TESTIMONI SILENZIOSI
(Da Hairesis, 2004-2005)

*
Conosco dimore
dove vivono genti del sud
uomini antichi
solcati da penombre di silenzio.
Li ho visti entrare
in ogni pianto.
Presenti al dolore di ogni sera.
Le voci che bussano alle porte
di labirinti ciechi
nelle mani fiaccole di vento
e l’anima sui gradini
in attesa dei passi
di ogni assente.
…
Dialoghi di vite periferiche
sopravvissute
voci di naufragio
intanto che rotola tra illusorie risa
questa stagione di sonno –
arida distesa di sterpi
dove spighe d’incendio sono il frutto
maturo dei giorni e la terra
è un sigillo di ostinato silenzio
nel vento che ripete
inascoltato
l’ultima sillaba d’acqua alle sue sabbie
Dove le case abbracciavano
l’infanzia degli alberi
e le mani
riarse
cingevano di sudore
la zolla dove nasce il temporale –
dove la pietra sorgiva ai margini di un fosso
era febbre di raccolto
e una rosa popolata d’alba
guardava crescere la città degli uomini
pochi vecchi testimoniano ora
memorie frantumate
gettate in pasto a una morte anonima
– lente figure insonni
che vegliano abissi e voli
fuori dalla notte delle parole
custodi di un grido
che passa inosservato
nelle strade dove non hanno nome
dove le sillabe che si univano
per dare voce al mondo
diventano cenere
arabeschi di sogni
dilaniati dal morso di bestie affamate
Io li ho visti vivere e lottare
coltivare semi di speranza
dentro solchi malati di abbandono
riconoscersi simili
nel dolore degli autunni
abitare dimore senza muri
aperte a ogni viandante
asili dove approdano le sere
per sciogliere a lume di canto
gli alfabeti di neve
raccolti nel cammino –
li ho visti là
sull’arco d’amore del mio sguardo
strappare alle derive del tempo
brandelli di esistenze e di volti
reliquie da custodire come doni
nel calice inviolato
di fraterne labbra
Ho visto i loro occhi
accamparsi vigili
nel cerchio segreto di stelle
dove il seno pudico delle madri
allatta i ricordi e il domani
coi suoni partoriti dentro l’ombra –
intorno al collo
portavano fieri il fazzoletto nero
che li consacra per sempre
compagni di ogni pena
gli orli fasciati di rosso
per costruire legami
nel colore che annulla le distanze
Li ho sentiti
parlare all’orecchio del cielo
di storie raccattate per strada
al ritorno da guerre mai vinte
urlare accenti di rifiuto
contro i passi festanti
sulle macerie dimenticate di ieri
sul sangue versato
dove mai si raccoglie un pensiero –
conservavano immagini dolenti
di case diroccate alle spalle
l’esilio e la fame
nei deserti di paesi lontani
la luce del ritorno
scolpita sulla pelle
a misura dell’unico orizzonte
dove non ha tramonto
Oggi sono vele
che lentamente scivolano
nel corsa innaturale delle acque
verso la vampa di soli sconosciuti
sono fuochi di pupille
visibili
a chi si china con labbra devastate
a chi ferito dentro l’onda cerca
il cristallo che spegne la sua sete
i giorni taciuti alla sua vita –
sono volti impressi dal ricordo
sullo specchio nascosto della luna
mani che scavano sentieri di memoria
traversando il lampo
delle stagioni negate alla terra
…
Parlo di mani in forma di sorgenti
levate a frugare tra i sassi
per scacciare notte e arsura
mani da lungo tempo spente
lungo le rovine degli anni
ma vive nel cuore
come lingue che ancora gridano
al morso aspro della spina
lingue di fiumi senza rive
che fioriscono nell’aria
alfabeti evasi dalla morte
tracce indelebili
delle trascorse acque
sillabe gravide di linfa
da stringere nel pugno
per sentirsi almeno un giorno
più forti dell’oblio
Parlo di voi testimoni silenziosi
mentre nel cielo trascorre
da lontananze di rimpianto
la preghiera di corpi che si levano
al chiarore del mattino
steli che nella luce allevano
nuove radici
per camminare eretti
Ha il vostro profilo
l’ora che lacrima parole
fedeli al passo
del vento e delle messi
accimate in presagi di futuro –
recita ancora i vostri nomi
il canto della spiga
che matura il pane
nel respiro visibile dei campi
la fonte
sulle cui labbra la terra declina
e si concede all’abbraccio della sera
alla purezza di quarzo delle stelle
E’ quanto di voi rimane
ogni ombra dagli occhi recisi
che dal suo grembo ricolmo di voci
va seminando albe
nelle città del vuoto

O Francesco!
come sai smuovere i moti che dentro ci …straziano?
Osservo le immagini come da un treno in corsa, ci divora e ci stupisce, ci addolora e ci inchioda, questa realtà che scorre fuori
ma dentro scava.
è un attraversare….alfabeti e luoghi, sensazioni.
Tu canti le origini, la speranza, la terra madre.
Versi meravigliosi e dolorosi.
“è un sigillo di ostinato silenzio
nel vento che ripete
inascoltato
l’ultima sillaba d’acqua alle sue sabbie”
dicevo, a proposito di Davide Racca, che c’è una poesia che sento più vicina. credo che Francesco scriva e tutti si sentano vicini, come al manifestarsi dell’umano nelle sue note più vere. hairesis è la conquista, ma anche la scelta, la scuola: come se ciò che è veramente dell’uomo potesse essere raggiunto solo attraverso una lotta strenua, una scelta del difficile, una scuola severa, in cui per imparare è necessaria un’umiltà non contraffatta. è un canto che dal dolore personale accede alla corale solidarietà dell’amore essenziale, di cui qualcuno, provvidenzialmente, è testimone. e solo il silenzio è vero, in questi casi. il di più viene dal male.
“li ho visti entrare
in ogni pianto
presenti al dolore di ogni sera”
così i martiri silenziosi dei nostri martiri ci accompagnano, come l’amore che sgorga fluente da questi versi.
grazie francesco
saluto tutti
elena f
Fabrizio, è vero, la poesia di Francesco è come se avesse qualcosa che la invera e la rende vicina. In parte, credo, è dovuto ad una grande capacità evocativa che sa parlare (dialogare, vorrei dire) alla nostra parte più viva e intima, guidandola per visioni e parole, quasi mostrando un mondo che noi tutti conoscessimo da sempre, ma che mai nessuno ha visto davvero. Inoltre, e questo mi sembra preponderante in Hairesis (che, per quanto mi riguarda, considero una silloge stupefacente, la migliore che abbia letto tra i suoi lavori… ma mi mancano ancora tante raccolte…), si crea un ulteriore avvicinamento ad un dettato che diventa a tratti intimo e familiare. Vedi davvero una parola che diventa alternativa unica al silenzio, lottando strenuamente. E’ un testamento che partendo dall’io lo mette poi da parte per farsi parola comune, di tutti. E’ una poesia che fa male. Anche il lettore ne è partecipe. Intimamente.
La regione del sacro compatta e poi le tracce disperse nel tessuto-regione del testo-organo. seguire le tracce (corsivi). la regione sacra compatta “in attesa dei passi”:
“Parlo di mani in forma di sorgenti
mani da lungo tempo spente
lingue che ancora gridano
alfabeti evasi dalla morte
sillabe gravide di linfa
testimoni silenziosi
l’ora che lacrima parole
canto della spiga
la terra declina
dal suo grembo ricolmo di voci”
Paolo F.
Dialoghi di vite periferiche
sopravvissute
voci di naufragio
intanto che rotola tra illusorie risa
questa stagione di sonno –
pochi vecchi testimoniano ora
memorie frantumate
gettate in pasto a una morte anonima
– lente figure insonni
che vegliano abissi e voli
fuori dalla notte delle parole
custodi di un grido
che passa inosservato
nelle strade dove non hanno nome
dove le sillabe che si univano
per dare voce al mondo
diventano cenere
arabeschi di sogni
dilaniati dal morso di bestie affamate
Un sud metaforico (sociale, culturale, antropologico) ci viene qui mostrato, il genoma, si direbbe, di una nobile diversità; ma senza orgoglio, senza ostentazione, solo l’eloquenza dolente del ramo e dell’efflorescenza di pianta millenaria, dalle radici profonde che toccano il cuore della terra.
Ma nel susseguirsi di immagini potenti (tra realtà e visione, e tra speranza e disillusione) si colgono segni inequivocabili di un umanesimo militante, del rifiuto insistito di “questa stagione di sonno”.
Grazie, Francesco.
Giovanni
Grazie per le vostre osservazioni, tutte molto pertinenti. Cercherò di articolarne qualcuna anch’io, appena possibile.
Buona giornata a tutti.
fm
Dopo il naufragio, fra assenze e ceneri, illusioni e sonno, seme di speranza reliquie gesti e sguardi d’amore… nuove radici/per camminare eretti…
Grazie, Francesco, per questo canto nuovo e antico, di assoluta contemporaneità e con le sue inconfondibili parole alate che tutto sanno contenere…
Una domanda: non è che non solo questa sia stagione di sonno? Non è che il sonno sia sempre accanto alla veglia? Non è che sempre convivono macerie e nuove radici?
ho conosciuto francesco con questa raccolta: hairesis. ed è la raccolta che ho sempre in mente quando leggo ad esempio “per soglie di increato” o “impronte sull’acqua”.
è una raccolta che si dona completamente, e secondo me è anche molto coraggiosa. non ha una geografia precisa… fa sempre i conti con la sua memoria personale, ma anche quella comune, collettiva, storica, comunque sempre sentendola propria, sempre senza alienazione.
@ Carla
“Osservo le immagini come da un treno in corsa”.
Sì, e dietro il finestrino c’è un bambino, che cerca di ricomporre il mondo riconducendo quei frammenti di “paesaggio”, anche umano, che inseguono la vettura, all’interno del suo sguardo e del suo alfabeto immaginale. Un’acqua, ancora chiara, che ha fatto un brevissimo tratto del suo percorso, e già sente nostalgia delle sorgenti. L’adulto, che in quella consapevolezza del percorso può specchiare il senso di molte più stagioni, talvolta si ferma, arresta per un attimo quella corsa vorticosa.
“Mi fermo, talvolta, sulla via delle sorgenti e interrogo i segni.
L’universo dei miei antenati. (…)
Le notti e i mattini delle sillabe”.
(Edmond Jabès)
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@ Fabrizio
“Hairesis” come conquista, scelta, scuola: dici benissimo. Per me il termine, da sempre, viaggia fianco a fianco con un altro: “Skepsis”. Nessuna scelta è possibile, senza che essa sia fatta emergere dalla sostanza più intima e profonda della “ricerca”. La mia “scelta” avvenne a nove-dieci anni, e aveva, come poi si è rivelata nella mia esistenza, tutti i caratteri e i colori di una “mobilissima indelebilità” (spero che l’espressione ossimorica renda il senso, complessivo, del discorso); la “ricerca”, invece, è continuata fino ad oggi, e spero che cessi esattamente nell’ultimo giorno. Vivere tra quei due “argini” è lotta strenua, incessante: anche perché, ogni più piccola conquista, è già immolata all’orma del prossimo passo. Del “manifestarsi dell’umano” e della “umiltà non contraffatta”, ti sono, e ti sarò sempre, grato.
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@ Elena
Le voci che testimoniano dal, e con il, silenzio, rappresentano, per me, le radici di ogni futuro. E se il futuro è un albero (uno stelo “che nella luce alleva / nuove radici / per camminare eretto”), solo tendendosi fino allo spasimo, può avere possibilità di “essere”, di esistere. Lo scempio mortale operato dalla civiltà che ci ospita, di cui, e in cui, siamo artefici, vittime e carnefici, è tutto nella rimozione (tanto per non andare troppo lontani) di un intero secolo di voci senza storia che ancora gridano alla “tenebra luminescente” delle nostre vite.
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@ Luigi
L’unica poesia che concepisco è un “dia-logos” incessante. E c’è dialogo, fosse anche solo con i segni della terra, anche quando la “presenza” umana si eclissa nella sostanza aspra, algidamente scolpita, o inarrestabilmente cangiante e metamorfica, di chi si inoltra “per soglie d’increato”. Il vero dialogo, a volte, si annuncia proprio tra due lingue mute: quella di chi, ferito, per mancanza di voce, si restituisce all’abbraccio “umile” degli elementi; e quella della terra che lo accoglie e lo fa assistere alla sua “rinascita plurale” in nuove forme.
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@ Giovanni
Grazie davvero. Quel “sud metaforico” (aggiungerei solo “politico”, ai tre aggettivi con i quali lo connoti); quel “genoma di una nobile diversità”; e quell’ “umanesimo militante”: tra i “regali” più belli, e veri, che abbia mai ricevuto: figli di una sensibilità e di una acutezza di sguardo come solo i veri poeti sanno.
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@ Francesco Marotta
Hai visto che, comunque, hai trovato il modo e il tempo di rispondere?
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@ Giorgio
Credo di aver già risposto, almeno in parte, in quello che ho scritto a Elena. Questa non è l’unica “stagione di sonno”: solo che quella attuale, più delle altre, sparge a piene fauci l’oltraggio a ogni tensione utopica, a ogni etica, perché riduce, a nostra insaputa, ma molto più spesso con la nostra complicità più o meno cosciente, anche la “veglia” e le “nuove radici” a merce, desacralizzandone ogni spessore e valenza umana.
Forse avrei dovuto postare “Testimoni silenziosi” (tra l’altro mi sono accorto, in un secondo momento, di aver utilizzato non il file che contiene la stesura definitiva: ma va bene anche così), facendolo precedere da “Lettera da Praga”, il primo testo, non casualmente, della raccolta. Magari, allora, il discorso sarebbe stato sicuramente più chiaro, in generale.
Comunque, non demordiamo: al prossimo incontrollabile soprassalto di “narcisismo virtuale”, vedrai che posterò anche quella. Fra tre o quattro mesi, magari…
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@ Davide
“…fa sempre i conti con la sua memoria personale, ma anche quella comune, collettiva, storica, comunque sempre sentendola propria, sempre senza alienazione”. Grazie: c’è molto del senso dell’intero lavoro: un “testamento” personale, come diceva anche Luigi, che può avere senso, ed esistere come memoria, solo se incontra quello che umanamente e visceralmente più cerca: il calore, e la pupilla, di un’altra mano.
*
Grazie ancora.
fm
@ Paolo
Perdonami, ma non so per quale ragione (forse per la lunghezza del testo-commento) è saltato quanto ti avevo scritto in risposta. Ecco.
Cogli un elemento veramente sostanziale, essenziale nell’economia generale del testo. L’utilizzo del corsivo è il tentativo di costruire una “mappa”, che circoscrive i confini di quella che tu chiami “regione del sacro” (io preferisco leggere la tua espressione nell’accezione etimologica dei due termini utilizzati, con un chiaro riferimento alle riflessioni che Agamben, tra gli altri, va da tempo maturando sull’argomento). La mappa che ne risulta, comunque, non è né uniforme né “pacificata” (cfr. quello che rispondevo a Giorgio), perché si costituisce per contraddizioni (vere e proprie “endiadi lacerate” e decostruite) e alternative non conciliabili, mai: ad esempio: “spighe d’incendio” / “la spiga dove matura il pane”; “il colore che annulla le distanze” / “il colore innaturale dell’acqua”; “la città degli uomini” / “le città del vuoto”. Etc. Il tutto, come finissimamente chiosi, “in attesa dei passi”: “di ogni assente”, “dei viandanti”, “del vento e delle messi”.
Ti ringrazio e ti abbraccio.
fm
Francesco, tu che rispondi a te, oltre alla simpatia, mi fa venire in mente un’altra cosa: sei perennemente invischiato in una dialettica io-altro 😉
(detto con la necessaria leggerezza)
L.
Si resta sempre stirpe di contadini:
anche dinanzi allo sperperare
delle giornate, il tempo ha la durata
delle stagioni – e si diviene, tra
la roverella e l’olivo, mortalmente infiniti
nella zolla, il sospetto luminoso
di un evangelo naturale…
Ci sono altre due ipotesi, Luigi:
– un tentativo di prendersi bonariamente per i fondelli, tanto per riportare il tutto a livelli più “terrestri”;
– un caso, abbastanza palese, da ricovero immediato alla neuro.
O forse, semplicemente, una miscela dei tre ingredienti.
Gran bei versi, Enrico. Grazie.
fm