di Marina Pizzi
[quarto espianto]
*
pendio di autunno vienimi di fianco
giuoco del nulla alfabeto santo:
nell’era digitale sono on line i trenini
i ninnoli blasfemi le cipolle che fanno
piangere. genere d’inedia plasma di ben altro
il dispendio al buio la frottola del fatuo
con la primavera auto-fotografa in coda
di estinzione talento e sacco di saccheggio.
*
i bambini cresceranno per farmi piccola
crepitante binario senza fine
*nel lutto di collina l’inceneritore
combusto con le torri d’ogni crollo
*
Quale aurora-sillaba
con la barella nonostante
stante la luce in breccia
sola nella combriccola degli angoli.
*
non c’è tenerezza nel colmo del sole
solo nessuna tenerezza nel colmo del sole
nelle ore del minimo silenzio
del lavoro padronale,
la padronanza accademica non mini
la ruggine in gita sotto il sole.
*
portami a saltare le tare le fandonie
domestiche le scienze dentro il globo
il bolide del sale già di primo mattino
già la notte prima l’intera notte
abbassata alla scorta alla sporta
dello stemma miserrimo di resistere
le credenziali cretine dentro il petto
del sottosopra guanciale al maialino
da latte la pasqua del giorno dopo
che non fu gioia della morte giovane
*
uno scandaglio di te
non l’ho mai nemmeno sfiorato
eppure ti amai già tanto sullo
scapicollo di un comatoso idioma.
*
altrove dove penombra sia le braccia
vero il dì di non bastarsi mai
a penzoloni di avverbi
con le travi a vista
solo per beatitudine di alture le discendenze
ortiche di orchidee, ortiche alle orchidee e
orchidee da ortiche e dee le finestre
per volare al volo in volo
*
in un rimorso che somiglia all’eros
lo stordimento di starsene
servo al volere di un altro messaggio
escluso/incluso al senso.
*
al tracollo del pendolo
giammai pensa l’araldica
gli stemmi mai in stupore
nelle armature immortali.
attorno lo spiffero del chiodo
che sorge al riarmo nel moto
doloso del bricco senza latte
giuria del sale la siepe.
*
ossuto silenzio
pigrizia e germoglio.
il grigiore del loglio
nel cumulo di io.
il mulo con lo strazio
sotto scudiscio e diverbio
di padroni di nullo nitore.
almeno rinuncio a darmi per vinta
anche dall’aceto che dal vino
s’incede per le sedi di altre cucine.
*
nell’ora che distacca le sembianze
acredine di approdo o contumacia
o stanza di arsura o rarità del cippo
o ceppo un altro albero di testo il grave.
*

“giuoco del nulla alfabeto santo”.
ci si entra a poco a poco, quando ogni parola diventa un mondo che chiede di essere ascoltato.
grazie, Marina.
nell’era digitale sono on line i trenini
“i ninnoli blasfemi le cipolle che fanno
piangere. genere d’inedia plasma di ben altro
il dispendio al buio la frottola del fatuo
con la primavera auto-fotografa in coda
di estinzione talento e sacco di saccheggio.”
*
“i bambini cresceranno per farmi piccola
crepitante binario senza fine”
Palme dilatate a prendere e a rapprendere. Sguardo pulsante in fusione silicea. Non una faccia, qui, uguale all’altra. Nessuna discendenza nel diamante. Inarrestabile, cangiante fioritura con affezione di un qualcosa andato perso.
…Viaggio, breve “per le sedi di altre cucine.”
Leggerò, ancora.
Giovanni
Interessanti.