“Non è detto che Kublai creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore.”
Inizia tutto così. Ascolta, Kublai. S’abbandona ai resoconti immaginifici di Marco Polo, in un propendersi interrotto solo a brevi tratti da incursioni di criterio e razionalità, da obiezioni dettate dal buon senso e dall’esperienza, e che non riescono però mai ad avere la meglio, a porre fine all’abbandono.
Nell’incipit, Calvino ci pone di fronte al presupposto che legittima e sorregge l’intera architettura e il senso stesso dell’opera: willing suspension of disbelief, quel principio già teorizzato da Samuel Taylor Coleridge per il quale il lettore (o lo spettatore) di fiction è portato nell’intrattenimento a sospendere volontariamente la propria incredulità, anche rispetto ad elementi che con raziocinio non accetterebbe come plausibili, sviluppando una sorta di empatia, se non immedesimazione, col protagonista della storia raccontata.
C’è un vecchio e stanco imperatore che ascolta, prigioniero degli anni e del suo palazzo, e c’è un giovane esploratore col compito di portare al sovrano il resoconto dei suoi viaggi, restituendogli così i contorni e le forme d’un impero sconfinato. Questa la cornice – del tutto verosimile – entro cui si sviluppano le descrizioni delle città visitate da Marco Polo, il pretesto diremmo del narrare, un po’ come l’espediente della storica Peste nel Decameron. Ma non soltanto nel puro pretesto si esaurisce la funzione della cornice nell’opera di Calvino.
“Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende (…) Solo nei resoconti di Marco Polo Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.”
Kublai sa che la realtà non si può del tutto comprendere, non si può del tutto afferrare. In questa estrema, irrimediabile consapevolezza sta al tempo stesso lo smacco e la vittoria sul non-senso, che, più di eserciti nemici ed invasori, è la vera minaccia del suo impero.
Ma perché Kublai sceglie Marco Polo come fonte privilegiata attraverso cui conoscere il proprio impero, e lo sceglie tra mille messi e esploratori che tornano carichi di minuziosi resoconti e dettagliatissimi rapporti sullo stato dell’Impero? In primo luogo perché “l’imperatore è colui che è straniero a ciascuno dei suoi sudditi e solo attraverso occhi e orecchi stranieri l’impero poteva manifestare la sua esistenza a Kublai”. Tanto incomprensibili gli idiomi in cui i messi notificano di bilanci, esecuzioni e raccolti da ogni provincia dell’impero, tanto affascinante e gravido nella sua polisemia il linguaggio dei segni che Marco Polo affianca, poco uso al mandarino e sprovvisto di una lingua veicolare, all’esposizione di oggetti e souvenir estratti di volta in volta dalle bisacce: “Il Gran Khan decifrava i segni, però il nesso tra questi e i luoghi visitati rimaneva incerto (…) Ma, palese o oscuro che fosse, tutto quello che Marco mostrava aveva il potere degli emblemi”; il che vale, paradossalmente per un’opera letteraria, come denunzia implicita di una certa sfiducia nel linguaggio stesso, esito di una riflessione sull’insufficienza espressiva del lemma, sull’incomunicabilità, in fondo, dello stesso pensiero, su una veridicità che risiede forse più nei silenzi da riempire meditando che non nei pieni già dati di parole.
Ma Kublai preferisce i racconti di Marco Polo soprattutto perché egli non gli parla delle città presenti sull’atlante, incontrate imboccando strade sconosciute, tirando a sorte ai crocevia. Non gli parla di mappe e topografie.
Quelle che Marco Polo gli descrive sono Città invisibili, e di quelle città Polo non racconta la storia – è del tutto assente del resto, al di fuori della cornice chiaramente distinta a livello grafico dall’uso del carattere corsivo, qualsiasi accenno a una dimensione temporale – o i personaggi illustri che vi hanno dimorato. Egli racconta piuttosto le emozioni di chi le guarda, di chi ci vive, gli umori dei passanti, le malinconie dei viaggiatori.
Ad ogni pagina una città si svela e si dipana: allora c’è Diomira, che riporta ogni giorno i ricordi alla mente dei viandanti, c’ è Zemrude, che cambia a seconda dell’umore di chi la visita, c’è Zaira che offre a chi le guarda le tracce del suo passato, e Tamara popolata non di cose ma dei segni che le rappresentano, e ancora Despina che si può descrivere solo in negativo poiché “riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone” .
Alla fine del “viaggio” le città evocate saranno cinquantacinque, suddivise in undici categorie (Memoria, Desiderio, Segni, Scambi, Occhi, Nomi, Morte, Cielo, Città Continue, Sottili, Nascoste), ognuna declinata in cinque modi diversi. Una disposizione accavallata, solo all’apparenza casuale, e invece figlia di una geometria criptica e perfetta di numeri primi, una teoria misteriosa eppure intimamente coerente di spigoli dispari che, trasferita su una scacchiera – proprio come su un ipotetico, immaginario atlante – di spazi inesorabilmente pari (sessantaquattro caselle e trentadue i pezzi del gioco) mette ordine a tutte le infinite possibili variabili del noumeno Città. Un ordine diagonale, a ben vedere, un logaritmo che progredisce per regola infallibile d’incroci e combinazioni e che disegna, scacco dopo scacco, mossa dopo mossa, non solo ogni città possibile, ma anche ogni esistenza che in quelle città sarebbe possibile vivere, o meglio sarebbe stato possibile vivere. “(…) Quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti. (…) Marco entra in una città: vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi (…) Ormai da quel suo passato vero o ipotetico lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.”
Le città che Marco Polo descrive movendosi sulla scacchiera d’avorio del Gran Kan non si vedono dunque se non con il pensiero e l’immaginazione, si ammirano con tutto fuorché cogli occhi. Ma sono frammenti di ricordi, anche. Quindi saremmo portati a supporre una realtà da cui tale memoria attinge. Ma se una realtà da ricordare, da riesumare a parole c’è, non è una realtà soltanto. Ha più livelli, è più di una.
Kublai smaschera così l’inganno che Marco Polo gli propina più o meno consapevolmente durante il suo visionario apostolato. Quando parla delle sue città, Polo non parla in fondo che dell’unica città che non nomina mai, e che pure, sola, davvero esiste. Venezia. Venezia città pietra di paragone e misura di ogni altra, nella mente di Marco Polo, eppure così unica nella sua fattispecie da essere a qualsiasi altra irriducibile. Proprio come l’Io. Che qui diventa ennesima città, luogo tra i luoghi, tanto più superbo quanto più inenarrabile, quanto più metro di conoscenza di ogni cosa, e però metro che non si può misurare.
L’opera di Calvino è un monumento sottile e stupefacente all’arte del narrare, alla sua missione, alla sua fatalità: raccontare a un qualsiasi Kublai di percorsi invisibili, ma non per questo impossibili, sospenderne l’incredulità, chiudergli gli occhi su una visione fittizia per spalancarli quindi sulla necessità di discernere in questa vita “chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
a Fabrizio,
Cristina Babino

Bellissimo questo post Cristina. Come al solito denso di spunti e riflessioni da cui partire. Non ho letto, ahimè, il libro di Marco Polo nè Le citta invisibili di Calvino (autore che amo molto, non in tutto però..). Rimedierò partendo proprio da questo tuo articolo.
Un caro saluto
avvicinarsi a Calvino e’ un piacere.. ora un dovere
una sorpresa bellissima, Cristina. sai che questo è stato il mio libro per anni, e lo è tuttora, in fondo. ci vedo il senso stesso della letteratura: un mondo fittizio, che finisce con l’essere più vero del reale, perché ne sonda l’impalcatura nascosta, le crepe nella struttura, il disegno che a occhio nudo è impossibile vedere. auguro ad ogni amico lettore di non voler ignorare questi racconti raffinati, in cui Calvino, ma la letteratura italiana in genere, ha raggiunto uno dei suoi punti più alti, dai quali il mondo appare un po’ più comprensibile, un po’ meno estraneo e ostile. è una mappa che dimostra come il dritto e il rovescio di ogni cosa siano due facce di una stessa ricerca destinata ogni volta a ripartire, in un dialogo intenso e sempre affascinante tra chi parla o scrive e chi ascolta o legge, uno scambio delle parti che è forse la vera essenza dell’amore.
grazie, Cristina.
fabrizio
Bel post e begli interventi!
La parola è la formula che avvera (ed è dunque scientemente falsificabile).
Alex
Cris sei sempre brava. La parola è formula che avvera (e non è mai falsificabile… se si è veri). Un abbraccio.
La Babino è un critico nato. Volessi fare una battuta direi che è una criticona.
Ma non la faccio.
🙂
E’ vero, Le città invisibili è un libro straordinario, che ha segnato anche il mio modo di leggere. A distanza di anni, direi che l’arte combinatoria e la metacritica della narrazione che sottende a volte prende troppo spazio rispetto alla meraviglia delle visioni, in qualche caso poco più che accennate. Ma è un elemento comune ad altri libri di Calvino e degli anni Settanta e comunque, ancora oggi Leonia e le sue montagne di rifiuti è un monito che si imprime nella memoria come il marchio a fuoco di una profezia.
Se dovessi scegliere il miglior libro di Calvino, l’unico suo che si potesse leggere in tutta la vita, sceglierei sicuramente le Città invisibili. E non saprei dir meglio la ragione di come l’ha detta Fabrizio poco sopra…E brava Cristina, naturalmente.
Antonio
Grazie a tutti voi.
Cristina
è difficile che le Città di Calvino non siano il nostro libro: labirinto e mappa del labirinto s’incontrano: è il nostro viaggio terrestre, tra la vogliadi perdersi e la necessità di trovare un centro. Seper Kublai è Polo il centro, per Calvino è il libro, la letteratura.
ciao cris.
e quindi, Gugl, deducendo (si può procedere per processi logici con Calvino, senza peccare, allo stesso modo in cui si può procedere nell’ordine, apparentemente caotico, dell’immaginazione): la letteratura è il labirinto e la mappa del labirinto: l’ordine geometrico, che si perde per eccesso di perizia, viene guadagnato sotto nuove forme, nel percorso che si va compiendo per percorrerlo.