Che ne sai tu di un campo di grano?
Con la faccia da sfottere rispondevo a mia madre in terza liceo, quando provava a investigarmi la vita, e in quel verso di Mogol c’era la distanza incolmabile tra me e il suo orecchio provinciale, educato da canzoni d’anteguerra.
Io ero una marmitta catalitica d’esperienza restituita in un turbine di idee, e comunque l’urto della vita nuova, che chiede spazio per sè.
Una lingua dura, per chi deve farsi da parte.
Ero goffo e stordito nei gesti quanto lucidissimo nel sentire, barcollavo tra frammenti di sogni senza sognarne davvero nessuno. Nel mio campo di grano ci avrei voluto Anna Maltagliati, di Terza A, ma lei camminava sul mio cuore con sovrana indifferenza.
L’adoravo, tuttavia: ne avrei fatto il mio ergastolo.
Che ne sai tu di un campo di grano?
Che altro c’era in quel verso di Mogol, sussurrato tra scherno e confessione?
Lo sconfinato dolore e il disprezzo di te e del mondo che provi quando la vedi con un altro, e le settimane d’isolamento da tutto e tutti, la lenta cauterizzazione della ferita narcisistica, e intanto le lunghe solitudini e le terribili esitazioni di chi è ancora estraneo alla vita, adolescente dall’anima sospesa, e potrebbe facilmente disertare.
Ne uscirai, e niente sarà più uguale.
Avrai altre delusioni, ma entreranno tutte da questo buco.
E, alla fine, si trattava solo di imparare a soffrire.
A posteriori, oggi ti vedi come un metallo depurato dalle scorie, forgiato a vivere come una lama da un fabbro che non ha lesinato colpi in questi cinquant’anni.
Meglio non contarli. Ma la cosa più dura è stata che eri solo.
Si è sempre soli di fronte all’Essenziale: gli altri non sanno.
I’m not like them but I can pretend.
Mi ha cantato stamattina, prima di uscire.
Che cazzo di risposta è?
Una canzone dei Nirvana, ha detto mia figlia caricandosi il solito zainetto mostruosamente gonfio.
E significa?
Un sacco di cose, ed era già per le scale.
Così mi è tornato in mente Battisti-Mogol.
E ho avuto pena per lei, per quello che proverà prima di conoscere il suo vero nome dalla bocca dell’Angelo e anche un po’ di tenerezza per me stesso, per quanto mi sbagliassi allora. C’è qualcosa di più arduo che vivere soli, ed è proteggere una solitudine.
Ho pensato a San Giuseppe, quello del presepe.
Quest’anno non se ne trovavano più all’Esselunga.
E invece sarebbe uno da studiare.

Valter!
Intenso questo testo, molto bello!
non so che aggiungere perchè il finale tocca il cuore.
grazie
carla
questo pezzo mi ha dato un’emozione incredibile, e l’ho riletto
e l’ho riletto. E non mi stancherei.
Pensa che alla mia nipotina diciannovenne le ho appena regalato i Nirvana! “Nel mio campo di grano ci avrei voluto Anna Maltagliati, di Terza A, ma lei camminava sul mio cuore con sovrana indifferenza.” La mia Anna, allora, prilivegiava i “Porsche muniti”! Naturalmente ero “Tagliato Fuori.”
Ciao Marco
ah, splendido, con-diviso…
Il punto, Valter.
Centro! Il punto è che l’asse si sposta dalla “donna selvaggia donna” di Mogol-Battisti, dalla “tua” Anna (che risuona anche nel vendittiano “compagno di scuola”!) a Kurt e al TEEN SPIRIT.
Il centro rimane: la solitudine. L’essere soli con se stessi, soli con la solitudine, da mascherare e/o da difendere.
I’m not like them but I can pretend è l’incipit di “Dumb”[e in merito di “tragicità testuale/esistenziale Mr. Cobain rimane]
Chi parla a chi? Chi suona per chi?
Il centro è che hai ascoltato: le parole di tua figlia. In questo rapporto: uno degli Insegnamenti.
Il confronto.
Grazie,
Chiara
pensa che ieri in chiesa ci hanno rubato il san Giuseppe. segno, forse, che qualcuno protegge una solitudine. al punto da non chiedere aiuto. che ne sappiamo, veramente.
grazie, Valter.
fabrizio
Grazie a tutti. Da quando sto qui dentro sento cantare, più che leggere, e ogni canzone è una solitudine, eppure la forma del tutto è un coro. Che cosa felicemente incomprensibile!
Gran bel pezzo. Poetico. Anche la prosa, a volte…
ciao
franz
E’ vero il finale è fulminante! Proprio così la prosa può essere molto poetica….Cardarelli, Sbarbaro, Bassani e Bacchelli docet..Complimenti!
Un caro saluto
bellissimo
anche maria non si finisce mai di studiarla
“E ho avuto pena per lei, per quello che proverà prima di conoscere il suo vero nome dalla bocca dell’Angelo e anche un po’ di tenerezza per me stesso, per quanto mi sbagliassi allora. C’è qualcosa di più arduo che vivere soli, ed è proteggere una solitudine.”
Caro Valter, queste tue parole me ne hanno ricordato delle altre: “Povero figlio mio, vivi una tranquilla disperazione”, (parole) dettate dal riserbo, dallo sgomento di fronte a un destino comune. E’ una protezione verso i figli che si nutre di normalità… Nessun genitore può pensare la morte del figlio, eppure ciascuno, immaginando il figlio vecchio si chiede chi gli starà vicino, chi gli chiuderà gli occhi.”(Antonella Anedda “Cosa sono gli anni” – Fazi Editore). Ma anche queste: “E’ sera, nella stanza dei miei figli./Disteso accanto a loro, li ascolto cinguettare./Un bosco al buio.Posano/sui miei rami il peso caldo e vivo della voce,/un peso-volo trepidante./O devo credere che siano solo le punte/incandescenti di un fuoco mezzo spento,/crollato, mezzo freddo, di un tizzone/già nero e muto, già muto,/mezzo morto? (Valerio Magrelli, Elegia, da: “Disturbi del sistrema binario”)
Stati d’animo nei quali mi ritrovo…
Giovanni
C’è anche un passo bellissimo ne “Il profeta” di Gibran.
Parlaci dei nostri figli…. ecc.
Gran pezzo Binaghi, nulla da dire, lancio in alto il cappello.
@ Fabry non è che nel tuo quartiere romano siano rimasti ancora quei Lanzi del 1527? Oppure un qualche loro erede? Ma succedono tutte in quella parrocchia? Sconcertante… ti hanno ciuffato anche il San Giuseppe, poi i ladri, poi il sacedote ustionato… il fantasma luterano di Georg von Frundsberg aleggia, ancora, sulla vostre teste di ‘papisti’.
avrai altre delusioni ma entreranno tutte da questo buco
una falla che si apre da cui non fuoriesce ma entra la vita in forma di dolore. non sempre è l’amore adolescente non corrisposto, ma sempre il nostro cammino inizia laddove è inciso il dolore primordiale.necessario come il solco nella terra per il grano.
grazie
elena f.
vero.
forse non è l’aggettivo giusto ma è il primo che mi viene in mente.