IN ITINERE – Gabriele PEPE

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Gabriele Pepe
(Roma, 1957)

*

Come un sogno crinito di cometa
Che nel buio precede l’innocenza”

*

Da Parking Luna
(Milano, Società Editoriale ARPANet, 2002)

Il punto

Longitudine e latitudine mia
Bussola cervello astrolabio cuore
Sestante del dolore cometa e scia
Onda terra Ulisse Polifemo

Che rotte tracciare sulle mappe oscure?
Croce del sud orsa minore estremo
Sfiato di balena tosse di luce
Sono il viaggio oppure il viaggiatore?


Diario

Tutto s’inquadra lungo le torri del grande bordello
Petalo ombroso crescendo s’insinua nei fossi del cielo
Trituro parole nel grasso frantoio poi chiedo perdono
E lecco quell’olio che sgocciola sempre dall’otre del mondo


Il morbo della sera

Sarà ancora del serpente l’inganno
Il caprino presagio
L’eccitante scenario geomantico
L’umano teorema geometrico
Genuflesso alle delizie del pomo
Attratto raggio per raggio
Al pigreco bagliore
Frutto perfetto del cerchio dannato
Carminio stupore ferito
Sogno scarlatto del mio paradiso
Che nel fuoco screziato
Di un Ade inventato
Che cruna del fiore squarciando
In palpebra sera sovviene
Spossato fantasma di un sole ramato
Inconscia cancrena di luce
Che imporpora occhi
E pupille condanna
Al morboso imbrunire

Corrente capitale

Non posso che annegare
Nel mezzo del tuo guado strepitante
Oh fiume giallo del viandante
Trappola muraria
Marmorea corrente alluvionale
Dell’uomo costrittore
Né posso galleggiare o fingermi frammento
Scheggia rosacarne tessera
D’un mosaico di vetro sotterrato
Di cui ignoro origine e trapasso
Eppure a te m’accosta il formicaio
La giostra del mio palio
Volumetria d’ameba sopravvissuta
Ai laterizi di una Capitale Santa
Che ingloba futuri pezzi di sé
E di me l’intero strazio
Carico del tuo svanire bianco
Oh annosa pietra sfarinata
Sulla torta settimina

D’antilopi e d’altre storie

Bruca nel vento l’antilope ignara
Creatura solare carne perduta
Cuccia di sfinge riflesso di Saba
folta criniera del regno di Giuda

Tu muori di me che nella battaglia
Fuori le mura mi fingo guerriero
Tu muori di me che nella boscaglia
Di spine d’acacia in foglia mi schiero

Liturmagia

Prima che il buio congiunga le ombre
Al tocco del vespro intrise d’inverno
Future spoglie s’addensano caute
All’ultimo raggio del sole vermiglio
Curve e minute
com’isole scure
piagate dal vento

Vizze falesie venate d’incenso
Che genuflesse sul proprio declino
Determinate al lento svanire
All’infinito bisbiglio del mare
Rubano il verso
sfinite scogliere
dell’isola madre

Che nell’ingorgo di lingua e palato
Caste e solenni dal dio precipizio
Schiocchi e fischi di dentiera sgranano
Come un fioco verbo senile che
Sibila e mormora
alle bibliche stelle
canute preghiere

Masnada

Eppure in questa masnada di cervella
In questa strana navicella sottospecie di calotta
Lingua in grotta disciplina di vocali e consonanti
Che l’evoluzione concretizza l’agitarsi della forma
Che sostiene e minimizza la dimora che ci doma
Venuta carpentiera a schiodare la foresta di stampelle
Dalle mura incarognite delle celle. Venuta palombara
A respirare con bombole e bavagli di boccaglio
In quest’aria rarefatta nel cortile del guardiano
Silenziosa Belfagor che s’appressa ai lutti quotidiani
Secondina della pena e dei guasti itinerari
Venuta locandiera a demolire le botti e la cisterna
Tentatrice di bevute in un cuore sconquassato di Venezia
Che slaguna dalla testa e scricchiolando s’inbissa
Nelle acque di quel mare che ci vide navigare

Traversie

Intersecati i nostri corpi viaggiano
Fili tesi tra la tomaia del cielo
L’orlo profano del cuoio consunto
Che nel confine mondano
Dell’umile suolo – attraverso
Venature di foglia smagliature di foresta
Arterie di ferro e cemento
Mostruose faglie
Verso l’ultimo mistero vanno

*

Da Di corpi franti e scampoli d’amore
(Faloppio, Lietocolle Libri, 2004)

I. Corpiloquio

Corpi di versi

Un corpo crotalo che al mondo crepita
L’algoritmo caudato del suo nulla
Trillo strisciante di una morte acuta
Retrattile tossina che s’inerpica

E sotto i ciottoli ripone pelvica
Abbondanza di quel che sempre muta
Scagliogramma di scienza biforcuta
Per sistole e diastole d’estetica

Segnato sulle dune della mente
Papiro sensoriale di un dio scriba
Stellato codice di astro rasente

Nei cieli della carne mi trascina
Come una ritorsione delle vene
dal calcagno s’abbatte sulla spira

Serpigini

Strisciare in cielo con ali maligne
Di serpe sperando poi che l’alluce
Celeste non s’accorga delle spire
Velenose e accolga l’irte scaglie

Come nembi di lacrime tra l’alte
Nuvole che di pioggia sul paesaggio
Ambiguo delle vette e dei dirupi
Serpeggiando dilavi i miei viluppi

Eppure tra l’origine e il peccato
Del corpo dazio e forma condivido
Con un morso m’azzanno per la coda
E di serpe mi fingo l’infinito

Novembrina

Il verso novembrino della pioggia
Che per lagune e ragnatele
Di svaporati e immateriali suoni
Infine tra gli anfratti della mente sgocciola
L’umido cicaleggio del pensiero
Sfrangiato in mille rivi e cascatelle
Che zuppo langue tra le faglie della scienza

E verità sconfessa
E rosso s’accalora
Se viene rivelato

(Dell’ingegno) mio acquangelo battente
Ribelle al ciclo del carbonio
Al grezzo precipizio di materia
Crudele susseguirsi delle forme solide
Ricalco della melma e dell’argilla
Che nel rintocco della morte scioglie
Spiovuta recita dell’ultima preghiera

E libertà rigetta
E corvo mi s’invola
Se viene rinnegato

II. Guarigioni transitorie

Del mio guasto amore

1.

Eppur mi bagno
Amor di nembo
Stracarico di pioggia
Febbre d’acqua che sulla pelle scroscia
Goccia dopo goccia t’aspetto nella pozza
Ardore sovvertito alla caloscia
Che viscido diguazza e non si lorda

2.

Eppur ti guado
Amor di fiume
Scalpello di frangente
Furore sciabordante che riluce
Di sguardi divelti e labbra alluvionate
Convertite all’utero del gorgo
Travaglio d’acqua doglia di sorgente

3.

Eppur mi volto
Amor di grotta
Passione di caverna
Che gli anfratti oscuri della roccia
E della terra, esplorando, mi trascino
Come un sogno crinito di cometa
Che nel buio precede l’innocenza

4.

Eppur mi sazio
Amor di pane
Profumo del buon desco
Respiro bianco a nuvole di grano
Croccante e soffice peccato che di notte
Nella carne lievita e appena caldo
Divorato svanisce a colazione

5.

Eppur ti leggo
Amor di-lemma
Parola fuori schema
Lingua sciolta dell’ira e della pena
Che brividi nascosti e fremiti di rosa
Per linfa di favella dalla bocca
Sempre aperta mi sbrodola maldestra

6.

Eppur ti cerco
Amor presente
Amor t’aspetto sempre
Tra le bombe cadute silenziose
Nel vuoto aggiunto dei crolli e dei crateri
Convertite all’utero del gorgo
Travaglio d’acqua doglia di sorgente

*

Inediti (in volume)

Aracnosophia

Ramificati luoghi e tempi e spazi
e sfondi: gergo d’inganni, sirena
e sfinge criptolingua e ancor polena
barlume remoto di maschera
discreta che sulla prua dell’ego caravella
tra i flutti condivisi riconquista
deriva elettrica
ma ogni viaggio inizia con un laccio
neostringa ombelicale
di un essere cromatico che in lieve differita
concilia l’anima con il suo clone:
dinamico rovello appeso all’iride cablato
frattale impulso d’esperanto fuoco
logo mediale che in cristalli acchiocciol@
e assume censo inconsistente al cuore
comprime il cielo:
(dell’iperspazio
vetrose aurore trasparenti)
microsole che ri-sorge giallo magenta e ciano
sui liquidi giardini a babilonia
babilonia scorrevole la troia
sgualdrina processata di matrici e porte
groviglio di silici e scorie
boscaglia algebrica
mangime per quel ragno alfanumerico
che ai frutti mira dell’albero coassiale
il pomo turgido del fiore soffice
griglie di polpa
memorie di una vita
da mela morsicata
che vivamente sedentaria al pasto
s’intrattiene del baco resettore

Trittico calante

1.

Se dunque paradiso
per brillanze opache disperso e disperato
in carni mollicate e gocce di vinsangue
squarcio del mondo
che viene a risanare
cavia e carcassa appesa al gancio umano
che gravitando dondola
batocchio
di un dio che enigmatico risuona
e vibra all’occhio
riottosa voce dell’oggetto
portanza ponderale a vuoto scosso
d’angelo in stallo tra le piume
sospeso fino ai biblici macelli
a pia mascella d’asino
maglio del raglio avulso
che
sul cranio ai filistei martella
l’amara sicumera

2.

Se dunque purgatorio
ziqqurat profondo, sentiero di babele
torre millenaria di voci scombinate
scala di sguardi
per l’alto a contemplare
fatica tragica dell’incrollabile
pariglia al vomere: mitezza e scorza
dura
arsura e sole che erratico risplende
e brucia al suolo
filtraggio tenero del fiore
patto dell’arca nel tempio predisposto
spalla a spalla sopravvivendo
mitica fino al vortice dei cantici
ebbrezza del dio dattero
ombre di palma e ulivo
che
dal cielo ai farisei rinfresca
la verità promessa

3.

Se dunque sia l’inferno
dei viventi questa tirannide di corpi
scorza di firmamenti e atomizzati nodi
arco di vertebre
che scocca al gravitare
il dardo provvisorio del soggetto
che pur mirato all’oltre
nel sé
scagliando affonda e in onda si trasforma
rossa salsedine
marea dal ritmo addolorato
respiro madido di sangue e rose
fiato spinato dell’evento
atteso fino al colmo dei fardelli
al chiodo della luce
fulcro di leva azzurra
che
dal petto ai semidei solleva
oscurità riflessa

*

Poesia o mantra? Ripetere è pur sempre un modo per creare. O anche per scongiurare, in atteggiamento magico-rituale. Molte poesie di Pepe hanno una struttura ciclica che tende a ripetersi. (…) La struttura ciclica rappresenta quel continuo errare in gabbia, così come il poeta erra nel suo corpo, col quale evidentemente ha un rapporto conflittuale (per ragioni non certo lievi). Il limite, la malattia, l’inadeguatezza sono sentiti come la maledizione del soma, il carcere, il fio da scontare, con un approccio certo non nuovo nella cultura occidentale. Là infatti il corpo è la causa prima della dannazione eterna (Platone e il Cristianesimo), qui il corpo invece, ancora materia “maligna”, è la causa prima della dannazione presente. Una poesia, dunque, che tende a una struttura circolare perfettamente simmetrica, che è insieme una specie di bulumia di versi, a volte ripetizioni continue della stessa figura con differenti immagini e metafore; poesia che spesso va letta come un mantra e ciclicamente (due versi sembrano alludere a quest’idea: “con un morso mi azzanno per la coda / e di serpe mi fingo l’infinito”). Quest’idea di perfezione formale è tenacemente perseguita in tutta la raccolta: si va dalle forme tradizionali come il sonetto, alla quartina, alla terzina; si va dall’endecasillabo al settenario, al doppio settenario e doppio endecasillabo, sempre nella certosina (medievale) ricerca dell’esatta forma, di una struttura che salvi dal disfacimento, che possa dare una parvenza di centro e di certezza quando il proprio Io sembra sgretolarsi nel tempo, fuoriuscire dal corpo che non è in grado di sostenerne l’impeto e perdersi nel nulla, nel caos delle cose e degli eventi. (…) Il poeta vive la sua sofferenza cercandovi un senso tra le pieghe di una cultura palesemente inadeguata ad esprimere l’esperienza del soffrire e l’integrazione tra psiche e corpo, fra slancio vitale e morbilità minante, fra eros e thanatos; una cultura presa com’è nel magnificare l’eterna giovinezza o una patetica volontà di potenza protesizzata da trucchi tecnologici e dal sospirato “benessere”, e che esorcizza invece la fragilità del corpo e l’inesorabilità della morte.
(…)

E’ inoltre da sottolineare questo paradossale effetto anarchico della precisione, che viola qualsiasi convenzione e allo stesso tempo tutte le osserva con scrupolo: l’effetto è di fortissima provocazione stilistica in un tempo, come il nostro, che ha forgiato infinite teorie estetico-linguistiche. L’estetica, non-voluta, non curata ma tuttavia (a me pare) ben evidente nelle sue mire, questa personalissima teoria estetica della lingua, a suo modo spazza via tutto con una smorfia e non dice più nulla, non fornisce – a differenza degli altri elementi della poesia di Pepe – nessuna traccia ripetibile o regola che vada oltre il suo unico caso di applicazione. E paradossalmente questo caos linguistico così ben strutturato, è l’effetto di un esasperante lavoro di lima, di una ricerca linguistica che – lo si intuisce – ha caratteristiche di una quasi ossessiva mira di perfezione formale ottenuta con un collage di parole rottamate. Personalmente trovo che le provocazioni linguistiche di Pepe, la sua paradossale idea di perfezione che arriva al caos come esito finale, la straordinaria coesione di questo mondo dentro-il-mondo creato dal sogno e dalla potenza dell’immaginazione (ma anche realistico se non iper-realistico poiche indubbiamente riflette con fedeltà e precisione un’esperienza pure estrema), questa integrazione del proprio Io mente-corpo fuori di sé in quel mondo altro-da-mondo ma pure dentro-il-mondo, questo coacervo insomma di antinomie e di antitesi che pure creano un inedito equilibrio, sia qualcosa da non sottovalutare nel panorama della poesia italiana e su cui riflettere.

(Gianmario Lucini, dalla Postfazione a Di corpi franti e scampoli d’amore, op. cit.)

*
Rotte tracciate sulle mappe oscure

(di Francesco Marotta)

“Che cruna del fiore squarciando
In palpebra sera sovviene”

Forse basta un accenno di luce per riconoscersi uguali sul baratro – come sillabe perse, in attesa del verso mai scritto in cui ritornare sostanza di corpi e di voce.
Quel grumo di assenza che serve, perché s’agiti e splenda il dipinto di giorni caduti, la piaga del vento, l’autunno che chiama a raccolta i suoi fiumi di polvere e si impasta di sere sul fondo degli occhi. L’imbrunire è uno sguardo lanciato a ritroso nel tempo, è accorgersi che c’è un’ombra che preme più forte all’altezza del cuore, che un’àncora precipita al suolo tutto il peso dell’ala, lo stringe alla terra in un nodo.
Come fa la memoria – quando risale furtiva il sentiero dei volti per legare un grido alle labbra. E’ in quel suono deserto che si pianta la tenda – per ripararsi dal buio.

*

“D’un mosaico di vetro sotterrato
Di cui ignoro origine e trapasso”

Matura nel breviario anche la mano, quando cede al chiarore arso dei frammenti. Quando nel dubbio, macchiata di purezza, si profila la spina che accese il volo e la trappola azzurra d’ogni dire. Le carte del rimorso sono passi, l’arte della pelle
a disquamarsi in grappoli. Ma l’eco che raccogli dentro il palmo non è un relitto, la preda superstite alla caccia, l’aroma che l’acqua schiuma e spinge fino al faro. Origine e trapasso – tu dici – sono l’anno geometrico che avvampa. Anno senza radici. Il prima e il mai di un verso – che l’uno senza l’altro è parabola di ciechi.

*

“Tu muori di me che nella boscaglia
Di spine d’acacia in foglia mi schiero”

Facciamo spazio al vento. Incurante di quanto fu già scritto, fermenta copie di scintille al suo passaggio. Vampate di colore dove immergere le dita, e con gli occhi ridipingere il giardino spianato in sabbie da uragani d’arsenale. La storia
non costringe, l’artiglio non ti stana, se scavi nel suo ventre putrescente anfratti di stupore. Se ti fai cavo, intarsio, guaina, matrice, insonne abitacolo di sguardi. Chi ti vide in un verso farti foglia, e nel respiro solidificare in lampo di radura, conosce ogni ramo da cui spunti. Il suo corpo è la cenere che illumini. La casa.

*

“Rubano il verso
sfinite scogliere
dell’isola madre”

Uscendo dalla gola, come il verde covato da una zolla, la voce si scioglie in segni nella mano. La sua stagione è una limpida costanza, vocazione d’isola in fiori di corrente. La sera, qui, è solo il giaciglio provvisorio di una vela.
L’inverno, un sogno d’astri – l’orizzonte rischiarato da pulviscoli di neve. Ma è un guado – una franchigia d’ombre dove la sete mormora i suoi riti. Oltre è la notte – severa madre che consuma gli idoli di un lume. Attraversarla così, a occhi chiusi. Sapendosi respiro leggero di farfalla che si abbandona al migrare silenzioso delle ombre – che aggiunge la sua ombra alla pietà di un fiore.

*

“Con un morso m’azzanno per la coda
E di serpe mi fingo l’infinito”

Colma, sull’ambra che riluce al tuo passaggio, si leva la musica di carne che inventa lo spartito e il controcanto, il morso dell’aspide e il farmaco sapiente di fonti, di stagioni. Si entra da stranieri nella notte, quando dispera il cielo la ferita del lume che lacrima sui passi. Vivere è forse un viandante che si sogna, mentre risale l’abisso gradino per gradino. Al riaffiorare al giorno, solo le sue mani senza pentimento stringono la stella che fa mute le campane. Si offrono alla luna come cristalli dove ha trovato dimora ogni dolore, voce ogni silenzio.

*

(a Gabriele Pepe)

Luminescenti segnali di festa in ogni strada –
ai margini, come seguendo orme
senza suono,
il passo ampio di chi si impenna e vola
dove il silenzio è madre,
il dono di un’ora che si trascina
fino a che il mondo emerge dalla sua pelle infetta
e si abbandona al richiamo
del lume che tace nel profondo (il papavero
intanto
assorbe nel colore
i nomi in cui trapianta la sua sera, la nuda piaga
delle spighe sradicate) –

Declinare la cenere, coniugare gli occhi
a immaginari residui di scintille,
per dismisura di umano bruciare divise e bandiere
dare fuoco ai giorni di dicembre
procurarsi una lingua
che parla il seme e il verbo del disgelo

camminare di fianco all’angelo
che recita i nomi degli assenti
essere le sue gambe, l’acqua che porta alle sue labbra –

e ancora urlare quanto negli occhi resta
trapassando dal sonno
alla veglia misericordiosa delle ali,
portare la sua ombra stretta al dito
reggere grani e vento, farsi sete.

Farsi sete – cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all’eco
dell’altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva,
l’alfabeto dell’unico cielo che ripara.

[Da Hairesis, 2007, e-Book, Biagio Cepollaro Edizioni –
Poesia Italiana E-book
]

16 pensieri su “IN ITINERE – Gabriele PEPE

  1. gabrielepepe

    Caro Francesco sono commosso e di più non so dire. So di non meritare tutto questo ma la poesia appartiene sempre a chi la legge anche se mai per intero come del resto accade a chi cerca di scriverla. E un po’ è anche doloroso vedere che tutto questo tuo lavoro finisca così presto nell’oblio ma i sblog, soprattutto questo blog, sono belli anche per questo: come un mandala disegnato faticosamente con la abbia e con un sol gesto spazzato via che la vita è un’illusione ed ogni cosa passeggera. Eppure che il tuo brillare come il sole sui miei piccoli versi tramonti così presto sotto l’orizzonte del tempo mi fa star male.
    Grazie Francesco per quello che sei.
    pepe

    Rispondi
  2. Francesco Marotta

    Grazie a te, Gabriele. Ciò che rimane è la poesia, e chi la legge. L’unico che può farla esistere. Il commento, molto spesso, è un accessorio che serve unicamente a testimoniare il nostro passaggio. Quello che vale, sempre, è il silenzio carico di voci di chi si sofferma sui versi, e in quello spazio di tempo, piccolo o grande che sia, vi lascia una traccia, indelebile, della sua presenza.

    Tu pensa a scrivere. E ricordati, in ogni momento, di quello che scrive Gianmario Lucini alla fine del passo che ho sopra riportato della sua prefazione. E’ il sentire di molti, a iniziare da me.

    fm

    Rispondi
  3. lucaariano

    Meriti meriti Gabriele! 😉 Che bel post Francesco, ma questo ormai non è novità. Sempre particolare il tuo tocco nel trattare poeti e poesia. Credo anch’io che la Poesia se Vera rimanga.
    Un caro saluto

    Rispondi
  4. Giorgio

    Grazie a Gabriele e a Francesco. Al di là delle pagine che si sfogliano più o meno virtualmente, “…un verso/è quanto del tempo vive/all’insaputa del buio”.

    Rispondi
  5. GiusCo

    Un filo mi ha unito alla poesia di Gabriele fin dai tempi della nostra collaborazione alla e-zine “Pseudolo”, quasi dieci anni fa. Credo che il lavoro di spinta che portavo ai versi del Nostro abbia raggiunto compimento e sia stato sostituito nel tempo da braccia ben più solide, come è giusto quando si sale di livello. Saluto dunque Gabriele, affrancato, col sorriso dei tempi condivisi e delle mattane più o meno fondate che ci accomunarono e ci hanno tenuti in contatto fino ad oggi, quando torno nei panni a me più consoni di lettore. Ciao Gab, il tuo volo è anche il nostro pseudolesco.

    Rispondi
  6. vocativo

    E’ scrittura che cerca di salvare se stessa dal disfacimento, parafrasando Lucini, e lo fa abitandolo, assumendone tutte le forme.

    E nei suoi versi “ha trovato dimora ogni dolore” citando Francesco.

    saluti a entrambi

    Rispondi
  7. Francesco Marotta

    Grazie dei commenti.

    p.s.

    L’immagine che potete vedere sotto il titolo del post, è la riproduzione di uno dei lavori di Elio Copetti. Cercateli in rete, perché ne vale veramente la pena. Oppure andate direttamente qui:
    http://www.arteadesso.net
    e cliccate sul suo nome. E’ la porta che immette in un mondo artistico affascinante, ricco di suggestione e di pensiero.

    fm

    Rispondi
  8. gabrielepepe

    Ringrazio tutti gli amici intervenuti vecchi e nuovi.
    Antonella ma “sei un mortorio” è dedicata a me? :o))
    un caro saluto a tutti e uno speciale al grandissimo Francesco!
    pepe

    Rispondi
  9. carla

    Ciao pepe,
    scusa se ci ho messo un pò a mandarti il mio commento, è che è tanto bene quel che mandi, tanto tanto!
    la mia preferita è “Novembrina”…mi smuove qualcosa.
    Le leggerò ancora questa sera perchè le poesie vanno assimilate piano….vanno assaporate, mai con ingordigia!
    che dire poi, c’è la prefazione di gianmario che parla da sè…e quella meraviglia di Francesco,
    a chiudere questa meraviglia che ci dai.
    Grazie.
    e buonissima serata
    carla

    Rispondi
  10. Giovanni Nuscis

    sono contento di rileggere gabriele. lessi tempo fa proprio parking luna e, curiosamente, aspettavo l’occasione per dirglielo che il suo libro mi era piaciuto, così come altre sue poesie lette su internet in vari siti e blog. gabriele ha una scrittura direi unica (un po’ gli si avvicina un mio amico, Antonio Rossi v. “manuel della corrida” ibiskos). confesso che all’inizio mi aveva spiazzato, così fuori da canoni e tendenze. con prosodia che spesso richiama i classici (un non so che di dante, azzardo a dire, e non solo per le rime)
    “Un corpo crotalo che al mondo crepita
    L’algoritmo caudato del suo nulla
    Trillo strisciante di una morte acuta
    Retrattile tossina che s’inerpica”

    Un poesia che metabolizza il reale e la lingua re-inventando nuovi mondi, sostanziati da immagini e sensi inediti.

    giovanni

    Rispondi
  11. Francesco Marotta

    “Una poesia che metabolizza il reale e la lingua re-inventando nuovi mondi, sostanziati da immagini e sensi inediti.”

    Perfetto.

    Grazie, Giovanni.

    fm

    Rispondi
  12. Chiara Daino

    “impasta di sere sul fondo degli occhi” l’uomo che “comprese le tempeste ed altre luminarie”.
    Un grazie a Francesco e a Gabriele – che (ci) rendono “corda”, chi alle “soglie” (e crea) chi nel “travaglio d’acqua” (e scorre), nella mista di un suono che è con-diviso, viandanti/vedenti, nel viaggio/in itinere.

    Un abbraccio che sia.
    Stima che sapete.

    Chiara

    Rispondi
  13. gabrielepepe

    Ringrazio ancora tutti gli intervenuti anche se mi fate troppi complimenti in realtà le parole “accompagnatrici” di Francesco volano alte e luminose.
    Io so di essere solo un semplice artigiano che prova a fare del suo meglio ma da questo ad essere poeta ce ne passa uh se ce ne passa! :o))
    Vi abbraccio tutti!
    pepe

    Rispondi

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