INIZIO DELL’EDUCAZIONE

di Claudio Damiani

C’è un problema. Se l’attuale dittatura economico-mediatica o dittatura della pubblicità, può, nei confronti di chi ha qualche attrezzatura culturale, essere tutto sommato limitatamente dannosa, dobbiamo riconoscere che nei confronti degli individui più fragili dal punto di vista culturale, che sono la grande maggioranza, essa ha degli effetti devastanti. Questa è la vera catastrofe, l’emergenza ecologica prima del nostro mondo. Che poi, la limitatezza del danno recato a quei pochi che possono spegnere la televisione, è in effetti molto relativa: perchè, se anche questi sono danneggiati solo nel fatto che sono emarginati, e non perseguitati, o sterminati, tuttavia la loro esclusione ha un ritorno devastante sulla società, che diventa come un corpo senza cervello. Se studiassimo la nostra società, vedremmo che il tratto comune a ogni sua singola parte, l’essenza della sua struttura, è la negazione dell’educazione.
L’educazione è mostrare un’opera (di pensiero, di arte, di sentimento ecc), qualcosa che esiste, permettere a un educando di entrare in uno spazio di rigore, di arte, di realtà, di verità, permettergli di godere di quello spazio.

Il godimento di quello spazio, il godimento dell’opera (opera d’arte, di pensiero, di religione, di scienza) è il più alto che esista, la massima felicità è la partecipazione a quell’ordine, a quella comunità. Oggi si tende a dire che i cantautori sono i veri poeti, che i giornalisti sono i veri scrittori, che i pubblicitari sono i veri artisti. E’ la dittatura mediatica che spinge a questo, utilizzando anche la devastata e devastante cultura ideologica precedente, che già aveva fatto deserto con storicismo, strutturalismo, fango e ceneri ideologiche sulla brace, sul fuoco vivo dell’opera. La dittatura pubblicitaria utilizza, assolda la vecchia cultura ideologica desertificante: per questi personaggi è facile esaltare il trash, organizzare convegni su Liala, sostenere che Pirandello e Liala sono sullo stesso piano. Ci sono altri, e stanno più nella mia generazione, in quelli nati negli anni ‘50 e ‘60,e oltre, che non sono d’accordo, ma sono stati messi da parte.
Si potrebbe dire: è inevitabile, non c’è niente da fare, la dittatura economico-ideologica è troppo potente, stiamocene appartati, coltiviamo i nostri studi nell’ombra ecc. Ma invece, se ragioniamo un attimo, c’è una forma di resistenza semplicissima, che potrebbe cominciare a minare l’intero sistema. Basterebbe cominciare a separare l’opera, la virtù, l’ordine, il bene, dal caos, dalla spazzatura, dall’ideologia, dalla violenza. Basterebbe cominciare, come diceva Confucio, a “raddrizzare i nomi”. Riportare i nomi, le parole, alla loro realtà. Cominciare a attaccare chi parla a vanvera, con le parole storte, rotte, chi dice fischi per fiaschi, chi scambia Liala per Pirandello. Questi, attaccati, non hanno niente a cui attaccarsi, non hanno altro che la loro ideologia, che è puro fantasma, non poggia su niente di vero, solo sulla propria soggettività distruttiva. Alle prime reagirebbero, utilizzerebbero tutto il loro potere, sarebbero aiutati dalle potenze economiche, ma la loro reazione si farebbe sempre più fioca, inevitabilmente, non consistendo su niente, essendo un gigante dai piedi d’argilla, dovranno capitolare. E la resistenza vincerebbe.

202 pensieri su “INIZIO DELL’EDUCAZIONE

  1. claudiodamiani

    Ma, Giancarlo, dobbiamo avere delle responsabilità, o no? La tua scrittura, la tua leggerezza è precisa, non è parlare a vanvera.
    Ciao

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  2. elena f.

    a me piace partire dall’etimo della parola per comprenderne il percorso passato e le possibilità future che germinano dalla riflessione presente
    e-ducere- condurre fuori. ma fuori chi e da che cosa? e chi deve condurre e verso dove(o cosa o chi)?

    allora posso pensare che e-ducare significhi tirar fuori l’uomo dall’uomo,condurre l’uomo a diventare umano, far nascere ciò che c’è in germe e che ha bisogno di essere aiutato, curato accompagnato.certo la cultura dilagante sembra essere la negazione di ogni umanità, esseri-cloni-tutti-uguali-frutto-della-televisione- e-delle-sue-distorsioni sembrano dominare la scena del mondo,(un ristagno di vita ammuffita) ma non è che la superficie, credo che in fondo ciascuno di noi può fare qualcosa a partire dalle persone che ha accanto perchè ciascuno di noi è responsabile della cura dell’altro e degli altri, è una catena umana quella che conduce alla crescita. nessuno può dirsi arrivato mai ad una forma definitiva perchè è proprio dell’uomo non fermarsi a ciò che ha raggiunto, ciascuno di noi cerca maestri ed allievi, perchè in fondo e-ducare significa tirar fuori la vita attraverso la vita e la vita non solo quella biologica è un flusso inarrestabile.

    saluto tutti
    elena f.

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  3. Giancarlo Tramutoli

    Invocare il rigore, sì. (In effetti è da un po’ che lo si fa soprattutto allo stadio). Sul discorso dei media, anch’io faccio spesso l’errore di sottovalutarne gli effetti su chi non ha gli strumenti per difendersene o addirittura per utilizzarli rielaborandoli creativamente. Ma questo discorso sull’educazione alla qualità mi piace perchè riporta la parola “etica” dentro “l’estetica”, dove ci sta di fatto e benissimo.

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  4. fabry2007

    attaccare. ci credo anch’io. anche se forse in un altro modo. con una presenza costante, umile, tenace. quella di chi non molla. di chi sparge parole diverse, che incontrano, dialogano, con parsimonia, discrezione. fa più rumore la marcuzzi o un verso di poesia? non c’è dubbio: un verso di poesia.
    condividere l’utopia, Claudio, secondo me è avere già vinto, anche se non lo sa nessuno.
    perché il grande fratello è cenere prima di nascere. una poesia è brace. ma vedi? mi ricorda già celentano.

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  5. gian ruggero manzoni

    Condivido appieno. Il rigore (e non quello dello stadio) a mio avviso dovrebbe essere parola d’ordine, però bisogna vedere chi si appella al rigore… chi dice di volerlo applicare, e chi ci chiede di applicarlo. Caro Claudio non vedo grandi esempi, dal punto di vista artistico e non solo, atti a poterci adunare a chiamata. Chi più chi meno sono (quasi) tutti collusi, così nel politico, così nel sociale, così nel culturale etc. Sono anni che faccio richiami all’etica, all’onestà culturale, faccio i nomi e i cognomi (e sempre pubblicamente) di chi, per me, non degno di chiamarsi artista, poeta, scrittore, pittore, uomo e via così, mi attiro inimicizie, odii, strali. Hanno tentato, più volte, di tagliarmi le gambe (e, in parte, ci sono anche riusciti), ho tenuto e tengo duro, da oltranzista, assolutista, integralista quale sono, ho cercato alleanze, intese comuni, altri che come me erano e sono stanchi di come stanno andando le cose, ma (dopo, appunto, 30anni) posso solo contare sulle dita delle due mani chi è ancora al fianco (passati, appunto, tre decenni da quando sto praticando attività artistica). Pian piano li ho persi quasi tutti, chi vendutosi, chi ha ceduto di suo, chi si è fatto stracciare dal sistema, chi vivacchia, chi si è chiuso in casa. Non è facile resistere, così come non è facile tenere la posizione. Certo che a quelli che mi sono rimasti al fianco, potrei tranquillamente affidare la vita di mia figlia… ma, come ti ho scritto sopra, in quanti siamo? Contiamoci… e sarebbe ora, quindi tiriamo delle somme. Se il totale risulta in ammanco (come già so), beh, allora non sarebbe male andare in vacanza e dire ciao all’Italia e all’occidente… nonché all’oriente del pianeta. Ti abbraccio. Sento sempre dei miei gli idealisti (e i degni), ma siamo razza in via di estinzione.

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  6. Giovanni Nuscis

    “…anche questi sono danneggiati solo nel fatto che sono emarginati, e non perseguitati, o sterminati, tuttavia la loro esclusione ha un ritorno devastante sulla società, che diventa come un corpo senza cervello. Se studiassimo la nostra società, vedremmo che il tratto comune a ogni sua singola parte, l’essenza della sua struttura, è la negazione dell’educazione.”

    “…separare l’opera, la virtù, l’ordine, il bene, dal caos, dalla spazzatura, dall’ideologia, dalla violenza…”

    Mi ritrovo anch’io in questa tua riflessione. Ma le parole che richiamano valori e comportamenti credo che vadano reiterate all’infinito, con forza almeno pari a quella “nemica”; e in tutti i contesti possibili, a partire dalla scuola e dal web, dove a mio avviso si giocheranno le sfide decisive.

    Grazie, Claudio

    Giovanni

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  7. elena f.

    il punto di cui sopra era il mio disap-punto per essere stata, così mi hanno detto, considerata spam (?)
    scusatemi .

    elena f.

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  8. carla

    io dico solo che per attaccare bisogna avere dei validi motivi!
    e che comunque, in questi casi, la tenacia è la sola alleata….per chi negli ideali crede ancora, fermamente.

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  9. claudio damiani

    Leggendo i commenti mi sembra di capire molte cose. Giovanni dice: bisogna fare un fuoco continuo. D’accordo, però il problema è che noi abbiamo le frecce, loro hanno i mortai e la pesante. Gian Ruggero che è un combattente la sa bene questa cosa. Allora io dico: certo, Elena, padre Fabrizio, hanno perfettamente ragione quando insistono sul corpo a corpo quotidiano, sul contatto reale con le persone. Quello è la base di tutto. Lo diceva perfettamente Confucio: Prima di governare lo Stato, devi governare la famiglia, se non hai praticato le giuste relazioni con genitori e figli, come puoi governare lo stato? Ma noi adesso qui parliamo di azione culturale, anzi di una possibile strategia di reazione, contrasto, anzi con termine forse più azzeccato, di “resistenza”, e tutto ciò implica una strategia, una elaborazione comune anche di mezzi e modi, oltrechè di obiettivi aspettative ecc.
    Quello che dice Gian Ruggero è verissimo, tanti hanno ceduto, magari perchè “tengono famiglia” e questo è comprensibilissimo, tanti si sono nascosti, tanti fanno il doppio gioco, però dobiamo anche pensare che cominciando a agire qualcuno potrebbe tornare a noi, altri potrebbero trovare il coraggio, insomma potremmo costituire delle alleanze proficue. Tutto sta a capire bene quali sono le cose che possiamo fare, e in che modo, perchè non è tanto facile capirlo. Vorrei porre questa domanda, elaborandola meglio in post successivo, perchè forse mettendoci tutti a pensare potremmo trovare qualcosa di interessante.
    Un saluto a tutti
    Claudio Damiani

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  10. fabry2007

    sì, l’elaborazione di una strategia è auspicabile, Claudio. credo che bisognerebbe utilizzare i canali a disposizione, fare una mappatura, come si suol dire oggi in questi casi, delle possibilità di parola in pubblico. chi conosciamo? personalmente ho mio fratello giornalista, amici al tg2 e conosco personalità come il sociologo Giuseppe De Rita e altri. potrebbero aiutarci a veicolare un messaggio più efficace? se ognuno mettesse in moto i propri assi nella manica, potremmo sperare di raggiungere, di incidere, di avere voce in capitolo nella melassa del villaggio globale? se ne può parlare, perché no?
    saluti
    fabrizio

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  11. rael

    utopico e non di rientro economico.
    purtroppo è una battaglia destinata ad avere il sapore di vittoria in chi ci è dentro e ci crede, e sa di indifferenza per tutto il resto del mondo catodico.
    una poesia è brace e il grande fratello cenere, ma gli investitori avranno lo sponsor del nuovo detersivo addizionato di cenere attiva (solo a me fa pensare che l’evoluzione-involuzione prossima del sapone per lavatrice sarà marchiato olocausticamente?).
    circa vent’anni fa andò in onda sulla rai uno dei più bei spettacoli d’intrattenimento, di cui non ricordo il titolo, condotto da Massimo Lopez. Solo lui, studio con una piattaforma in legno, ogni intervento o sketch era regolato da una colonnina dell’auditel. Se faceva cose di cultura la colonnina impietosa scendeva. se Lopez faceva un pezzo alla Non è la rai s’impennava.
    Già vent’anni fa si sapeva, si diceva questo mescolare, ma il soldo ha prevalso.

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  12. lucaariano

    Naturalmente mi associo. Sapete come la penso in merito a questo argomento!Claudio hai ragione: forse l’unica soluzione è proprio quella. Alemno noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di non mollare e di non piegare mai la schiena! Concordo anche con l’analisi di Gian Ruggero e le parole di Fabry, Giovanni, Giancarlo e Carla!
    Un caro saluto

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  13. emanuelekraushaar

    Grazie a Fabrizio per avermi ripescato su questo post di peso.

    Questo è già un inizio.

    Concordo anche con le strategie di attacco di Fabry…

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  14. fabry2007

    Rael, dici bene. ma nemmeno è possibile arrendersi. potremmo linkare a lato questo post e inserirci man mano le idee che vengono, per dire – e soprattutto fare – la nostra.
    fabrizio

    Rispondi
  15. Giovanni Nuscis

    Cari amici, sappiamo, certo – ahinoi! – come vanno le cose; ma tra il nichilismo e il pessimismo cosmico e l’esaltazione facile a sgonfiarsi ci sono di certo delle soluzioni intermedie. Condivido per questo la proposta di Fabrizio di iniziare a mettere da parte un po’ di idee.
    La prima idea che mi viene in mente è quella, intanto, di proporre ai nostri amici (o conoscenti) che insegnano la frequentazione del nostro blog, anche se suppongo che molti di noi lo abbiano già fatto. Come ho già accennato in qualche mio commento, sono convinto che una leva efficace del cambiamento siano proprio gli insegnanti (e penso subito a Sebastiano e a Massimo, con le loro validissime proposte) e la formazione scolastica in genere (pur/e proprio considerando la situazione critica che sta vivendo ormai da anni). Come sono convinto che ci siano generazioni più colpevoli di altre del degrado di questa società, credo anche che ve siano delle altre su cui invece sarebbe più utile investire, senza ovviamente volere escludere nessuno. Una scolaresca che col proprio insegnante acceda ad un blog come questo a mio parere può trarne più di uno spunto di discussione.
    Altra cosa che si potrebbe fare è congegnare un piccolo logo luminoso di La Poesia e lo Spirito da inserire nei nostri blog e siti, e da diffondere. Mi piace l’immagine di tante luci che si accendono…

    E che diventino mattoni, queste nostre idee, quelle di tutti coloro che vorranno esserci vicini, per creare nuove costruzioni, magari non perfette ma nelle quali ci si possa riconoscere in molti, senza più doverle abitare coattivamente, e a caro prezzo.

    Un caro saluto a tutti

    Giovanni

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  16. fabry2007

    questa tua, Giovanni, mi sembra un’ottima idea. la scuola è un punto strategico decisivo.
    fabrizio

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  17. elena f.

    bella l’idea della scuola!
    mi viene in mente che si potrebbero concretamente contattare i dirigenti scolastici e proporre un “progetto poesia”.
    la scuola funziona a progetto e se questo viene approvato i ragazzi vengono coinvolti in un lavoro integrativo.
    il progetto “Fare il mondo con la forza delle parole” potrebbe aprire porte o addirittura crearle laddove non ci fossero.

    bisogna fare in fretta.
    le ultime gite “culturali” organizzate dalla scuola di mio figlio sono state alla discarica di roma per vedere come funziona la catena di riciclaggio… come a dire “in un mondo spazzatura impara a farne buon uso.” deprimente, mi sono rifiutata e non ce l’ho mandato, non perchè non creda che ci sia bisogno di una salvaguardia dell’ambiente ma perchè credo che per amare il mondo e la vita la strada non passi per una discarica.

    il pericolo che la forbice si divarichi troppo fra chi fa vera cultura e coloro a cui questa è indirizzata è reale, ma forse si possono accorciare le distanze con l’impegno e la fiducia che le cose possano davvero cambiare

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  18. Marco Saya

    Io posso raccontare la mia esperienza positiva con altri autori tramite il circuito bibliotecario milanese organizzato dalla Provincia. Questi spazi sono molto attenti e sensibili, la gente viene per ascoltare la tua proposta e la cosa più interessante è che, chi partecipa, non è l’addetto ai lavori ma la gente “normale, quella che forse guarda anche il GF ma è curiosa di conoscere “uno dei molteplici modi e mondi della poesia”, un pò come passare una serata diversa a teatro, ad esempio. Vi posso assicurare che l’hinterland milanese, molto più della metropoli, è interessato alla divulgazione delle più svariate proposte culturali. Marco

    Rispondi
  19. gian ruggero manzoni

    Finora mi trovate d’accordo su tutto; ribadisco che bisognerebbe contarci e, magari, stillare un documento assieme, sottofirmandolo tutti, come prima mossa quale impegno e, infine, divulgarlo tramite i canali che ognuno ha a disposizione. Che ne dite?

    Rispondi
  20. Chiara Daino

    Concordo e mi sento totalmente coivolta.
    Claudio, trattando di “sociale” e di “educazione” e “dittatura della pubblicità” – non posso che essere in prima fila, a firmare e operare per un cambiamento.

    Il nostro paese è devastato (statistiche alla mano) da un disagio che sta mietendo vittime e la mala-informazione è all’ordine del giorno.

    Tempo fa la RAI aveva trasmesso il film Briciole (tratto dall’omonimo romanzo) – e uno degli stacchi pubblicitari immortalava la biondissima di turno raggiante di gioia sulla bilancia per aver perso peso col “prodotto” giusto. Si può interrompere una pellicola che tratta di anoressia con uno spot del genere? Quale tipo di messaggio si trasmette? Quale educazione (alimentare e non)?

    Questo era solo uno degli infiniti esempi che si possono riportare.

    Partire dalle radici del nostro quotidiano (con la tenacia e assiduo credere) è la base, ma chi ha voce (come sperava una ragazza recentemente in onda – in seconda serata)parli.

    Se non proviamo con l’arte, con le opere – ad operare un cambiamento reale, presente, se non guardiamo al domani; rimarrà solo “studio” ( e forse, neanche quello).

    Parafrasando Manzoni: a chi affideremo i nostri figli? Quale con-testo avremo scritto?

    Chiara

    Rispondi
  21. Giovanni Nuscis

    Vedo con piacere che la famiglia aumenta…-:)))

    “…Se non proviamo con l’arte, con le opere – ad operare un cambiamento reale, presente, se non guardiamo al domani; rimarrà solo “studio”…

    Chiara mi ha fatto venire in mente un’altra idea. Mi chiedo se possa funzionare un appello alla (“nostra”) Rai corredato di molte, moltissime firme e/o ad altra istituzione competente affinché si dedichi (almeno in uno dei tre canali) la prima serata, ogni giorno, esclusivamente all’arte. Alternando, ad esempio, la trasmissione di vecchie e preziose pellicole di eventi musicali (opere liriche e concerti), di commedie e di interviste con – butto sempre lì – dibattiti e confronti “seri”, a tema, coi massimi esperti in materia.

    …Insomma, l’eloquenza della bellezza e dell’intelligenza. Perdonate l’espressione di questo mio sogno.-:)))

    Giovanni

    Rispondi
  22. lucaariano

    Io ci sono per la raccolta di firme, ottima idea!Contatemi. Penso che non saremo in pochi, dai..:-)
    Un caro saluto

    Rispondi
  23. Chiara Daino

    @ Giovanni Nuscis:
    Credo dovremmo redigere una proposta costruttiva, specifica e precisa. Se davvero vogliamo “operare”, non possiamo semplicemente chiedere una prima serata dedicata all’arte (te lo dico perché conosco l’ambiente). Dobbiamo finalizzarla con scopi e intenti precisi (altrimenti rischiamo – di sembrare degli sbendatori di mummie e basta).
    Diffondiamo l’arte e la cultura “in prospettiva”: alcuni medici parlano dei problemi dell’alcolismo ai ragazzi delle scuole dopo la proiezione di film (“storici” e non) “a tema”. Un progetto simile sarebbe valido: e allora potremmo ripercorrere la letteratura, la pittura, la musica,…Legandoli a doppio filo con il presente, con una rale volontà di cambiamento.
    Ripropioniamo pellicole di lirica e colleghiamole al declino contemporaneo, all’abuso di cocaina in ambienti teatrali e non; dibattiamo sul perché il messaggio di “titani” della letteratura non ha la stessa presa di un concerto di Vasco, confrontandoci con i ragazzi; trattiamo della letteratura maledetta e interroghiamoci sul bullismo imperante; Recuperiamo l’Arcadia e dibattiamo di eco-sistemi…
    L’unico modo, a mio avviso, per operare “artisticamente” sul reale è un confronto diretto, in un dialogo fondante.

    Rispondi
  24. elena f.

    l’idea di giovanni è bella ma ci sono alcuni problemi non da poco di cui tenere conto:

    1)
    credo che alla rai interessi esclusivamente avere uno sponsor per qualunque trasmissione e allo sponsor che quella trasmissione si comporti bene per quel che riguarda gli ascolti: ascolti alti sponsor certo, ascolti in calo, calo degli sponsorizzatori. credo che questa sia una legge ferrea.
    se mi sbaglio meglio così.

    2)
    siamo sicuri che ci siano sponsor disposti a far si che masse di consumisti si riscattino dal ciclo guardo-desidero-voglio-compro e diventino liberi di entrare in un centro commerciale per comprare solo il latte se è quello di cui hanno bisogno senza portarsi a casa una tonnellata di paccottiglia che regolarmente non serve a niente ma che era disposta e offerta in modo talmente accattivante da invitare all’acquisto?

    3)

    qualora le nostre firme raggiungessero un buon numero, suppongo che tutti saremmo disposti a guardare se non proprio a coinvolgerci in tali trasmissioni, ma quelli che non sono stati prima educati all’arte si lascerebbero educare da mamma rai o potendo scegliere il GF non continuerebbero bellamente a disertare dette trasmissioni?

    non mi piace remarecontro e sono disposta a porre in calce della richiesta la mia firma ma credo che il sistema vada aggirato, non so se il modello “cavallo di troia” in questo caso avrebbe degli effetti.

    detto questo si può provare!

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  25. Giovanni Nuscis

    …dimenticavo: in prima serata, immancabile, anche la poesia!

    E un’altra idea, non mia, ma suggeritami da Luigi Di Ruscio. Quella di affiggere nei tram (ma anche nei metrò e in altri spazi pubblici), come fanno in Norvegia, dei testi poetici. Da questo potrebbero poi partire altre iniziative, come letture, incontri ed altro.

    Nella mia città ci stiamo mettendo in moto…

    Giovanni

    Rispondi
  26. elena f.

    @chiara

    scusami abbiamo commentato quasi contemporaneamente e ho visto solo ora il tuo intervento.

    concordo anch’io con il tuo pensiero , così sembra meno complicato e più proficuo procedere.ma resta l’enorme problema dell’economia che tutto governa come una immensa piovra.
    insomma resta la domanda
    “a chi giova il riscatto culturale delle masse?”

    un abbraccio

    elena f.

    Rispondi
  27. Giovanni Nuscis

    Chiara ed Elena, scusate l’accavallamento dei commenti! Leggo solo ora…
    Vado ora a leggervi…
    G

    Rispondi
  28. Chiara Daino

    @Elena F.
    Il riscatto culturale fine a se stesso, poco-nulla, se non per gli addetti ai lavori…
    Se si vuole “fare” poesia, cambiare, educare, dialogare con la “massa del grande fratello” bisogna arrivare a Dante attraverso la cannabis: unire uno studio critico con le problematiche, con le urgenze del vivere “concreto”…
    E più mi batto e più sbatto la testa contro il muro!

    Rispondi
  29. elena f.

    @ chiara

    concordo, ma credo che i canali giusti per questo tipo di opera siano quelli che passano per vie alternative alla televisione . la scuola, il teatro, i luoghi in cui la gente la vedi e la tocchi mi sembrano più adatti ad un incontro umano ed umanizzante.
    perchè sarebbe bella una trasmissione come la immagini tu, dante e la cannabis, ma se questa portasse all’emancipazione e alla liberazione del pensiero dei più, l’economia ne risentirebbe e questo non credo sarebbe gradito ai baroni della borsa e delle varie aziende che hanno bisogno di vendere come dell’aria che respirano.
    mi pare più realistico partire con un opera che raggiunga i giovani, il prima possibile, e i più numerosi possibile. potremmo organizzare degli incontri per la scuola su vasco e dante o leopardi e il rap e forse i giovani ci ascolterebbero e forse i baroni ce lo lascerebbero fare (non sto scherzando, ho insegnato a mio figlio un sonetto di dante a ritmo rap e l’ha imparato in dieci minuti!)

    i muri non sono sempre destinati a crollare a picconate, si possono scavare gallerie che ne rendano instabili le fondamenta.

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  30. Chiara Daino

    GRAZIE DI ESISTERE ELENA!
    Tuo figlio è un figlio fortunato, credimi!
    Però quanti sono i figli lasciati soli e cresciuti da mamma-tv?
    Sicuramente si deve partire dalle piccole casse di risonanze (scuole, centri, palazzetti) per quel Grande cambiamento che auspichiamo…
    Ma se, per sbaglio, arriveremo ai potentissimi media – sarà una “presa” diretta: o ci linciano o (magari) ci ascoltano.
    Grazie per il tuo scavo, se scavassero anche altri, magari (mi) eviterei qualche frattura e l’insieme sarebbe davvero effettivo!

    Rispondi
  31. fabry2007

    vedo che i lavori in corso proseguono ottimamente. potrei parlare col mio amico Giovan Battista Brunori del tg2. se ci crediamo, va a finire che ci riusciamo davvero.
    fabrizio

    Rispondi
  32. elena f.

    @chiara

    GRAZIE A TE CHIARA !
    E GRAZIE A TUTTI QUELLI CHA ABITANO QUSTO BLOG!

    dai semi piccoli nascono piante che accolgono molti nidi!

    un abbraccio

    elena f.

    Rispondi
  33. lucaariano

    Mah…non per fare il pessimista, ma non so se i media siano interessati a certe cose, in questo concordo, ahimè, con Chiara. Comunque tentar non nuoce!Vuoi vedere che…
    Buona serata!

    Rispondi
  34. claudio damiani

    Penso che prima di agire dovremmo riflettere, ancora. Per arrivare poi anche magari a un manifesto, ma prima dobbiamo elaborare una riflessione attenta che ci serva a noi in modo molto pratico anche come strategia (ad esempio cominciare a elencare tutta una serie di cose che è giusto fare, che possono essere efficaci al nostro intento, non solo alla televisione, che quelle non ce le fanno fare, ma dove ognuno di noi può operare, e comunque a partire anche da Internet, che è ancora abbastanza libero, ma poi bisogna vedere che combinano questi. Perchè anche la televisione adesso ce l’hanno completamente in mano, ma se gliela levi troveranno qualcos’altro di ancora più terribile per esercitare la loro dittatura. Oltre che per una strategia nostra, che è per noi, è esoterica in qualche modo, la nostra riflessione dovrebbe poi sfociare in una ampia argomentazione, essoterica questa, un libro, più libri, manifesti ecc., che raccolgano firme ma anche raccolgano convergenze su di noi da parte di operatori culturali (per usare questa brutta parola), e questa elaborazione sarebbe bello farla insieme come seduti a un tavolo, che uscissero fuori dei concetti su cui noi scavassimo e che chiarissimo sempre meglio, e sviluppassimo anche; e poi delle idee operative anche (io un po’ ce ne ho, e le dirò, ma è meglio che le cose escano fuori con calma).
    Si è parlato di scuola. Io ho insegnato quasi venti anni nella scuola superiore e mi sono sempre chiesto perchè la scuola era così priva di senso, come un essere che cammina, si muove, ma è morto, come se un vuoto dentro l’avesse divorato. Ricordo anche che mi colpì molto una battuta di Pasolini, ma mi sembra che la disse anche Moravia, che, la scuola, bisognava abolirla. Era gente quella, o meglio era un tempo quello, che si pensava anche che dovesse essere abolito tutto, anche lo stato, tutto era un mostro della borghesia e altre allucinazioni del genere. Allucinazioni che, se ci pensiamo, erano vicinissime a quelle di Stalin e di Hitler, che sono successe fino a pochi anni fa, qualcuno ancora ce l’ha. Il ’68, se ci pensiamo bene, è un fenomeno molto simile al totalitarismo novecentesco, pensate solo che Stalin era morto da soli dieci anni o poco più. Ora, se noi ci pensiamo, è raro trovare qualcuno in Italia che pur criticando il ’68 non abbia però qualche indulgenza verso di lui, che non trovi qualcosa di poetico ecc., di positivo
    Solo negli ultimi tempi ho capito che la crisi della scuola è dovuta a qualcosa di più enorme e al tempo stesso di più semplice: è la nostra società stessa che è, in essenza, negazione del concetto di scuola. Da trasmettitrice di ideologie com’era nel totalitarismo fino al ’68 compreso (e nel ’68 c’era anche l’elemento anarchico, la negazione tout cour del concetto di educazione cui accennava Pasolini), si è trasformata negli anni ’80 in servizio, trasmettitrice di pura tecnica, ossia di niente. Gli studenti, lo sapete come li chiama il Ministero dell’Istruzione? Utenti. E sotto il grado zero di utenti, cìè, sì, il grado zero di consumatori. Perché, che gliene frega che sono minori, che sono piccoli, sono consumatori uguali agli altri e basta, e li si può bombardare al pomeriggio con tutte le pubblicità più terrificanti, elaborate da psicologi e medici come nei laboratori nazisti. E l’educazione? L’educazione ci pensino i genitori.
    Mi fermo qui per adesso, e chiudo con una poesia che ha un finale da slogan sessantottesco, anche volgare, ma ha un senso a mio avviso perché ripaga, come con un contrappasso, i potenti di oggi con la stessa moneta che gli stessi usavano da giovani al tempo del 68.

    Se qualcuno di voi dice: “Ma perché non possiamo fare una televisione
    anche istruttiva, educativa? ecc., se è di stato
    non potrebbe essere sovvenzionata
    come la scuola o la sanità? (perché deve essere serva
    tutta della pubblicità?), anche una sola piccola parte
    che permettesse di fare qualcosa di qualità
    fregandosene se sulle commerciali in quel momento lo share è più alto,
    anzi vantandosene, andandone orgogliosi…”.
    Sapete cosa vi risponderebbero i politici, gli “intellettuali”
    che hanno voluto che le cose stessero in questo modo?
    “Ah, tu vuoi ‘educare’ il popolo, ti ritieni dunque superiore,
    non pensi che il popolo sia adulto e vaccinato
    in grado di educarsi da solo?”.
    “Stronzi, siete voi che siete maleducati, e ignoranti,
    e volete che lo sia anche il popolo,
    ma il popolo vi sommergerà, si ribellerà alla fine
    e vi ricaccerà nelle fogne da dove siete venuti!”.

    Rispondi
  35. sebastiano aglieco

    Una proposta: il 21 marzo è la giornata della poesia. Con i miei ragazzi ho fondato un’associazione che si chiama Teatro Naturale, proprio il 21 marzo, data simbolica per ricordarsi che siamo nati nel giorno in cui la parola ricorda a tutti che “comunicazione” non è ciò che ci danno solitamente a bere. Se nasce un manifesto, una dichiarazione di intenti, questo potrebbe essere battezzato proprio il 21 marzo.
    Scuola: credo fondamentalmente che insegnare sia una forma sublimata di amore. Se questo è, allora i ragazzi e i bambini sono ragazzi e bambini e non utenti. Allora puoi soffire e gioire insieme a loro senza la paura di perderci la faccia. Forse oggi, la vera rivoluzione, consiste nel pronunciare parole semplici. Per esempio amore. Non sono stupido nè voglio passare per un sentimentale: ma ci sono pagine straordinarie nel libro Cuore che si possono ancora leggere con grande commozione. Lì si insegna ancora per amore. E lì il maestro parla per amore.Io sento questo forte bisogno di sentire insegnanti che la pensano come me, che sono impegnati in uno sforzo di cambiamento. Perché non pensare, anche in questo caso, a un manifesto, a un modo diverso di intendere la scrittura a scuola; al rapporto con la scrittura, che è altrettanto fondamentale della lettura?
    Sebastiano

    Rispondi
  36. Antonio Fiori

    1) Lavorare umilmente per un manifesto che chieda cose minime ma condivise da tutti, proponibili con qualche speranza di realizzabilità (ad esempio: una volta al mese in prima serata la poesia, una volta la prosa, una volta la lirica, una volta una mostra d’arte figurativa – ogni giovedì la cultura in prima serata insomma)
    2) Sponsor coraggiosi potrebbero essere un gruppo di piccoli-medi editori consorziati, enti regionali del turismo, enti lirici (e fare un pre sondaggio informale tra loro se possibile)
    3) Per aggiungere qualche percentuale in più di speranza d’essere ascoltati, acquisire almeno una decina di grandi nomi dell’arte (attori, poeti, registi) tar i firmatari dell’eventuale manifesto
    Fatto ciò, l’idea di Giovanni potrei anche darla possibile al 51%, che ne dite?
    Antonio

    Rispondi
  37. sebastiano aglieco

    Però attenti a non invitare il grande artista solo per farsi propaganda. C’è un criterio “etico” anche nel scegliere le persone che condividano un’idea di arte. Altrimenti ci si accontenta del primo Pippo Baudo di turno.
    Sebastiano

    Rispondi
  38. Gian Ruggero Manzoni

    Mi piacciono il decisionismo e la volontà di Damiani, lo slancio di Aglieco, la riflessività e il richiamo all’umiltà di Fiori, lo spumeggiare della Daino e la tensione emozionale che vive nelle ragazze e nei ragazzi di questo blog… possiamo fare grandi cose e vedo che anche Fabry ne è convinto. Bene… più che bene.

    Rispondi
  39. Giovanni Nuscis

    Penso che il manifesto dovrebbe limitarsi a contenere una manifestazione di intenti condivisi (dal maggior numero di persone possibile), con un’ampia premessa etica e degli indirizzi generali di intervento nelle tre macro aree di intervento fin qui evidenziate (potrebbero però aggiungersene): 1. contesto scolastico; 2. media e internet; 3. spazi culturali presenti sul territorio.

    L’elaborazione, prima, e la condivisione, poi, di un documento del genere potrebbe essere il primo passo…

    …Il secondo potrebbe essere quello di una macro progettazione di un piano operativo in cui coinvolgere esperti di settore. Infine, la creazione di gruppi di lavoro per definire nel dettaglio le varie strategie…

    Giovanni

    Rispondi
  40. fabry2007

    un progetto che cresce, scavare come l’abate faria: se troverà nella fortezza perfetta da cui è impossibile fuggire il punto che non corrisponde, che non si sovrappone, lo spiraglio inatteso, in cui la fortezza ideale non coincide con la fortezza reale, allora tornerà libero. mi prende, quest’unica possibilità. certo, ci vuole davvero cuore.
    fabrizio

    Rispondi
  41. massimosannelli

    cari, secondo me la POESIA è un’astrazione che una volta o due in un secolo si incarna in donne e uomini come Rosselli e Celan, Hölderlin e Shakespeare, Dickinson, ecc. Gli altri sono mediocri o ottimi poeti, semplicemente, non incarnazioni umane dell’Assoluto. a questo punto si pone un problema di completezza: chi sa scrivere buona prosa non è buon poeta, chi è poeta non è buon dicitore delle sue stesse poesie, chi è buon poeta e buon dicitore potrebbe non avere il coraggio di schierarsi quando è il momento, chi sa schierarsi e non teme le ingiurie e la morte potrebbe essere l’autore di un’opera in tutto o in parte imperfetta o imprecisa o trascurabile. di solito si appartiene alla schiera di quelli che sanno fare, forse, solo una parte del còmpito, che è infinitamente grande. una parte del loro (nostro) còmpito, tra l’altro, sarebbe difendere Celan (cioè amarne i testi; cioè AMARLO PURAMENTE), non – come si crede e si fa e si usa, anche oggi – imitare Celan, ponendosi in un solco che si è appena degni di toccare (non scriverò mai una poesia bella, sovrumanamente bella, come quella del «non separare il no da sì»). siamo chiamati ad una bravura eccezionale, anche nell’imperfezione e nonostante l’imperfezione. ma soprattutto siamo chiamati ad una compromissione durissima con le cose: scrivere, insegnare a chiunque, leggere i manoscritti, tapparsi gli occhi e il naso e se occorre andare anche in televisione. Non prostituirsi (ne ha diritto solo chi ha fame: Busi – il giovane Busi, prima dei romanzi – insegna) – ma (e citare PPP è un obbligo, quasi) «gettare il proprio corpo nella lotta». scusate questo delirio… tanto bene a tutti, sempre
    massimo

    Rispondi
  42. Chiara Daino

    Certo, Massimo

    ma – come avrai notato – c’è fame e fame. Corpi degni e corpi indegni. Quale lotta per cambiare quello che non si deve neanche dire?
    E quel terribile “No! Non voglio vederlo” è stato (in)debitamente estrapolato e (ri)contestualizzato.

    «La fame d’amore è molto più difficile da rimuovere che la fame di pane».
    [Madre Teresa]

    Rispondi
  43. carla

    io non trovo che sia un’astrazione, la poesia.
    la poesia è cibo e pane, per chi quotidianamente la ricerca in ogni cosa.
    e quindi è un bisogno, una necessità….necessità tangibile, viva, palpitante.
    deve nutrire.
    io la poesia la vivo così, per me è un bisogno primario, e deve essere tangibile per darmi quella dolcezza che serve ad affrontare le cose più dure e insensibili del mondo.

    Questo è il mio liberissimo pensiero
    un saluto
    carla

    Rispondi
  44. massimosannelli

    forse in un solo modo: continuando a dire, dire, dire, nonostante tutto, e sempre. per fame d’amore un uomo bacia un uomo di notte, ed era la prima volta per lui. non credeva di poterci arrivare,ma è accaduto. Dio sa che non cercava il piacere, ma una consolazione. per fame d’amore scrivo, come posso… davanti ai Diversi di Albenga alcuni, da anni, urlano AL FUOCO AL FUOCO. alla fine quei Diversi hanno portato in tribunale la provocazione e avranno giustizia; e questo accade perché uno dei Diversi è in grado di scrivere e di esprimersi bene, e ha una piccola notorietà che lo rende credibile. gli urlatori potranno solo dire: li abbiamo minacciati, abbiamo gettato una molotov vuota nel loro negozio, perché sono scemi, sono diversi. ma quella parola è assurda, e saranno condannati. non c’è altro che la parola, nel bene e nel male. sono anch’io un corpo indegno. ricordo bene un “gioco al massacro”, davanti alla mia scuola. ne porto il segno sulla mascella, per tutta la vita… “Sa Chiara, deve”, ho scritto, e rimane scritto. farai tu quello che altri non fanno: ne sono convinto. Nome, nome; e nomen omen.
    m

    Rispondi
  45. claudio damiani

    Scusate, ma dall’intervento n. 48 non capisco più di cosa si parla. Soprattutto non si parla più di educazione, o si vuole forse dire che non è l’educazione che interessa, che le cose come stanno vanno bene così, che abbiamo la televisione che ci meritiamo. Quel linguaggio così estremo, così novecentesco e labirintico di Sannelli, mi sembra che sia molto vicino all’orizzonte ideologico che poi ha prodotto la televisione che ci ritroviamo. O no?
    claudio

    Rispondi
  46. Sandra

    Dal blog di Marco Saya sono capitata qua ed è bello leggere la vostra voglia di cambiamento che è poi la mia.
    Voglio aggiungere solo due righe:
    L’industria culturale si limita a implementare i bilanci con tutto quel che ne consegue.
    Negli enti locali la voce cultura ha un costo senza un ritorno economico e quindi le attività sono praticamente zero.
    I progetti regionali sono costruzioni costose lontane, il più delle volte, dai ragazzi. Mostre per addetti ai lavori o per attirare turisti o solo per giustificare l’esistenza di determinate strutture.
    Sulla televisione è meglio sorvolare per pietà.
    Ma, a mio parere, il vaso è colmo e lo dimostrano gli episodi di violenze varie giovanili.
    Tutti si scandalizzano quando accadono, ma di chi è la colpa?
    Della scuola, della famiglia, dei media?
    Io credo che in questi ultimi decenni non sia stato fatto niente e sia stato azzerato quanto c’era di positivo per coinvolgere i giovani e dar loro una formazione culturale che è poi formazione di vita.
    Ci vuole una inversione di tendenza, a livello culturale e ambientale.
    A livello nazionale sul versante ambienatale qualcosa si sta muovendo, il versante culturale invece mi appare ingessato.

    Sandra

    Rispondi
  47. GiusCo

    Credo che da intellettuali l’unica strada percorribile sia un’ecologia delle parole, che restano la forma di vita autoevidente che più ci compete. Propriamente, nella forma poetica. Non conosco quasi nessuno di voi, dal vivo, eppure vi comprendo nel vostro dire, siete caratteri e persone nelle poesie che scrivete. Non vedo come si possa educare altrimenti che con la misura delle parole o, meglio, con la nostra propria misura. Devo quindi confessare che sono lontano dallo spirito di rivalsa che muove molti commenti anche in questo colonnino: se la pienezza è lo stato dell’Assoluto (o del massimo raggiungibile da noi uomini), il nostro meglio sarà quando noi stessi siamo pieni. La scrittura che nasce da mancanze è ostaggio delle stesse, deforme all’origine, e forse Damiani intende questo di Sannelli; mi pare comunque che Sannelli persegua una ritrattistica fondata sugli exempla, una sorta di vita dei santi nel tempo attuale. Se quella è la sua misura, così educherà chi lo legge. E’ già tanto. Arriva già alle persone alle quali deve arrivare, senza sforzi organizzativi, manageriali, politici o da evento culturale. C’è una netta differenza con la misura di Damiani, che è invece pienamente incarnata in quel sistema che egli stesso vorrebbe combattere e che trasferisce in questo caso su Sannelli. Caro Damiani, venendo meno quel sistema, le sue stesse parole, quelle che lei usa nelle sue poesie e nei suoi interventi su questo blog, si scioglierebbero; letteralmente lei rimarrebbe muto, mentre Sannelli continuerebbe a parlare. Attenzione, dunque: il lavoro necessario e sufficiente lo porta già avanti Sannelli.

    Rispondi
  48. fabry2007

    credo anch’io che Massimo stia percorrendo una strada in cui ogni è passo è reale, e non immaginario, perché è mosso da una radicale – anche se a volte labirintica, anzi, forse proprio per questo – autenticità. l’antidoto alla menzogna è l’umile verità, che in certe condizioni di distorsione sociale può diventare quasi incomprensibile.
    fabrizio

    Rispondi
  49. Sandra

    Per GIus e Fabry.
    Mi sembrava che questo forum avesse un taglio diverso, un respiro più ampio, un’ambizione più alta che non contrapporre Damiani a Sannelli cioé cominciare a ribellarsi alla commercializzazione della cultura e della figura dell’intellettuale, non solo con quanto viene espresso nei versi( patrimonio di pochi), ma con un movimento che da strisciante dovrebbe lievitare e imporsi all’attenzione dei media.
    Sandra

    Rispondi
  50. elena f.

    @sandra

    sicuramente non c’è alcuna contrapposizione, anche se a volte le idee e il modo di esprimerle possono apparire scontro più che incontro.
    credo che fabry abbia interpretato bene il pensiero di massimo che dice “bisogna gettare il corpo nella lotta” in questa affermazione sta la sua posizione e non la vedo in contrasto con quella di claudio. credo intenda che non bisogna avere paura della burocrazia e dei baroni ma per amore dell’arte operare sempre, ovunque, con qualunque mezzo si abbia a disposizione… dice infatti: anche andando in televisione. quello di massimo è un amore puro per l’arte e per la poesia così come quello di claudio è un amore vero per la stessa e l’educazione. punti di vista ed espressioni diverse in questo blog sono una ricchezza e di questa ricchezza possiamo fare tesoro, stando attenti a cercare ciò che unisce nelle differenze di vedute e non ciò che divide. e qui ciò che unisce è l’amore per l’arte in tutte le sue manifestazioni.
    ciascuno di noi poi troverà il modo di esprimere questo amore e di trasmetterlo, chi insegnando, chi scrivendo, chi lottando in piazza.siamo fiori diversi ma per questo il prato è così bello.

    p.s
    ricordiamo sempre che se cercheremo gli spiragli che ci rendono uniti diventeremo forti se cercheremo lo scontro anche fra di noi faremo il gioco di chi vuole affossare l’arte e la cultura.
    possiamo rimanere uniti solo ascoltandoci e cercando di comprendere. basta ricordare che chi scrive qui è amico e non lo fa per affossare nessuno semmai per portare il contributo che sa e che può.
    siamo ricchi di vita, usiamola bene.

    saluto tutti di cuore

    elena f

    Rispondi
  51. GiusCo

    Sandra, Elena: non sono un membro del blog ma un soldato semplice dell’esercito della Misura (dell’Amore direbbe un altro, come disse Artur Blord in punto di morte e dite tanti di voi). 🙂

    Termini come: ambizione; ribellarsi; commercializzazione della cultura; movimento; imporsi all’attenzione (Sandra); paura della burocrazia e dei baroni; amore dell’arte; sempre, ovunque, con qualunque mezzo si abbia a disposizione; televisione; amore puro; gioco di chi vuole affossare (Elena)

    sono interni al sistema che intendete combattere. Se non cominciate ad abbandonarli, non potrete combattere che contro voi stessi, giacché ne siete dentro in larga misura. Piuttosto: prendiamo i libri che consideriamo importanti e parliamone alle persone che incontriamo, come Manzoni ha ricominciato a fare e fatto in un precedente intervento per Merlin, sotterrando l’ascia di guerra che li divideva. I conti interni si possono regolare uguale ma l’ambito e gli strumenti rimarranno quelli nostri.

    Un esercito di lettori reali e commentatori appassionati di libri di poesia raggiungerebbe lo scopo che vi prefiggete in maniera più profonda e duratura.

    Rispondi
  52. elena f.

    @gius co

    è di questo che si parla
    di diffusione della cultura e dei suoi mezzi più adeguati.
    nessuno vuole fare la guerra a nessuno.
    ma non credo che lei sia così cieco da non vedere che c’è una non cultura che fa di tutto per evitare che i giovani e i non più giovani recuperino un briciolo di libertà intellettuale.
    ciascuno di noi già fa del suo meglio nel proprio ambito, ma pare che non sia sufficiente e allora forse è il caso di vedere se non sia possibile allargare il raggio d’azione unendo le forze, non per abbattere qualcuno ed istituire un chissà quale altro “potere dell’arte” ma per ampliare il numero di coloro che possono nutrirsi e crescere in essa e con essa.

    qui abbiamo imparato a leggere fra le righe e non a fare delle parole altrui un muro contro cui sfracellarci.
    ogniuno di noi ha un vissuto diverso, e un modo diverso di esprimersi. bisogna saper andare oltre la forma, al cuore di chi si esprime e lì, mi creda c’è solo il desiderio di fare di ciascuno di noi un testimone dell’arte

    ha letto il “sottotitolo del blog?

    “la poesia e lo spirito
    potrà questa bellezza rovesciare il mondo?”

    non credo fabrizio pensasse ad una rivoluzione

    ma a qualcosa di sicuramente più duraturo ed efficace e forse anche di più rivoluzionario
    la bellezza è contagiosa e può essere essa stessa rivoluzionaria.
    ma non possiamo illuderci che il poco che facciamo sia sufficiente.

    vorremmo fare di più e ci stiamo chiedendo come.

    saluto tutti
    elena f

    Rispondi
  53. marco guzzi

    Caro Claudio,
    comprendo molto bene il tuo anelito, che è anche il mio, e vorrei portare un piccolo contributo alla riflessione.

    L’esperienza spirituale o poetica più alta non è di per sé in contrapposizione con uno sforzo organizzativo (culturale e alla fine politico).
    Talvolta questa operatività è possibile, altre volte no. Credo che, dopo il 900, torni ad essere non solo possibile, ma necessaria.
    Per incidere in questo tempo credo che dovremmo diventare tutti un po’ mistici-tecnici, e cioè persone con un fortissimo e costante contatto contemplativo, in grado però di tradurre questo contatto in tecniche, e cioè in linguaggi condivisi, non solo in poesie, ma in progetti, in convivenze, in forme conoscitive. Questo richiede una maturazione nuova, una solidità interiore, una forza di confronto libero con la modernità estrema, che cresce solo incarnando giorno dopo giorno la parola che ci rinnova, diventando cioè adulti in Dio.
    I santi sono sempre molto pratici e molto efficaci.
    Come i poeti che stanno crescendo.
    Abbiamo bisogno di una santità poetica, e cioè creatrice di tecnologie della salvezza.
    Credo che il problema sia proprio l’educazione: riproporre con semplicità la Bellezza, la Sapienza, la Bontà, e le vie che possono educarci a riconoscerle e ad amarle.
    La convergenza di una forza collettiva e culturale in questa direzione potrebbe partire da un cuore poetico, ma non fermarsi a questo ambito, né fondarsi su di esso.
    Non penso cioè che la base della coesione possa essere poetica, quanto piuttosto ideale: riaprire gli spazi appunto alla semplicità difficilissima del bene, dell’aiuto concreto, di ciò che davvero illumina, cura, sostiene, incrementa l’umano, nell’arte come in poesia, nelle programmazioni radio-televisive come nei discorsi comuni delle persone.
    Lo stile comunque credo che dovrebbe essere positivo, propositivo, e solo di riflesso (anche se necessariamente) critico: la scimmia di Zarathustra ci sta sempre alle spalle…
    Grazie di questi spunti. Con affetto.
    Marco

    Rispondi
  54. claudio damiani

    Nonostante le dolcissime e chiare parole di Sandra e Elena, e di Fabrizio, io devo purtroppo dire quello che penso. Lo ripeto: nelle parole di Sannelli e di Giusco accorso a difenderlo c’è una sostanziale connivenza con lo stato di fatto delle cose. “Gettare il proprio corpo nella lotta” è frase quanta mai vaga. E che significa: “corpo”? intendo “corpo” da solo, separato, perché esistono gli esseri, non esiste il corpo, esistono le persone. Ha ragione giusco quando dice che l’educazione sta nella misura delle parole, ma dire “gettare il proprio corpo nella lotta” non ha nessuna misura, è solo confusione. E’ una frase che non ha nessuna responsabilità, non c’è nesso tra la parola e la cosa, perché la cosa non esiste. Ecco, educare è indicare con parole (che sono le parole degli autori) le cose che esistono. Sandra l’ha detto molto chiaramente: perchè parlare adesso del genio, quando stavamo parlando di educazione. Certo educare vuol dire indicare il genio, ma il genio in quanto autore. In effetti quando io dicevo che noi dobbiamo portare avanti la riflessione prima di fare un manifesto, pensavo proprio al concetto di autore, e di autorità. Non c’è educazione perché questo concetto è distrutto (l’ha distrutto l’ideologia novecentesca, il ’68 ecc.) e è da ricostruire. Il concetto di autorità non può essere qualcosa di assolutamente soggettivo. Ossia perchè ci sia educazione ci deve essere una autorità condivisa (che io chiamo “lingua”). Sannelli può dire la Rosselli e Celan, ma deve dire anche Omero Virgilio Petrarca, non può prendersi due-tre autori e dire che sono tutto loro, e lui è tutto in loro. Tra l’altro vuole imporre a tutti di essere seguaci di Celan!
    ciao
    Claudio

    PS: A me interessa continuare se le cose si affrontano. Se si evitano non mi interessa, mi scrivo i miei libri e basta.

    Rispondi
  55. Giovanni Nuscis

    Cari amici, faccio qualche passo indietro.

    “…gli strumenti rimarranno quelli nostri.”
    Reputo queste parole di GiusCo centrali nel discorso che si sta facendo.
    Ho letto gli interventi di tutti, ognuno, com’è naturale, dentro un proprio percorso, un proprio sogno; ognuno, però, suppongo, più propenso a vivere dentro una certa realtà, ideale, piuttosto che in un’altra: l’attuale, quella che conosciamo. Ma qui, dico, è almeno possibile la confidenza del racconto, semplice, libera, di questo sogno? Confrontandolo con quello di altri, scoprendovi profondità, ricchezza di prospettiva, e trovando costanti, tratti magari accomunanti; e infine riguardarlo, tutto questo, osservarlo, assieme, per capire se sia un dono, oppure no (non andrà comunque sprecato…); e se è un dono darlo a chi può farne buon uso, per tutti.
    Ribadisco ancora le parole di Giu.Co “…gli strumenti rimarranno quelli nostri.” Aggiungo: Si può forse chiedere ad alcuno di fare ciò che gli è lontano, che lo distoglie oltremisura dal proprio segno?
    Queste mie parole sono quasi certamente inutili, come altre. Sono pietre, materiale di risulta, tavole gettate tra me/tra noi e il nulla perché qualcuno, se vuole, possa camminarci sopra, andare oltre:-)))

    Giovanni

    Ci scapperanno forse della banalità, inesattezze, ingenuità – le mie, innanzitutto (umanissime in qualuque percorso individuale e non) – ma non

    Rispondi
  56. Sandra

    Ritorno, sperando di non essere invadente, per sottolineare la necessità di una condivisione della buona letteratura che vada oltre i gusti e gli stili.

    Il bravo lettore è colui che riconosce la qualità in un testo appartenente a un genere che non ama.

    Sandra

    Rispondi
  57. claudio damiani

    Caro Marco adesso che sei entrato non te ne andare, ti prego collabora con noi a questo lavoro. Infatti cogli il punto essenziale, il discorso non è solo poetico:
    “Non penso cioè che la base della coesione possa essere poetica, quanto piuttosto ideale: riaprire gli spazi appunto alla semplicità difficilissima del bene, dell’aiuto concreto, di ciò che davvero illumina, cura, sostiene, incrementa l’umano, nell’arte come in poesia, nelle programmazioni radio-televisive come nei discorsi comuni delle persone”.
    E tutto quello che dici è a mio avviso da tenere presente per un testo comune, ma dobbiamo lavorare a delle strategie di azione, dobbiamo fare, secondo me, VERA RESISTENZA. Tu sai che dai tempi di “Braci” a oggi io sono sempre stato in disparte a coltivare i miei studi, ma adesso non sopporto più questa violenza sugli uomini. Soprattutto non sopporto più che non si faccia chiarezza, che non si cominci a confessare le colpe, che non cominci un dialogo ma tutto resti seppellito dall’ideologia, anche se l’ideologia non c’è più perchè è crollata, ma è rimasto un muro virtuale di omertà che chiude tutto, e io vedo tanti ragazzi inquinati dai cattivi maestri che riempiono le università le scuole i giornali le case editrici, (perché l’ideologia è crollata ma loro non sono crollati) e penso che con questi ragazzi dobbiamo parlare, anche umilmente, perché forse si può arrivare a qualcosa di condiviso, si può rompere questo muro virtuale, questa finta guerra fredda civile che ci dilania.
    Ciò che dice Elena nel n. 59 è di una chiarezza e di una bellezza che mi sembra che bisogna assolutamente tenerne presente nell’elaborazione di un testo comune.
    Giuseppe ha ragione a sottolineare i termini sbagliati, infatti è una purificazione linguistica di cui abbiamo bisogno. Solo che i termini che indica non mi sembrano tanto sbagliati (intendo lontani dalle cose), invece mi lontana dalla realtà la sua frase: “sono interni al sistema che intendete combattere”, frase ideologica tipicamente sessantottesca. Sinceramente, Giusco, rifletti su questa cosa, se vuoi. Se tu dici che qualcuno è “interno al sistema” , è come se tu dicessi che sei “esterno”: non ti sembra una presunzione, una velleità?
    Però, ripeto, è molto interessante il tuo discorso che fai sulla misura.
    Claudio

    Rispondi
  58. Marco Saya

    @Sandra

    “Il bravo lettore è colui che riconosce la qualità in un testo appartenente a un genere che non ama.”

    Condivido pienamente. Hai sintetizzato benissimo. La realtà, purtroppo, sottolinea il fatto che , il più delle volte, manca totalmente il “senso dell’educazione” per cio che è realmente buono e/o diverso.

    Marco

    Rispondi
  59. fabry2007

    la discussione sta prendendo la piega giusta, secondo me, andando al cuore del problema, che è formale e sostanziale al tempo stesso. formale, perché parlando di letteratura sarebbe assurdo dimenticare che abbiamo a che fare con la forma, ossia con la bellezza. sostanziale, perché è la stessa storia della letteratura a insegnare che una forma svuotata di sostanza non è vera bellezza e dunque non può rovesciare alcunché. sono anch’io convinto che l’intervento di Marco sia fondamentale: l’ambito non può essere solo poetico. la poesia, tuttavia, è la materia-forma che ci unisce e ci permette di stare qui a discutere di come incidere nella società in cui viviamo, e in cui siamo calati mani e piedi, pur convinti, per usare uno degli attrezzi del mio “mestiere”, che si può dare anche una condizione umana che “non è di questo mondo”, che ne supera cioè il limite naturale, la legge della forza e della prevaricazione. se davvero collaboriamo sinceramente a questi “lavori in corso”, sono convinto che il nostro contributo non sarà inutile, anche perché qui nessuno di noi ha tempo da perdere. proseguiamo quindi, se lo vogliamo, convinti che qualcuno deve pur cominciare, come scrive giustamente Claudio, a fare “resistenza”.
    fabrizio

    Rispondi
  60. Chiara Daino

    Gentile Claudio Damiani,
    una domanda: posso ancora definirmi esponente dei “ragazzi” (classe 1981, veda Lei…)? Forse non più, ma sicuramente (almeno per l’anagrafe) sono tra gli ultimi ad essere stati “educati”….
    Lei ha lamentato uno sviamento dal discorso, dall’educare – e dal post numero 48 non ha più capito quale fosse l’argomento…
    Massimo parla di “gettare il proprio corpo nella lotta” e io gli chiedo – post 49 -“Quale lotta per cambiare quello che non si deve neanche dire?”
    E’ possibile, quindi, che ci fosse una strettissima relazione con le tematiche da lei proposte (“sociale”,“educazione”, “dittatura della pubblicità”)?
    Che poi sia più interessante un confronto tra la Sua poetica e quella Sannelliana, a livello strettamente culturale, è fuor di dubbio.
    Che i giovani e la realtà cronica/di cronaca dell’asfalto chieda ai “grandi” di ascoltare e agire e trarre fuori (educare, appunto) messaggi artistici diversi, nuovi, propositivi… E’ parimenti certo.
    E concludo riprendendo una delle affermazioni iniziali del suo post:”Oggi si tende a dire che i cantautori sono i veri poeti” – forse perché passano dallo studio alla comunicazione? Forse perché in-formano problemi comuni in singolar esposizione d’arte? Forse perché il grande pubblico dei “figli” ha bisogno di “maestri” coscienti di quel che li agita, fuori e dentro lo schermo?
    Mi rimetto a Voi…
    Ubi maior…

    Rispondi
  61. ABN

    È tutto sacrosanto, tuttavia non credo nel tuo finale «e la resistenza vincerebbe», caro Claudio. Semplicemente perché se si tratta di uno scontro dove alla fine deve uscire un vincitore (e non lo credo), allora stai certo che vincerebbe la maggioranza. E la maggioranza non vuole Pirandello, e nemmeno Liala, la maggioranza vuole la Gazzetta dello Sport.
    Così la salvezza non è nello scontro, ma nel ritiro, nel ritiro solitario di chi ama studiare Pirandello invece del calcio. D’altronde che titolo dovrebbe avere qualcuno per imporre alla massa i suoi gusti? Certo, sarebbe bella una società di filosofi. Ma fino a che non inventeremo una società dove, invece di lavorare in ufficio o in negozio per tutto il giorno, possiamo dedicarci a fare e ricevere cultura, fino a quel momento saremo in balia del disimpegno, della fragilità culturale, della prepotenza dei furbi sugli impreparati.

    Rispondi
  62. claudio damiani

    Cara Chiara, in realtà la tua frase al post 49, ”Quale lotta per cambiare quello che non si deve neanche dire?”, io non l’avevo capita, e non l’ho ancora capita. Anzichè dire, fai allusioni, e poi perchè spezzi le parole? Non non ti fanno pena, così ridotte?
    Ne abbiamo già tante, troppe, non c’è bisogno di spezzarle, dobbiamo usare quelle giuste, dobbiamo raddrizzarle, casomai, non spezzarle.
    Sì le canzoni hanno sempre avuto più successo perchè c’è l’aria, non per il testo (io adoro dei lieder di Brahms senza sapere che cosa dicono). La poesia è più nuda, e difficile. Questo è sempre stato, in tutti i tempi.
    E’ successo che Adorno (ma per dirne solo uno) disse: dopo Auschvitz non si può più scrivere una poesia d’amore. I poeti infatti non hanno più parlato d’amore, di bellezza, di natura, di felicità, affetti, cose semplici, parole semplici. I cantautori però loro sì. E perchè loro sì, e noi no?

    Rispondi
  63. elena f.

    @adorno disse “dopo auschwitz nessuna poesia” ma poi passò la sua vita di pensatore a rivedere le sue posizioni a fino ad affermare:

    “il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare; perciò forse è falso avere detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia. invece non è falsa la questione se dopo Auschwitz si possa ancora vivere, se specialmente lo possa chi vi è sfuggito per caso e di norma avrebbe dovuto essere liquidato”(T.W.Adorno,dialettica negativa, einaudi,326)

    passando sotto silenzio la compromissione di adorno col regime qui riscontriamo il tentativo di ricondurre un’affremazione categorica “dopo auschwiz nessuna poesia” (non solo d’amore)
    ad una più dialettica più capace di dare ragione di sè. è possibile vivere dopo Auschwitz? la vita dice di si, abbiamo continuato a vivere a lottare ad amare, il rischio è che senza cultura si possa dimenticare quell’orrore, negarlo, che senza cultura si generino nuovi mostri incapaci di amare portati per questo al desiderio di distruzione. vivo in periferia e i ragazzi, senza una guida, vivendo in uno squallore senza limiti non hanno altro da fare che sfogare la loro rabbia contro tutto ciò che ha il sapore della vita.
    per questo abbiamo urgente bisogno di contagiare la cultura, la bellezza, perchè auschwitz non torni mai più.

    saluto tutti
    elena f

    Rispondi
  64. claudio damiani

    Ho letto solo adesso ABN. Caro ABN, tocchi il punto centrale:
    “che titolo dovrebbe avere qualcuno per imporre alla massa i suoi gusti?”
    E’ questo qui il fondamento della dittatura. Ti fa credere che lei esclude la cultura per non imporla, per democrazia, per poi però creare quell’ignoranza necessaria a imporre invece se stessa e il proprio deserto,la propria desolante infelicità. Pensavo anch’io fino a adesso, ho 50 anni, che dovevo starmene per i fatti miei, dialogando con Omero, Petrarca, Pascoli. Ma adesso non lo penso più. Penso che posso continuare questo dialogo, ma al tempo stesso fare qualcosa. Sì, lo credo, la resistenza, come ogni resistenza, può cambiare le cose. Forse.
    Adesso però analizziamo quella tua frase, perchè quella frase, non c’è solo in te, c’è in tutti noi, anche in me. E’ la frase di un soggettivismo positivo verso cui andiamo, un sempre maggiore liberarci di pastoie e difenderci come individui.
    Ma qui non si tratta di imporre alla massa i propri gusti, questo era del recente totalitarismo, dal quale noi ci riteniamo lontani, ci vogliamo allontanare, nonostante il totalitarismo sia ancora presente purtroppo nel nostro tempo. Qui si tratta, siamo tutti d’accordo credo, nel mostrare un autore, non imporlo, nel rendere possibile che un autore, e la sua autorità, non venga sepolto, insabbiato. Ma, ritorno a precisare, non un autore, ma un “insieme” di autori, i “classici” potremmo chiamarli, ossia autori antichi e moderni in dialogo tra loro, e non separati, e non scissi, o che si vogliono separare dal dialogo, dalla lingua. Parlo dunque, e riprendo Dante, di una comunità di autori che costituisce la lingua.
    Ma scusate, ma allora ognuno dovrebbe avere una propria lingua, e non ci capiremo?
    E questo è successo, che ognuno ha avuto la propria poetica, il proprio idioletto, il proprio personale lager, e abbiamo creato la babele!
    E su questa babele, creata dai cosiddetti “intellettuali”, s’è costituita la dittatura.

    Rispondi
  65. Chiara Daino

    Grazie per avermi risposto Damiani,

    ciò che “non si deve neanche dire” era riferito ai post 23/26 dove proponevo di collegare il sociale e il culturale; essendo tenacemente convinta che per educare – si debba stabilire un punto di contatto tra i diversi mondi, nella pluralità di lingue e linguaggi (e correnti e messaggi) che agiscono.
    Per essere ancora più precisa ( e dire, dire, dire ancora) avrei auspicato un matrimonio tra il poetico e il problematico.
    Lei chiede ” i poeti infatti non hanno più parlato d’amore, di bellezza, di natura, di felicità, affetti, cose semplici, parole semplici. I cantautori però loro sì. E perchè loro sì, e noi no?”.
    Io le rispondo con una supplica: parlate d’Amore. Il semplice, rotondo amore – così difficile da attuare.
    Come già ho rilevato in passato, la lingua Italiana nasce per “cantar d’amore”.
    E rilancio: perché non si “scrive” più d’amore e la fame d’amore sta uccidendo così tante persone? Perché (adesso che i media si sono degnati – pur con messaggi spesso sbagliati e nocivi) non è (quasi) mai un poeta a parlare di anoressia e bulimia?
    Perché i recenti studi su Dante e la cannabis non hanno portato a un dialogo approfondito sulla differenza tra l’uso speziale e l’abuso personale? Perché non si associa la drammaturgia al problema cocaina (alla luce dell’ampio consumo in ambito teatrale e non)?
    Se si vuole educare e guidare le nuove generazioni (e quanto ne abbiamo bisogno!) o si giunge ad un dialogo o si procede per “compartimenti” – e la cultura sarà sempre più “nicchia” e il vuoto d’amore sempre più “abisso”.
    Questo è il pensiero che si dice e che supplica di essere ascoltato.

    Grazie a Lei,
    e a tutti.

    Rispondi
  66. A. Padua

    Sono sconcertato da questa discussione fatta per lo più di aria fritta e prime serate televisive. Qualcuno qui quando prova a porre temi concreti (le piaghe, signori, non le prime serate dovrebbero interessarci, le piaghe della società, della scuola) viene ignorato. Sono sconcertato dall’ideologia di Damiani (ancor più cieca e intransigente dell’ideologia opposta, che Damiani demonizza)sono sconcertato dall’autoreferenzialità intellettualistica di Sannelli, confinata nel suo piccolo mondo esclusivamente “poetico”. Sono sconcertato perchè qualcuno ha parlato dicendo: scopi ed intenti precisi. E la vaghezza è aumentata di colpo, in risposta. Sono sconcertato da queste parole: “poi perchè spezzi le parole? Non non ti fanno pena, così ridotte? Ne abbiamo già tante, troppe, non c’è bisogno di spezzarle, dobbiamo usare quelle giuste, dobbiamo raddrizzarle, casomai, non spezzarle.”. Perchè non è Claudio Damiani il depositario della verità, non è lui che deve ergersi a “maestro” e dirci come “dobbiamo” trattare le parole. I veri maestri non dicono “tu devi, noi dobbiamo” non esercitano questo tipo di autorità. E le parole non sono di proprietà di Damiani, e sono fatte di sillabe, di suffissi e radici, pronte ad essere ricombinate spezzate e assemblate. ma sopratutto la lingua si evolve, e non sarà Damiani a decidere come, per nostra fortuna.

    Buona fortuna per l’assalto al palinsesto………

    A.P.

    Rispondi
  67. claudio damiani

    Ma, Elena, pensaci un attimo, dire: dopo a niente poesia e dire “dopo a niente vita”, non è la stessa cosa? Non c’è, in tutte e due le frasi la stessa negatività dialettica?
    Ma poi lo contraddici benissimo Adorno con le tue parole, molto meglio di me. Non dobbiamo essere ecumenici, salvare tutti. Dobbiamo, e questo è gia un atto di rtesistenza, questa è già una strategia, cominciare a distinguere. Dire che per quanto Adorno fosse stato intelligente, era senza rendersene conto più vicino al totalitarismo lui(e quindi al nazismo) che Heidegger, che pure aveva mostrato di avvicinarvisi. Rimando al bel testo di Gian Ruggero “contro la crisi del genio e del vero nel contemporaneo”, che mi sembra un testo da tenere presente nei nostri lavori.

    Rispondi
  68. marco guzzi

    Carissimo Claudio e carissimi amici,

    un movimento di rinnovamento culturale non può limitarsi a consigliare delle buone letture (ottima cosa peraltro…).
    Credo che dovrebbe portare con sé una prospettiva nuova, un’analisi inedita del presente e delle sue possibili evoluzioni.

    Mi sembra cioè che si dovrebbero precisare alcuni punti molto semplici e diretti, su cui poter convergere pur provenendo da storie diverse, come per esempio:

    1) dopo le destrutturazioni novecentesche (in parte necessarie), oggi è possibile e necessario ricostruire una figura umana, una misura umana, una bellezza umana, una lingua “naturale” (da qui l’esaurimento di ogni minimalismo, nichilismo, confusionarietà “avanguardistica”…);

    2) questa ecologia del volto (e del linguaggio) umano può oggi avvalersi dello straordinario confluire di tutte le grandi tradizioni poetiche e spirituali della terra;

    3) l’essere umano torna a risplendere nel suo infinito mistero, da contemplare, da approfondire, da avvicinare con strumenti mai approssimativi (l’approssimazione spesso genera violenza);

    4) ci proponiamo di e-ducare, innanzitutto dal profondo
    di noi stessi, questa umanità inaugurale, non post-moderna o post-novecentesca, ma principiale, aurorale, nascente, mattiniera;

    5) ovunque e in vari modi possiamo aprire e far funzionare la Scuola: nelle scuole, nei blog, nelle parrocchie, sui giornali, nei mille gruppi di ricerca spirituale e/o psicologica e/o politica;

    6) l’azione può dirsi spirituale, nel senso del riconoscimento e del rispetto dell’infinità del mistero della natura umana, ma resta trans-confessionale, e quindi sostanzialmente laica;

    7) l’azione può dunque assumere diverse forme che via via potremo scegliere in base alle opportunità: io nella mia vita ho diretto centri culturali e riviste, ho fondato radio private e condotto trasmissioni di Radio RAI per 13 anni, ora dirigo una collana di saggistica e conduco da 8 anni gruppi di trasformazione interiore (scuole cioè…), confrontandomi con il mondo poetico e con quello psicoanalitico, con le problematiche formative nella Chiesa e con le tradizioni meditative dell’Oriente;

    8) l’azione efficace è difficile, oggi più che mai, bisogna ancora pensare e riflettere molto, come ci inviti a fare, carissimo Claudio…

    Godiamoci intanto la libertà di chi a volte sente il fresco dell’alba mentre d’intorno sembrano addensarsi solo le tenebre.

    Marco Guzzi

    Rispondi
  69. Chiara Daino

    Che meraviglia!
    E dopo l’accorato intervento di Padua (non era difendere la frammentazione verbale che mi interessava), ritorno, con bene placito, ai miei mulini…

    Rispondi
  70. Francesca Matteoni

    Padua è sotto dittatura?

    Mi sembra che il suo commento sia la cosa più libera e ariosa e viva da leggere in questo post. Sarà questione di prospettiva sbagliata? Sarà che l’imposizione non educa?

    Rispondi
  71. A. Padua

    Fulminante risposta Damiani, intelligente soprattutto. Attendo istruzioni su come debba essere usato il linguaggio per dirle che poteva risparmiarsi l’equazione di cui sopra.

    Continuo a notare che non appena qualcuno parla di temi concreti, sociali (come Chiara) nessuno risponde, coglie, ma si tende a ignorare. Ma l’educazione è o non è un tema sociale? Ma quest’amore del quale vi riempite la bocca, nei confronti di chi volete rivolgerlo? di un lettore medio di poesia? forse sono altri ad averne bisogno.

    Rispondi
  72. carla

    Cara Francesca,
    ti rispondo io…
    certi argomenti – secondo me – è impossibile trattarli via internet
    sono troppo puri!

    quasi impossibile filtrare la mera sostanza!

    Rispondi
  73. Antonio Fiori

    Mi sono preso mezza giornata di ferie per poter leggere stasera questa lunghissima serie di commenti. Sono già intervenuto, forse un po’ingenuamente, all’ormai lontano n.43 e sento la necessità di leggere, rileggere e capire il senso profondo della discussione. Mi sembra comunque di poter fin d’ora pronosticare che questo post alimenterà (e sarà alimentato) per giorni e giorni, forse settimane.
    Vorrei solo ricordare a tutti, prima di entrare nel merito in un prossimo commento, che non si dovrebbero processare le intenzioni.
    Antonio

    Rispondi
  74. claudio damiani

    Caro Marco
    daccordissimo in tutto
    sì, bisogna riflettere molto
    inevitabile che sia così
    bisogna soprattutto parlare
    perchè non c’è una lingua
    c’è una babele.
    Tu dai per scontato:”l’ esaurimento di ogni minimalismo, nichilismo, confusionarietà “avanguardistica””. Ma sei sicuro?
    Io queste cose le vedo ancora tantissimo in giro, e specialmente girando tra i blog, specialmente tra i giovani, che dovrebbero essere i più lontani da queste cose “in via di esaurimento”.
    Non pensi che questa sia una cosa su cui riflettere?
    E’ proprio perchè siamo ancora pieni di ideologia e pregiudizi che abbiamo bisogno di educazione.
    E del resto, tu me l’insegni, la nostra cultura è stata sequestrata dall’ideologia per tutto il secondo novecento, è chiaro che non se ne libererà tanto facilmente.
    Quando parli di umanesimo con me sfondi una porta aperta.Io sono da sempre un neoumanista petrarchiamo, e m’hanno sempre sbeffeggiato perchè nelle mie poesie parlavo d’amore, di natura ecc. L’umanesimo, tu lo sai, poi, in essenza, parla di educazione. Questo ci dicono Dante e Petrarca: “siamo ignoranti, rozzi, tutti, grandi e piccini, belli e brutti, e dobbiamo educarci, dobbiamo diventare gentili”. Ora questo tema, del riconoscere la nostra maleducazione, ed aspirare alla gentilezza, è valido anche oggi. E’ valido sempre. E allora gli autori non sono “buone letture”, Marco. E l’uomo nuovo di oggi deve essere anche antico, perchè se no come dialogherebbe con loro? e come potrebbe essere uomo senza dialogare con loro? e soprattutto nell’essere così nuovo e aurorale come dici te, non sarebbe come abbandonarli, gli antichi (sai che io intendo sia occidentali che orientali, e sono d’accordo con te nel confluire, oggi, di tutte le culture) anziché coltivarli e ricordarli, come è il fondamento di ogni cultura.

    Rispondi
  75. Marco Saya

    ognuno di noi, per fortuna, pensa con la propria testa. chi ha un progetto e crede nel proprio prodotto lo porti avanti, anche da solo.punto. non vedo il problema. queste riflessioni sono presenti in moltissimi altri spazi e non hanno mai portato a una chiarificazione condivisa da tutti, sarei preoccupato se così fosse! da un punto di vista strettamente personale condivido la considerazione di Adriano sul fatto dell’educazione legata al tema sociale. Ho sempre pensato che la poesia tenda a nascondersi dal “sociale” e il famoso lettore medio spesso e volentieri non vuole che gli vengano “rimbalzate le brutture della vita”, quasi vivesse su un altro mondo.

    Marco

    Rispondi
  76. claudio damiani

    Padua, se noi parliamo di temi “sociali” senza parlare prima del vero, non riusciremo a affrontare neanche problemi sociali. Ma scusa, perchè stiamo parlando di educazione?

    Rispondi
  77. claudio damiani

    Ho letto adesso il post di Marco. io dietro a questo insistere sul sociale ci vedo la vecchia ideologia, e allora non faremo neanche un passo, altro che uomo aurorale, teniamoci il mondo com’è.
    Claudio

    Rispondi
  78. Marco Saya

    Almeno la “vecchia ideologia” ,Claudio, a qualcosa ha portato. Se ci pensi bene è dal 70′ che stiamo aspettando l’uomo “aurorale”, no?

    Marco

    Rispondi
  79. Antonio Fiori

    Esistono purtroppo, caro Marco Saya, anche poeti medi che danno al lettore medio quel tipo di poesia media (svagata, magari ben costruita, a volte melò a volte pittorica, che resta comunque in superficie)che egli vuol leggere. Ma tu sai bene quale e quanta sia la poesia che ci imbratta in maniera salutare con le brutture della vita!
    Antonio

    Rispondi
  80. elena f.

    @francesca e adriano

    non abbiamo avuto l’onore di una vostra proposta positiva ,però, solo una critica a tutto campo. attendiamo , e lo dico senza vena polemica ,invece le vostre idee. nessuno pretende di avere un programma prestabilito. mi pare chiaro, e credo lo sia a tutti voi, che il percorso sia tutto in salita e irto di ostacoli. proporrei, di nuovo, invece di saltarci addosso come se dovessimo difendere chissà quale bandiera, come se la nostra idea fosse la migliore e le altre tutte da buttare via, di riflettere e ascoltare gli interventi di tutti. credo che solo così si possa scoprire il punto comune.

    di quale educazione parliamo se non educhiamo noi stessi all’incontro con idee che non corrispondono in pieno alle nostre? chi vogliamo prendere in giro? ricordiamo che i giovani non sono stupidi e sanno capire se chi li guida è uno che crede in quello che dice o se appunto fa “aria fritta”.

    qui non vince e non perde nessuno, e nessuno ha la formula magica, la bacchetta per cambiare il mondo all’improvviso. e probabilmente nessuno di noi, nemmeno in gruppo lo cambierà, ma potrà dare il suo contributo per migliorarlo. se lo faremo sarà qualcosa invece che niente

    io credo che ci sia del buomo in ciascun intervento, perchè mi pare di poter contare sull’intelligenza e sul cuore di tutti.
    stiamo attenti, allora, a non sparare sulla croce rossa.

    saluto tutti
    elena f

    Rispondi
  81. Francesco Marotta

    Damiani, cercare un confronto e un dialogo con chicchessia, presuppone la volontà (e l’umiltà), da parte di chi lo cerca, di mettere in circolo (cioè aprire alla critica e al contraddittorio) le proprie convinzioni, non di ritenerle come un patrimonio acquisito, dal quale, comunque, non si può prescindere. La verità si cerca e si costruisce, e nessuno ne è depositario. Se tu ritieni che la “poesia”, tutta, si esaurisca in quella che pratichi tu e che la “storia” sia “unicamente” quella che cade sotto la tua lente (ideologica anch’essa, e lo sai benissimo), io non posso che chiedermi quale “lavoro comune” vuoi costruire. Lo stesso discorso vale per la “scuola”, che, nonostante quello che ne pensi, rimane (per fortuna) ancora un luogo di elaborazione di strumenti critici (umani, culturali, etici) per la “lettura plurale” del reale. Lanciare accuse generiche, se permetti, può risultare offensivo nei confronti di chi in quella realtà ci vive da trent’anni e ogni giorno, strappando qualcosa ai suoi affetti più cari e ai suoi interessi, si fa il mazzo per trasmettere memoria e valori, insieme alla memoria dei valori e al valore della memoria. Fai qualche nome, cortesemente: chi sono gli intellettuali di cui parli? A quali studiosi fa capo la tua lettura del ’68, ad esempio? E il “nazismo” di Adorno (sic!), cos’è, una boutade?

    Se questo vuole essere, e può diventarlo, un “luogo di confronto” vero, dove ognuno porta il “suo” contributo nel rispetto di quello degli altri, offrendolo alla condivisione e all’ascolto comune, alcune tue risposte, non ultima quella che hai dato a Padua, vanno, a mio modo di vedere, in una direzione diametralmente opposta.

    Prima di scrivere “manifesti”, per quanto mi riguarda, bisogna confrontarsi con la realtà, e soprattutto la pratica (“ecologica” la chiamava qualcuno) dell’accettazione del “diverso”, anche in poesia (e nell’arte in generale): cioè, che il nostro percorso di scrittura è uno tra tanti possibili, e che per esso richiediamo, e pretendiamo, lo stesso rispetto che, concretamente, mostriamo, e pratichiamo, nei confronti di cammini “altri” rispetto al nostro. Se la “tolleranza”, tanto per fare un esempio, è uno dei valori che dall’arte scaturiscono, e a essa continuamente si richiamano e mettono capo, prima di pensare di “educare” qualcuno a determinati valori, forse bisognerebbe educare noi stessi a questo esercizio essenziale.

    Un’ultima considerazione, di ordine generale, e in mancanza, purtroppo per me, di tempo da dedicare all’approfondimento. Il problema è sempre lo stesso: si parla di “critica” e intanto la si nega se essa viene rivolta alle nostre posizioni. Voglio dire: a me, personalmente, proprio perché non mi ritengo in possesso di nessuna verità (che non sia il rispetto della mia e dell’altrui umana dignità),, non dà assolutamente fastidio, anzi, che qualcuno affronti quello che dico e scrivo, mostrandomene eventuali carenze o contraddizioni. Se non altro, apre il mio sguardo a considerazioni e realtà che potevo benissimo aver escluso o non tenuto in particolare conto. Quindi, perché dovrei prendere come un affronto personale il fatto che qualcuno mi dica che i mie testi, dal suo punto di vista, non “funzionano” o che non condivide il senso delle mie riflessioni? Attenzione, perché la melassa generalizzata e affettata è proprio il propellente principale di ogni forma di conformismo e di omologazione. Ed è per questo che dico (e, ribadisco: sto soltanto esprimendo delle mie personalissime impressioni): ben vengano i rilievi di Padua, Daino, Saya, Matteoni, Carlucci, Cornacchia, tanto per fare dei nomi, e nel rispetto delle posizioni di tutti: in alcuni frangenti, mi sembrano boccate di ossigeno allo stato puro.

    Cordiali saluti a tutti.

    fm

    Rispondi
  82. Francesco Marotta

    Per chiarezza: ho iniziato a scrivere in presenza del commento n. 81 quale ultimo comparso. Mi riservo di leggere con attenzione anche gli altri.

    Saluti.

    fm

    Rispondi
  83. claudio damiani

    Trovo molto belle le parole di Elena. Io non sono contro il sociale. Penso però che debba venir dopo il vero, e non prima, come ha fatto la “vecchia ideologia”. E che ha portato di buono, i lager? i gulag?

    Rispondi
  84. Marco Saya

    Antonio, guarda il catalogo delle pubblicazioni di ciascun editore. C’è da rabbrividire sulle proposte, tranne poche eccezioni! Interessa solo “spennare” il povero autore e i bianchi gabbiani prevalgono sull’immagine del gabbiano che ho io, nero ,sporco, in qualche caso cosparso di petrolio…come la famosa immagine del 91 sulla guerra del golfo!

    Marco

    Rispondi
  85. Antonio Fiori

    Aiuto Fabrizio! Il ritmo dei comments è incontenibile, torno in ufficio e revoco la mezza giornata di ferie che mi avevo preso per leggere, tanto non ce la farei, affogerei nella corrente 🙂
    Precisazione doverosa: è tono scherzoso, c’è bisogno di sorrisi da queste parti
    Antonio

    Rispondi
  86. Sandra Palombo

    Caro Claudio

    Il dibattito ha toccato tanti aspetti che quasi ho perso il filo.
    Ritorno sull’aspetto sociale ( quello che più mi interessa )e ti faccio una domanda diretta: hai un progetto per portare avanti questa “guerra” contro l’appiattimento culturale e la diseducazione, al di fuori della tua scrittura?

    Sandra

    Rispondi
  87. Antonio Fiori

    per Marco: sono un po’ meno pessimista, negli ultimi anni potrei quantificare nel 20/25% i libri di poesia meritevoli (certo bisogna prima individuare una rosa di editori dignitosi entro i cui cataloghi vale la pena cercare)…
    Antonio

    Rispondi
  88. A. Padua

    @ elena f.

    credo tu non abbia capito il senso del mio intervento, succede in rete, pazienza.

    @ chiara

    già in due eravamo molto pochi……. please, stay with us. non tornare al moulin (rouge?)

    Rispondi
  89. claudio damiani

    Marotta, dicendo: “prima di pensare di “educare” qualcuno a determinati valori, forse bisognerebbe educare noi stessi a questo esercizio essenziale”, stai dicendo che sei contrario al concetto di educazione di cui stavamo parlando, che è un concetto umanistico, non ideologico. Tu però devi dirlo, non parlare tra le righe, attaccarmi anche tu perchè ti scotta che dico che l’ideologia è morta, che ha fatto danni tremendi e ancora li sta facendo, che ha ucciso, ha sterminato, ha devastato l’arte il pensiero la religione e ogni educazione. Anzichè prendertela con me di’ quello che pensi sull’educazione, sul tema di questo post, su quello che è uscito fuori, e ci sono tante cose condivise che sono uscite fuori. Usciamo fuori tutti, diciamo veramente quello che pensiamo, che sentiamo. Non abbiamo paura di arrabbiarci. E’ scorso tanto sangue, è inevitabile che ci arrabbieremo, ma così, anche, possiamo conoscerci, altrimenti ognuno resterebbe isolato nel suo idioletto, dietro il muro.

    Rispondi
  90. Antonio Fiori

    vedo con piacere che anche Antonella ha posto un sorrisino. Quello che sollevi però è un altro problema, è quello del pubblico della poesia. Ci vorrebbe un altro piccolo dibattito di tre mesi.
    A.

    Rispondi
  91. claudio damiani

    Cara Sandra (Palombo), sono contento di ritrovarti qui, sì, ho delle intuizioni più che altro, la sensazione che ci può essere una strategia giusta, perchè il nemico, anche se non sembra, ha i piedi d’argilla. Il problema è che molti nemici stanno tra noi, e spesso non ce ne rendiamo conto. Così anche molti amici stanno tra i nemici, e anche questo è difficile capirlo. Così è difficile organizzare la resistenza. Ma non impossibile. Penso che parlando escano fuori le cose, e ci chiariamo a noi stessi, vediamo, anche, in noi stessi il nemico, e lo vinciamo.

    Rispondi
  92. elena f.

    @adriano

    ho riletto.
    capisco quanto sia importante ricondurre il dialogo ai temi sociali,
    (vedi io mi illudo di fare del bene alla società cercando di educare nel modo che ritengo più sano mio figlio, ritengo che questo non vada soltanto a suo vantaggio , ma a vantaggio di quelli che poi lo incontreranno,perchè se gli avrò dato gli strumenti per conoscere e comprendere potrà fare bene non solo a se stesso ma a chi gli sta intorno, per questo lo ritengo non solo un dovere di madre ma di cittadina) dunque bene la riflessione sociale,ma sociale è complicato quanto e forse più che dire umano, perchè è l’uomo fra gli altri uomini, per questo non mi sento di escludere il punto di vista di nessuno, perchè ciascuno vede le cose dalla sua prospettiva e questa è una ricchezza non altro . allo stato delle cose ogni idea è un dono, perchè può aprire prospettive e riflessioni.
    non abbiamo imbracciato un fucile per andare alla guerra stiamo riflettendo su un problema che non ha un’unica faccia ma molteplici e tutte vanno considerate.
    ha ragione francesco a dire che la verità viene fuori dall’incontro delle idee, allora non tarpiamo le ali a nessuno.lasciamo che ciascuno dica quello che ha da dare, le conclusioni si trarranno se sarà possibile alla fine.

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  93. Antonio Fiori

    per Antonella: in effetti io stesso parlavo di lettore medio, toccando comunque il problema. Le parrucchiere mi sono simpatiche (quando ero funzionario al Ministero delle Finanze mi assegnarono da controllare la loro lista e ne dovetti convocare una ventina) ma effettivamente è un po’ aleatorio pensare che possano essere (o diventare) una categoria di lettrici di poesia. Nondimeno, la dimensione oggettivamente sociale dell’educazione, impone una prospettiva che non esclude, in una società ideale, alcuna categoria dalla consapevole fruizione dell’arte (nemmeno i poeti! che spesso non danno il buon esempio come lettori).
    Antonio

    Rispondi
  94. A. Padua

    Damiani poteva dirlo prima che era l’ennesimo modo di riprodurre le vostre vecchie polemiche anni ’80. Amici contro nemici, e infiltrati qua e la. roba da chiamare anche la celere. Io credevo che questo blog non nascesse con l’intenzione di promulgare queste posizioni retrograde. Forse questo suo scritto si però. Abbiamo bisogno di una visione diversa più inclusiva e meno coi paraocchi da guerra fredda. siamo nel 2007. ora capisco perchè le mie parole vengono prese come espressioni di posizioni da gulag e mangiatore di bambini. Ma io quando è caduto il muro di berlino giocavo coi playmobil. Sono cresciuto senza muri di berlino, parole innamorate e avanguardie varie. Ma di tutto questo ne risento continuamente gli stanchi echi, poichè voi (tutti voi, gli uni e gli altri) siete dei veri e propri dischi incantati, percorrete lo stesso medesimo solco dei tempi. Legga bene, Damiani, tolga la sua spessa lente ideologica da cortina di ferro. Ora lo scenario è cambiato. Quando le parlo del “sociale” non lo faccio con una visione vetero-marxista, ma perchè sento il bisogno di rivolgere quell’amore di cui parlate a qualcosa di concreto.

    Io e lei ci troviamo qui insieme. Chi è l’infiltrato dei due? facciamo un sondaggio? chiamiamo la polizia, indaghiamo? Ma mi faccia il piacere………………..

    scrissi una quartina tempo fa, quando ero ideologico anch’io:

    sporcatevi le mani con il sangue
    che il secolo riversa insinuato
    nelle interiora dell’eternità
    come un’immensa massa tumorale

    adiòs, amigos y nemigos…..

    Rispondi
  95. A. Padua

    @ Elena ti ringrazio di aver riletto, ora capisco molto meglio anche la tua risposta. Ti chiedo soltanto: mi hai visto imbracciare il fucile? sono io che parlo di amici-nemici? no mi pare. Io dicevvo altro, disarmato (ho fatto l’obiettore di coscienza, tra l’altro)

    Rispondi
  96. elena f.

    @adriano

    non mi riferivo a nessuno in particolare. chiedo a noi tutti di ricordarci che siamo tutti su una zattera e che noi possiamo guidarla o anche affondarla
    (sono contenta della tua obiezione, non mi piacciono le armi:-)

    saluto tutti
    elena f

    Rispondi
  97. Antonio Fiori

    cara Antonella, anche i poeti e i lettori , veri e potenziali,lavorano e fanno mestieri di ogni genere, spesso più pesanti delle parrucchiere (il bravissimo Alfredo Panetta, premio Montale Europa 2004, monta infissi dalla mattina alla sera).
    Antonio

    Rispondi
  98. carla

    …io non ho avuto bisogno di prendere mezza giornata di ferie, sono a casa ammalata!
    e ho tanto bisogno di stare tranquilla!
    infatti torno a letto.

    Rispondi
  99. Sandra Palombo

    Forse più di sociale sarà il caso di usare il termine società per non creare equivoci.

    E che ci sia bisogno di una società più ariosa mi sembra sia riconosciuto da tutti coloro che sono intervenuti nel forum.

    Tu Claudio parli di intuizioni, che io non ho, però da alcuni anni c’è in me l’impressione che esistano persone “oneste”, diverse per formazione cultura e ideologia che parlano lo stesso linguaggio.

    Questo anello composto da alcuni poeti, letterati, filosofi, insegnanti non emerge perché non esiste sinergia se non nei rapporti interpersonali.

    Ad esempio mai avrei pensato di ritrovarmi a dialogare con Claudio Damiani e Marco Saya sullo stesso forum.

    Che poi una persona sottolinei nelle ideologie del passato la parte positiva o quella negativa non ha importanza.

    E’ l’oggi che va cambiato e , come ha scritto Elena, anche e soprattutto per i nostri figli e le generazioni future.

    Questa deve essere la molla sociale che ci porta a dire basta al di fuori delle nostre stanze ( petrarchesche o meno).

    Sandra

    Rispondi
  100. elena f.

    @anto

    ritiro il mio rifiuto per le armi e per una volta vorrei sparare a chi ha permesso uno spreco simile! 🙂

    è questo il mondo in cui viviamo, un mondo in cui si mandano a casa insegnati precari, si tagliano i fondi alla scuola e poi si mettono addosso ad una squinzia qualunque 290.000…

    è con questi mostri che dobbiamo confrontarci

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  101. claudio damiani

    Padua, tu non col sangue te le sporchi le mani, ma col ketchup!
    Pensi davvero che in Italia la guerra fredda sia finita?
    Ma sei proprio un bambolino, ma quanti anni hai?
    Ti mando questa poesia:

    La madre del giovane caduto a Genova al G8 del 2001
    in un’intervista, anziché piangere il figlio,
    ha detto che i partigiani non dovevano deporre le armi,
    mezzo secolo fa, ma dovevano continuare la guerra
    fino alla rivoluzione sociale.
    La guerra che si combatte oggi, su vari fronti,
    è una guerra vecchia, che passa di padre in figlio.
    I genitori stessi mandano i figli a morire.

    Rispondi
  102. elena f.

    @sandra

    il bello di questo blog è questo!
    l’eterogeneità, la differenza, che si incontrano e cercano con tutte le difficoltà che ne conseguono punti in comune.

    hai colto lo “spirito della poesia”

    saluto tutti
    elena f

    Rispondi
  103. fabry2007

    lavorare nel sociale mi impedisce a volte di parlare del sociale, un altro bel paradosso. certo è difficile tenere dietro al ritmo, come scrive Antonio. ma è anche la bellezza di questo posto, dove ci si può parlare anche pensandola diversamente. sai che noia, quando tutti la pensano nello stesso modo, come a sanremo. lì l’unica speranza è che la hunziker dica, invece di “adesso vado”, “adesso vengo”. ma anche quello, magari, sarà stato preparato, come, forse, la bestemmia dietro le quinte.
    una cosa ci tengo a dire: la poesia è linguaggio. e voler omologare il linguaggio della poesia vuol dire soffocarla alla radice. da Saba ad Antonio Porta, la poesia ha sempre avuto il diritto, e sempre lo avrà, di esprimersi con gli strumenti linguistici che ritiene più appropriati. poi si può discutere sui modi, sui tempi e sui luoghi dell’azione del poeta. ma lasciatelo scrivere, lasciatelo essere.

    fabrizio

    Rispondi
  104. elena f.

    @claudio

    forse è meglio rimoderare i toni
    per il bene di tutti.
    così rischiamo di affossare un post nato con le migliori intenzioni.
    così si va in guerra non al dialogo pacifico.

    forse è meglio una pausa di riflessione.

    io mi ritiro
    elena f

    Rispondi
  105. Francesco Marotta

    Il problema, caro Damiani, è che, per te, tutti quelli che avrebbero rilievi da muovere, anche semplicissimi, a quanto hai scritto, “fanno ideologia”. Così come, chiunque non sia in sintonia col tuo modo di fare poesia, finisce per essere “estraneo” (sto usando un eufemismo) alla poesia stessa (ricordi le tue risposte ad Andrea Ponso e altri su Liberinversi?).

    Se hai la bontà di rileggere quanto ho scritto, soprattutto il primo capoverso del mio primo intervento, ti accorgerai che i pensieri che mi attribuisci sono destinati tutti, dantescamente, a “farsi monchi”. Tu parti dal presupposto che esista una “verità” da trasmettere, e chiami, questa trasmissione, “educazione”. Ne prendo atto, e la rispetto: e la posizione del mio interlocutore. Poi ti presento la mia: la verità è “ricerca” comune e condivisa, e l’educazione è “processo” e “confronto”, crescita nel rispetto delle diversità. Ne prendi atto? La rispetti? No: rispondi che si tratta di “ideologia”, quindi, per te, inutilizzabile. Potresti, però, almeno spiegare cosa intendi con quel termine (anche se è già di per sé evidente)?

    Per quanto riguarda, poi, educazione, umanesimo e ideologia, in riferimento alla scuola, bisognerebbe chiedere a tutti gli studenti con i quali ho avuto l’onore di lavorare in trent’anni. Sono loro che possono dirti se, con me, si confrontavano con valori umani o con schemi ideologici e tessere di partito.

    p.s.

    Non mi sono mai nascosto, né mai lo farò. Non vedo perché avrei dovuto cominciare adesso. Per quale ragione? Quel che avevo da dire è tutto lì: basta leggerlo per quello che è, letteralmente, e non alla luce di quello che vorremmo che sia.

    Cordialità.

    fm

    Rispondi
  106. fabry2007

    intervengo di nuovo prima di rivolare via. il dialogo, etimologicamente, è far passare una parola da una parte all’altra, è un ponte. nella guerra i ponti si distruggono, nel dialogo, si costruiscono. siamo ingegneri della parola, non genieri dell’esercito. l’unica verità è quella che fa spazio, che accoglie: ubi charitas, Deus ibi est.
    saluti
    fabrizio

    Rispondi
  107. Marco Saya

    scusa Claudio, siamo in guerra. contro l’Irak? Certo, qualche imbecille ha deciso di mandare a morire i propri figli là. Ma di quale resistenza parli? Forse quella irachena! ognuno ha il suo punto di vista. Di Gulag oggi ne abbiamo a chili! C’è la guerra fredda? si, nelle aule parlamentari di Montecitorio, basta vedere quello che sta succedendo in questo giorni. ma il tema del post non era un altro?

    Marco

    Rispondi
  108. Francesco Marotta

    Proprio perché non mi nascondo, egregio Damiani, ti dico che se avessi letto, prima di postare il mio commento, quello che scrivi al n.119, non avrei mai perso il mio tempo a risponderti. Ti commenti da solo. Il livore e lo spirito di crociata, figli della tua riscrittura della storia, questi sì ideologici, francamente non mi interessano. Io non chiamo alle armi: educo, autoeducandomi, e insegno, imparando, il rispetto e la pace.

    Tu a Genova sicuramente non c’eri. Dovresti astenerti, umanamente e possibilmente, dal parlare di cose che “conosci” solo dalle cronache dei “giornali” che leggi.

    Buon divertimento. Ma senza il mio (inutile) contributo.

    Francesco Marotta

    Rispondi
  109. claudio damiani

    Francesco, ideologia è per me prendere fischi per fiaschi, distorcere la relazione tra parola e cosa, dire “questa non è una mela”, questa è ideologia. Mi riferisco al pensiero antico greco e latino, e soprattutto a quello cinese antico, a Confucio.
    Tu dici: “la verità è “ricerca” comune e condivisa, e l’educazione è “processo” e “confronto”, crescita nel rispetto delle diversità”.
    Mi sta bene. Sono daccordo.
    Penso poi che abbia molto ragione Sandra che dice che non dobbiamo parlare di sociale, ma di società.
    E’ proprio qui il punto? E’ una società?
    No, è il contrario di una società.
    Per questo siamo qui a parlare di un tema da cui non ci discostiamo.
    Stiamo parlando della dissociazione, della dissocietà in cui viviamo, e in cui moriamo.
    Con “ideologia” intendo proprio questa dissocietà.

    Rispondi
  110. davidenota

    Gentile Claudio Damiani, ho letto la sua lettera aperta e la conversazione che ne è seguita con molto interesse, ma sono un po’ stupito da questi ultimi toni. Se vogliamo superare le barricate a cui siamo costretti e unire le affinità nonostante i montecchi e i capuleti non possiamo poi utilizzare metafore che vanno a creare nuove schiere, cioè nuove appartenenze, e nuovi ordini, cioè nuove ideologie. Quel che diceva Adriano Padua, anche se inizialmente provocatorio, era credo ben assimilabile nella discussione senza sottovalutarlo a retaggio materialista, dunque escluderlo (azione, mi permetto, propriamente ideologica).
    Mi scuso per l’interruzione. DN

    Rispondi
  111. davidenota

    p.s. errata corrige: riga due, naturalmente era: “con molto interesse”.
    ho scritto questo commento non avendo letto gli ultimi dieci. scusate ancora il disturbo. dn

    Rispondi
  112. ABN

    Per Claudio;
    Nobire groteee agirmeni fratticu, besaetos bh, priccumene frewq beatissimus kop grtijkkkezu.
    Noku fgt cawwaui, òllk, poetare maxime juy: nosaa kk

    Per Elena:
    lode perequa fyu qadrata, çuccu settete, pééèè. Ma soprattutto wswx ’ndo vai?
    Zqh mai più ddg, hj, vuoi gha? Naa.

    Per tutti:
    sssììì fghj l, nzo, giuppiter nando fiuù, er mejo ozio, stamosenesolieinpace, amen.

    Rispondi
  113. claudio damiani

    Ma Davide, escludere, distinguere, separare il grano dal loglio non è ideologia, lo vuoi capire? Confondere il grano col loglio, quella è ideologia. E se non la smettiamo con l’ideologia, se non ci spogliamo di questo vestito lurido, e lordo di sangue, non andiamo da nessuna parte, non possiamo fare nessuna resistenza. La tua generazione, immagino che sei trentenne, e la mia, che ho cinquantanni, non hanno fatto niente. Hai capito? Non hanno fatto niente! Hanno subito e basta, hanno lasciato che le cose arrivassero al punto in cui siamo, che è un punto finale.
    Ma sta cominciando la ribellione.
    Ma non è una ribellione politica, o ideologica,
    è una ribellione morale!

    Rispondi
  114. Sandra Palombo

    Mi piace riportare il pensiero di fabry2007:
    Il dialogo, etimologicamente, è far passare una parola da una parte all’altra, è un ponte. nella guerra i ponti si distruggono, nel dialogo, si costruiscono. siamo ingegneri della parola, non genieri dell’esercito.

    La guerra di cui parla Claudio è la guerra di cui parla Marco?
    Per me la guerra può essere il tema del post cioé questo concetto:
    C’è un problema. Se l’attuale dittatura economico-mediatica o dittatura della pubblicità, può, nei confronti di chi ha qualche attrezzatura culturale, essere tutto sommato limitatamente dannosa, dobbiamo riconoscere che nei confronti degli individui più fragili dal punto di vista culturale, che sono la grande maggioranza, essa ha degli effetti devastanti.

    Ecco sono intervenuta perché su questo fronte sono pronta a combattere.

    Buona serata a tutti e scusatemi se sono intervenuta troppo.

    Sandra

    Rispondi
  115. Marco Saya

    Claudio, anch’io ho cinquantanni! sono d’accordo con te sul termine ribellione: ma quella di cui parlo io è prettamente politica, non morale! temo che a breve ne vedremo le conseguenze!

    Rispondi
  116. GiusCo

    Damiani, avevo scritto un papiretto per chiederti cosa sarebbe “ideologia” secondo lei, ma vedo che ha gia’ risposto e dunque cancello. Il dubbio che in tutta serenita’ le pongo (come pongo a tutti), e’: sicuro di non essere contro la modernita’, piu’ che contro una fantasmatica ideologia che, permetta, nella sua accezione e’ molto banalmente ricondotta a tutto cio’ che non risponde alla sua idea di arte e vita? Perche’ questa faccenda del NO alla modernita’, nei suoi vari modi di manifestarsi in un Occidente che non regge il passo del turbocapitalismo globalizzato (si vedano gli stenti dell’Europa, emblematizzati nelle diatribe sulla sua Costituzione), e’ probabilmente collante piu’ forte anche in questo blog che poesia, bellezza, arte e paroloni come questi.

    Dico questo perche’, stringendo, la sua proposta e’: meglio le pecorelle e una vita arcadica che sgobbare come un mulo nella burocrazia parastatale o al soldo delle multinazionali che subappaltano fino alla piccola malavita locale. Fin qui, il discorso sarebbe condivisibile (anche se personalmente sono abbastanza lontano da questo sentire) e meritevole di riflessione e azione, azione nel senso di Fabrizio, Guzzi e il suo. Il problema di forma (e dunque di sostanza, per noi intellettuali) nasce quando lei fa uso esattamente speculare dei vizi che rimprovera ai nemici: assolutismo contro assolutismo, gulag contro crociati, educazione coatta contro nuova educazione.

    Dovro’ fare una rivelazione (mi permetta il buon Guzzi, anche io ho le “visioni”): non avendo lei, Damiani, ne’ il talento ne’ il carisma ne’ la profondita’ dei poeti canonici che chiama a raccolta per spaventarci o ammansirci, l’effetto delle sue parole e’ modesto, sia in poesia che negli interventi e commenti. Questo, nel nostro piccolo spazio comune e condiviso chiamato “societa’ letteraria” (che include con pari diritti il prete Centofanti, l’agitprop Lello Voce e l’anglocomunfemminista Erminia Passannanti) e’ sufficiente per terminare la partita o, come direbbe guerriero GianRuggero, chiudere il sepolcro. E mi scusera’ GianRuggero per la citazione e per aver menato le mani, che’ pure il rispetto non dovrebbe mai mancare inter nos.

    Le auguro maggior fortuna negli altri modi che propone: operatore culturale, associazione & azione, ribellione.

    Rispondi
  117. lorenzo carlucci

    sarà che si dovrà finire col parlare del relativismo, oppure verrà semplicemente e naturalmente superato, quando tutti capiremo che la maggior parte di questo dialogo è fatto di scosse di assestamento naturali e necessarie quando due esseri umani discutono? ché non ci può essere un noi se prima non c’è un io. ché un io non può identificarsi con la pratica del rispetto astratto verso l’altro. ché l’altro esiste solo se c’è un io e non un mero specchio che riflette l’altro. ché il consenso si può raggiungere soltanto attraverso la lotta, la guerra, la dialettica, il confronto. e la retorica porta da secoli spada e armatura. e la dialettica ha in mano una serpe. e la grammatica ha in mano la frusta.
    allora forse taglieremo corto con i “come sei aggressivo”, “come sei ideologico”, “come sei di parte”, “come sei assolutista”, “non applichi a me la regola che io applico agli altri” (ma il precetto evangelico non era piuttosto il contrario? o implicava questa lamentela?). questo sarà forse il primo passo della nostra educazione, nostra nel senso del “noi” che deve delinearsi affinché quello che vuole damiani sia solo possibile.

    lorenzo

    Rispondi
  118. davidenota

    Sì, ma io sono daccordo. O per lo meno sono interessato al discorso. Però: innanzitutto non facciamo una questione di schiere, perchè semmai si tratta di “liberare” gli amici e non di “combattere” i nemici, che non siamo noi non esistono. Poi: il fare senza parlare non può definirsi morale? Teoria immanente, anche inconsapevole? E’ così importante la professione di fede o di una cultura? Insomma, il mio discorso è molto terra terra: se mi sto battendo contro gli sfratti di cinque poveracci non sto facendo morale? Non sto facendo cultura? Non sto facendo etica? Questa spinta “attiva” è davvero inconciliabile con la resistenza culturale di cui parli? Io credo che invece qui si rimane nel dualismo “materialismo vs idealismo”: novencento. Superare è fondere, includere, smetterla con le negazioni, delle negazioni, delle negazioni etc etc etc…
    Cmq ho 25 anni.
    Ciao, Davide

    Rispondi
  119. A. Padua

    @ Damiani

    ho 28 anni, se io sono un bambolino tu cosa sei? un giovane vecchio?
    la guerra fredda è finita, ma voi vi trascinate il cadavere appresso, veri e propri necrofili.
    non mangio ketchup, per completezza di informazione, nè lo maneggio. La lascio alla sua maionese impazzita che le deve essere entrata in circolo, fino al cervello.

    Rispondi
  120. mauro ferrari

    Cari amici,
    mi sono estraniato un po’ dalla discussione perché temevo di avere le classiche “poche idee ma tutte confuse”; però il ritmo con cui cresce questa discussione, la profonda serietà di tutti gli interventi, e anche il tono acceso di diversi interventi mi spingo a entrare. Tutti questi elementi che ho citato, in pratica, indicano che la misura è colma, e ce ne accorgiamo tutti. Anch’io insegno, in un istituto tecnico, e questa metà della mia vita è fonte di amarezza continua. Non è quasi più insegnare, ma combattere contro quello che diversi di voi hanno detto: il fatto puro e semplice, che il mondo del futturo – in cui sono immerso dalle 8 alle 13, vuole
    “un’immagine
    della sua smorfia accelerata,
    qualcosa per il palco d’oggi,
    non, comunque, una grazia attica:
    non, per nulla, i sogni oscuri
    dello sguardo interiore;
    menzogne migliori
    dei classici parafrasati”
    Traduco a memoria da un Pound d’annata, 1920. Il discorso tiene ancora, più che mai, lasciando da parte il fetore di altre idee di Pound. Il tema di avvio era l’educazione, con tutte le contraddizioni che si porta dietro: se vuoi educare, allora ti consideri al di sopra; rischi di diventare la pallida e squallida macchietta démodé – specie se lo fai da poeta, che già troppo spesso fa lo strano di suo… Ma se vogliamo fare resistenza, e sia chiaro che mi pare scontato che tutti qui la stiamo già facendo, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la battaglia è persa in partenza. Stop. Almeno in questa fase, cioè nei tempi brevi. Sanremo vincerà. Noi perderemo. “Chi parla di vittorie? resistere oggi è tutto”: io questa frase l’ho messa in epigrafe a Il bene della vista, e ho le idee chiarissime sul fatto che non sto combattendo per me, ma per qualcosa che potrebbe essere molto lontano. Con una lucida disillusione, ma che mi spinge a tirare avanti per la mia strada, a volte col paraocchi, pronto a raccattare compagni di strada o ad unirmi a chi sta andando in questa direzione. Non si può educare nessuno: per farlo, bisognerebbe entrare nella stanza dei bottoni, nel sistema – qualunque cosa sia – e diventare IL sistema. Non mi sento nemmeno Don Chisciotte, anche se gli ho dedicato una poesia; ho visto semplicemente che nessuna lancia ferma il mulino a vento. Ma io la lancia la tengo, non si sa mai.
    La poesia NON è utile a cambiare il mondo; non più di quanto sia utile una pistola. Fare poesia è una attività umana che NOn ti migliora in sé: ti aiuta però a crescere, a confrontarti con te e il mondo attraverso la forma, le parole, nella ricerca della “profana perfezione dell’umanità” (Yeats). Niente mistica, quindi, e neppure un abbassamento della poesia verso uno scopo utilitaristico. Portiamo avanti il dibattito, con tono pacato ma forte; se c’è da fare un manifesto facciamolo, ma guai a pensare che cambierà qualcosa: non sarà però inutile, se in qualche misura mi sono spiegato (mah…).

    Ciao a tutti.

    Mauro

    Rispondi
  121. claudio damiani

    Caro Giuseppe, qui stiamo parlando di idee, non della mia poesia, nè della tua, nè di quella degli altri. Perchè devi “menar le mani”. Perchè hai tanto risentimento?
    Perchè poi ti riferisci a una tua società letteraria, un piccolo ghetto in cui siete tutti daccordo, come a dirmi: sciò di qua, questo è il nostro pollaio. Qui siamo tutti galli diversi e tutti daccordo, tu viani solo a rompere le uova nel paniere.
    Caro Davide, certo che stai facendo morale battendoti contro gli sfratti di cinque poveracci. Chi ha detto di no?

    Rispondi
  122. A. Padua

    @ Damiani

    mi scusi se le ho dato del tu nel primo rigo. preciso perchè non vorrei risultare un bambolino ineducato

    Rispondi
  123. Antonio Fiori

    Non è poi vero che stiano mancando discorsi pacati, costruttivi, fatti da chi non entra nella logica amico/nemico. Uno di questi è quello che possiamo leggere al commento n. 142 di Mauro Ferrari.
    Grazie
    Antonio

    Rispondi
  124. claudio damiani

    Sì, Padua, sono un giovane vecchio, hai detto bene.
    Mauro, sono contento che sei entrato anche tu.
    Tu dici: stiamo facendo tutti resistenza.
    Ma, mi chiedo, si può fare resistenza (penso a Ghandi, penso alla nostra gloriosa Resistenza), senza sperare di vincere?
    Secondo me no, non è resistenza quella.
    Noi non dobbiamo combattere contro sanremo, contro la massa che vede sanremo, sarebbe come combattere contro il vento o il mare in tempesta. Noi dobbiamo combattere contro uomini come noi, che hanno detto certe cose, hanno detto che la vera cultura è sanremo. Perchè l’hanno detto, Mauro, l’hanno detto!

    Rispondi
  125. marco guzzi

    Carissimi,
    mi sembra naturale che ognuno di noi abbia idee diverse sull’essenza della poesia e della vita, e pratichi inoltre la scrittura in modi diversificati.

    Ma forse non è questo il problema.
    Il problema mi pare riassumibile in questi termini:
    al di là delle differenze ci può essere un fulcro comune, una tensione comune, che possa tradursi anche in una forza culturale in grado di mostrare un volto positivo dell’essere umano in una fase così oscura?

    Possediamo e siamo in grado di trasmettere parole capaci di ridare speranza? parole che trasmettano vita, e cioè liberazione?

    C’è qualcosa che sta nascendo in questi nostri blog, oppure rimaniamo ancora impigliati in vecchie dispute che ci rendono impotenti e innocui di fronte al dolore dilagante?

    Per me amare significa sostanzialmente alleviare dolori concreti: una disperazione concreta, un mal di testa concreto, una povertà concreta, un cancro concreto, una morte concreta.

    Anche la scrittura può essere foriera di carità concreta o di egoismo.
    Non è mai indifferente.

    Ma il problema qui condivisibile non può essere la ricerca di definizioni del bene o della autentica moralità.

    Il problema qui condivisibile è: siamo in grado di contribuire alla nascita di una nuova cultura, a forme aggregative inedite e forti?

    Se questo non è possibile, allora per quanto mi riguarda la scelta che mi sembra più ragionevole è quella del lavoro minuzioso, della cura delle singole persone: alleviare il dolore immenso che incontriamo. Una scelta che d’altronde ho già fatto da tempo.

    Ma forse altro si sta preparando.

    Vedremo se ci toccherà di viverlo.
    Anche il lavoro preparatorio è bello.
    Nessuna amarezza perciò. Nessuna recriminazione. Nessun odio.
    Vi prego.
    Lo sgarbo è sempre segno di una sofferenza, di antiche ferite.
    Versiamo olio e vino sulle ferite.

    Saremo capaci di benedire?
    Io credo di sì. Basta incominciare a farlo.

    Grazie a tutte/i
    Marco Guzzi

    Rispondi
  126. fabry2007

    credo che gli interventi di Mauro e Marco aiutino a dare un più corretto orientamento alla discussione: a volgerla cioè dai toni di scontro personale o ideologico a quelli del vero dialogo (grazie, Sandra), dalla distruttività alla costruzione di qualcosa che non è ancora chiaro, ma che può mobilitarci tutti per il suo valore intrinseco. qualcosa che può salvarci dalla follia che serpeggia nel mondo adolescenziale, dalla furia omicida che invade le case nei modi più imprevisti, dalla bagarre vergognosa dei politici che scelgono il metodo dell’insulto fisso, e via distruggendo. non abbiamo certezze, se non quella che da qualche parte esiste qualcosa che identifichiamo col bene. riusciremo a raggiungerlo? è una domanda che non ha risposte prefabbricate, ideologiche. è una domanda che unisce, al contrario di quelle.
    fabrizio

    Rispondi
  127. elena f.

    @claudio
    si può e si deve resistere senza sperare di vincere. si deve lavorare sapendo che è un lavoro senza sosta, palmo a palmo, e che dove noi vangheremo qualcuno tenterà di seminare semi che non producono frutti.
    apri gli occhi e guarda la storia. è fatta di uomini che hanno cercato di alleviare le sofferenze in ogni modo possibile, che si sono dedicati all’educazione senza sperare di rovesciare sistemi, che sono macchine oliate da tempo immemore, ma sperando di aver reso liberi quelli che avevano accanto.
    apri gli occhi e guarda la storia è fatta di guerre per le idee, di morti da una parte e dall’altra e i morti, caro claudio, sono esseri umani, nemici o no che siano.
    la resistenza può essere attiva.
    io ho eliminato il televisore da casa, parlo con mio figlio, di tutto, ascolto con lui la sua musica, e chiedo, domando, mostro di vivere quello che credo, e non di credere e vivere altro rispetto alle mie idee e quando sbaglio con lui gli chiedo scusa, e gli mostro che sono un essere umano con limiti,difetti, non mi nascondo dietro un dito, e non pretendo da lui che non faccia errori, ma se gli capita di farne pretendo che abbia il coraggio di ammetterli.
    questa è resistenza attiva. gli faccio leggere libri, studiare la musica, lo porto a vedere mostre d’arte.
    poi crescerà e sarà, dovrà essere libero di scegliere, prendersi la responsabilità della vita, avrà gli strumenti per farlo, spero. è questo che tutti siamo chiamati a fare.
    dare attraverso noi stessi parole nuove, parole che vadano a sanare quel tessuto vitale che ci circonda e che aspetta ossigeno per vivere.

    le ideologie, la lotta lasciamola ai politici che danno un ben misero spettacolo di sè nelle loro inutili dicussioni sugli scranni del parlamento.

    scusate lo sfogo.

    saluto tutti
    elena f

    questo per me è resistere attivamente in un mondo in cui prevale la melassa.

    Rispondi
  128. claudio damiani

    Elena, io ho sempre pensato quello che dici. E’ adesso che ho cominciato a pensare diversamente, non so perchè. Però, se è vero quello che tu dici, allora torniamo ognuno nella sua crepa, nel suo piccolo orto. Quelle che Montale chiamava “pieghe della storia”. A me basta aver visto che c’è, in qualcuno, la voglia di ribellarsi
    ciao
    claudio

    Rispondi
  129. sebastiano aglieco

    Col post “L’IMPEGNO”, Frantz fornisce una bella risposta indiretta alla confusione di questo: “Impegnarsi”. E’ molto più difficile sbattere il muso tutti i giorni contro l’imbecillità del mondo e “fare” – nell’ambito che a sciascuno compete – qualcosa che, provando a cambiare le cose, in realtà cambi noi. Credo che il senso di questa discussione accesa sia nella verifica di quanto siamo cambiati noi ascoltando gli altri, e tornando alla povera vita di tutti i giorni, in cui la dimensione del vivere non è quella di Sanremo o delle sfilate di moda, ma della passerella delle nostre e delle altrui miserie. Noi siamo Male e Bene nello stesso tempo. La differenza va fatta in noi. Nella divisione del grano e dell’oglio qualcosa va perduto; è un lavarsi la coscienza, credendo che il male, ciò che noi non siamo, sia dall’altra parte. Ma le madri continuano a scannare i figli come Medea; gli uomini si puntano addosso i cannoni da sempre. Siamo in rivolta da Adamo ed Eva, non dagli orrori del nazismo. Avremmo dovuto tacere già da quei tempi. Eppure la santità è una dimensione diffusa, esistono molti più santi di quanto non si creda. La santità è innanzitutto la pazienza dell’impegno. Santità è lavoro. Perché allora, Massimo, indicare due, tre esempi? E’ come dire che l’umanità tutta, i poeti tutti, vanno bruciati in nome di pochi. La Bellezza dei nostri tempi è uno specchio infranto. Occorre cercarla, saperla riconoscere. Noi viviamo in un’epoca di specchi infranti. La poesia è uno spewcchio oinfranto. Smettiamola di fare i vati. Mi scrive privatamente un amico dicendomi che “i blog sono ghetto”. E mi stupisco. E penso che sia profondamente vero. Si risponde, facendo finta di non vedere gli altri. Ci si accasa come fanno i giovani chiedendo “e’ qui la festa?”. Ci si difende. Questo fa parte ancora del peccato di Adamo ed Eva. Ma se qui vogliamo parlare di Bellezza, una bellezza che salverà il mondo, ci compete lo sforzo di essere a parte, non di parte.
    A parte si vedono molte cose, si vedono quasi tutti. Di aprte si vede solo ciò che si vuole vedere.
    Sebastiano Aglieco

    Rispondi
  130. Antonio Fiori

    Si, si, si al 152° commento (Aglieco), a costo anche di contraddirmi con uno dei precedenti miei (alcuni solo scherzosi e defatiganti) inframmezzati ai precedenti 151.
    Antonio

    Rispondi
  131. claudio damiani

    Noi della resistenza non è che andiamo in strada a sparare,
    né ci nascondiamo in montagna,
    né scriviamo sui giornali,
    noi della resistenza non facciamo niente
    ma quando moriremo avremo nella nostra mente
    un ordine beato che ci ha consolato,
    ci ha accompagnato nella vita, ci ha dato gioia
    e felicità, ha fatto sì che la vita valesse veramente viverla,
    morderla con tutti i denti come un pomo,
    e quando moriremo questo paradiso
    che noi abbiamo trovato, che era per strada
    sotto gli occhi di tutti,
    lo porteremo con noi sotto terra
    e anche sotto terra continuerà a brillare.

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  132. fabry2007

    bella questa quiete dopo la tempesta (i diritti d’autore dovrebbero essere scaduti). il progetto, intanto, resta quello che ognuno porta dentro e faticosamente vive, come è stato detto. salvo scoprire che in fondo volevamo la stessa cosa. o che la stessa cosa voleva noi. o che noi e la cosa eravamo lo stesso. insomma, salvo scoprire che siamo tutti nella stessa barca.
    buonanotte.
    fabrizio

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  133. gian ruggero manzoni

    Cavoli!!! Vi ho lasciato a 45 commenti e me ne ritrovo 155!!! E tutti in un giorno e mezzo!!! Che intenzioni avete? Avevo buttato là l’idea di contarci e redigere un manifesto (vedi commento #21) e avete fatto ‘sto putiferio!!! Ora non riesco a leggere tutto, ritornerò, ma sappiate che io sto, comunque, con chi è per tenere una linea dura 😉 ovviamente benedetta da Fabry… mi piace sempre essere benedetto prima di scendere in battaglia… amo molto certe ritualità.

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  134. claudiodamiani

    Allora, comincio a fare qualche proposta (ma così, buttate là a ruota libera, magari sono cavolate):
    Realizzazione di un canale rai senza pubblicità ma finanziato veramente, no come il povero educational che è quello che è perché non gli danno una lira: “educational”, credono di pararsi la coscienza così a buon prezzo?
    E’ chiaro che il concetto è proprio questo, e sarebbe una rivoluzione: finanziare la televisione, come si finanzia la scuola, la sanità. Anzi, ancora meglio:collegare la televisione alla scuola e alla sanità, e smetterla di trattarla come un’azienda di prosciutti, imitando Berlusconi. Tra l’altro, ritornerebbe ad aver senso il concetto di “servizio pubblico”, che aveva perso ogni senso, e il pagamento del canone anche tornerebbe a aver senso, e non sarebbe più quel balzello assurdo e umiliante che non s’è visto nemmeno nella più feroce delle dittature.
    Che poi si faccia un canale separato, o si intervenga sparsamente sui vari canali potrebbe essere da vedere, quello che deve essere chiaro è che se vogliamo cambiare le cose la televisione va finanziata, perché le cose educative poi, anche, devono essere belle, fatte bene, magari anche da quei pubblicitari che sarebbero riconvertiti in produzioni meno inquinanti.
    Dice: ma non abbiamo i soldi. Sì, ma il costo di tutto ciò ritornerebbe sul paese, e sull’economia, perché se io faccio educazione ambientale FATTA BENE, non pallosa, fatta coi soldi e con le teste e i tecnici giusti, ciò che spendo mi ritorna sul paese, sono spese che rientrerebbero nella voce ricerca e sviluppo, che è inevitabile che dovremo ampliare.
    Questo canale, o questi programmi, dovrebbe essere collegato a filo diretto con la scuola, in modo che questo si colleghi alla scuola, e la scuola possa continuamente far riferimento a questo. Entrerebbe finalmente in crisi quella competizione assurda tra televisione e scuola che conosce bene chi insegna, e che è stato un fattore rilevante del degrado progressivo della scuola, della sua parabola discendente negli ultimi due o tre decenni. Assurda come competizione se si tiene presente che si tratta di due servizi pubblici! Stato che rema contro lo stato! Cittadini che si tagliano le palle! Cittadini che versano una cospicua parte del loro stipendio per alimentare la scuola (i cui costi sono una voragine spaventosa),la quale poi viene continuamente sbeffeggiata e sbertucciata dalla televisione, perchè lei poverina deve guadagnare, deve vendere, deve vendere! Quello che io voglio dire che è giunto il momento di spostare una parte della scuola di stato, dell’educazione di stato, sulla televisione.
    Cosa troveremmo in questo canale?
    Anzitutto una cosa: spazio alla cultura non di massa: teatro, danza, arti figurative, musica, letteratura, architettura, ma il tutto con spot fatti veramente bene, lo ripeto, che siano accattivanti e ammalianti come quelli delle merendine ai bambini (in questo senso i maghi della persuasione occulta potrebbero essere, lo ripeto, sanamente riconvertiti), che facciano veramente suscitare interesse ad esempio per la danza, che facciano venire il desiderio nel ragazzo, nell’adulto o nell’anziano di andare veramente a vedere uno spettacolo di danza dal vivo, o di leggersi un libro o una rivista sulla danza. Ecco, nella nuova educazione, la magia dell’immagine televisiva deve finalmente essere utilizzata, basta servire solo a scopi commerciali!
    Certo, se io vedo una cosa sulla danza fatta con poche lire, e/o con poca testa (ma la testa costa, lo sappiamo), una cosa pallosa tipo educational, io anziché fare opera costruttiva faccio opera distruttiva. Meglio allora non far niente, che educational!
    Ho detto delle cose a ruota libera, ripeto, magari delle cavolate, però ho altra roba nella testa, e la tirerò fuori, ma voglio sentire voi, perché forse sto prendendo una direzione sbagliata e non me ne accorgo.
    Voglio chiudere con le parole dolcissime di Fabrizio di ieri sera:

    “Il progetto, intanto, resta quello che ognuno porta dentro e faticosamente vive, come è stato detto. salvo scoprire che in fondo volevamo la stessa cosa. o che la stessa cosa voleva noi. o che noi e la cosa eravamo lo stesso. insomma, salvo scoprire che siamo tutti nella stessa barca”.

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  135. Sandra Palombo

    Sarebbe bello Claudio, però non mi sembra concretizzabile oggi.
    Prima bisogna smantellare il castello cioè iniziare a ribellarsi perché come dice Don Ciotti
    “ ribellarsi è un dovere.”
    Sandra

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  136. Marco Saya

    “Realizzazione di un canale rai senza pubblicità ma finanziato veramente…”

    “siamo tutti nella stessa barca”, purchè la barca non affondi dai debiti mi verrebbe da dire guardando la tua prima proposta…:-)

    A parte le battute mi ci vorrà un bel pò di tempo prima di poterti rispondere in modo adeguato.

    Ciao
    Marco

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  137. Giovanni Nuscis

    …rapporto scuola e televisione (sognando, imperdonabilmente, ancora):

    le scuole di ogni ordine e grado dentro un progetto di laboratorio ampio, concatenato, (finalmente) motivante (da suggerire ad esperti, eventualmente per lavorarci su, e da proporre poi ai ministeri competenti); penso da ultimo ai conservatori musicali, alle facoltà di lettere, alle accademie delle belle arti, alle varie scuole e accademie di teatro; un’unica fucina da rendere visibile, nella sua esemplarità e ai livelli più alti, al pubblico televisivo di un possibile, nuovo canale. Come spettacolo della vita, ovviamente, non come vetrina del narcisismo o, peggio, come trampolino di lancio per veline e divetti di vario genere. Solo con questo si riempirebbe buona parte dello spazio giornaliero, a costi contenuti (ma senza sfruttamenti!); una lezione che va oltre i banchi di scuola, da offire a tutti, da seguire tutti.

    G

    Rispondi
  138. claudiodamiani

    Giovanni, sì: “Come spettacolo della vita, ovviamente, non come vetrina del narcisismo o, peggio, come trampolino di lancio per veline e divetti di vario genere”.
    Come “prodotto”, fatto dai migliori, commissionato al meglio (sostanzialmente, ripeto, come lavora la pubblicità). Laboratorio sì, ma quel che conta è il prodotto, che lo spot sulla danza (faccio solo un esempio ovviamente) faccia veramente venir voglia di andare a teatro a vederla.

    Rispondi
  139. GiusCo

    Per quello che vale, supportero’ le iniziative concrete che prenderete collegialmente. Con Damiani avremo modo di ridiscutere di poesia, poetiche e ideologie: il “ghetto” webbico, come lui lo chiama, esiste da piu’ di quindici anni e dopo i primi momenti di assestamento, tutti in genere si aprono al dialogo reale, creando davvero una larga (anche politicamente) comunita’. Qui sul web i modi di pensare ancorati a vecchie polemiche sono stati confutati e superati mano mano che gente nuova si affacciava e tentava di riproporli, chi non li superava si e’ allontanato da se’, non e’ stato cacciato; se Damiani avra’ la pazienza di continuare, si accorgera’ nei fatti di questa assoluta novita’ per l’asfittico e antiquato piccolo mondo letterario italiota. Buon lavoro.

    Rispondi
  140. lucaariano

    Caspita che discussione densa!Non sono riuscito a leggere tutto, ma una piccola idea me la sono fatta! Attendo sviluppi e ben vengano decisioni forti per cambiare le cose in maniera concreta e costruttiva. Scusate se insisto ma penso il rispetto reciproco debba essere comunque alla base. Ho letto commenti un po’ irrispettosi da parte di qualcuno convinto di avere solo lui la ragione in pugno. Ne riparleremo.
    Un caro saluto

    Rispondi
  141. Luca Nannipieri

    Caro Claudio,
    io voglio entrare nella dittatura, nel caos, nell’ideologia, nel cosiddetto sistema, perché solo lì dentro io posso fare le mie battaglie civili e umane. Fuori c’è l’anonimato (che in sintesi significa: pubblicare a pagamento presso inutili case editrici che non diffondono le tue cose, scrivere per nessuno, non fare presentazioni e dibattiti, spendere soldi sudati faticosamente come precario, non avere prospettive di dialogo e confronto), fuori dal sistema, fuori dal corrotto circuito dei grandi quotidiani, delle grosse case editrici, della televisione e dello spettacolo, fuori non c’è nulla. Cioè non ci sono mezzi per realizzare quelle battaglie culturali, morali, autentiche che io sento di dover compiere. Fuori dal Corriere della Sera e dai grandi quotidiani, fuori dalle case editrici di rilievo nazionale (dalla Mondadori alla Fazi), fuori dai circuiti dei programmi di approfondimento televisivo, ci sono sicuramente tante persone che parlano e discutono: ma lo fanno con una voce che nessuno sente, che nessuno percepisce. Non c’è neppure internet, perché sebbene sia uno spazio libero dove tutti possono scrivere è anche uno spazio dove nessuno sa che esisti. E’ come una casa al buio, di cui non conosci niente: chi c’è lì dentro? E se anche riconosci uno a tentoni, che cosa hai fatto? E poi nel sistema non tutto è corrotto e fangoso: sui grandi quotidiani, oltre a individui mafieggianti e incapaci, scrivono anche persone di altissimo rigore o di vertiginosa inquietudine che portano alla luce la loro esperienza, da Claudio Magris a quella donna dannata che fu Oriana Fallaci, da Umberto Veronesi a Luciano Scalettari, inviato di guerra che scrive testimonianze per le quali rischia ogni giorno una pallottola alla schiena, e vari altri che adesso non è importante citare. Voglio dire che il sistema fa schifo, ma per cambiarlo ci devi stare dentro: per prendere il treno, devi stare in stazione. Se vai dentro la cattedrale, il treno di lì non passa. Io voglio prendere il treno, perché solo nel treno posso realizzare e discutere con gli altri della virtù, del bene, del male, della famiglia che sta morendo, dei genocidi che ho visto in Kosovo e Bosnia e che Gian Ruggero ha visto e vissuto molto più drammaticamente di me perché in prima linea negli anni drammatici del conflitto.
    Ma questo voler prender il treno, voler stare in stazione significa essere corrotti, essere asserviti, essere con la schiena torta in un inchino? Non è detto per niente. I grandi sistemi ti vogliono in un certo modo, e tu cerchi di realizzare le grandi cose che vuoi fare lottando e forzando i limiti che il grande sistema ti impone. Facevano così nella magistratura anche Falcone e Borsellino, Chinnici, Caponnetto: non stavano fuori dal sistema. Stavano dentro, a stretto contatto con i collusi, con le talpe, con il malfattori, con i bugiardi, con chi li promuoveva, con chi voleva tagliare loro le gambe. Stavano dentro. Non sono andati fuori, perché sapevano che fuori non c’era possibilità di lotta, di contesa, di resistenza e di giustizia.
    L’arte è una cosa diversa dalla magistratura. E’ vero, ma è anche vero che qui non stiamo discutendo come scrivere, ma come stare al mondo. E il mio unico modo di stare al mondo è in stazione, ringhiando, lottando, volendo il treno su cui salire.

    P.s. E poi c’è anche una ragione economica, che spesso si traduce in una ragione di vita e di sopravvivenza: quando lavoro 8-9 ore al giorno in una pizzeria o alle Poste o come magazziniere, come ho fatto, non ho tempo né risorse per leggere, scrivere e dibattere. Arrivo a casa, incontro la mia compagna Valeria, faccio cose quotidiane e più pratiche, faccio semplicemente un’altra vita, prendo un altro treno. Lontano da dove le discussioni, le idee e le battaglie civili vengono compiute.

    Luca Nannipieri

    Rispondi
  142. claudio damiani

    Caro Luca, penso che non hai letto tutto, e del resto sono troppe pagine, troppa carne al fuoco forse. Credo che nessuno abbia mai detto che il sistema fa schifo e dobbiamo starne fuori, anzi invece mi sembra che molti hanno detto che bisogna starne dentro e battagliare. Invece non credo che internet sia così buio come lo dipingi, penso invece che contenga bagliori di luminosità proprio verso le nuove forme di società verso cui stiamo andando, e che con sofferenza cerchiamo. Non c’è solo il contatto diretto, che mi sembra che mitizzi, nella società; e ciò è vero da quando è apparsa la scrittura, non da adesso. Qui stiamo semplicemente a un tavolo a discutere, nessuno dice che non si possano o debbano fare altre cose.
    ciao
    claudio

    Rispondi
  143. Luca Nannipieri

    caro Claudio
    è vero, non avevo letto tutto, perchè avevo fatto il copia incolla dell’ultimo giorno di febbraio e non mi sono ancora abituato all’idea che il blog proceda e si amplifichi in ogni momento.
    Ma che dire adesso che ho letto tutto?
    Fare la conta, fare un manifesto, fare una rete televisiva, fare un giornale, non le sento come cose mie, perchè quando ho provato a fare cose minori di queste ma che andassero nella stessa direzione, sono state o infangate o ridotte al silenzio o più semplicemente ignorate. Ignorate.
    E’ da due anni che, di fronte allo smembramento della cellula primaria della società che è la famiglia e di fronte agli amori usa e getta che vedo diffondersi nel paese, ho cercato, tra le altre cose, di fare un’antologia in cui mettevo insieme i più straordinari passi della letteratura e le più straordinarie poesie che siano state scritte sulla figura del babbo, della mamma, del nonno, del figlio. (Non come quella già fatta da crocetti, che mi sembra vada nella direzione di valorizzare il nome del poeta più che ciò che il poeta ha scritto). E’ un’idea piccola, ma il risultato qual è stato? Il silenzio di tutte le case editrici a cui l’ho presentato.
    Tu sai del resto quale fatica è dirigere una collana di poesia come quella che hai iniziato ad avagliano.
    Un manifesto, una rete, una conta, io credo che andranno nella stessa buca dove è finita ad esempio la mia antologia e dove è finito quel bel tentativo che fece Gian Ruggero quando tirò su il libro Oltre il tempo in cui c’ero anch’io e ariano.
    Tutto è finito nel silenzio: credo che un rischio simile ci sia nel riproporre tentativi analoghi di manifesti, giornali o riviste.

    A presto
    luca

    Rispondi
  144. Sandra Palombo

    x Luca Nannipieri,
    son fuori da ogni giro reale e virtuale, non faccio parte di questo blog, vivo in un luogo isolato, dove è tangibile purtroppo l’appiattimento sociale scaturito dalla nuova ideologia “finanziaria”, non sono nessuno e non rappresento nessun colore però avverto che il vaso è colmo e che c’è bisogno di una svolta.
    Non so quale sia la strada da percorrere, ma da anni l’attendo.
    Ok un manifesto no. Una rivista (giustamente) no, ma perché non comprare una pagina di un quotidiano per dichiarare che ci sono intellettuali stufi del livello culturale e sociale italiano?
    Perché non usare lo stesso mezzo con cui propongono ai nostri ragazzi modelli al limite ?
    Basterebbe una colletta.
    Sono stanca di cercare col lanternino in libreria autori italiani validi.
    Sono stanca di leggere romanzi che contengono ripetizioni e errori di grammatica.
    Sono stanca come lettrice, come donna e come madre, come impiegata di un ente pubblico dove l’apparenza conta più del servizio alla popolazione, sono stufa di questa situazione.
    E come me ho trovato altre persone che sono capitate o vivono nel mio luogo che si trova in una provincia della provincia – intellettuali, artisti, filosofi, studenti, giovani- che sentono il bisogno di un rinnovamento culturale.
    Quindi invito Claudio e voi tutti a non mollare.

    Sandra

    PS : Claudio ti sei preso una bella gatta da pelare 🙂

    Rispondi
  145. Francesca C

    ha ragione Luca Nannipieri: fare la conta è come stare fuori, fare un manifesto idem.
    Avete presente le pagine comprate sui giornali da un comico famoso come beppe grillo? sono rivolte contro Telecom e cosa risolvono? Finora niente. E beppe grillo, al contrario di noi, è famoso, riempie i palasport.
    Hai ragione Luca, l’unico manifesto possibile è quello di diventare qualcuno. Forse allora ti ascoltano.
    Io però non ci sono riuscita.

    Francesca

    Rispondi
  146. Gian Ruggero Manzoni

    Mah…!!! Cosa significa essere fuori o dentro? E quando si è ‘dentro’ (reputo al sistema) si è poi così forti da poter dire quel che ti pare, oppure si è poi così famosi da poter fare o poter far fare quel che ti pare? Non mi sembra proprio. I poeti non contano, sia dentro che fuori, perché non fanno cassetta (in un mondo in cui i soldi muovono tutto), forse un Sanguineti (ben piazzato dentro l’università, barone a sua volta, che fa il provocatore ‘veterorosso’ dalle pagine dei giornali poi che, badando al suo, non certo al ‘comune’, ‘aiuta’ il figlio al fine che entri anch’egli nel baronato universitario, o che ancora se le inventa per stare a galla, facendomi/ci alquanto sorridere… vedi il suo dimenarsi hip hop, con tanto di adepti – Voce & C. – che ne ciucciano i capezzoli da grande madre)… infatti non mi sembra che Luzi, Zanzotto, lo stesso Cucchi abbiano cambiato alcunché (neppure Pasolini), ma anche Sanguineti, infine, non ha cambiato alcunché, se non il suo conto in banca o il potersi fregiare del titolo, per 2 legislature (se non erro), di Senatore della Repubblica (ma lui, di persona, e lo ripeto, non i 1000 che è riuscito, negli anni, a far sì che gli girassero attorno come satelliti… in effetti Sanguineti non riesce a far editare neppure i suoi adepti-pupilli-sostenitori dai grossi editori. Non mi sembra proprio. Non mi risulta. Tutti editano con case editrici inesistenti… Voce compreso, di già 50enne, sempre che non si considerino gli Slam quali medaglie… e allora?… anche Sanguineti non può alcunché… lo può più un Riccardi, forse, che ben tutti conosciamo, sia come poeta che come uomo… ma poi anche lui deve stare agli ordini – 1500 copie di un’antologia vendute, la sua con Cucchi, non mi sembra un gran successo, ora rieditata in altre 500 copie (per due volte)… e di seguito, della sua antologia, chi ne ha parlato? Forse i 2000 poeti che fanno i poeti in Italia? E i restanti 57.998.000 di italiani a cosa è fregato? Forse che i politici lo siano stati ad ascoltare… forse che abbia fatto cadere un governo? Forse che in Parlamento ascoltino Conte o Cucchi? E i grossi industriali chi ascoltano, forse Alda Merini? Chi ascolta il vero potere? E chi la mafia, i Servizi, gli americani?). Mondadori sforna, come minimo, 10 romanzi di giovani autori ogni anno… chi resta di quei 10? Continua ad editare con Mondadori 1 su 30 autori proposti (questa la media, e lo so bene, perché ho lavorato e editato con Il Saggiatore per 6 anni)… e quell’1 continua ad editare perché ha superato le famose 6-7000 copie che, nell’oggi, sono il limite minimo per potersi condidare ad una seconda edizione con le grosse case editrici (… 6-7000 copie di un romanzo, e pare un numero ridicolo, ma quasi mai sono raggiunte, in una nazione di 58 milioni di abitanti che legge Faletti, Camilleri, Totti, Alberoni, Bevilacqua e Lucarelli perchè li vedono in TV a sparare barzellette o sociologia da Bignami per serve). E di quei giovani usciti chi sta cambiando le cose? Isabella Santacroce? Brizzi? Mozzi? Ballestra? Oppure, per andare su coloro con maggiore ‘caratura’: Del Giudice, Erri De Luca, Lodoli… etc.etc.? Mi pare che tutti svivacchino e debbano dire sissignore. Forse Baricco? Ma si sa da chi è da sempre sostenuto l’eterno ragazzo torinese… dalla famiglia che governa Torino e non solo. Sì, alcuni dei suddetti scrivono sui giornali, ma cosa? Il loro scivere ha mutato qualcosa, visto che siamo qui, ancora, a lamentarci del ‘sistema’? Cominciano a fare opinione i Magris, questo sì, ma è 1, oppure Cacciari, ma non è un ‘artista’, forse Eco? Sì, ma è un intellettuale prestato alla narrativa… e sono 3. Forse la Tamaro? Non mi sembra… e neppure dentro al mondo cattolico. Neanche Testori, un gigante, che considero fra i miei maestri, riuscì a cambiare alcunché – e i più ancora non ne conoscono il valore. Ebbene… Testori ha forse mutato le strategie di CL quando lo applaudivano al Meeting di Rimini? E Rondoni, che è CL, cosa sta cambiando? Ha cambiato qualcosa quando era il responsabile della Compagnia delle Opere di CL Emilia-Romagna, se non ricordo male, cioè quando aveva mano nell’economico, ma anche lui ha dovuto, ora, cedere di fronte ai tagli dell’Università bolognese, non essendo più, il suo Centro, finanziato coi nostri soldi… e Rondoni, per chi lo conosce, è uomo che si sa muovere alquanto bene tra il politico, l’istituzionale, il religioso, l’economico (tu lo sai bene, Nannipieri, visto che hai lavorato anche con lui). E finisco qui, sebbene potrei continuare a farvi l’elenco per giorni… così come a raccontarvi di questo o quello dei ‘dentro’.
    Invece i futuristi hanno cambiato qualcosa, tramite il loro manifesto su Le Figaro (pagato di tasca sua da Marinetti, già ricco di famiglia, altrimenti Le Figaro col cavolo che gli dava il paginone!), ma erano altri tempi… il momento era maturo… oggi il momento è maturo, o stiamo solo ‘mormugliando’ le nostre personali frustrazioni come fanno le massaie dal macellaio o dal parrucchiere? Perché mi pare che il ‘volerci’ essere dentro non sia solo per voler mutare le cose (guarda caso anche Bertinotti, ora, è dentro al Governo, e si sta rimangiando l’80% di quello che ha blaterato in campagna elettorale – e si sa come le sedie s’incollano ai sederi di questi e come le sedie facciano mutare di colore le bandiere)… quindi, in primo luogo, analizziamo se i tempi sono favorevoli o se è solo una nostra impressione… visto che i più preferiscono andare a fare shopping in Viale Ceccarini a Riccione e a sniffare coca e a calarsi ecstasy. Forse che vogliamo salvare questi? E qualora i tempi lo fossero, quale la strategia? Entrare ‘dentro’ e poi deflagare come una bomba? Entrare e poi porsi quale esempio (senza mai scendere a dei compromessi – sempre se uno ci riesce a non scendere a dei compromessi, quando neppure Cossutta o Fini, delfino di Almirante, ce l’hanno fatta…)? Restare ‘fuori’ e sparare sul muro di gomma? Contarci e cominciare ad “affilare i coltelli” in disparte, prepararci, preparare chi si avvicinerà a noi (dei giovani) al fine che noi o loro o chi per loro siano pronti quando i tempi lo saranno? Io ho optato per quest’ultima possibilità-posizione. Ho 50 anni, conosco la storia, conosco gli uomini, ho fatto anche la guerra (come ben sai, Nannipieri), ho tastato con mano tutto e il suo contrario, ho una malattia cronica (che mi fa sempre convivere col dolore e col senso di morte), ho lavorato al fianco del fior fiore degli artisti italiani della seconda metà del secolo scorso e ancora ci lavoro, ho pubblicato con editori di rilievo, ora ho scelto una casa editrice di frontiera, Diabasis, che si sta costruendo, mattone dopo mattone, un suo piccolo spazio senza scendere a dei compromessi, ho dato vita, nel 2004, a una sorta di antologia-manifesto “Oltre il tempo” (il cui enunciato era ed è oltremodo ambizioso, perché non contempla, solo, un modo di porsi in arte, ma anche in vita)… libro che ha raccolto 10 giovani voci poetiche di interesse (fra cui anche Luca Nannipieri, appunto), di queste 10 voci ancora lavoro con 6 delle stesse (e non mi pare risultato da poco… Ponso, Brullo, Antonello, Gatto, Scafiti, Ariano), con 4 delle medesime do vita ad incontri culturali (…per “affilare i coltelli” e ritemprarci lo spirito) al Monastero di Camaldoli (Ponso, Antonello, Brullo, Scafiti) e a tali convegni avviciniamo altre voci che la pensano come noi (a maggio il prossimo, il 18-19-20), così che il cerchio sempre più si allarga… in modo, come ho detto, che ci si prepari al momento. Così la mia strategia nell’oggi, ed è strategia che oltre a fare in modo di contarci (e il cattolicesimo non c’entra, visto che abbiamo gente con noi come Boncinelli, ateo, Brandalise, ateo, e via così… c’entra ben altro, cioè la sostanza)… e il contarci fa sì che chi si fa contare (e perdonate il bisticcio, ma rende) poi sai che è dei tuoi ed è pronto ad andare fino in fondo (e non mi pare robetta da poco)… e il tutto procede a livello cenacolare, come mi ero/ci eravamo ripromesso/i (2 anni e qualche mese fa), in ‘sordina’, a livello quasi catacombale, al fine di proporci quando, appunto, i tempi saranno maturi. Ci ritroviamo lassù (siete invitati tutti), in mezzo all’Appennino, e ‘arruoliamo’, molto spesso senza neppure parlare, ma coi fatti. Nessuno di quei giovani, che mi sono rimasti al fianco, hanno velleità di ‘successo’ immediato, stanno seminando, credono, tengono duro, e anche Ponso, il quale, fra tutti, è quello indubbiamente meglio piazzato (è presente, come poeta, entro il 90% delle antologie che sono apparse negli ultimi 5-7 anni in Italia, è stato recensito in maniera lusinghiera da tutti i ‘baroni’ o pseudotali – ovviamente non da Sanguineti o dai sanguinettari – e ieri ha discusso il suo dottorato con successo). Al che ti ho risposto, Luca, ma già sapevi che la mia/nostra chiamata non era per fare chiasso, ma per vedere chi aveva le spalle buone per la montagna (per “la strada del bosco”)… e neppure hai dovuto pagare per esserci, e neppure ti è stato domandato di acquistare copie, anzi, te ne sono state date… e così ho consegnato anche la mia risposta a voi, dopo 168 commenti e un nulla di fatto. Cmq sempre pronto a sottofirmare un documento (e lo ripeto) che possa sostenere una giusta causa, così come a fiancheggiare Damiani o Centofanti qualora si decidano a muoversi. Ora sono gli uomini che fanno la differenza, non le parole, visto che di parole se ne dicono fin troppe… e quasi sempre a vanvera (ancora ci ricado anch’io, al punto che dovrò fare, primo a poi, Voto del Silenzio).
    Ah, dimenticavo: non mi sono mai sentito più ‘dentro’ di adesso, lassù, con i miei “fratelli nel sangue”, visto che è dell’Opera che mi interessa il grembo… non più del vacuo.

    Rispondi
  147. fabry2007

    “Nessuno di quei giovani, che mi sono rimasti al fianco, hanno velleità di ’successo’ immediato, stanno seminando, credono, tengono duro”.

    credo che il succo sia qui. le nappe e i lustrini passano; lavorare ogni giorno seriamente, da qualche parte porta. da qualche parte porta: non potrebbe essere, questo gioco di parole, un motto per un’idea che non aspira solo al primo palco disponibile, a un applauso programmato destinato a spegnersi nell’inevitabile sbadiglio? per bacco, perdindirindina, insomma: che cavolo aspettiamo a scrollarci di dosso le catene che l’industria del niente vuole stringerci ai polsi e alle caviglie?
    buona giornata a tutti.
    fabrizio

    Rispondi
  148. mauro baldrati

    Arrivo in grande ritardo, per vari problemi ed entrate nei tunnel, e ho letto il post, anche se non ancora tutti i commenti – cosa che cercherò di fare nel week.

    Trovo tutto molto interessante, e soprattutto in controtendenza rispetto ai blog che tutti conosciamo, dove la polemica si fa sterile, ci si aggredisce e si straparla. E’ invece positivo questo discutere tranquillo, che tuttavia evidenzia bene la diversità di opinioni. Con la mente concordo con la posizione espressa da Fabrizio, cioè lavorare in positivo, più fare e meno criticare/attaccare, pur senza rifiutare la critica; coi nervi, con la pancia mi sento vicino a Gian Ruggero, critica e scrittura militanti, coraggio e tempra da combattenti.

    Rispondi
  149. lucaariano

    Mi trovo d’accordo con l’analisi sul panorama sociale e culturale contemporaneo fatta da Gian Ruggero!Come al solito ha detto le cose come – ahinoi – stanno! Riguardo ad Oltre il tempo, di cui ho fatto parte (e lo faccio ancora idealmente) aderii al progetto non solo per un fatto poetico-letterario ma soprattutto per quel “modus vivendi” che sottolineava Manzoni! Ho creduto il quel progetto e ci credo ancora e nel mio infinitamente piccolo lo porto avanti da solo e/o con gli altri sodali del gruppo o nuovi compagni incontrati per strada! Finchè sarò al mondo questo sarà il mio modo di rapportarmi alla Vita (prima di tutto!) e alla Letteratura. A Camaldoli spero proprio di esserci.
    Un caro saluto

    Rispondi
  150. Mauro Ferrari

    URO FERRARIAL BUIO DELLE NOTTI
    (Da Il bene della vista, Joker 2006)

    Ci furono le estati, occhistellanti,
    e autunni che precipitavano nel baratro
    degli anni: insonnie e frenesie.
    L’inverno scese dalle nubi, neve splendente
    al buio nelle notti profondissime, serene:
    presagi subito, poi orme indelebili
    chiamarono nel bianco oltre la neve
    per solchi fangosi, rovi, sorsi rubati
    d’acqua marcia, sorrisi in isbe tiepide
    e cenni infidi scolpiti nella carne.
    E poi, quando il ricordo delle estati ormai
    era un gracchiare basso all’orizzonte
    anni addietro, il viaggio un lungo errore
    con borracce vuote e zaini carichi di nulla,
    qui giungemmo all’improvviso,
    qui per iniziare le ricostruzioni.

    Rispondi
  151. claudio damiani

    “Che cavolo aspettiamo a scrollarci di dosso le catene che l’industria del niente vuole stringerci ai polsi e alle caviglie?” (Fabrizio).
    “Non sono nessuno e non rappresento nessun colore però avverto che il vaso è colmo e che c’è bisogno di una svolta” (Sandra Palombo).
    “Contarci e cominciare ad “affilare i coltelli” in disparte, prepararci, preparare chi si avvicinerà a noi (dei giovani) al fine che noi o loro o chi per loro siano pronti quando i tempi lo saranno” (Gian Ruggero).
    Siamo artisti, poeti, ma quello che stiamo pensando è politica. E’ una politica probabilmente nuova, non c’entra niente col nostro bisogno di affermazione, come dicono giustamente Gian Ruggero e Fabrizio, è un bisogno di socialità nuova in un era nuova, dominata da nuove forme di comunicazione e di vita sociale. Stiamo seguendo un assestamento, come sempre è nella storia, nuove cose rompono gli equilibri, e bisogna riassestare, creare, dopo la dissociazione, nuova società. Ha ragione Marco Guzzi, è un rinnovamento, e è radicale aggiungo io perchè è un ritorno alle radici, non per distruggere il passato, ma per attingere nuova linfa, per aderire di nuovo interamente alla natura, allo spirito.
    E non c’entra, io penso, con destra e sinistra, non c’entra con l’ideologia questa politica. C’entra, io credo, con l’etica.
    Io, lo dico subito, sono di centro. Non che c’entro (come Casini), ma lo cerco, seguendo “l’invariabile mezzo” di Confucio, e l’”aurea mediocritas” di Orazio.
    Prima di qualsiasi mossa, come dice Gian Ruggero, contiamoci, poi discutiamo, proponiamo, lavoriamo, allarghiamo la rete. Per me questo è veramente un inizio.

    Rispondi
  152. Gian Ruggero Manzoni

    Vero, Claudio, è politica, e di quella più alta perché, come nel giusto dici, la visione di una possibile società futura parte da un’istanza etica. Per me non esiste più sinistra o destra… (certo che il balletto di questo Governo non mi piace, ma neppure le canzoni del Cavaliere di Arcore mi piacciono – perché ormai tutti hanno letto dallo stesso copione e lo interpretano alla meraviglia – mai visti guitti così bravi)… per me esistono, come più volte ho detto e scritto, uomini degni (cioè con una dignità) e uomini non degni di rappresentare l’umanità o di potersi dire nell’umanità… tutto qui. Ed ognuno di noi sa benissimo quando in sé è degno e chi sono i degni. E’ un fattore di coscienza, e io, alla coscienza, come alla conoscenza, credo ancora, e l’esame di coscienza lo faccio tutte le sere, non ho mai smesso di farlo, anche nei momenti più critici, altrimenti impossibile fare delle scelte… e oggi è tempo di scelte.

    Rispondi
  153. Giovanni Nuscis

    “Siamo artisti, poeti, ma quello che stiamo pensando è politica…”

    I molti interventi, in questo post, mi sembra che abbiano evidenziato tre principali tendenze: 1. scrivere e studiare come forma alta e congeniale di impegno; 2. irrompere nel sociale proponendo, più o meno energicamente, valide alternative anche di carattere politico alla situazione di crescente degrado, pur considerando che in molti casi c’è già un forte impegno personale e comunitario; 3. restare in attesa che maturino tempi e modi appropriati per intervenire, continuando però ad operare fattivamente all’interno della comunità letteraria o in altri contesti.

    La prima e la terza tendenza, pur diverse, mi ricordano H. Hesse quando diceva che non si può utilizzare un barometro per attaccare chiodi su un muro. Entrambi utili, certo, ma con diverso grado di fungibilità.
    La constatazione, leggendo i post, è che prevalga in ogni caso la consapevalezza di una vocazione ben precisa (quella letteraria) che poco può/vuole concedere ad altre forme di impegno.

    Che dire, allora? Che è fuori discussione, da parte di tutti, mi sembra, il sentimento di un profondo malessere e del desiderio (da darsi per scontato) che le cose cambino. Tanti di noi, poi, privatamente – lo abbiamo letto – si attiva come meglio può. Stando così le cose è mia personalissima opinione che il massimo che si possa offrire, in questo momento, almeno nel mio caso, sia qualche “sogno” (non azzardo neppure,scaramanticamente, a definirlo “istanza etica”)da confrontare, condividere, approfondire e dettagliare con altri; pensandone infine la “consegna” (probabile e necessitata da ragioni di competenza) a chi può prendersene carico. Non un armiamoci e partire, ma l’assecondare (almeno, per quanto mi riguarda) una vocazione/propensione che per limiti naturali richiede/supplica il soccorso di altri. Dunque, sta a noi anche ingegnarci (questo sì) per trovare poi i giusti interlocutori.
    Ecco, in ciò, in sintesi, io mi ritrovo: nella capacità del “sogno” (forse, o, probabilmente, inutile…) e nella sua “consegna” come dentro una bottiglia, lanciata nell’oceano della probabile ma per nulla scontata indifferenza. Questo, ripeto ancora, è il massimo che saprei fare, al di là del mio impegno nella scrittura.

    G

    Rispondi
  154. Sandra Palombo

    Claudio scrive: Prima di qualsiasi mossa, come dice Gian Ruggero, contiamoci, poi discutiamo, proponiamo, lavoriamo, allarghiamo la rete. Per me questo è veramente un inizio.
    Giovanni parla di sogno e i due pensieri collimano perché è una battaglia complessa e più difficoltosa di una campagna elettorale.

    Si tratta di andare contro interessi economici e politici ( di ogni partito ) che sono radicati
    nella società in cui viviamo dove credo tutti abbiamo accettato dei compromessi per vivere o esporre i nostri punti di vista.

    Evitiamo di riunire una truppa di contadini da mandare allo sbaraglio contro l’esercito dei principi per cui.

    Prima di contarci, va divulgato il messaggio per ampliare il consenso.

    Ci saranno defezioni da parte di chi avrà paura di vedere oscurato quanto faticosamente è riuscito ad ottenere con il proprio lavoro ed è umanamente comprensibile.

    Chi ha più visibilità più rischia.

    Permettemi di aprire una piccola parentesi personale.
    Sono approdata casualmente a questo forum dal blog di Marco Saya nel momento in cui ho iniziato a scrivere una storia che, se letta a certi livelli quando la pubblicherò sul mio blog, mi procurerà antipatie e rotture con persone che operano nell’industria culturale.
    Ho deciso di raccontarla non per combattere (non vi avevo letto ancora), ma semplicemente per raccontarla ai miei figli.
    Che sia un segno?

    Buona Domenica
    Sandra

    Rispondi
  155. Gian Ruggero Manzoni

    E’ un chiarissimo segno, Sandra, e te lo dice chi crede nei segni. Condivido il non mandare ‘truppe’ inesperte al massacro. Io, da sempre molto irruento, sto imparando la pazienza. Bisogna motivarle poi addestrarle anche al singolo impegno, visto che anche coi singoli impegni, in questa fase, si fa fronte, e in ciò concordo con Nuscis, il quale ha colto bene la situazione. Quindi, via via, si raccordino i singoli poi le singole cellule, per infine proporsi come unità d’intenti… unità etica d’intenti, così da andare in prima persona o delegare chi si reputa degno (appunto) di poterci rappresentare.
    Da quel che avete inteso, il fronte comune, per me, è ormai trasversale. Non m’interessa da dove chi ha fatto una scelta provenga, purché, giunto, sappia come deve poi muoversi-comportarsi, del resto questo blog può essere già un primo esempio (laboratorio) di come varie anime possano anche convivere, se riescono a trovarsi in un obiettivo condiviso, e qui, in queste pagine, l’obiettivo è quello di far veicolare materiali e concetti di qualità, di valore… e lo stesso dovrebbe essere in vita, non vi pare?
    Oggi reputo che la parola-frase d’ordine sia questa: “Per una rinata civiltà dello spirito”… in cui spirito comprende, anche, la dimensione terrena, cioè quella ‘temporale’, alleggerita dal fatuo, dal materialismo e dal relativismo dominanti (ed è da tanto che sto spingendo in questo senso). Forse non riuscirò a vedere l’esito finale di questa battaglia-impresa, ma so che cmq due possono essere gli scenari futuri (e non più di due): la Caduta totale (con agonia più o meno lunga) della nostra civiltà, oppure la Risurrezione in altro “modus civili”, in cui egoismo ed ipocrisia saranno sconfitti (e ridurre le possibilità a due facilita oltremodo il compito – infatti non ne vedo altre di uscite – così che è pur semplice l’analisi, per chi ha un minimo di strumenti culturali, della situazione imperante). Se la prima ipotesi risulterà la vicente, da uomini è doveroso affrontarla in piedi (non resta altro), e prodigarsi, fino all’ultimo, in modo da sostenere, con dignità, chi più debole di te, poi amen. Se risulterà vincente la seconda, significa che il compito che abbiamo scelto e che ci ha scelto in vita avrà trionfato e trionferà (quindi avremo esplicato, fino in fondo, e con pari dignità ritrovabile nella prima ipotesi, ciò a cui si era stati chiamati)… infine, come uomini, risulteremmo sempre degni e nobili, non trovate?

    Che gran bisogno di Dignità !!! Non se ne può più di ‘sto letame !!!

    Rispondi
  156. sebastiano aglieco

    Bisogno di dignità. Certo.
    Sconfiggere il nemico. Il nemico, però, bisogna nominarlo, altrimenti si finisce per sparare col rischio di colpire il fratello. Nominarlo vuol dire descriverne le parti, che in soldoni vuol dire elencare dieci punti/bersaglio che accomunino tutti, altrimenti, ripeto, il rischio è quello di colpire il fratello. E soprattutto, nella diversità di ciascuno di noi: che cosa in noi stessi, se necessario, bisogna colpire; e non solo negli altri
    Sebastiano Aglieco

    Rispondi
  157. paola

    più che di un multitandem culturale mi pare si stia parlando di trionfo sul nemico da parte di truppe scelte che alla fine, mettiamo che “vincano” non finiranno che decadere marciscenti una sopra l’altra
    in preda alla smania della fetta più grande del vicino su cui poi su cui vomitare ma non prima di avere fatto finta e cortesia di pulirglielo.
    questo succede spesso, troppo spesso e se non si capisce che bisogna mettere le gambe agli occhi e invitare accogliere ascoltare – altra che truppe scelte e su quali criteri senza tenere conto delle emozioni che portano a fare poesia? – e mettere a dieta la voglia di sciorinare la liste delle onoreficenze di cui ci si fa fregio prima ancora della poesia che si porta dentro, beh, sarà sempre così ancora a lungo. a lunghissimo. per come la vedo io.
    non riesco più a seguire ‘sto discorso.
    un saluto
    paola

    Rispondi
  158. fabry2007

    dal letame nascono i fior (de andré).
    mi è sempre piaciuta questa frase, perché esprime quello in cui credo: solo dall’umile apertura può venire qualcosa di buono. il nostro blog ha un unico criterio nel suo statuto ideale, che non abbiamo voluto concentrare in una netiquette, perché è al di là degli schemi riduttivi delle regole del gioco: un profondo rispetto dell’altro, chiunque egli sia. se vogliamo comunicare qualcosa, e vogliamo che questo qualcosa raggiunga più destinatari possibile, può essere solo in questo solco che ha a che fare con la terra (humus, homo, humilis), con la coscienza di una fragilità nativa e solidale. da questa apertura scaturisce la vera civiltà, capace di fare spazio. ogni altra aspirazione si getta in braccio alla logica che ci sentiamo giustamente di rifiutare, in quanto sterile.
    fabrizio

    Rispondi
  159. sebastiano aglieco

    Non a caso ho detto questo che riporto “che cosa in noi stessi, se necessario, bisogna colpire; e non solo negli altri”
    Sebastiano

    Rispondi
  160. elena f.

    @fabry

    condivido e mi rimetto al tuo stesso “giogo” che traccia questo medesimo solco,in un lavoro che non aspira se non alla fioritura, sebbene lenta e faticosa di vita nuova

    humus homo humilis è meglio che homo homini lupus

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  161. Sandra Palombo

    Fabry ha sottolineato come dal letame possa nascere un fiore, io vorrei invece sottolineare come la dignità venga messa da parte quando si arriva ad avere soldi o fama o potere.
    Inoltre la dignità è sorella dell’etica, e concordo con quanto detto da Gian Ruggero ” proporsi come unità d’intenti… unità etica d’intenti”.
    Mentre alla “parola-frase d’ordine: “Per una rinata civiltà dello spirito” toglierei lo spirito che può dar alito a interpretazioni religiose.
    Ma come muoversi? Esistono in Italia gruppi o intellettuali o spiriti liberi che non ne possono più? Perché non si comincia a ragionare sulla meta finale e su quelle intermedie per arrivarci?
    E prima di tutto cosa vogliamo? Interroghiamoci.
    Scusate per la mia semplicità di linguaggio.

    Sandra

    Rispondi
  162. elena f.

    se la dignità viene messa da parte quando si raggiungono soldi fama o potere ( e mi trovi d’accordo) allora la traccia che resta è proprio quella dell’umile e tenace lavoro di chi fa arte per l’amore dell’arte e non ha altri intenti se non l’arte stessa e la creatività.

    io lo spirito non lo toglierei, perchè è lo spirito dell’arte che muove dalla nascita dell’uomo il creare stesso.
    quanta paura della religione e della possibile confusione con essa! si dimentica che ruah, pneuma, spiritus come primo significato etimologico non hanno alcun riferimento alla religione, ma indicano il respiro, l’alito di vita che anima gli esseri viventi. vuoi togliere l’aria di cui si nutre alla poesia e all’arte? quale parola metteresti al posto dello spirito dell’arte?
    oltretutto ti sei contraddetta usando il termine spiriti liberi.
    interroghiamoci sì ma su altro perchè per una nuova civiltà dello spirito è una descrizione che va benissimo per dei viventi che respirino e vivano dell’arte

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  163. Sandra Palombo

    Elena sì certo, lo spirito è lo spirito dell’arte però ( e il dialogo è bello per chiarirci)
    dipende a chi vogliamo indirizzare il messaggio; se ci si rivolge a una utenza media può essere inteso come un nuovo movimento religioso. (Non ho paura della religione)
    La frase ” spirito libero” invece oramai è entrata nell’uso comune e non genera confusione.
    Tutto dipende a chi ci vuol rivolgere e cosa si vuole chiedere.
    Se intendiamo sottolineare la bontà dell’umile lavoro tra gli addetti ai lavori, si cambia poco a livello di società.
    Il concetto deve gonfiarsi e diventare un movimento d’opinione che provochi un suono che si amplifica e che cominci a far dubitare della validità delle offerte culturali che vengono calate dall’alto a livello di media e di cultura.
    Sarà un sogno, sicuramente è un’utopia, ma perché non provarci?
    Di persone umili e tenaci che lavorano per l’arte e che hanno dedicato la loro vita alla poesia e alla letteratura ce ne sono tante, ma sono luci sparse che vanno unite perché qualcosa si smuova.

    Sandra

    Rispondi
  164. marco guzzi

    Carissimi, vedo che la riflessione continua alla grande…

    Mi sembra importante l’acquisizione che qui stiamo parlando di politica (eventualmente culturale).

    Una azione politica, che cioè voglia incidere sul tessuto concreto della società, dovrebbe precisare innanzitutto il proprio obiettivo, e poi gli strumenti per realizzarlo.

    Prima ancora è indispensabile coagulare un nucleo di forze coese, concordi almeno su alcuni punti-forza. I punti-forza dovrebbero essere propositivi, mentre i primi obiettivi dovrebbero essere critici.

    Mi spiego. Riuniamo un buon numero di scrittori-poeti-filosofi intorno alla costruzione di una nuova civiltà dello spirito (umanistica e trans-confessionale, cioè laica), precisando con grande umiltà i lineamenti ideali di questo lavoro.

    Ma poi, faccio solo un esempio, apriamo una campagna di sei mesi contro Il Grande Fratello: articoli, lettere ai giornali, spazi sui quotidiani, trasmissioni, blog, fino ad azioni dimostrative, per denunciare, dal punto di vista poetico-spirituale, il degrado linguistico, etico, ed estetico di questo (o di un altro) programma, simbolo di un intero modo di vivere e di pensare.

    Questa azione, continuativa e ben organizzata sul piano dell’Ufficio Stampa, può destare attenzione sul nucleo propositivo del gruppo. E così via. Azioni critiche mirate ed azioni propositive, educative.

    Questo potrebbe essere un momento opportuno per tentare azioni di sabotaggio spirituale.

    Credo che un’impresa del genere richiederebbe:
    un incontro fisico tra gli aderenti al progetto;
    la definizione di un programma ideale e di un programma operativo;
    la definizione di minime prassi interne: quando ci si vede, chi e come decide azioni etc.;
    l’elezione di un nucleo di portavoce: questo elemento diventa essenziale nel momento in cui si esce allo scoperto.

    Continuiamo a costruire…
    Marco Guzzi

    Rispondi
  165. fabry2007

    grazie, Marco. le prospettive che si aprono sono numerose e stimolanti. ognuno porta il suo contributo, che può essere più o meno introverso o estroverso, letterario o sociale. può venirne fuori qualcosa di complesso e proprio per questo adeguato ai tempi che viviamo, nei quali ogni semplificazione rischia di diventare una discriminazione.
    fabrizio

    Rispondi
  166. elena f.

    credo che si siano fatte fiumi di trasmissioni e discussioni sul fenomeno GF e affini col solo risultato di aumentarne l’effetto pubblicitario e la curiosità generale.

    io non credo nei sabotaggi neppure culturali. il problema è cosa si offre ai giovani in cambio del GF?

    qual’è la prospettiva in cui è letto dalla società questo modello?

    visibilità, fama, successo, senza fatica studio sudore della fronte e possibilmente soldi. è insomma un ipotetico trampolino di lancio come lo fu per chi lo ricorda la trasmissione con le ragazzine di boncompagni e compagnia bella. all’epoca c’erano mamme fuori degli studi di cinecittà pronte ad accapigliarsi per un primopiano della figlia minorenne (e forse pronte a svenderle sul letto di qualcuno per quel primo piano)
    il film “bellissima” con anna magnani era una denuncia lanciata più di cinquant’anni fa
    chi lo ha ascoltato? da quel film le cose sono cambiate in peggio perchè è il modello della società ad essere peggiorato.
    se non ci sono altri valori che la visibilità e la fama, allora non ci sono mezzi per comiunicare il nostro messaggio.
    una protesta cadrebbe nel vuoto perchè non modifica il punto di vista di chi guarda, semmai serve ad arroccarlo sulle sue posizioni.

    il punto non è il sabotare qui bisogna puntare al cambiamento della prospettiva.
    se si vive in funzione della prima pagina di giornali purchè sia, scandalo o non scandalo non conta così come non importa come si arriva al vertice.
    se questo è il modello chi ci starà ad ascoltare? faremo da cassa di risonanza ad eventi che non ne hanno alcun bisogno.

    quello che noi proponiamo al contrario è l’umilissima fatica dello studio e dell’impegno, al posto dei lustrini e delle copertine patinate, come convincere i giovani e i meno giovani che il nostro medello è migliore di quello che tutti i GF del mondo propongono?

    essere propositivi non è facile perchè bisogna instillare il piacere delle ricerca, il desiderio di uno sguardo nuovo sul mondo e sulla vita, bisogna diventare testimoni della bellezza che non vive sotto i riflettori.

    proproste che costruiscono sono più lente e difficili da attuare, meno visibili, ma forse più efficaci.

    saluto tutti

    elena f

    Rispondi
  167. marco guzzi

    Carissima Elena, ma è proprio questo il problema:
    è possibile, è necessario un intervento pubblico che possa rendere più visibili diverse prospettive?

    E’ inutile ripeterci tra di noi le cose su cui siamo d’accordo e su cui basiamo la nostra vita magari da trenta o quaranta anni.

    Il problema è: la sola via per divulgare queste diverse prospettive è la via segreta del lavoro quotidiano e spesso invisibile (via che io personalmente percorro), oppure accanto a questa dimensione insostituibile è possibile e forse necessario uno sforzo in più, una presenza storica più forte ed efficace?

    Questo mi sembra il punto.

    Se riteniamo che non sia né possibile né utile, questa discussione mi sembra conclusa, in quanto Claudio su questi punti interrogativi richiamava la nostra attenzione.

    Se invece riteniamo che un’azione politico-culturale sia possibile e necessaria, allora dobbiamo scendere nel concreto, nell’operativo.

    Marco Guzzi

    Rispondi
  168. Sandra Palombo

    Elena ha ben spiegato il fine ultimo , a mio parere del dibattito sul forum scrivendo che “ quello che noi proponiamo al contrario è l’umilissima fatica dello studio e dell’impegno, al posto dei lustrini e delle copertine patinate,” e si chiede “ come convincere i giovani e i meno giovani che il nostro modello è migliore di quello che tutti i GF del mondo propongono?”
    Le strade, a mio parere,da seguire sono due:
    La prima quella dell’esempio individuale, di chi lavora seriamente nel proprio ambiente. Su questo penso tutti già lavoriamo secondo la nostra coscienza e il nostro credo religioso o politico.
    La seconda è quella di esprimere all’esterno la ribellione per un certo tipo di società. E ben vengano le azioni di disturbo verso programmi come il Grande Fratello che non porteranno allo stesso più pubblico di quanto già ha.
    Su come muoversi l’idea di Guzzi mi pare buona anche se è necessario attuarla nella maniera giusta coinvolgendo intellettuali di aree diverse per avere un ampio consenso ed evitare che venga strumentalizzato da una parte o dall’altra.
    Sandra

    Rispondi
  169. elena f.

    @marco

    bene l’azione politico- culturale per tentare una riforma del sociale, ma la vedo più in positivo che come sabotaggio.
    proporre alternative e non parlare male di qualcosa che ancora la gente non riesce a vedere come male, insegnare alla gente che ci sono altri sguardi da gettare sulla propria vita e sul mondo, mostrare la bellezza in cui crediamo piuttosto che la bruttezza di ciò che loro vedono bello.

    sarà utopia
    ma io la vedo così

    saluto tutti
    elena f.

    Rispondi
  170. claudio damiani

    “E’ inutile ripeterci tra di noi le cose su cui siamo d’accordo e su cui basiamo la nostra vita magari da trenta o quaranta anni.”
    “Azioni di sabotaggio spirituale” dice ancora Marco. Trovo la definizione geniale. Sabotaggio spirituale. Qualcosa come greenpeace ma, anzichè all’ecologia materiale, orientata invece a un’ecologia spirituale. Dobbiamo secondo me, come dice perfettamente Marco, elaborare obiettivi e linee, per poi, con un documento in mano, cercare di allargare il consenso sottoponendolo a un ampio numero di scrittori poeti intellettuali ecc. E poi andare avanti.
    Può essere un buco nell’acqua, ma potrebbe anche non esserlo.
    A me va bene il programma di Marco al commento 190.
    Dobbiamo passare a una fase operativa, di proposte concrete, di idee.
    Claudio

    Rispondi
  171. vbinaghi

    Ho un po’ di disagio a intervenire in questo dibattito, non perchè la cosa non mi tocchi, ma perchè è una delle mie ossessioni, da molto tempo. A parte la testimonianza delle proprie vite personali, il problema principale di un’azione collettiva è legato al fatto che la caratteristica fondamentale del sistema mediatico è di trasformare in spettacolo anche il dissenso. E’ una condizione paradossale, anche rispetto ad appena trent’anni fa. Verrebbe da dire che oggi l’unica controcultura è il silenzio, ciò che fecero i monaci benedettini nel declino della romanità. Conservare e ordinare, per dopo il diluvio.

    Rispondi
  172. fabry2007

    quest’ultimo intervento, di Valter, pone una questione cruciale: l’assorbimento dell’opposizione nel sistema. io mi spingerei oltre: è lo stesso sistema a creare l’opposizione, pur di farsi pubblicità, com’è accaduto, per l’ennesima volta, nell’ultimo festival di sanremo. dobbiamo tener conto di questo, anche se le proposte di Marco e Claudio restano validissime. come evitare di essere annullati nel meccanismo perverso? e il silenzio, di cui parla Valter, è l’unica forma di annullamento fecondo? i lavori in corso restano aperti.
    fabrizio

    Rispondi
  173. elena f.

    mi viene in mente che prima di un’azione qualsiasi dovremmo procedere ad uno studio sociologico. le nostre per quanto valide esperienze rischiano di essere visioni parziali di una realtà molto complessa.
    le domande cui rispondere sono:
    chi sono oggi i fruitori di arte, a parte gli addetti ai lavori?
    quale base reale è disponibile per un piano di diffusione della stessa : università, scuole, parrocchie, circoli, biblioteche pubbliche e private,piccoli teatri, librerie attive anche negli incontri e non solo per la vendita, associazioni culturali esistenti e loro modo di agire sul territorio? quali proposte vengono attuate e che risposte hanno? quali sono le provincie e le città più attive in tal senso e qual è il loro modo di operare? come diffondere la poesia, da sola o sulla scia di una contaminazione delle arti – musica pittura danza parola -?
    sulla base delle esperienze già esistenti nei vari contesti: come migliorarle, approfondirle, ampliarle?
    procederei ad uno studio delle leggi esistenti sulla diffusione della cultura; a quali possiamo appellarci per ottenere, se non sovvenzioni, almeno luoghi e spazi per autogestire i progetti che nasceranno?
    insomma mi pare che uno studio attento della situazione oggettiva, per quanto i numeri possano apparire aridi, possa essere comunque utile per fare un po’ di chiarezza e dirci da che parte cominciare per risolvere questo rebus.

    forse ho ripetuto cose già dette. ma il post è lungo e un po’ ci si smarrisce.

    saluto tutti
    elena f

    Rispondi
  174. fabry2007

    anche questa di Elena mi sembra un’ottima proposta. all'”Attenzione” abbiamo Giuseppe De Rita, fine sociologo, che potrebbe darci una mano.
    fabrizio

    Rispondi
  175. vbinaghi

    Mentre sto preparando un reading, mi viene in mente che questo è il valore aggiunto che ho scoperto negli ultimi anni. La differenza tra scrivere, pubblicare e “performare” la parola. Senza togliere nulla all’atto spirituale della concezione e della scrittura, e all’universalità della pubblicazione, solo nel reading io ritrovo una comunità di senso. Chi ne ha fatti sa di che parlo. Io credo che oggi il testo e la pubblicazione in quanto tali siano difficilmente sottraibili dalla forma mercificata e spettacolare che ne lascia vivere il valore estetico ma ne impedisce la serietà comunicativa, quella che da molti interventi sento trasparire come urgenza. Si vorrebbe ritrovare una parola “pesante” capace di interrogare davvero le persone: e se fosse proprio recuperando l’oralità del dire, la musica del canto, la concretezza dell’uditorio, che la parola può tornare a incidere le memorie?

    Rispondi
  176. sandra palombo

    Letto il pezzo del sanfedismo postato da Manzoni ho riflettuto sul fatto che una ribellione corale nasce quando singoli individui, in cui è maturata la consapevolezza, conscia o inconscia, di non accettazione di uno stato, si uniscono per tentare di cambiare una deteminata situazione.

    La domanda che mi pongo dopo aver letto gli interventi è questo: siamo singolarmente convinti di voler esternare, a viso scoperto, la superficialità in cui versa la cultura oggi, siamo maturi per un’azione collettiva , che coordini anche singoli atti, di sabotaggio spirituale?

    Se sentiamo di voler collaborare,offrendo ciò che possiamo, per tentare questa carta bene, altrimenti, non ha senso continuare a tenere aperto questo forum.

    Sandra

    Rispondi
  177. paola

    perchè mai chiudere il forum? boh.
    comunque.

    “Se sentiamo di voler collaborare,offrendo ciò che possiamo”

    appunto. collaborazione. a larghe trame di punti in comune anche assumendosi il rischio di sbagliare collaborazioni o di perderne per strada.
    cercare osmosi artistica- intellettuale e non di casta.
    cito la poesia di Nuncis sulle noci
    per il gheriglio che vede la luce, rompendosi il guscio.
    altra visione dei versi : rompere i gusci in cui spiraliamo approssimativamente insoddisfatti e non pretendere che chi entra in dialogo con noi debba essere sempre costretto a forza a pulirsi le scarpe.
    non sempre se ne ha la forza.
    sentiamoci un po’ meno potentati incoraggiamo, curiamo senza gelosia i talenti che incrociamo di chi si dimostra attento a un’idea dell’arte concepita in qualità e non quantità.
    non è facile oggi essere ascoltato il meritevole che per paura, per principio, per mancanza di mezzi, sceglie di non vomitarsi tutto alla berlina di tutti.
    non direi sabotaggio spirituale – piuttosto cominciare o meglio ri-cominciare a saper riconoscere e trarre in superficie l’umiltà con cui stata concepita l’opera.
    umiltà del concepimento.
    umile ispirazione quando nell’ operare non appartieni più a questo mondo, sei lontano da qualunque idea di possesso di quello che stai creando e lontano dall’idea che l’opera potrà essere posseduta da qualcuno perchè inizia con te e finisce con te nel momento del parto e tutto il resto che viene dopo è che nulla si crea e nulla si distrugge e che l’opera – fatta con arpeggi primordiali – può segnare una strada per qualcuno o niente per un altro o un punto di arrivo per un altro ancora. ma non è più di chi l’ha fatta anche se ci è morto dentro: quell’accumularsi di energia creativa negativa o positiva in relazione a chi poi avrà tra i sensi l’opera non è più suo ma di tutti.
    essere umili da pensare questo di sè e del proprio fare. ci vuole un po’ di training autogeno a chi non è abituato.
    è difficile spiegarmi.

    è solo un’idea di umilltà artistica
    un saluto
    paola

    Rispondi
  178. sebastiano aglieco

    Scusate, ma questo post è diventato troppo lungo, non si riesce più a leggerlo. Bisognerebbe riprenderlo in altra forma aprendone uno nuovo
    Sebastiano Aglieco

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  179. Matteo Veronesi

    Intervengo, purtroppo molto in ritardo. La poesia, la letteratura d’arte e non di consumo, l'”alta cultura” oggi ignorata, demolita, derisa (“con la cultura non si mangia, adesso vado a farmi un panino alla cultura, comincio da Dante”: così il Ministro Tremonti), privata di sostegni, non hanno la forza per contrastare lo strapotere mediatico. Esse erano, in genere, rivolte ad un pubblico elitario già nell’epoca in cui furono concepite. Alle fabulae togatae, palliatae e cothurnatae, la plebe romana preferiva le spoliationes mimarum, ovvero gli spogliarelli, che già allora esistevano, e gli spettacoli di gladiatori.
    La farsa fliacica, fallica e grottesca, aveva più seguito del teatro d’arte (e sarebbe interessante sapere quanti, ad Atene, andavano al Teatro di Dioniso solo per l’obolo: anche i nostri studenti andrebbero ad ascoltare Schoenberg, in cambio di una pizza). Nel Medioevo e nel Rinascimento, la gente della strada cantava le canzoni popolari, comunque più fresche e leggiadre di quelle odierne (“For de la bela gaiba / se xiva lo lixignolo….”), più che Francesco Landino o Monteverdi. Fra Ottocento e Novecento, cabaret, vaudeville, café chantant e burlesque avevano certo maggior seguito di Debussy e di Wagner. Anche quando D’Annunzio aveva un relativo successo, comunque vendevano di più Lucio D’Ambra, Salvator Gotta e Luciano Zuccoli. Era Montale (i cui Ossi vendettero quarantamila copie in quarant’anni) a dire che in futuro sarebbero esistite due letterature, due culture, con un divario sempre più accentuato fra quella popolare e quella alta. Ciò che sta avvenendo in questi anni conferma le sue profezie. La Woolf, invece, in “The Common Reader”, prospettava la possibilità di una third literature, accessibile, con diverse chiavi di lettura e diversi livelli di comprensione, tanto al pubblico popolare quanto a quello dotto. “Il nome della rosa” rientra forse in questa third literature, che non vanta molti altri esempi.
    Ma c’è una una differenza non da poco. In passato, molta gente era esclusa dalla cultura alta suo malgrado, per fattori oggettivi (mancanza d’istruzione, lontananza dai centri di cultura, etc.).
    Oggi, almeno in Occidente, non ci sono più scusanti: tutti, volenti o nolenti, sanno leggere, per via della scuola dell’obbligo (anche se molti, poi, non si servono di questa abilità, superflua per la maggior parte dei lavori, se non marginalmente, e potrebbero tranquillamente farne a meno: se uno deve saper leggere per leggere solo la Gazzetta dello Sport o Novella 2000, o anche la narrativa di consumo, tanto vale che guardi la televisione), e in edicola per pochi euro, gratis su Internet, si trova di tutto, dal porno a Platone.
    Rifiutare, o deridere, la cultura è una loro scelta. La colpa non è della scuola, a meno che non si debba supporre che tutti gli insegnanti, senza eccezioni, siano incapaci, dato che un libro cultralmente significativo, e perciò almeno mediamente compesso, fatica a vendere, in tutta Italia, mille copie.
    Forse dobbiamo constatare che noi siamo un’élite, una nuova aristocrazia dello spirito, una nuova comunità, perché no, di “anime belle” schilleriane, e tale dobbiamo restare, ignorati, e ignorando il luridume che ci sta intorno.
    Semmai, una comunità più intensa, solidale e fitta di dialoghi e di scambi deve nascere proprio fra di noi, senza inutili e preconcette divisioni, senza faziosità, rivalità, ripicche, conventicole; proprio perché la posta in palio, in termini di riscontri, tornaconti, “visibilità”, fama, vendite, nel nostro caso non c’è, o è assolutamente trascurabile, e noi viviamo e operiamo nobis, Musis et paucis.
    Se poi il nostro oscuro, sotterraneo lavoro (ché di lavoro si tratta pur sempre) potrà avere, non si sa per quale via, una minima risonanza, una vaga influenza, e mitigare un poco, anche solo per qualche attimo, la volgarità che ci attornia, questo sarà un esito imprevisto e felice.

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