di Gianmario Lucini
Seppellendo giorni – gemono
al vento di libeccio;
tu non ne fai parte –
ogni passo qui sospeso,
riflette il mare, l’abbaglio del mattino,
dove siede il pescatore come un buddah
a riparare le sue reti. Ogni frutto d’arancio
che cade e sfracella sull’asfalto
è il segno di questo scomposto
inquieto silenzio
che a volte trabocca.

Leggo con molto piacere questo testo di GianMario Lucini autore di grande valore nonché critico raffinato, operatore e divulgatore culturale e soprattutto grande uomo che ha fatto dell’umiltà, la coerenza, l’ascolto, il tracciato principale del suo agire.
pepe
Gianmario,
che piacere leggerti!
parli del mare
battuto dal libeccio
ma
non dimenticare il lago
Le tue montagne
lo sovrastano.
Ti abbraccio
carla
“tu non ne fai parte” quasi un’estraneità leopardiana al mare, al vento, al pescatore, ormai pacificato buddah. Molto bella la similitudine finale, la lettura di un segno nel frutto che cade. Lieto di leggerti ancora, Gianmario.
Antonio
Gab, sei sempre splendido, anche se un po’ esagerato ;-)) Carlina, sei la mia fatina e ti mando un batticuore.
Vi ringrazio di cuore.
Ora sono a Sondrio.
Ma la Calabria è un sogno (purtroppo non per i calabresi…).
Abbracci a tutti e, visto che passo di qui, anche a prete Fabrizio, che considero un grande amico pur non avendolo mai incontrato, e Nicolò, Nic, la penna acuta del sud ;-))))
Marione, quando ci regalarei il tomo del trentennale? 😀
Ogni frutto d’arancio
che cade e sfracella sull’asfalto
è il segno di questo scomposto
inquieto silenzio
che a volte trabocca
tu non ne fai parte
questo mio prendere e sparecchiare presuntuoso forse ma non imperativo per nessuno – poi nemmeno definitivo per me che chi legge dei versi fa un po’ lo spiritato a seconda degli spiriti o del suo sacro o per quello che ha mangiato o per chi ha baciato poco prima o perchè non bacia da molto tempo e manipola – abita – annusa – il poeta lascia andare perde il possesso – vero che perde il possesso? – per dirti che la cornice a volte si strappa da se e se ne va altrove – dove? – incalcolabili concessionarie di parole calcate e ricalcate ridondanti grasse obese un po’ stordite sbiadite stazzonate
via la cornice per necessità di respiro del mio quadro cioè del tuo ma mio da qui a lì
dunque
questi frutti sfracellati sull’asfalto
– forte metafora che metafora non è –
hanno una tale forza, tale
in un silenzio inquieto che trabocca.
tu non ne fai parte
tu non ne fai parte è balzato a chiudere a chiudere – a chiudere
su una realtà che non è la tua eppure
è scritta nel giusto tempo prima che soffocasse il tuo passo.
io la sento così – mi è venuta così che la leggevo
un saluto
paola
è bello ritrovarti qui, Gianmario (grazie anche a Nicolò), e tu sai perché. la rinuncia a vivere insieme quest’avventura di poesia (“tu non ne fai parte”) è stata dolorosa, ma proprio dal frutto che si sfracella sull’asfalto viene quello che sappiamo bene: quello che trabocca.
grazie, amico.
fabrizio
Ben tornato, Mario!
“l’abbaglio del mattino,
dove siede il pescatore come un buddah
a riparare le sue reti”
Splendida, augurale immagine in cui vorremmo tutti ritrovarci dopo i molti, immancabili abbagli: non soltanto solari:-)
Gianni
Buon gusto vorrebbe che gli incompetenti si tacessero, non potendo argomentare, e si limitassero, se la proprio la cosa urge, a significare un gradimento.
E quando preme un non-gradimento?
Ma si, significhiamo anche quello, il mondo non ne andrà a male e la pizza è buona anche senza acciughe.
Sempre con simpatia, e sempre vostro lettore
Mario