lampi nella notte.
Tutto prega la tenebra
Se qui non ricade
il canto dove va?
Se un animale
Se un animale soffre
è nell’inferno dei bambini
che non parlano a nessuno
non sanno farsi domande
hanno corpo e lingua intorpiditi.
Se un animale soffre
sta nella parte assorta dell’ignoto
le sue afasie
somigliano al nostro modo di morire.
Il dolore del bambino è il primo strappo
lui deve crescere
verso il dicibile e il suo malinteso
bussare ai muri
truccati da cielo.
acquario
Un piccolo pesce nell’acquario
dal fondo della vasca
sale sopra di noi
torna giù a capofitto.
Un altro molto grande
lo guarda con occhi quasi umani
rotea i globi sotto le palpebre gonfie
immobile, incantato,
per conservare la sua sopravvivenza.
Due pinguini frenetici
nuotano a filo vetro in passerella,
altri su finte rocce
fissano il vuoto.
Uno si gratta per ore le piume.
Le foche continuano a mostrare la pancia
rovesciata poi di colpo scattano sul dorso
il pesce gatto sembra stramorto
e tutti i pesci hanno gli occhi tristi.
Solo le razze si fanno ingannare
scivolando sul fondo bianco e basso
vengono a galla per una carezza.
L’enorme tartaruga che dormiva
apre le ali e vola
nell’acqua più rapida dei pesci
– regina sorda e cieca di quel mare.

Poesie molto intense, davvero fulminanti!Avevo letto di Lucetta Frisa solo una raccolta stampata presso la GED di cui ora mi sfugge il titolo (scusatemi per il calo di memoria!). Davvero notevole! Me la procurerò…Complimenti!
Un caro saluto
La citazione celaniana è anche una delle mie preferite!
Mi sono piaciute in particolar modo le ultime due sugli animali.
C’è tutta una (varia) mitologia che vuole gli animali come spiriti-guida nel mondo del dolore, della malattia e della morte.
Sarà per il loro silenzio che noi riempiamo di parole.
Sarà che in fondo il linguaggio serve solo a ricucire lo strappo – tentando di tornare ad una situazione (ideale, più che reale) in cui eravamo nella violenza e nella totalità delle cose, senza necessità di dirle.
Magari non c’entra nulla, ma partendo dalla riflessione sugli animali e divagando pensavo a come due registi che io amo moltissimo e che sono totalmente folli, Kusturica e Wes Anderson, usino proprio gli animali come espressione del sentimento umano.
“Se un animale soffre
sta nella parte assorta dell’ignoto
le sue afasie
somigliano al nostro modo di morire”
notevoli e non solo questi.
il mio apprezzamento
paola
ps: fossi un animale non vorrei mai un uomo come spirito-guida.
eh, eh, Paola, neppure io lo vorrei…
Viva i bei libri di poesia pubblicati dalla Joker !!!