TRADOTTI DAL SILENZIO # 1 – Joë BOUSQUET
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Il brano che segue è tratto da Joë Bousquet (1897 – 1950), Tradotto dal silenzio (Traduit du silence, 1941), traduzione e postfazione a cura di Adriano Marchetti, I ed. italiana, “Biblioteca In forma di parole”, Genova, Marietti, 1987.
Parole per l’assente
Sono anni che aspetto una donna e che non so nulla di lei. Forse è venuta a trovarmi nel sonno e forse non avrò mai la certezza di essere stato guardato da lei tanto da vicino.
Forse è troppo malvagia per essere amata, forse troppo bella per essere vista. Se non ho ancora rinunciato alla speranza di conoscerla, è perché da tempo sono accaduti in me dei fatti singolari che soltanto la sua esistenza può spiegare: ogni pensiero che procede da me, per esempio, è fatto di ombra e se muta in parole è perché in quest’ombra c’è un volto in cui leggerlo con le labbra. Certamente questa indicazione è molto vaga e non basta a confermare il mio dire. Ma il seguito delle mie confidenze sarà più edificante e più d’una si riconoscerà nel fantasma interiore che invano supplicavo di strapparsi la sua veste di tenebre. Certamente sarà troppo tardi, almeno per me. Se non altro la chiarezza che avrei messo nel mio scritto avrà il posto di un’incertezza che non ho più la forza di sopportare.
Non dirò nulla della mia vita. Colei che amerò mi troverà sempre in lei stessa e non crederà alla mia esistenza se non a forza di provare indifferenza verso gli oggetti che mi circondano, a cui saprà che io stesso non ho accordato alcuno sguardo. Estraneo com’ero al mondo e certo che non vi fosse nulla in esso per appagarmi, abitavo la mia fame. Simile all’inerte massa di un vascello inabissato di fronte all’agitazione dei flutti, ero così poco mescolato alla vita dei miei simili. Per la verità non ero nulla di me. E, qualunque idea mi venisse, avevo per riconoscerla mia un vuoto così immenso da attraversare che mi ripiegavo in un’angoscia sconfortante, sempre pronto a piangere. Mi comprenda chi può; ero così profondamente inabissato nel mio indefinibile sentimento che l’espressione più sincera del dolore suonava falsa nella mia voce e pareva procurarmi una nuova specie di sconforto. La parola solitudine, per esempio, non mi rischiarava che la solitudine degli altri; e quando l’usavo pensando a me, era per sentire meglio intorno al mio cuore le tenebre indicibili in cui la sua nitidezza mi faceva sentire sprofondato. Piangere? Avrei pianto se le lacrime stesse non avessero avuto l’apparenza di mentire a un dolore infinito. Il mio essere era su di me. Il corpo mi pesava, greve come il cuore di cui si dice che è troppo gonfio quando l’eccesso del dispiacere sembra indurre chi soffre a fuggirlo.
…
Passante, fermati. Nel fondo dei tuoi silenzi di donna c’è un raggio nato per rischiararti queste parole di cui la più leggera coprirebbe mille notti con la sua ombra. Una mano di ferro, quando avevo solo vent’anni, mi ha dilaniato, non era nulla. Ho creduto di essere morto e questa illusione mi ha sempre separato dal cuore. Il cuore non ha mai saputo nulla di ciò che mi era accaduto, né che ero sepolto vivo e una metà di me stesso era la tomba dell’altra metà.
Ecco il miracolo. Amica mia, ero intatto, terribilmente intatto. Identico a me stesso in pensiero; terribilmente forte in questa convinzione, poiché essa poteva sopportare tutto il peso del mondo reale senza smentirsi. Tutto ciò che respirava, tutto ciò che amava, tendeva a schiacciarmi sotto il peso del mio corpo congelato, inutile. Ma il pensiero fu più grande di tutto quanto mi condannava all’oblio. Non c’era nulla che mi si opponesse e di cui il mio cuore non fosse l’origine. E’ molto strano: così facile a tal punto che non si sa come dirlo: l’uomo è in se stesso più grande e più forte di tutto ciò che è. E’ la grandezza, il divenire e la morte delle verità e delle cose, di cui è anche la sorgente.
(op. cit., pag. 54-55)
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Le liriche che seguono sono tratte da La conoscenza della sera (La Connaissance du Soir, 1947) e si danno nella bellissima traduzione di Annamaria Laserra, in Poesia Due, Milano, Guanda, 1981.
La conoscenza della sera
Passare
Infanzia passata nello spazio
Come un volo inseguito fino a sera
Chiamo piano la tua ombra
Per paura di vederti
Sorella a lutto dalla veste chiara
La tua fuga è l’uccello blu dei giorni
Che con il suo canto rischiara
I gesti sognati dall’amore
Una fanciulla per il tuo incanto
Con il corpo abbozzato nei cieli
Fece sciogliere le città in pianto
Illuminate nei suoi occhi
E avesti il coraggio di rendere
Il mio dubbio più vivo di me
Passarosa dalle ali di cenere
Che mi aprivi il tuo cuore nel vento
Il largo
Non è il suo nome a esaltarlo
Ma che piano sia mormorato
Nelle voci che non conosce
Il segreto di un cuore incrinato
Quando ogni lamento gli svela
Di che cosa abbia pianto la pena
L’uomo sente il suo cuore chiamarlo
Nelle voci che l’hanno ignorato
Così vedono tutte le stelle
Avverarsi la notte delle vette
Ventilando nella notte con le ali
La voce di qualcuno che verrà
Lui il suo male è la stessa pietà
Ciò che è lui a sua volta si oscura
E per rendergli quello che ama
Si rivolge alla pena del giorno
Madrigale
Dal tempo che era amata stanca di se stessa
Lei aveva giurato d’essere questo amore
E ne fu l’incanto lui ne fu il poema
La terra è leggera a promesse passate
Il vento piangeva gli uccelli migranti
Cullando i mari sulle ali di sale
Prendo la stella con una bella nuvola
Se la pagina bianca ha consumato il cielo
Nell’aria che fiorisce al suo riso
C’è un vecchio cavallo color del cammino
Capisci al suo passo la morte che m’ispira
E che va senza me a chiederne la mano
Poema della sera
Su un giaciglio sfinito
Il lampo che oscura un istante
Mette la veste di fumo
E segue il vento distante
Su terre senza memoria
Ogni piede ha la sua scarpa
L’ala è bianca l’ala è nera
Il giorno è solo metà
E su una trama di cenere
Dove l’uomo non è che i suoi passi
Il cuore palpitò per cogliere
Ciò che uno sguardo non vede
E’ la speranza che un mondo a venire
Abbia fatto buio con la nostra ombra
E sorridendoci alla finestra
Abbia solo i nostri occhi per vedersi
Dietro le quartine che lei ispira
Ai giorni che dubitano di te
La vita ha i suoi denti per sorridere
Di ciò che una volta era già stata
L’ombra gemella
Varca la notte senza sponde
Se tu sei solo vagamente
L’oblio restituirà il tuo volto
Al cuore da cui nulla è assente
Il tuo silenzio nato da un’ombra
Che a tutto il cielo l’ha unito
Schiude l’amore dove ti abbandoni
Alle braccia di un doppio infinito
E annullandoti sotto i tuoi veli
Presi alla notte da un fiore
Concede occhi alla stella
Di cui la tua ombra è il cuore
La fortuna dei giorni
Io so un rosaio dove sboccia una rosa
Non c’è più notte per l’ombra che è
Da un’aiola errante di bagliori chiusi
Dove lo sciame vibrava dei giorni passati
Non c’è fuoco nel buio che il cielo non l’abbia
Con il mio amore morto a tante cose
Tessevo il drappo funebre dei voti sfumati
Era quello di un pianto in cui sboccia una rosa
Alba di una vita estranea ai giorni
L’oblio dell’imprevisto morto dal nostro amore
Dischiude nel fiore la mano che lo stringe
E senza me cogliendo la rosa delle notti
Una sorella di cenere lascia le nostre terre
Rende il corpo lunare ai morti che io sono
Giorno e notte
Sul corpo di un uccello di bosco
Inchiodati dalle sue ali immense
I giorni crocifissi alle notti
Aggiungono un nome al silenzio
Passando su lui senza vederlo
Fanno occhi più grandi della vita
All’amante che strugge di sapere
Come si muoia d’essere gradita
I giorni che disfecero i fiori
Per seppellirsi sotto il loro peso
Si sono uniti al cielo nei cuori
Dove s’aprono le ali dell’ombra
Denudandosi sotto le acque
Che la sua trasparenza ha velato
Il mattino che nasce a occhi chiusi
Allibisce di una stella fuggita
La croce che spalanca l’orizzonte
Sente in voci che si chiamano
Due nomi sbocciare un canto
Dove l’alba ride di una rondine
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Nota
Tra i pochissimi scritti pubblicati in Italia, vi segnalo La conoscenza della sera, a cura di Adriano Marchetti, Rimini, Panozzo Editore, 1998 ; e Letture (con Maurice Blanchot), a cura di Adriano Marchetti, Reggio Emilia, Edizioni Il Capitello del Sole, 1999.
Traduzioni parziali : La conoscenza della sera, a cura di A. Laserra, in Poesia Due, Milano, Guanda, 1981 [Contiene la traduzione della terza delle cinque sezioni di cui si compone la raccolta poetica originale]; Note d’inconoscenza, traduzione di Ch. Debierre e B. Sebaste, Reggio Emilia, Elitropia Edizioni, “In forma di parole”, 1983.
In francese c’è solo l’imbarazzo della scelta. Io consiglio, oltre alle opere qui citate e utilizzate, la sua summa teorica, Les Capitales, ou De Jean Duns Scot à Jean Paulhan, Paris, Le Cercle du Livre, I ed., 1955.


Ma sai che non lo conoscevo questo poeta? Che piacevole scoperta. Certo, c’è sempre la traduzione di mezzo (ma questo vale per ogni poeta straniero!) però lo trovo davvero molto intenso, di quel lirismo marcato ma mai stucchevole!Grazie per la proposta. Francesco.
Approfondirò.
Un caro saluto
Grazie, Luca. Non ho scritto niente, volutamente, sulla vita e la poetica di questo straordinario autore, di modo che l’eventuale lettore, soprattutto nel caso non ne conoscesse l’opera, si facesse una sua idea degli scritti che ho postato. Eventualmente, poi aggiungerò qualcosa. Ti dico solo che, per quanto mi riguarda, “Tradotto dal silenzio” è un libro che ogni essere umano dovrebbe leggere almeno una volta nella vita. E’ quanto di più sconvolgente si possa immaginare, sapendo che da quelle pagine si esce completamente diversi da come ci si è entrati. Talmente diversi, che ci si accorge di essere identici a un ‘io’ profondo che non conoscevamo.
Le liriche sono molto più radicali e seminali di quello che l’apparente cantabilità lascia immaginare. Era mia intenzione far precedere le traduzioni dai testi originali, ma il libro che li contiene è ‘già’ finito ‘impacchettato’ per altre ragioni. Ho optato, allora, per questa bella edizione Guanda, ma non è detto che non li inserisca, se riesco a recuperarli entro breve.
fm
Certo, sarebbe ottimo! Guanda ha pubblicato, nel campo della poesia, davvero ottime cose!Sarà che io di Ugo Guandalini ho un ricordo particolare, del suo amore per la poesia. Scusa la digressione. Lo leggerò ho deciso di dedicarmici. Hai fatto bene a non dare nessun commento, un po’ come faccio io nei miei piccoli post, in questo penso che ci intendiamo… 🙂
Un caro saluto
Estraneo com’ero al mondo e certo che non vi fosse nulla in esso per appagarmi, abitavo la mia fame.
E’ molto strano: così facile a tal punto che non si sa come dirlo: l’uomo è in se stesso più grande e più forte di tutto ciò che è.
questo struggimento , quest’ansia mai placata, la consapevolezza del paradosso dell’essere uomo, grandezza e miseria diceva pascal,
l’esilio e la nostalgia tutto questo è
La croce che spalanca l’orizzonte
Sente in voci che si chiamano
Due nomi sbocciare un canto
Dove l’alba ride di una rondine
grazie francesco
saluto tutti
elena f
Elena, la vita di Bousquet, per più di trent’anni (dai venti fino alla morte), fu tutta vissuta nella esclusiva dimensione del pensiero, nella più totale immobilità. Il suo sguardo pensante si muove unicamente nella dimensione della orizzontalità, dal basso, da dove, forse, è più facile scorgere la ‘radice’ delle cose. Ma è un ‘pensiero immaginale’, il suo, capace di resituire intatta l’esistenza in ogni sua più segreta e visibile piega: tutta la ‘fisicità’ e la ‘spiritualità’ che caratterizzano il vivente, splende nelle sue parole sotto forma di ‘consapevolezza’ estrema, come non ha mai fatto nell’esperienza di chi l’abbia realmente vissuta giorno dopo giorno. Lui ha il dono di trasformare la parola nel ‘corpo’ tangibile che evoca, con tutte le sue passioni e pulsioni, con tutti i desideri che sono reale e fisica scaturigine del sostrato dell’esistenza, anche quando si stemperano e si dilatano nella pura astrazione di una pupilla chiusa nel cristallino involucro di visioni senza movimento.
Anche il tuo riferimento a Pascal è oltremodo pertinente. Nella sua grande opera teorica, “Da Duns Scoto a Paulhan”, che lo impegnò negli ultimi anni della sua vita, Pascal è un interlocutore silenzioso che lo accompagna quasi costantemente per molte pagine.
fm
“Il cuore palpitò per cogliere
Ciò che uno sguardo non vede”
“Alba di una vita estranea ai giorni”
Leggo solo ora e per la prima volta, e sembra proprio che l’autore dia voce al silenzio, traduca in leggere parole, per noi (e per se stesso: sarà stata un’avventura anche scriverne), le avventure di un mondo interiore estremamente ricco, come suonano anche i titoli: “Note d’inconoscenza” e “Tradotto dal silenzio”.
Ottima proposta, Francesco. Cercherò di darle seguito.
francesco,
credo che nel cuore dell’uomo abiti una grandezza che si manisfesta solo nella povertà, nell’indigenza, nell’apertura e nel coraggio d’ entrare in quella fame , nell’ascolto assiduo di quei silenzi che ci dicono che il nostro struggimento è una voce d’infinito che resta nonostante la polvere.
grazie davvero
un caro saluto
elena f
Molto belle, intense, tristi nella loro essenza,
e per questo LUMINOSE.
Grazie a Francesco e a Joe
carla
Ottimo poeta, non conosciuto anche dal sottoscritto. Grazie Francesco.
Conoscevo questo poeta solo per le numerose citazioni che ne fa Bachelard nelle sue opere dedicate all’immaginazione poetica.
Ti sono grato, Francesco, per questo post.
Bousquet “è”, brilla di luce propria. Fu una meteora, ai visibili immobile, in realtà altrove e qui. E’ stato, forse, tra i più grandi di ogni tempo, perché trovatore e inattuale. E per la sua carica profetica, vedere – leggere – quanto ha scritto “per” la morte di Artaud.
In Bousquet il nero è la percezione: la luce un eccesso di buio.
Saluti
Gianluca Pulsoni
“Carcassonne, 51 Rue Verdun”.
E’ uno dei luoghi “mitici” della cultura francese del Novecento. E mai “culto” fu più fecondo, visto che la “camera blu”, nella quale Bousquet rimase immobilizzato per il resto dei suoi giorni, divenne un crocevia di esperienze e di scambi, di amicizie e devozione che coinvolsero alcuni fra i più bei nomi dell’arte, della letteratura e del pensiero negli anni a cavallo tra le due guerre.
Nato a Narbonne nel 1897, Bousquet ebbe la spina dorsale spezzata da un proiettile in uno degli ultimi assalti della prima guerra mondiale, il 27 maggio del 1918, pochi mesi prima dell’armistizio. Era partito volontario nel 1916 e si era a lungo distinto per il coraggio e l’estremo altruismo nei confronti dei compagni in arme.
Nella camera blu inizierà il suo lunghissimo apprendistato alla scrittura, confortato dall’amicizia di artisti come Ernst, Dalì, Fautrier, Bellmer, Mirò, Klee, Masson, Iché; e, nel corso degli anni, di filosofi come Estève, Alquier, Benda, Weil, Bachelard, Paulhan; di poeti come Eluard, Aragon, Valery, Gide, Béguin, Seghers…
Parlare della grandezza e della complessità della sua opera, richiederebbe un saggio. Al lettore attento scoprire, anche nei pochi testi qui proposti, echi della grande tradizione lirica occitanica, l’oscillare tra sensualità e misticismo; bagliori del rigore e del sentire di matrice catara; culto della forma e aperture a suggestioni di ricerca, oltre a un’infinità di altri rimandi che non è difficile individuare.
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A Giorgio, Gian Ruggero e Valter: “Tradotto dal silenzio” è un libro che non può mancare al vostro “catalogo” personale (per me non dovrebbe mancare a quello di nessuno). Non so se il libro è mai stato ristampato, ma ne dubito fortemente.
A Gianluca Pulsoni: ho particolarmente gradito il tuo intervento; inutile dirti che quello che dici è esattamente ciò che penso anch’io. So, avendo letto qualche tuo scritto in rete, che frequenti da studioso i territori di confine tra filosofia e poesia, e la cosa mi rende particolarmente felice.
Piacere di averti qui.
fm
Grazie, Francesco, anche per questo tuo ultimo commento. Mi hai fatto respirare ossigeno puro. Se tutto andrà, ad inizio giugno sarò in Francia per lavoro e non solo, quindi coglierò l’occasione e cercherò in lingua originale.
Gran bella scoperta anche (o soprattutto) per me, Francesco. Parole che scorrono come perle d’acqua. Grazie, sei il trovarobe dei miracoli.
muoio dal sonno (ho viaggiato in aereo stamani alle sei il che vuol dire che ero in aeroporto alle quattro), ma prima di tornare a leggere bene questo post e commentare volevo solo dire questo: ho letto il nome ed ho avuto un momento d’esultanza! mi ha ricordato un libretto edito dalla SE con la corrispondenza tra Bousquet (ed è l’unica cosa che ho letto di lui) e la Weil. Quindi intanto grazie Francesco! a Più tardi.
“”Gesto, parola, esistenza, ogni presenza si associa alla sua assenza e la sua manifestazione è al prezzo di questa contraddizione. Tutto ciò che esiste si uccide da sé e l’equivalenza di queste forze contrarie riveste il corpo della loro consistenza e del loro splendore. Niente è la parte di un’altra cosa. Queste formule offrono la chiave della gravitazione, tolgono i sigilli del sonno. Un giorno, si leggeranno senza alcuna difficoltà frasi come questa: “la forma è una spada: non riluce nello spazio senza ridursi in un punto per minacciarlo”.
Bisogna tollerare l’entusiasmo di colui che ha cercato freddamente. Non perde la testa chi vuole. La verità inebria e la certezza che nno ci eleva al di sopra di essa dimostra il suo errore.
Beninteso, concordo che ci sono sciocche esaltazioni che ci precludono verità esaltanti.””
Joe Bousquet, tratto da L’Oeuvre de la nuit, Editions Unes, Draguignan 1996, pp 11-13, ora in Marco Dotti, LUCE NERA, Medusa ed. Milano 2006, p.139
(traduzione dal francese di Marco Dotti)
……
L’introspezione di Bousquet tocca la vertigine dell’immediato, come sulla soglia. Mantendendosi di una lucidità cronica: vegliando, sempre.
Tra le sue opere, la serie dei quaderni forse è la più esaltante (in Italia c’è tradotto ed edito IL QUADERNO NERO, che è materia a suo modo trobadorica e incandescente).
Grazie a Francesco Marotta per il suo commento
Gianluca Pulsoni
Caro Francesco, ho tra le mani “Tradotto dal silenzio”.
Non è più in commercio, ma non ho saputo resistere alla tentazione di mettermi in cerca e ne torno proprio adesso. L’ho trovato in una biblioteca rionale di Milano. Peccato non possa essere tra i miei libri, perché è un testo così denso da richiedere periodici passaggi.
Per intanto mi gusto l’incipit:
“Dopo un certo numero di anni mi sono reso conto che la natura delle cose mi offriva una legge per aspirare alla morte. E non perché sono io, ma perché sono un uomo”.
Ancora grazie per la proposta.
Fra l’altro ho visto nella nota biografica che Bousquet nacque il 19 marzo…
Buon compleanno Francesco!
🙂
Giorgio, non preoccuparti dei “periodici passaggi”: è esattamente quello che richiedono i grandi libri. Io l’ho letto per la prima volta nell’edizione originale nel 1983. Credo, da allora, di averlo ripreso in mano almeno altre trenta volte.
Piuttosto, c’è una cosa che mi sconvolge: il fatto che tu abbia trovato il libro in una biblioteca rionale! Fa i miei complimenti al bibliotecario, li merita davvero.
Gianluca, conosco il lavoro di Dotti e di alcuni giovani studiosi che si muovono nella stessa area di ricerca, proseguendo, per quanto riguarda nello specifico lo studio di Bousquet, l’opera iniziata, da almeno un trentennio, da quell’eccellente francesista e traduttore che è Adriano Marchetti. E’ a lui, in definitiva, che dobbiamo la conoscenza e la diffusione in Italia dell’opera di Bousquet. Mi piace pensare, tra l’altro, che qualcuno realizzi prima o poi una traduzione integrale del suo epistolario: ho letto lettere a Paulhan, a Magritte, a Weil, a Suarès che sono pagine di grande, indimendicabile bellezza.
fm
Grazie, Carla. Iniziano a pesare. Soprattutto in questo periodo.
Magari sono i “ricordi”.
E visto che oggi si celebra (???) la giornata mondiale della poesia, faccio mio, per un giorno, questo verso:
“J’ai plus de souvenirs que si j’avais mil ans.”
Oltretutto, non ne mancano molti: solo novecentoquarantasette.
fm
grazie, Francesco. ci leggo un dolore che attraversa le pagine e arriva altrove. in quel silenzio c’è un’informazione ulteriore, che richiederebbe altri mezzi e altri messaggi.
fabrizio
“Se la pagina bianca ha consumato il cielo”
La malattia, il corpo, l’essere spezzati e comprendere che questo può significare, anche nel dolore, essere aperti.
Non si sa nulla della vita, della sua promessa e della sua crudeltà, perché nel momento in cui la si aspetta lei è sempre ciò che è stato, è lo sfuggire del tempo. La rosa ignara che fiorisce e non si cura della fatica e della resistenza del rosaio.
Quando noi pensiamo alla malattia, al dolore del corpo, alla paralisi, alla consumazione, di solito ne veniamo via con orrore.
Così poi sorprende come certe persone toccate dal male estremo con il corpo puntato come un’arma contro il desiderio, non siano ridotte al silenzio e all’immobilità. Diventano come quei tubi di ferro, piantati a fondo tra le rocce, fermi e corrosi, che fanno uscire l’acqua.
Eh… hai ragione Francesco su Marchetti, hai ragione: non solo grande francesista e traduttore, ma anche e soprattutto per queste attività, anche grande, grandissimo intellettuale (che poi il fatto che egli non abbia scritto molto – ricordo un suo libro molto bello sulla Weil, e poco altro – ciò va a vantaggio, e non a detrimento, della sua “statura”). Senza di lui, appunto, l’opera di Bousquet non sarebbe ancora esistita in Italia: lui, costantemente, l’ha portata avanti da solo e a lungo, con uno scandaglio critico e poetico davvero da ammirare, come bellezza e modello integri. E poi, attraverso questo scandaglio, ha toccato altre figure “legate” da profonda affinità e interposte persone allo vita e alle opere del poeta francese, sempre con uguale precisione e intensità, trattegiandone qualità non tanto note e soprattutto poco considerate: Simone Weil e Ferdinando Tartaglia, su tutti.
Gianluca Pulsoni
Grazie, Francesco, di questa bellissima perla.
Un augurio ritardato per il tuo compleanno!sei un pesciolino, dunque.. e viaggi nella dodicesima casa, casa dell’infinito, come saprai.
Infatti la scelta di questi testo lo conferma.
Sai che , mentre per la prosa è più facile allinearsi allo spirito del testo, in poesia, alterarne la musica, è assai facile.
Io stessa, credo di non averlo mai letto sistematicamente, dunque devo correre, presso biblioteche, meglio parmensi, anche se questa domenica resterò a Milano.Lo cercherò..
Credo sia un autore da leggersi tutto, e grande nella sua voce, inconfondibile.Grazie, ancora.
E auguri a te, alle tue presenze..Maria Pia Quintavalla
Scrive Adriano Marchetti nella postfazione a “Tradotto dal silenzio” di Bousquet:
“Tutta la densità del suo essere sembra trasferita a due facoltà intatte: la visione e il linguaggio. Linguaggio visivo, muto, e luogo invisibile in cui la realtà si riflette e si ricompone; non espressione della ragione né dell’esperienza, ma rivelazione. Non strumento di comunicazione, ma voce che si parla.
L’opera, nata dall’ombra del silenzio, porta con sé la relazione con una luce che, esprimendosi in un effetto di contrasto, sdoppia l’immagine di questo silenzio, interiore ed esteriore.
A partire da questo vissuto, rianimato dall’immaginazione e dal sogno, Bousquet si dispone ad apprendere i gesti e i movimenti che lo dispongono verso il Silenzio che risuona interiormente come non-suono. La scrittura non può che gridare l’incomunicabile, perché questo silenzio è segnato dalla contraddizione stessa del linguaggio: “aprire una via” per avvicinarsi all’irraggiungibile”.
Credo che questi pochi passaggi illustrino ampiamente non solo l’orizzonte in cui si muove “Tradotto dal silenzio”, ma l’intera opera di Bousquet.
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Grazie Francesca e Maria Pia per i significativi commenti lasciati.
A Gianluca, oltre al ringraziamento, va anche una considerazione aggiuntiva. Muoversi, anche a distanza, all’interno di un “comune sentire”, genera a volte effetti che hanno dello straordinario, o forse, a pensarci bene, sono quanto di più “naturale”, in questo campo, possa esistere. Infatti, senza saperlo, hai anticipato l’oggetto di una delle prossime “traduzioni” dal silenzio: Ferdinando Tartaglia.
p.s.
Non badate ai refusi, anche degli altri commenti: quando si scrive inseguiti dalla fretta, è la cosa più normale, soprattutto quando non si ha nemmeno il tempo di rileggere.
fm
Grande!
un orizzonte da inseguire.
Caro Francesco, rianimare il silenzio, rivelarlo.. evochi qualcosa di grandioso, che soltanto chi ha passato la soglia del dolore vero, attraversandola, può resocontare, fa anzi paura esserne al di qua.
“Vegliate, perché non sapete né il giorno, né l’ora:
a Parma esiste una pittura molto bella, nella chiesa della Steccata, de “le vergini sagge” accanto a “le vergini folli” dipinte dal Parmigianino nella cupola,un giorno su impalcature altissime, andai a vederle da vicino. La grazia ( e incoscienza, davanti alla morte, era stupefacente..); vado a meditare là, quando posso.
Lo leggerò presto, e grazie. Già richiesto in una Biblioteca, poi dalla edzione Es un titolo sul nero, mi pare.
Maria Pia Quintavalla
Leggo solo adesso questo post, o intervento. felice che qualcuno si occupa di joe bousquet, se ne nteressa. Una precisazione: perché citare “Note di inconoscenza” tra le traduzioni parziali?Poiché fui io a tradurlo, insieme al compianto Charles Debierre (poeta e pittore parigino di origini italiane, grande conoscitore di Bousquet, instancabile apologeta della sua opera, e morto troppo giovane) posso ben dire che si tratta di un’opera intera, e uno degli ultimi (non ricordo bene: forse addirittura l’ultimo) libro di Bousquet. Fu anche il primo a essere pubblicato in Italia (edito da Elitropia, la casa editrice che faceva la rivista “In forma di parole”, a cura di Gianni Scalia). Nessuno in Italia se ne interessava. Dopo, solo dopo, subentrò A. Marchetti, già docente a Bologna. Noi eravamo dropouts, giovanissimi “hommes de lettres” squattrinati (non che adesso sia così diverso). Marchetti, che non ho mai incontrato, subentrò a me che declinai l’incarico di tradurre “Traduit du silence”, perché dovevo/potevo fare solo lavori “pagati”, ahimè. Colgo l’occasione per ricordare davvero che Charles Debierre fece tanto, tantissimo, in Italia ma anche in Francia, per riportare l’attenzione su Bousquet, assai dimenticato (nonostante Robbe-Grillet e Blanchot gli avessero dedicato saggi, ecc. ecc.). E per ricordare soprattutto un periodo dela mia vita che un po’ mi commuove, perché avevo vent’anni. Fu anche il mio primo lavoro letterario pubblico. In quegli stessi anniuscì su un numero speciale di “In forma di parole”, bellissimo, dal titolo “Pomerio”, un mio breve saggio su Bousquet, e la traduzione di una sua incantevole prosa: “Fumerolle”. Saluti e auguri, e grazie,
beppe sebaste
Carissimo Beppe, ti ringrazio di questo intervento anche perché mi dai modo di ovviare a una “mancanza”, dovuta unicamente al fatto che, quando ho preparato il post, ho preferito citare solo gli autori e i curatori dei testi che avevo sotto mano: per quanto riguarda te e Debierre, mi mancavano riferimenti bibliografici più precisi e sicuri. Era per questo che, accennando all’opera di Marchetti, avevo usato la formula “uno dei pochi a…”, lasciando intendere che altri studiosi e traduttori avevano comunque avvicinato e cercato di far conoscere il lavoro di Bousquet.
La cosa, oltretutto, assume anche aspetti paradossali, se vuoi, visto che credo di essere uno dei pochi (anche se preferirei “dei molti”, ma ne dubito) ad avere quasi tutti i libri pubblicati dalla mai abbastanza rimpianta Elitropia nella collana “In forma di parole”.
Stavo proprio iniziando a preparare, in questi giorni, un post dedicato a Bousquet per il mio blog (riprendevo proprio, dal Pomerio, “Fumerolle” e “L’ombre d’une ombre” – pag. 334/357 – e il tuo “Un viaggiatore immobile”): in forma di risarcimento, se la redazione di lpels lo accetta, quando sarà pronto lo pubblicheremo qui.
Ti abbraccio, unendomi al “rimpianto” dei vent’anni: non tanto come età anagrafica, ma pensando ai fermenti che allora illuminavano i cieli di una cultura (ricca anche di scoperte e di intuizioni) tutta “da fare”, da creare. Purtroppo, di tutto ciò, si è ormai perduto il segno e il senso.
A presto, e ancora grazie.
Francesco Marotta
Francesco,ti scrivo qui sperando in una tua risposta.
Ho riletto il tuo intervento dove dici di conoscere bene alcuni miei testi e di averli anche
apprezzati.Mi piacerebbe sapere dove quando se abbiamo amici comuni eccetera.
se mi risponderai lo apprezzerò perchè per mio carattere non amo le cose insolute che però
puntualmente mi si ripresentano.
un caro saluto
jolanda
Caro Francesco, ho conosciuto e poi amato Bousquet grazie a questa tua proposta, che mi fa piacere torni all’attenzione; quando avrai pronto un altro post con suoi testi, mandalo pure, sarò ben felice di postarlo.
caro francesco, grazie della cortese risposta. sarò felice e curioso di leggere altri lavori su bousquet (e un po’ emozionato di rileggere quei vecchi testi). un caro saluto, beppe
“…La ferita mi preesisteva, sono nato per incarnarla…” ne parla diffusamente Deleuze nelle sue lezioni a Vincennes negli anni ’80, a proposito di “Je et le prenom personnel”