Viaggio a Montevideo
Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola…
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare: ..
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’aie celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finchè
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco: selvaggia a la fine di
un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune
[ Dino Campana ]


splendido testo, ascoltato dall’impareggiabile voce, dal vivo, di carmelo bene
g
Caspita folgorante!Nemmeno il tempo di finire di leggere l’altro post che compare Campana, sembra quasi un lampo della sua poesia. Rimane, secondo me, sempre non eroso dal tempo. “Genova” è forse la mia preferita! Ottimo Carlo
Un caro saluto
uno la leggerebbe sempre Carlo, é come guardare la valle dalla piazza che tu sai di Valloria, uno ci siederebbe
sempre. grazie.
Campana e Gozzano, accomunati nella home de lapoesiaelospirito grazie a Luca e a Carlo, mi sembrano due presenze che, pur così diverse, hanno attraversato sotterraneamente (e forse mica tanto) tutto il 900 italiano per arrivare fino a noi. Certamente è sempre una grande emozione rileggerli.
Anche a me “Genova” evoca subito la voce di Carmelo Bene. Non è solo un tratto generazionale, si tratta credo dell’assoluta imprescindibilità della pronuncia ad alta voce del testo scritto; pronuncia ad alta voce che nei confronti del testo medesimo si pone come gesto critico.
Un saluto,
Roberto
Scusate il lapsus circa il titolo della poesia nel mio commento precedente. Volevo naturalmente dire che per me pensare a una poesia di Campana vuol dire sentirla risuonare con la voce di Bene, che l’abbia davvero udita o soltanto me lo immagini. Il fatto è che anche a distanza di tanti anni questi culmini dell’arte sgomitano nella memoria e giocano i loro scherzi.
Un ri-saluto,
R.