N.A.
In memoria del Metz Yeghern, il Grande Male, e del mio piccolo male
I nomi dei miei figli stanno scritti
su un muro di mattoni
Stanno scritti con acqua e sono nomi
che durano poco.
Si resta sul terrazzo
fino a che il vetro non si spacca
in molti vetri
che possono ferire i piedi dei bambini.
Tutti portate gli occhi del padre
Io solo so di assomigliare a un uomo
che non conosco.
Si resta sul terrazzo finchè svanisce il nome
Anna in un gatto e Pietro
in automobilina dirottata.
Si spezza il vetro e la coscienza ci sottrae
la quiete
e si rimane con il senso
di una sofferenza trasformata in gioia
dalla vita stessa.
E ti guardo, io senza una radice,
tu che fai pernacchie sulle pance dei bambini,
ti guardo, io senza una faccia,
il volto nascosto a Dio, io perduto nel decor,
guardo la bella figlia la figlia nuova
la figlia presto svezzata e dalla bella voce.
I nomi dei miei figli stanno scritti
con acqua, su un muro di mattoni
poco oltre il manicomio provinciale
e sono nomi che durano poco.
E il nome mio sta chiuso in bocca a un morto
è una piantina scossa una siepe lungo il viale
di un parco.
Verde di Roma. Ombra di Roma.
Tu,
tu vi passi accanto e la lambisci
sfiorandone le cime con le dita.
Strappami voce a voce
e foglia dopo foglia.
Il nome mio sta chiuso in bocca a un morto
in qualche valle rotta da un sole nè troppo duro
nè soave. Apri questa mia bocca con le dita,
apri questa mia bocca, per favore.
Finchè non si spezzano i vetri, spessi,
finchè non dovremo chinarci a raccattarli,
nell’acqua che scola, perchè non feriscano
i piedi dei fanciulli che adesso gridano
e sono prepotenti,
finchè il sole non sia velato dal ricordo di un volo verticale
dalla direzione di un padre e di un aereo pubblicitario;
Finchè ci sarà dato di fronteggiare una serenità insormontabile,
un alto muro di mattoni nuovi,
sul quale tutti i nomi si cancellano.
Tu,
non muoverti da questa posizione, sfiorami
il braccio casualmente, spingi con la tua fronte
ancora quel mucchio di dolore, compresso dalla tua
maturità, dimmi di me e dammi consigli
e soprattutto ripetimi del tempo. Del tuo
bisogno, e del mio, bisogno di tempo.
Ho in bocca la pistola di mio nonno.
Ho in bocca la pistola di mio padre,
e lasciami in pace, tu che lo hai perduto.
Ho in bocca la pistola di mio nonno,
padre mio, e “ciao papà” -E lasciami
in pace, quando non parlo con nessuno,
ho in bocca la pistola.
Ho in bocca le parole di mio padre,
che stanno chiuse, come il nome,
nello stesso cassetto nel quale `e chiusa la pistola
che adesso ho in bocca, in bocca perchè
non parlo con nessuno, non sto parlando
con nessuno. E non sono parole gentili
e stanno chiuse in bocca a un morto
che somiglia a qualcuno al quale io somiglio
e che non conosco.
Il nome mio io non lo voglio scrivere
lo voglio pronunciare alle tue labbra
con le mie
farlo cadere dal fondo della gola
nella tua.
Tutti i nostri nomi
Tetragrammi
Li sillabiamo falsamente
Ne tramandiamo il segreto
Di bocca in bocca
Per qualcuno che non conosciamo.

Non un esercizio di bravura, né la folle ricerca dell’originalità: un vero e duro confronto con la realtà e con la sua domanda radicale. Né più né meno si chiede oggi a chi voglia parlare la lingua della vera poesia.
Questa vita, di oggi, di ora, cosa merita? Di essere scardinata dall’interno, portanto alla luce il suo livello più profondo, là dove tutte le cose sono quasi la stessa, e ancora non si sono esplicitamente divise davanti ai nostri occhi. Portare davanti ai nostri occhi quella radice reale, profonda nel destino delle identità, ed esporla, brutalmente, non senza una lunga e necessaria dolcezza umamna, e lasciarla aprire per sua forza naturale, e lasciarla fiorire contro questo mondo, fino a farlo sussultare con un contraccolpo che possa svegliare l’attenzione reale, morale responsabile e pratica dell’essere vivente: questo e non altro, oggi, ora, si deve. Sembra essere finito il tempo della celebrazione – e lo dico alla lettura di questa poesia e secondo la mia esperienza di poeta – di ciò che già esiste e ci sopravvive facendo delle nostre esistenze il trauma del mondo. No, ora, l’uomo deve formulare quelle parole che liberino la sua esistenza davanti al mondo, e far sì che questa si formi come una cosa viva, nella vita. Superare il proprio nome, e girarsi verso le persone che ci stanno intorno, e vederle emergere nel loro segreto: questo mi dice il testo appena letto. Questa poesia non espone, fa – e procura – un cambiamento, e la nostra mente, se la segue, non si immerge più – come accadeva per la poesia passata – nell’acqua di una conoscenza nuova, offerta, ma, seguendo il suo processo, si mette in azione e genera e produce una propria conoscenza, che porta, quasi, il mondo a reagire davanti all’uomo e alla sua manifestazione viva, attiva e pratica. La poesia, da reazione dell’uomo, deve oggi ribaltare il suo funzionamento: non può più essre il semplice specchio dell’uomo e della sua vita, ma, addirittura, se possibile, generare la sua vita e gettarla nel mondo, annunciando violentemente il futuro.
Ricerca d’identità per strade inesplorate (“io solo so di assomigliare/a un uomo che non conosco”); il soggetto che cerca è l’oggetto del cercare. E il linguaggio è di dura armonia.
Antonio
Nipote del Mètz Yeghèrn, sentitamente ringrazio. Penso l’avrebbe fatto anche Daniel Varoujan, gran poeta al cospetto del cielo, morto lui pure nel corso di uno fra i primi genocidi del secolo c.d. breve
Mi sembra un testo intenso, che vira verso la forma canzone.
Toglierei la chiusa sotto:
“Tutti i nostri nomi
Tetragrammi
Li sillabiamo falsamente
Ne tramandiamo il segreto
Di bocca in bocca
Per qualcuno che non conosciamo.”
uh beh fg ma perché, cos’ha di tanto brutto?
buona luce,
lorenzo
A me la chiusa invece piace come, in particolare, la prima parte. Nell’insieme rendi bene il nostro misurarci nel tempo che viviamo. Sandra
caro lorenzo,
mi ha commosso rileggere dopo tanto tempo questa poesia.
puoi immaginare – visto che conosci i miei gusti – che penso che sia troppo lunga; ma per il resto la trovo bella.
una nota che con la poesia non c’entra: quella fotografia non ti rende giustizia, io ne avrei pubblicata una meno ‘spirituale’ e più simpatica.