Camaldoli

camaldoli
dipinto di Mario Cei – “Sosta a Camaldoli”:

il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro
il muscolo del duplice pensiero
della mente che crede, da un pavimento all’altro
al chiaroscuro del giovane e del vecchio
piegarsi, ritrovarsi
in un’unica illusione di vedersi fuori
e immaginarsi
lo spazio della sua concentrazione
lo strazio del volersi uniti
e inabissarsi
nel profondo del secchio,
intorpiditi.

Fabrizio Centofanti

pubblicata sulla rivista Arte-incontro del mese di dicembre 2006

19 pensieri su “Camaldoli

  1. elena f.

    un’aderenza fra tela e parola tale da realizzare un’unica opera; davvero con tensione condotta fino al limite la parola sembra sgorgare dalla tela.

    nelle parole “illusione”, “immaginarsi” trovo un credere irrimediabilmente perso nell’attesa disattesa dall’intorpidimento.

    in “strazio”, “inabissarsi” e “profondo” la fatica della kenosis struggente nel suo rimanere quasi sospesa.

    nello spazio della sua concentrazione

    quasi disperando il possibile miracolo: l’ascesa

    straziante e bellissima

    saluto tutti

    elena f

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  2. Stella Maria

    ciao Fabrizio,
    conoscevo già questa tua poesia eppure l’emozione nel rileggerla è la stessa. Evoca stati d’animo non troppo lontani
    “….lo strazio del volersi uniti
    e inabissarsi
    nel profondo del secchio,
    intorpiditi.”
    Eccezionale anche l’accostamento con il quadro che non conoscevo.
    un abbraccio
    Stella

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  3. mauro baldrati

    Talvolta mi chiedo se la narrativa può insegnare qualcosa alla poesia. Non so mai trovare una risposta certa, anche se tendo a pensare che no, non può insegnarle molto, forse perché la poesia ha spazi e ritmi suoi, forse perché la narrativa può essere molto varia e variegata, con stili così differenziati che in certi casi diventa persino difficile parlare di “narrativa”; forse perché la narrativa tende a descrivere l’immagine, la poesia vuole andare oltre la descrizione. Però penso che invece la poesia, la sua essenzialità, la sua potenza concentrata, la sua sostanziale non-omologazione possa influenzare e incalzare la narrativa. Come questa. Per esempio “il muscolo del duplice pensiero” mi colpisce, mi impressiona. E’ un’immagine di scrittura che mi resta impressa.

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  4. lucaariano

    Molto intensa anche se l’ho trovata più ermetica rispetto ad altre tue poesie lette di recente. Non è un commento negativo, sia chiaro, solo una mia impressione. Da un amante di Gatto come me…
    Mi sono rimasti impressi questi versi:

    “piegarsi, ritrovarsi
    in un’unica illusione di vedersi fuori”

    Mi hanno lsciato un retrogusto amaro, un velo di disillusione. Sono molto toccanti!
    Complimenti per la poesia.
    Un caro saluto

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  5. Enrico De Lea

    Splendidi versi, splendido dipinto.

    P.S.:
    “il padre il figlio in un riflesso
    nell’enigma speculare, ma passo
    passo è un’esplosione l’attesa
    che li coglie, una stagione latente
    nel polpaccio e nel pugno, nel nesso…”

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  6. massimo

    i tre quinari (e immaginarsi – e inabissarsi – intorpiditi) dicono la stessa cosa: una caduta, forse felice come quella che chiude le Elegie Duinesi. non saprei dire altro, se non che il ritmo non è un fatto tecnico, se chi ritma (e sperimenta «con la vita») è poeta. il ritmo è un simbolo, è una delle prima cose o la prima cosa che noto, in un testo, se il suo cantare e scandirsi è NECESSARIO (qui lo è) e non belcantistico… tanto bene a Fabrizio e a voi, per tutto
    massimo

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  7. fabry2007

    grazie a Elena per la parola sgorgata dalla tela.
    a Carla per la meraviglia.
    a Stella Maria per gli stati d’animo.
    a Mauro, per l’influenza della poesia sulla narrativa (detto da te, narratore di grande talento, vale il triplo).
    a Luca per essersi fatto raggiungere nonostante l’ermetismo.
    a Enrico, per l’intuito di poeta.
    a Massimo per il ritmo necessario (sai cosa significhi per me).
    a Francesca Matteoni per l’idea: credo sia auspicabile procedere sempre più in direzione di una progettualità comune.
    un abbraccio a tutti
    fabrizio

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  8. lucaariano

    Fabry “ermetismo” non era detto in accezione negativa. Da un amante di Parronchi, Gatto e Sinisgalli. Anche se poi sulla loro definizione di ermetici ci sarebbe da ridiscutere. Io attendo sempre un bel corpus cartaceo tra gli scaffali… 😉 Complimenti ancora! Forse più che ermetico avrei dovuto dire orfico? Intendevo dire meno, secondo il mio modesto parere, turoldiana di altre. Più vicina ad un certo Rebora? Che poi ovviamente non era ermetico!Scusate la divagazione.
    Un caro saluto

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  9. fabry2007

    è vero, Luca, più vicino al primo Rebora. detto fra noi, è stato lui – soprattutto – a rinnovare il linguaggio della poesia italiana, ma l’hanno capito (non tutti) solo molto più tardi.
    fabrizio

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  10. Francesca Matteoni

    Fabrizio l’immagine del secchio è splendida: chiude e risponde allo specchio, inghiottendo senza disperdere. Invecchiare è un po’ ripercorrere la propria vita, guardarla come da una finestra, chiusi fuori, con la voglia e l’impossibilità di abbracciarsi.

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  11. Giorgio

    Fabrizio, sono stato anch’io a meditare su questi versi, ed ero il terzo, tra il giovane e il vecchio del quadro, o forse il quarto, con te come specchio.

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  12. Giovanni Nuscis

    Un vecchio che si ripensa giovane, o un giovane che si ripensa vecchio. non si guardano, piegati su sé stessi, fuori di loro, nudi. dalla consapevolezza della scissione tellurica, a volte – in ciò che si è, ciò che si è stati e ciò che si sarà…

    …lo strazio del volersi uniti
    e inabissarsi
    nel profondo del secchio,
    intorpiditi.

    Gran bel testo, Fabrizio, tra chiaroscuri di senso.

    Giovanni

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  13. fabry2007

    grazie a Francesca: ti ricordi lo specchio e il secchio in de gregori? mi è venuto in mente adesso.
    grazie a Giorgio: sì, stiamo lì in mezzo, e cerchiamo di rifletterci un’immagine più lucida possibile.
    grazie a Giovanni: il chiaroscuro è potentemente junghiano, secondo me; l’ombra aiuta a capirci.
    fabrizio

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  14. lucaariano

    Hai ragione Fabry!! Rebora (Clemente) ha davvero innovato il linguaggio della poesia italiana. Posto le basi per tutto il Primo Novecento e, secondo me, non solo. Ho trovato poco tempo fa un bel saggio del nipote Roberto su di lui. Presto lo leggerò Perchè non facciamo un post comune, come è in cantiere per Cattafi, su Clemente? Magari in più puntante… 😉
    Grazie e un caro saluto

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  15. maria pia

    Credo che riferirsi a Clemente Rebora sia un bellissimo complimento, condivido (chi non ricorda le accese battaglie di Patrizia Valduga per detronizzare Montale, a favore di Rebora come padre del moderno- novecento italiano!?
    Eppure c’è una contemplazione estatica che vuole essere una riconquista tua, fatta intima. Stai bene.
    Maria Pia Q.

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  16. fabry2007

    grazie, Luca, vedremo che si può fare per il post comune.

    e un grazie particolare a Maria Pia, che ha colto l’originalità. se ci sono echi, certamente non li produciamo noi.
    un abbraccio
    fabrizio

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  17. Sandra Palombo

    Letta e apprezzata soprattutto nella seconda parte dove all’inabbissarsi che presuppone una scomparsa tu accosti l’aggettivo intorpiditi che mi fa pensare a un futuro riaffioramento.
    Sandra

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